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  • Prisoners
    Villeneavue filma un'altra perla (per quanto l'approccio sia piuttosto convenzionale). Gyllenhal centra ancora il personaggio con un'ottima performance, che mi ha ricordato il suo ruolo nello Sciacallo, ma votato al bene. Seppur molto diversi, sia Lo Sciacallo che il suo Detective Loki mantengono una componente molto fisica (e piuttosto incline a forti scatti di rabbia), ma anche una lucida competenza analitica che li portano ad essere molto attenti nelle parole scelte e nelle loro azioni, oltre che nella loro abilità di manipolare le persone.
    Il film è un'ennesima storia di rapimento che però aggiunge un elemento che la contraddistingue: il padre della bambina rapita, rapisce a sua volta il principale sospettato per torturarlo. Un escamotage alla "un borghese piccolo piccolo", che può essere anche letto in chiave politica, dato che gli Stati Uniti sono stati spesso accusati di torturare ingiustamente i sospettati di attentati terroristici per ricevere informazioni. Il film, mantenendo comunque un solito impianto poliziesco, con una vicenda intricata e zeppa di segreti nascosti nella placida cittadina americana, cosa che lo fa avvicinare quasi al noir, solleva però anche domande etiche e politiche. Fino a che punto possiamo spingerci per il bene comune, e cosa accade se i nostri sospetti sono infondati.
    Per quanto la trovata relativa alla parola "labirinto" , presente nel finale, sia un pò vaga, il film riesce a esplorare appieno il tema della prigionia: i colpevoli andranno in prigione, ma ci viene mostrata la prigionia della depressione, la prigionia di un trauma (che ti porta a rivivere le azioni subite, come appunto in un labirinto senza uscita), la prigionia della piccola cittadina, la prigionia di chi viene sequestrato, la prigionia di un padre abusivo, la prigionia di una famiglia disfunzionale, la prigionia di un vizio o di una dipendenza.
    Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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    • La " chiave politica" comunque la intesti agli artisti che hanno fatto il film ; non sembri credere che un padre di famiglia provinciale possa forgiare una chiave che influenza la politica senza essere ratificato da qualche Vip, in questo caso gli autori cinematografici (?).
      "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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      • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio
        La " chiave politica" comunque la intesti agli artisti che hanno fatto il film ; non sembri credere che un padre di famiglia provinciale possa forgiare una chiave che influenza la politica senza essere ratificato da qualche Vip, in questo caso gli autori cinematografici (?).
        Non voglio essere nè polemico nè offensivo, ma onestamente credo la tua fissazione con la polemica sui Vip stia diventando eccessiva. Tiri fuori questa polemica (tra l'altro campata in aria, e pedestramente scritta) ad ogni singolo post, sembra tu non sappia fare altro. L'unica volta che non ti ho visto tirare in mezzo l'argomento è stato nel topic dei libri. Si può sapere da dove nasce questa cosa? Ma davvero credi che la società sia come la descrivi?

        Ma poi scusa... è un film, con personaggi e storie immaginarie usate per suscitare emozioni e idee nello spettatore.
        E' una storia inventata di sana pianta, romanzata.
        Il personaggio che segrega un presunto colpevole per interrogarlo, è immaginario. Lo interpreta un attore. Fa quello che trova sulla sceneggiatura, su indicazione del regista. Se gli fanno fare una cosa del genere e io ci leggo un parallelismo con la politica, non dovrei interrogarmi sulla scelta degli autori (sceneggiatore e regista) che l'hanno fatta? Cosa c'entra un ipotetico padre della provincia americana?
        E' come se io dicessi che nel "Grande dittatore" il barbiere interpretato da Chaplin fa un bel monologo pacifista e tu mi chiedessi "Eh, ma non credi che un qualunque barbiere ariano possa fare lo stesso monologo senza appoggiarsi al Vip Chaplin... perchè intesti tale messaggio al regista e sceneggiatore".
        Ultima modifica di UomoCheRide; 15 febbraio 21, 12:18.
        Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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        • Mi sembra di ricordare che Chaplin , per altro, non avesse piena cognizione della Shoah quando fece il film; e di questo in qualche modo fece ammenda...

          Invece qui, dopo uno dei"tremila"film in cui (mi) rammenti che noialtri provinciali, dietro ad un finto ed ipocrita perbenismo, celiamo inenarrabili perversioni,,,Ecco, direi che il messaggio dovrebbe essere passato...Ed invece stai (stanno...) mettendo in cantiere chissà quanti altri film che diranno (ancora) la stessa cosa . Chiedevo perché si sentono in dovere di assumere questo punto di vista "artistico" per dire cose stra-ripetute ma ogni volta calate da un punto di vista alto (per non dire altezzoso) ed altro, ovvero debitamente sprovincializzato. Tuttavia è lo stesso "Star System" che tende ad avocare a sé ogni spinta estrema quando si entra nei famigerati capitoli delle tre S (Soldi/Sesso/Salute) , intestandoseli indipendentemente dalla loro (a)moralità, o mi sbaglio?
          Per ogni impiegato alle poste di Offanengo che ne ha fatte di cotte e di crude , poi "deve" sempre spuntare un caso rigorosamente metropolitano , un A. Genovese che ne ha fatte di più cotte e di più crude in qualche luogo riservato (-ma-lo-sapevano-tutti) della Milano (Roma/Torino/Firenze) "che conta", signora mia. E da lì farci un film/tf il passo sembra breve ma più sofisticato di quello che si può pescare in provincia.
          "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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          • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio
            Mi sembra di ricordare che Chaplin , per altro, non avesse piena cognizione della Shoah quando fece il film; e di questo in qualche modo fece ammenda...

            Invece qui, dopo uno dei"tremila"film in cui (mi) rammenti che noialtri provinciali, dietro ad un finto ed ipocrita perbenismo, celiamo inenarrabili perversioni,,,Ecco, direi che il messaggio dovrebbe essere passato...Ed invece stai (stanno...) mettendo in cantiere chissà quanti altri film che diranno (ancora) la stessa cosa . Chiedevo perché si sentono in dovere di assumere questo punto di vista "artistico" per dire cose stra-ripetute ma ogni volta calate da un punto di vista alto (per non dire altezzoso) ed altro, ovvero debitamente sprovincializzato. Tuttavia è lo stesso "Star System" che tende ad avocare a sé ogni spinta estrema quando si entra nei famigerati capitoli delle tre S (Soldi/Sesso/Salute) , intestandoseli indipendentemente dalla loro (a)moralità, o mi sbaglio?
            Per ogni impiegato alle poste di Offanengo che ne ha fatte di cotte e di crude , poi "deve" sempre spuntare un caso rigorosamente metropolitano , un A. Genovese che ne ha fatte di più cotte e di più crude in qualche luogo riservato (-ma-lo-sapevano-tutti) della Milano (Roma/Torino/Firenze) "che conta", signora mia. E da lì farci un film/tf il passo sembra breve ma più sofisticato di quello che si può pescare in provincia.
            E' un noir. Un cavolo di noir. Mettono tanti personaggi "con magagne" perchè devono mettere molti sospetti, sennò il racconto diventa noioso. Potevano ambientarlo in provincia come nella metropoli.
            Per il resto, come sempre, non si capisce nulla di ciò che scrivi.
            Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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            • Ah, beh, anche la pubblicità è un cavolo di filmato finto, ci mettono tante auto senza magagne altrimenti è noioso comprarne una.

              In pubblicità " tutti devono capire poiché tutti devono comprare" . Auto vere .
              "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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              • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio
                Ah, beh, anche la pubblicità è un cavolo di filmato finto, ci mettono tante auto senza magagne altrimenti è noioso comprarne una.

                In pubblicità " tutti devono capire poiché tutti devono comprare" . Auto vere .
                E che cavolo c'entra?
                Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                • Mi stavi rimarcando stizzito che il film è una cosa finta e recitata, e io ti ho risposto che la pubblicità è altrettanto cosa finta e recitata, ma non per questo manca lo scopo di influenzarti realmente.
                  Già lo sai a priori che Stefano Accorsi è un attore, profumatamente pagato per fare il ruffiano in favore dell'utilitaria (...). Non di meno sono gli ingegneri magari appassionati di cinema il target della sua comunicazione ( o per dirla con la solita metafora pokeristica "il pollo al tavolo"); dico non certo le vecchiette di Offanengo che manco hanno mai conseguito la patente...

                  Ecco, in generale non credo si facciano i film per ripristinare i Tabù che nella "vita reale" anche gli offanenghesi tendono a trasgredire; si fanno i film per persuadere ( rendendoli così commerciabili)che chi li ha fatti non ha i Tabù che impregnano con più o meno falso pudore gli offanenghesi, ossia coloro che _persone reali e consumanti_ sono esterne alla categoria dei Vip.
                  "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                  • Ho visto la quadrilogia di Hunger Games.
                    Riguardo gli aspetti strettamente filmici il primo è il migliore, quello con più personalità, molto immersivo e con un buon uso dei silenzi. A tratti il largo uso di camera a mano può dar fastidio ma comunque meglio sbragare per eccesso.
                    Il secondo film ha il problema di essere troppo "descrittivo" e di mancare di pathos, complici molte svolte telefonatissime, comunque buono.
                    Il terzo è quello dove si è allungato di più il brodo e infatti soffre di problemi di ritmo ma è anche il capitolo più anticonvenzionale, con una guerra combattuta a colpi di manipolazione mediatica e recitazione, e anche quello dove la psicologia della nostra protagonista è più scandagliata ed esce dai binari.
                    Il quarto è una conclusione dove si tirano le fila, telefonato in gran parte ma ho apprezzato la mancanza del "vivere felici e contenti". Anzi le ultime, inquietanti righe di dialogo sprizzano misantropia.
                    Fra i motivi del successo, Jennifer Lawrence è perfetta ed eclissa i co-protagonisti maschili abbastanza cani, invece indovinatissimo il cast di comprimari (Woody Harrelson, Philip Seymour Hoffman ) , e c'è uno Stanley Tucci che ci crede durissimo.


                    Passando oltre il giudizio cinematografico, senza esagerare dico che questa saga è stata folgorante a livello di contenuti. I metaforoni che si potrebbero estrapolare sono molti...dal canto mio, cattura molto bene sensazioni comuni a me e a molti giovani: l'arena è il mercato del lavoro, i nostri coetanei sono competitor più che compagni, c'è spazio per pochi, il resto del mondo è ipnotizzato dai media, per avere successo alcuni campano di social media, eccetera. La lista è lunga.
                    Ultima modifica di Cooper96; 23 febbraio 21, 10:42.
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                    • Originariamente inviato da Cooper96 Visualizza il messaggio
                      Ho visto la quadrilogia di Hunger Games.
                      Riguardo gli aspetti strettamente filmici il primo è il migliore, quello con più personalità, molto immersivo e con un buon uso dei silenzi. A tratti il largo uso di camera a mano può dar fastidio ma comunque meglio sbragare per eccesso.
                      Il secondo film ha il problema di essere troppo "descrittivo" e di mancare di pathos, complici molte svolte telefonatissime, comunque buono.
                      Il terzo è quello dove si è allungato di più il brodo e infatti soffre di problemi di ritmo ma è anche il capitolo più anticonvenzionale, con una guerra combattuta a colpi di manipolazione mediatica e recitazione, e anche quello dove la psicologia della nostra protagonista è più scandagliata ed esce dai binari.
                      Il quarto è una conclusione dove si tirano le fila, telefonato in gran parte ma ho apprezzato la mancanza del "vivere felici e contenti". Anzi le ultime, inquietanti righe di dialogo sprizzano misantropia.
                      Fra i motivi del successo, Jennifer Lawrence è perfetta ed eclissa i co-protagonisti maschili abbastanza cani, invece indovinatissimo il cast di comprimari (Woody Harrelson, Philip Seymour Hoffman ) , e c'è uno Stanley Tucci che ci crede durissimo.


                      Passando oltre il giudizio cinematografico, senza esagerare dico che questa saga è stata folgorante a livello di contenuti. I metaforoni che si potrebbero estrapolare sono molti...dal canto mio, cattura molto bene la sensazione comune a me e a molti giovani, dove l'arena è il mercato del lavoro, e i nostri coetaneti sono competitor più che compagni, c'è spazio per pochi, il resto del mondo è ipnotizzato dai media, per avere successo alcuni campano di social media, eccetera. La lista è lunga.
                      Concordo, una delle migliori saghe young adult degli anni 2000, superiore a molte altre ben più blasonate.

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                      • Mi sono sempre chiesto cosa avrebbe tirato fuori un regista "serio" da un soggetto del genere, senza tante limitazioni di target e con maggiori libertà artistiche.
                        Anche così va bene se lo si prende per quello che è ma il potenziale per alzare il livello c' era tutto.

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                        • mr.fred tipo?

                          Libertà ed azzardi ce ne sono in questa saga: entrambi i protagonisti ammazzano gente anche se si cerca di nasconderlo (quando Katniss nel primo film ammazza il tipo con l'arco l'inquadratura dura una frazione di secondo, nel secondo film Peeta ammazza uno sott'acqua ma il fatto non è mostrato). Ci vuol corraggio nel terzo e quarto film a chiudere/aprire il racconto con un protagonista ammattito e legato con camicia di forza .
                          Io non me l'aspettavo che Hollywood lasciasse fare fino a questo punto. Poi non ho letto i libri (prima o poi lo farò), immagino lì ci siano robe più spinte.


                          Curioso per il film prequel, spero non sia un "more of the same" ma che abbia qualcosa in più da dire.
                          Ultima modifica di Cooper96; 23 febbraio 21, 11:27.
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                          • Tipo David Fincher?

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                            • Camera Verde di Francois Truffaut (1978).

                              L'amore è sempre stato il perno della ricerca di Truffaut nel corso della sua carriera cinematografica e oserei dire anche nel privato, date le sue storie travagliate quanto brevi con numerose attrici dei suoi film, di cui si innamorava, ma destinate a naufragare nel giro di breve tempo. Alla fine degli anni 70' il cineasta decide di dare un'evoluzione ulteriore alla sua poetica portandola su un piano immateriale; il ricordo dei vivi nei confronti dei morti, che altro non è che una variazione sul tema dell'amore malato che affligge i personaggi delle pellicole del regista francese. Dalla morte della defunta moglie, il giornalista Julien Davenne (Francois Truffaut) non si è dato pace dell'accaduto, decidendo di dedicare ogni secondo della propria vita al culto e al ricordo verso l'amata scomparsa, tramite l'ossessiva lotta contro l'oblio destinato ai morti dopo un pò di tempo trascorso dal loro funerale. Julien è un uomo disturbato, non ha mai superato il lutto, nè è stato capace di sfruttare l'accaduto come elemento di forza per puntare a vivere, la sua intera esistenza praticamente è ferma al giorno della morte dell'amata; ad accentuare l'ossessione del giornalista, si è messo di mezzo il recente conflitto mondiale, che lo ha esposto in prima persona con la morte e le immagini dilaniate dei soldati al fronte, di cui spesso scorre le immagini al proiettore con un certo gusto sadico nel descrivere particolarmente i dettagli della loro dipartita, tanto che ha sfruttato questa sua caratteristica come redattore di annunci funebri per il giornale locale. Questa sua ossessione, il totale riserbo per la sua vita privata e il suo carattere intollerante e poco incline a qualsiasi compromesso sul culto dei morti, gli hanno alienato le simpatie di molti, ad eccezione di Cecilia (Nathalie Baye), segretaria di una casa d'aste con cui ha stretto amicizia e sembra rispettare i morti, seppur in modo molto meno ossessivo rispetto all'uomo, poichè a differenza di quest'ultimo non disprezza affatto i vivi, perché indispensabili per dare un senso alla propria esistenza, che altrimenti non avrebbe alcun senso, essendo protratta al ritardo.
                              La Camera Verde (1978) è un film funereo, con un protagonista con cui è praticamente impossibile una qualsiasi empatia da parte dello spettatore, poichè è un mero morto che cammina, incapace di vivere il presente, nè concepire un possibile futuro, poichè la sua esistenza si è fermata 11 anni prima dell'inizio della storia, consacrando la sua esistenza ad un culto ossessivo e maniacale verso la defunta moglie, alla quale ha dedicato un'intera stanza tappezzata di foto, raccogliendo inoltre tutti gli oggetti che la riguardavano, creando di fatto un vero e proprio mausoleo, nel quale rintanarsi abbandonandosi ai ricordi del passato, lasciandosi andare a dei discorsi che in realtà sono dei monologhi esistenziali sull'affetto che nonostante gli anni trascorsi, oggi più che allora, lo tiene legato alla sua amata.

                              I primi piani della regia abbondano, le location sono poche e riguardano quasi sempre luoghi in cui è percepibile la presenza ossessiva dei defunti (cimiteri, lapidi, chiese, cripte etc...), ma qualcosa non funziona come dovrebbe, e non riguarda la psiche contorta ed intransigente di Julien, ma parliamo del suo interprete Francois Truffaut, che decide di interpretarlo lui stesso, con una scelta poco felice se non scellerata. Julien è la tipica figura maschile che popola la filmografia del regista; patetica e incostante, una figura praticamente sempre presente sullo schermo, dato che l'assunto di partenza non subisce significativi sviluppi tematici, nè le location o la regia vogliono esuberare da quella che è una storia intima e disperata, il paso del film dovrebbe essere retto sulle spalle del suo interprete, che purtroppo per presunzione oppure perchè sente la vicenda troppo vicina al proprio vissuto, non riesce a dare un gran spessore al personaggio di Julien, i cui tormenti sono portati in scena da un Truffaut fastidiosamente monoespressivo con quel suo sguardo perennemente corrucciato e dal tono di voce piattamente monocorde, sfociando in picchi di ridicolo involontario nel pathos finale dove lo spettatore potrebbe ritrovarsi a sorridere per la mediocrità con cui interpreta un uomo al tempo stesso devastato nelle convinzioni e corroso dalla malattia, specie poi quando come partner ha una Nathalie Baye, che con pochi tocchi espressivi e movimenti degli occhi riesce a regalare uno scandaglio psicologico notevole, nonostante il suo personaggio sullo schermo abbia uno screentime nettamente ridotto e soprattutto è scritto in modo molto più semplice.
                              Se quindi Truffaut voleva emulare grandiosi registi attori come Orson Welles, Charlie Chaplin, Takeshi Kitano o Clint Eastwood, bisogna riconoscere che ha fallito alla stragrande, non riuscendo mai come costoro a bilanciare la dualità tra regista ed attore (Truffaut non sa usare il minimalismo espressivo come Kitano e Eastwood, nè riesce a farsi titano del dolore come Welles), che con costoro si lega alla perfezione regalando opere uniche, mentre con Truffaut la sinergia tra le due anime si dimostra tragicamente debole, arrivando a danneggiare non poco il film, che avrebbe necessitato di un attore con la A maiuscola, capace di portare in scena l'animo devastato e lacerato di un uomo si disturbato, ma tremendamente triste e solo come Julien, osteggiato da tutti ed impossibilitato a lenire la propria sofferenza. Truffaut è sempre stato un regista diretto e materiale nel ritrarre l'amore, anche quando giocava su piani maggiormente letterati e simbolici come nelle Due Inglesi (1971), qui opta per un'inedita via trascendentale/spirituale che non padroneggia appieno nè come attore, nè forse come intellettuale, appoggiandosi spesso alle soluzioni compositive del suo direttore della fotografia Nestor Almendros, capace di donare all'opera quel flebile fuoco vitale, necessario per riscaldare ed illuminare le tenebre dell'oblio, regalando una suggestiva cripta ricolma delle candele che ognuna simboleggia il ricordo perpetuo di un defunto caro a Julien.
                              Pellicola fuori dagli schemi per il regista, non sempre adeguata nel tono e nel ritmo, falcidiata dalla recitazione mediocre di Truffaut che dopo tale disastro deciderà saggiamente di mettersi dietro la macchina da presa, il film venne malamente accolto dal pubblico all'epoca, mentre la critica europea lo amò non poco, ma in questo caso le reazioni miste dei critici americani danno un ritratto migliore di quello che è La Camera Verde, per gli altri interessati al culto dei morti consiglio la lettura Dei Sepolcri di Foscolo, capace di essere esaustivo, profondo, commovente ed incisivo sull'argomento, molto più di questa polpetta di Truffaut, che mostra un regista innamoratasi del soggetto di partenza, ma incapace di fare un film pienamente appagante.


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                              • Finalmente Domenica! di Francois Truffaut (1983).

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                                Finalmente domenica è una pellicola giallo-rosa debitrice del cinema Hollywoodiano del quale il cineasta era un grande esperto, i riferimenti che saltano subito all'occhio maggiormente fanno capo alle pellicole di Alfred Hitchcock, con i tipici topoi del maestro del thriller, come l'innocente che deve discolparsi di un delitto non commesso, il largo uso dell'umorismo, la focalizzazione sui dettagli tramite il montaggio per giungere alla risoluzione, i continui battibecchi dialettici tra l'uomo e donna, l'inutilità della polizia, senza dimenticare talune sequenze prese pari pari da capolavori come Psycho (1960), con tanto di primi piano di Barbara (Fanny Ardant) che guida la macchina sotto una pioggia battente; certo Truffaut a quel tempo era il massimo conoscitore del cinema del regista inglese, sceglie quindi di seguire il solco tracciato dal suo maestro con un thriller dai toni leggeri e disimpegnati, ma divertendosi anche a sovvertire le ossessioni di Hitchcock, riguardanti la sua ossessione morbosa per la protagonista bionda, optando invece qui per una figura dalla capigliatura bruna come Fanny Ardant, che per questo sente una certa inadeguatezza nei confronti della controparte maschile, che a suo dire preferisce nei gusti le donne dalla capigliatura bionda, perchè forse percepite come più "focose" e seducenti, nonostante Fanny Ardant riuscirà a sovvertire le opinioni del suo principale Julian Vercel (Jean-Louis Trintignant) e dello spettatore, con una perfomance abilmente gestita su toni più leggeri rispetto alle precedenti, giocando con suoi modi di fare decisi ed ammalianti (con tanto di gambe super sexy arrapanti messe in mostra per metà film; fanculo al me too), che metterà in scena nel corso della lunga quanto farraginosa e sgangherata indagine per giungere alla verità dietro i delitti di Mossoulier (amico di Vercel) e della moglie del suo principale, dei quali è stato accusato il suo principale.

                                L'ultima pellicola di Truffaut è un marchettone in piena regole, non inganni il bianco e nero che potrebbe far pensare chissà quali profonde scelte artistiche, quando in realtà al cineasta interessava rifarsi ai B-movie americani degli anni 40' e 50', ricercando una maggior cura nell'atmosfera noir grazie alle doti del direttore della fotografia Nestor Almendros, che riesce ad inserire quei tocchi francesi graditi come l'inquadratura seducente della moglie di Vercel, raffigurata sul divano mentre legge il giornale in tutto e per tutto come una dark lady, ruolo che poi la sceneggiatura le negherà del tutto facendola togliere di mezzo immediatamente.
                                B-movie ed espedienti registici presi pari pari dal cinema di Hitchcock, come certi piani sequenza elaborati per mettere insieme tra loro più piani di tensione, ma il film soffre di una prevedibilità troppo marcata, che porta lo spettatore a trarre le somme sull'identità del colpevole già a metà della pellicola, senza che intorno non vi sia costruito nulla d'interessante, anche l'esplorazione della componente sentimentale, parte della poetica del regista è poca cosa rispetto alle pellicole precedenti, scimmiottando malamente la componente rosa tipica delle pellicole di Hitchcock, ma Truffaut non padroneggia bene la commedia sentimentale rispetto al melodramma, risultando derivativo e poco divertente nella costruzione di tali sequenze, peccando spesso nella gestione dei tempi della battuta, che arriva o troppo presto o troppo tardi rispetto a quando dovrebbe avvenire, con il risultato di essere fuori luogo e poco a suo agio con la componente prettamente umoristica.
                                Meglio quando Truffaut si rifugia nel suo territorio, in effetti la motivazione dell'assassinio racchiude in modo morboso ed ossessivo l'estremizzazione dell'attrazione sentimentale tanto cara al regista, però siamo oramai negli anni 80' inoltrati, la parola può non bastare più, perchè noi spettatori vogliamo vedere l'eccesso e la morbosità che l'assassino tanto decanta a parole nella sua confessione, in questo Truffaut non si spinge oltre il verbo e un paio di omicidi dai toni pulp, ma poca roba se si pensa agli eccessi e alla violenza fisica, morale e psicologica del cinema di genere nostrano, oppure delle coeve pellicole di Brian de Palma, altro discepolo di Hitchcock, capace però di spingere ed aggiornare il voyerismo del cineasta inglese sia nella forma che nella sostanza agli anni 70' ed 80', con risultati eccelsi sotto il profilo della settima arte; sotto questo punto di vista Truffaut sembra essere rimasto fermo agli anni 60', e anche allora con la Sposa in Nero (1968), nonostante la non credibilità del plot come in Finalmente domenica, la commissione tra genere e suo cinema aveva prodotto ben altri risultati, che qui soccombono nettamente a favore della prima componente a scapito del resto. In un certo senso il finale risulta deludente e delizioso nella sua duplice anima, conservatore per i protagonisti ed inno al cinema degli esordi l'omaggio all'infanzia tramite i bambini in chiesa; una pellicola di transizione dopo il funereo ed ultra-pessimista La Signora della Porta Accanto (1981), in effetti Truffaut aveva in cantiere altri film, purtroppo un tumore al cervello nel 1984 ne decreterà la prematura scomparsa, lasciando una cicatrice indelebile nella settima arte non solo per il suo contributo come regista, ma anche per l'altrettanta importante e per niente secondaria carriera di critico.

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