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  • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
    Mank di David Fincher (2020).

    Preso dal vezzi tecnici, dal gratuito formalismo di girare la pellicola in un bianco e nero troppo artificioso, lo strizzare spesso gli occhi alla messa in scena e al montaggio del cinema classico, di cui si sprecano le dissolvenze in nero ed incrociate, i grandangoli, le inquadrature dal basso, le citazioni prese pari pari dal capolavoro del 1941 (la bottiglia di vetro che cade) e la struttura a flashback, Fincher si perde nella non linearità narrativa, adoperandola anche quando non ce n'era bisogno (perchè alternare presente e passato interrompendo l'ottimo momento dell'improvvisazione del soggetto del film da parte di Herman durante una cena a casa di Hearst?) e in un gioco, arrovellandosi in un gioco meta-cinematografico che non appartiene al suo modo di fare cinema, risultando trito e ritrico anche rispetto a molte pellicole del cinema classico che avevano rappresentato Hollywood per quello che era.
    Al netto di tutto, questo mi pare il giudizio più condivisibile sul film, sia sul gratuito formalismo, sia sul tema trito e ritrito, sia sul terreno di gioco, quello della metacinematografia, che non è tipico del regista.


    Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
    Adesso ti manca Tenet, che aspetti.
    Una delle più grandi tro*ate mai viste negli ultimi anni (in relazione, si intende, a nomi di spicco).


    Buon anno!

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    • Davanti al plotone di esecuzione uno alla volta, prima o poi verrà il turno di Tenet.

      Su Mank, se fosse uscito al cinema sarebbe stato un bagno di sangue. Oltre a Quarto Potere, devi conoscere almeno la situazione produttiva e cinematografica della prima metà degli anni 30'. Conoscere poi la figura del fratello di Herman, Joseph L Mankiewicz pure non sarebbe male, così come informarsi sulla persona di Welles, altrimenti sto film non ti dice proprio nulla.

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      • Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio

        Una delle più grandi tro*ate mai viste negli ultimi anni (in relazione, si intende, a nomi di spicco).


        Buon anno!
        Nonostante la contestualizzazione, non concordo per nulla.
        Sensei sii fiducioso!
        'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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        • Lock, Stock and Two Smoking Barrels di Guy Ritchie

          Di base a chi è piaciuto Snatch piacerà anche questo. Io mi sono divertito moltissimo. Come in Snatch, il tipo di film è un misto fra il Tarantino prima maniera (per l'autoconsapevolezza ed il commentario distaccato, ma senza la sofisticazione) e i Coehn (per le casualità e la violenza improvvisa, ma senza la sofisticazione), +quintali di grinta.
          Per essere un film d'esordio è sicuramente notevole. Snatch è un filo meglio perchè c'è una calibrazione più attenta e programmatica dei toni, e soprattutto una colorimetria non così abbaccinante da essere talvolta fastidiosa.
          Ultima modifica di Cooper96; 10 gennaio 21, 20:44.
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          • Per Roberto Recchioni è "il film italiano dell' anno."
            Ecco, diffidate sempre di quello che scrive Recchioni.



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            • La Signora della Porta Accanto di Francois Truffaut (1981).

              "Nè con te, nè senza di te"

              Un autore dopo una lunga carriera, tende sempre di più a depurare le scorie superflue all'interno del proprio cinema per giungere all'essenziale, Truffaut elimina il superfluo per dare pieno sfogo alla fiamma della passione inarrestabile che ancora divampa dopo 8 anni di lontananza tra Bernard (Gerard Depardieu), età 32 sposato con Arlette e padre di Thomas, e Mathilde (Fanny Ardant), da poco sposatasi con Philippe e recentemente trasferitasi con lui a Grenoble, cittadina nell'entroterra provinciale francese.
              Il regista rispetto agli esordi avrà tradito le idee con cui era partito dal punto di vista artistico, ma a livello stilistico non gli si può rimproverare nulla avendo raggiunto la totale fusione tra stile e contenuto, nè il suo di rigore poetico ne ha sofferto nonostante si sia venduto al sistema, perchè il suo cinema non ha perso d'intensità ed è ancora capace di vampate incandescenti che ricordano il furore delle sue prime pellicole, introducendo la vicenda tramite la signora Odile Jouve (un espediente da Nouvelle Vague), che porta lo spettatore nella storia, narrando della vicenda avvenuta tra Bernard e Mathilde, cominciata 6 mesi prima, con conseguenze devastanti.
              La passione è un entità irrefrenabile contro la quale è impossibile ogni volontà umana tendente ad arginarla, è una fiamma ardente come quella dell'incendio nella cucine dalla signora Jouve, al quale Mathilde cerca tramite l'estintore di estinguerlo riuscendoci in apparenza, ma risulta ben conscia di come quel fuoco che le brucia dentro sia di nuovo pronto a riformarsi ancora e ancora, perchè la miscela che gli dona vita non può essere soppressa nè tantomeno controllata dalla donna. Si intuisce come tra Bernard e Mathilde ci siano stati anni di travolgente passione, senza però che tale reciproco amore si sia mai potuto "istituzionalizzare" in un matrimonio, finendo con lo scatenare litigi e violenze, che hanno portato alla separazione tra i due, dove ognuno ha cercato di condurre la propria vita come meglio credeva nel tentativo (illusorio) di dimenicare il passato. Diviso da una netta cesura violenta, la prima parte della Signora della Porta Accanto (1981), si concentra su Bernard, un uomo di provincia rispettabile con una moglie ed un figlio adorabile, ma il fato laico ha posto nuovamente nulla sua strada Mathilde, stavolta però la donna è sposata con il suo nuovo vicino di casa philippe e Bernard stizzito, ma al contempo tacendo il tutto alla moglie sulla sua conoscenza della donna, cerca di evitarla in tutti i modi, dando buca alla cena organizzata da Arlette con i vicini e cercando di ridurre le occasioni di incontro con i suoi vicini per evitare di cadere nella trappola, in cui però suo malgrado ci finirà perchè Mathilde cerca di approcciarlo in vari modi e l'uomo cede al richiamo della passione, conducendo così una relazione segreta con la sua ex-fiamma. L'amore prima di trasformarsi in dolore perpetuo, viene vissuto con puro sentimenti gioioso da parte di Bernard e Mathilde, entrambi ipocritamente mentono ai propri rispettivi coniugi e di frequente di incontrano in una camera d'albergo, dove le chiavi assenti e le porte chiuse. più che essere inquadrate da Truffaut in senso opprimente e moralistico, assumono un senso di garbata commedia sofisticata alla Lubitsch, dove ci si fa beffe dell'attuale situazione coniugale di Bernard e Mathilde, per celebrare il piacere di abbandonarsi alla passione d'amore incondizionata, senza che vi sia la solita cappa moralistica tipica di tanto cinema americano edificante, dove chi fa sesso solitamente viene ritratto come un personaggio stronzo; Truffaut depura l'immagine da ogni sovrastruttura morale, dando spazio solo al sentimento irrefrenabile tra i due personaggi.

              Il piano d'ambientazione iniziale, dove le case di Bernard e Mathilde s'incrociano nello "sguardo" tra loro, riflette l'ineluttabilità del sentimento tra Bernard e Mathilde, i quali non possono fare a meno di cadere nel medesimo centro di gravità più e più volte, anche quando vorrebbero sottrarvisi, ma ciò è impossibile, perchè oramai sono succubi di tale sentimento che li spinge a reazioni estreme; Bernard è sempre più ossessionato da Mathilde, tanto da avere un approccio con la donna sempre più sfacciato ed incurante della luce del giorno e dei possibili sguardi altrui che potrebbero carpire la realtà dietro la finzione, mentre la donna è combattuta tra il sentimento il suo ex-amante e il legame attuale verso Philippe, cercando più volte di mettere fine agli incontri clandestini con Bernard, venendo travolta però dalla furia ardente ed incontrollata di quest'ultimo.
              Il sentimento da piacere gioioso e "sbarazzino" con cui Truffaut era giunto a conseguenze positive nel suo film precedente L'Ultimo Metro (1980), qui ritorna nei territori malati ed autodistruttivi di cui era pregno in Jules et Jim (1963), La Sposa in Nero (1968) e Le Due Inglesi (1971), perchè l'amore tra i due non si cura invece dell'attuale situazione istituzionale in cui sono inseriti i due protagonisti, così la seconda parte della pellicola se vede eclissarsi Bernard (ma in modo invano), mette al centro Mathilde e la sua sofferenza, che la conduce a logorarsi; rimprovera a Bernard di non avere mai tempo per parlare nei loro incontri, ma in realtà i due a livello verbale non hanno niente da dirsi, perchè comunicano benissimo quando sono presi dal vortice della passione, contro il quale è inutile porre qualsiasi argine artificiale come la comunicazione verbale, poichè sarebbe destinato a venire travolto dalla furia del sentimento che nella pellicola diviene vero e proprio personaggio, che sfrutta come marionette Bernard e Mathilde per farsi vero e proprio protagonista.
              La signora Jouve nonostante la menomazione permanente alla gamba, con il suo essere sagace, vitale, ironica e dotata di grande umanità, è la prova vivente della maggiore sensibilità delle donne in amore. Nel rapporto di coppia secondo il cineasta è sempre la donna a soffrire di più o comunque mettere molto di sè stessa nel sentimento, giungendo a soccombere psicologicamente di fronte al cannibalesco integralismo dell'amore. Al pari della signora Jouve, costretta ad allontanarsi da Grenoble per non incontrare l'uomo di cui era stata innamorata e da cui era stata crudelmente abbandonata, Matilde investe tutta se stessa, fino all'esaurimento nervoso e al ricovero in clinica, nel rapporto con Bernard, al cui confronto l'uomo appare violento, impulsivo ed egoista; "Io ti amavo, tu eri solo innamorato", dice Matilde a Bernard, quasi a sancire il loro differente modo di vivere il sentimento. Impossibilitati a gestirlo e divenuto oramai una routine di dolore, se la signora Jouve ci offre uno sguardo distaccato e disincantato nei confronti dell'amore (ma anch'ella soffre comunque), Mathilde ne è vittima fatalistica insieme a Bernard, allo stato delle cose l'amore divenuto malattia volontariamente incurabile, c'è solo la soluzione prospettata da Mathilde nel finale con cui si chiude il cerchio ed in un certo senso tutto il cinema di Truffaut, perchè Eros e Thanatos vanno sempre a braccetto tra loro, compagni inseparabili e ineludibili dell'umana esistenza.
              L'apice del pessimismo di Truffaut, che aderisce ad una forma più classica rispetto al furore sperimentale degli esordi, senza però mai svendere il suo cinema alle mode del momento, poichè non rinuncia mai al profondo scandaglio psicologico dell'animo umano presenti in questo capolavoro (in alcune critiche americane recenti ho letto che il film fa schifo perchè Mathilde ama un uomo violento, come al solito non avete capito nulla della pellicola nè della poetica di Truffaut che non vi meritate, qui il protagonista è la passione e se non lo capite guardatevi le vostre stronzate da oscar per educande, perchè il vero cinema non lo potete capire), attuato anche grazie alle monumentali interpretazioni di un Depardieu ben lontano dai suoi ruoli odierni (io lo conoscevo per i film di Asterix e Obelix) e da un'intensa Fanny Ardant, ultima compagna di vita del regista e per questo autrice di una prova di sconvolgente e sofferta profondità.

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              • Padrenostro di Claudio Noce

                Non mi è affatto dispiaciuto. A differenza di Alò, non ho trovato una sostanziale differenza tra prima e seconda parte. Il film parla della morte, e lo fa attraverso gli occhi di un bambino. L'intento dell'opera è quello di farci immergere in un particolare stato d'animo ansiogeno (probabilmente quello dell'Italia degli anni Settanta), in una realtà dove la morte è in agguato, smette di essere una prospettiva futura e diventa quasi uno status quo totalizzante.
                Favino è bravissimo ma non so se la Coppa Volpi sia stata meritata, quantomeno per il fatto che non è il protagonista del film. Il difetto del film, a mio avviso, è che la mano di Noce non è quella di un artista navigato che sa esattamente quello che vuole. Non c'è uno stile preciso, e spesso viene utilizzata la soluzione più ovvia, come ad esempio dei tagli di montaggio repentini per rendere l'azione più fluida (apparentemente) quando invece, magari, sarebbe stato più giusto soffermarsi qualche secondo in più sulla stessa inquadratura. Nel film c'è un conflitto tra il voler essere introspettivo e "autoriale" e la preoccupazione di arrivare a tutti, non risolto pienamente nello stile. Complessivamente però Padrenostro funziona, riesce a lasciare la sua impronta emotiva sullo spettatore. Quantomeno con me è successo.
                https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                • The Warriors di Walter Hill

                  Ottimo esempio di cinema di genere. Pochi fronzoli, niente velleità autoriali, un solido film d'azione che va dritto al punto e nasconde fra le pieghe qualche piccola riflessione. 90 minuti che scorrono che è un piacere. L'estetica è volutamente kitch, ma l'aura di irrealtà è temperata dall'uso di attori non professionisti/cani che danno una patina di sincerità alle vicende.
                  Lo status di cult è meritato.
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                  • Recentemente ho rivisto i primi tre film di Alejandro Jodorowsky, vale a dire Il paese incantato (aka Fando y Lis), El Topo e La montagna sacra, in ordine cronologico inverso e quindi contrario a quello in cui li ho riportati.

                    Per quanto riguarda i dettagli li ricordavo veramente molto poco, Fando y Lis l'avevo proprio rimosso, ad ogni modo tutti e tre credo di averli apprezzati molto di più rispetto a quanto fosse avvenuto la prima volta. In particolare La montagna sacra mi ha catturato completamente, non uso spesso questa parola ma non mi capacito di come in passato non fossi rimasto colpito dalla visione di questo capolavoro.

                    Gli altri due film non sono allo stesso livello ma ad ogni modo in tutti e tre, pur rifacendosi a stili di generi differenti, emerge una poetica forte e chiara, che ricordo di aver trovato anche nei suoi due film più recenti.
                    Un regista forse fin troppo poco conosciuto rispetto ai suoi meriti, ma è comprensibile, al confronto Lynch è mainstream e Mulholland drive è un blockbuster.

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                    • First cow di Kelly Reichardt

                      Primo film che vedo della regista, nonostante un po' di chiacchiericcio l'anno scorso non ho avuto fretta di vederlo poiché mi ero fatto l'idea che fosse uno di quei film festivalieri, da Sundance, nella peggiore accezione in cui questi termini vengono utilizzati.
                      Mi sono trovato invece di fronte a un'opera che sembra quasi uscire dritta dritta dagli anni '70 e che racconta la frontiera senza dare l'impressione di essere un argomento abusato o fuori moda.
                      Il 4:3 e la fotografia aiutano a renderlo un film un po' fuori dal tempo.

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                      • Arsene Lupin - 2004
                        Tra la fine dei 90 e l'inizio dei 2000, il cinema francese, che in quanto a genere all'epoca ci magnava in testa pur sfornando prodotti di qualità discutibile, ha provato a tirar fuori un film su Lupin tratto da LeBlanc. I film di quell'epoca (Il patto dei lupi, Vidoq, Fiumi di Porpora....) hanno tutti gli stessi difetti....un esoterismo che mal si sposa col nuovo millennio, rallenty e montaggio fatto alla Boris, scelte di trama o di montaggio ardite che a volte cadono nel ridicolo. Tuttavia, innegabilmente, offrono qualcosa di diverso rispetto al panorama hollywoodiano e ci ricordano che, volendo, il patrimonio di genere in Europa non ci mancherebbe.
                        Per chi volesse recuperarlo, è disponibile su Raiplay.
                        Avviso: il film è scritto e diretto da Jean Pierre Salomè, lo stesso che ha realizzato il Belfagor con la Marceau. Questo per darvi una idea. Oltretutto, sebbene LeBlanc eviti di calcare le mani sull'elemento magico della contessa (trovate la mia recensione al libro qui: https://forum.badtaste.it/forum/altr...62#post2052179), il regista se ne frega altamente e, cavalcando la moda dell'epoca, inserisce molti elementi magici nel film.
                        Premessa: Può fare strano vedere Lupin avere molti punti in comune con personaggi a lui successivi (addirittura gli viene data una sorta di bat-caverna rifugio) o a scontrarsi con personaggi come la Contessa di Cagliostro.... eppure tutto ciò è preso pari pari dai racconti e romanzi (il film fonde due romanzi, La contessa di cagliostro, appunto, con la Guglia cava, dove Lupin usa la sua batcaverna, più con una serie di racconti).

                        Passiamo subito ai demeriti: Tutto il secondo tempo è una girandola di personaggi che fanno cose prive di senso secondo la sola logica del "perchè si". Una volta scoperto il tesoro, si perde di interesse eppure ci saranno altri 5 finali a seguire. Il colpo di scena alla star wars è telefonato. I rallenty e gli effetti onirici sono pessimi.

                        Passiamo ai pro, che comunque non sono pochi: E' piacevole vedere per una volta il Lupin di LeBlanc in una versione molto fedele. Gli attori sono in forma, la Scott Thomas non è bellissima ma ha uno sguardo adatto al personaggio e mantiene un certo fascino, la Green giovane ha poco da fare per mostrare il suo talento eppure qualcosa lo regala, Roman Duris pur non bellissimo ha la giusta faccia da schiaffi per il personaggio, le mani tozze ma con dita lunghe lo rendono credibile come scalatore e ladro, è sufficientemente atletico e, nonostante una bizzarra scatola cranica e dentatura, non si può negare che riesca ad essere sufficientemente carismatico nei primi piani in modo da spiegare il lato seduttivo del personaggio. I costumi sono meravigliosi, le scenografie sono ben usate. I combattimenti corpo a corpo (Lupin, anche nel libro, è esperto di Savate, boxe francese) sono pochi, ben resi, spesso posizionati in scenografie fantasiose (alla Pirati dei caraibi) o comunque riadattati a coreografie danzerecce sulla scia dei comici del muto (lo stesso Lupin mostra all'inizio un tic al collo molto clownesco). Se si ha una buona sospensione dell'incredulità e si accetta il ifilm senza troppe pretese, ci si può anche divertire. Specie se si ha una infarinatura dei racconti da cui l'opera è tratta.
                        Siamo sulla scia degli Homes di Richie o dei film della saga dei Pirati.
                        Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                        • Quindi i libri di LeBlanc si possono reperire in italiano?

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                          • Originariamente inviato da Atlantide Visualizza il messaggio
                            Quindi i libri di LeBlanc si possono reperire in italiano?
                            Certo che si.
                            Anzi, la newton Compton ha tirato fuori un Mammut... tutti i racconti ed i romanzi li porti a casa con 10 euro.
                            Ma in genere in formato Ebook dovresti trovare qualcosa.
                            Personalmente sono contrario ai Mammut della NC perchè sono di quanto meno tascabile esista al mondo (giustamente). Quindi per una "lettura d'evasione" o "da spiaggia" o "da treno" come sono i libri di LeBlanc, non è proprio adatto il formato Mammut.
                            Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                            • Grazie, molto gentile

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                              • Per quanto sia lungo (quasi tre ore), per quante volte l'abbia visto (tante, mai al cinema ahimè!), per quanto le contingenze osteggino l'intenzione nel cuore della notte, ogni volta che giungo alla fine di Questo Film (sferzati gli occhi e il sistema nervoso simpatico, perché nessuno come Mann riesce a proiettarti nell'intimo il senso inebriante dell'accelerazione di un corpo nello spazio - sia esso un autoarticolato, un fuoribordo, un taxi o un cavallo - e della stretta che porta alla atavica resa dei conti tra chi insegue e chi è inseguito), ogni volta che giungo alla fine (all'ultima inquadratura con Vincent che stringe la mano di Neil morente, incombe su di lui vincente ma sfugge lo sguardo, e forse si chiede se lo rincontrerà nei sogni attorno al tavolo dove siedono i suoi morti a fissarlo muto), ecco, ogni santa volta che giungo alla fine di HEAT penso: "Me lo riguardo".

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