annuncio

Comprimi
Ancora nessun annuncio.

L'ultimo film che hai visto?

Comprimi
X
 
  • Filtro
  • Ora
  • Visualizza
Elimina tutto
nuovi messaggi

  • La " chiave politica" comunque la intesti agli artisti che hanno fatto il film ; non sembri credere che un padre di famiglia provinciale possa forgiare una chiave che influenza la politica senza essere ratificato da qualche Vip, in questo caso gli autori cinematografici (?).
    "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

    Commenta


    • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio
      La " chiave politica" comunque la intesti agli artisti che hanno fatto il film ; non sembri credere che un padre di famiglia provinciale possa forgiare una chiave che influenza la politica senza essere ratificato da qualche Vip, in questo caso gli autori cinematografici (?).
      Non voglio essere nè polemico nè offensivo, ma onestamente credo la tua fissazione con la polemica sui Vip stia diventando eccessiva. Tiri fuori questa polemica (tra l'altro campata in aria, e pedestramente scritta) ad ogni singolo post, sembra tu non sappia fare altro. L'unica volta che non ti ho visto tirare in mezzo l'argomento è stato nel topic dei libri. Si può sapere da dove nasce questa cosa? Ma davvero credi che la società sia come la descrivi?

      Ma poi scusa... è un film, con personaggi e storie immaginarie usate per suscitare emozioni e idee nello spettatore.
      E' una storia inventata di sana pianta, romanzata.
      Il personaggio che segrega un presunto colpevole per interrogarlo, è immaginario. Lo interpreta un attore. Fa quello che trova sulla sceneggiatura, su indicazione del regista. Se gli fanno fare una cosa del genere e io ci leggo un parallelismo con la politica, non dovrei interrogarmi sulla scelta degli autori (sceneggiatore e regista) che l'hanno fatta? Cosa c'entra un ipotetico padre della provincia americana?
      E' come se io dicessi che nel "Grande dittatore" il barbiere interpretato da Chaplin fa un bel monologo pacifista e tu mi chiedessi "Eh, ma non credi che un qualunque barbiere ariano possa fare lo stesso monologo senza appoggiarsi al Vip Chaplin... perchè intesti tale messaggio al regista e sceneggiatore".
      Ultima modifica di UomoCheRide; 15 febbraio 21, 13:18.
      Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
      Spoiler! Mostra

      Commenta


      • Mi sembra di ricordare che Chaplin , per altro, non avesse piena cognizione della Shoah quando fece il film; e di questo in qualche modo fece ammenda...

        Invece qui, dopo uno dei"tremila"film in cui (mi) rammenti che noialtri provinciali, dietro ad un finto ed ipocrita perbenismo, celiamo inenarrabili perversioni,,,Ecco, direi che il messaggio dovrebbe essere passato...Ed invece stai (stanno...) mettendo in cantiere chissà quanti altri film che diranno (ancora) la stessa cosa . Chiedevo perché si sentono in dovere di assumere questo punto di vista "artistico" per dire cose stra-ripetute ma ogni volta calate da un punto di vista alto (per non dire altezzoso) ed altro, ovvero debitamente sprovincializzato. Tuttavia è lo stesso "Star System" che tende ad avocare a sé ogni spinta estrema quando si entra nei famigerati capitoli delle tre S (Soldi/Sesso/Salute) , intestandoseli indipendentemente dalla loro (a)moralità, o mi sbaglio?
        Per ogni impiegato alle poste di Offanengo che ne ha fatte di cotte e di crude , poi "deve" sempre spuntare un caso rigorosamente metropolitano , un A. Genovese che ne ha fatte di più cotte e di più crude in qualche luogo riservato (-ma-lo-sapevano-tutti) della Milano (Roma/Torino/Firenze) "che conta", signora mia. E da lì farci un film/tf il passo sembra breve ma più sofisticato di quello che si può pescare in provincia.
        "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

        Commenta


        • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio
          Mi sembra di ricordare che Chaplin , per altro, non avesse piena cognizione della Shoah quando fece il film; e di questo in qualche modo fece ammenda...

          Invece qui, dopo uno dei"tremila"film in cui (mi) rammenti che noialtri provinciali, dietro ad un finto ed ipocrita perbenismo, celiamo inenarrabili perversioni,,,Ecco, direi che il messaggio dovrebbe essere passato...Ed invece stai (stanno...) mettendo in cantiere chissà quanti altri film che diranno (ancora) la stessa cosa . Chiedevo perché si sentono in dovere di assumere questo punto di vista "artistico" per dire cose stra-ripetute ma ogni volta calate da un punto di vista alto (per non dire altezzoso) ed altro, ovvero debitamente sprovincializzato. Tuttavia è lo stesso "Star System" che tende ad avocare a sé ogni spinta estrema quando si entra nei famigerati capitoli delle tre S (Soldi/Sesso/Salute) , intestandoseli indipendentemente dalla loro (a)moralità, o mi sbaglio?
          Per ogni impiegato alle poste di Offanengo che ne ha fatte di cotte e di crude , poi "deve" sempre spuntare un caso rigorosamente metropolitano , un A. Genovese che ne ha fatte di più cotte e di più crude in qualche luogo riservato (-ma-lo-sapevano-tutti) della Milano (Roma/Torino/Firenze) "che conta", signora mia. E da lì farci un film/tf il passo sembra breve ma più sofisticato di quello che si può pescare in provincia.
          E' un noir. Un cavolo di noir. Mettono tanti personaggi "con magagne" perchè devono mettere molti sospetti, sennò il racconto diventa noioso. Potevano ambientarlo in provincia come nella metropoli.
          Per il resto, come sempre, non si capisce nulla di ciò che scrivi.
          Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
          Spoiler! Mostra

          Commenta


          • Ah, beh, anche la pubblicità è un cavolo di filmato finto, ci mettono tante auto senza magagne altrimenti è noioso comprarne una.

            In pubblicità " tutti devono capire poiché tutti devono comprare" . Auto vere .
            "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

            Commenta


            • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio
              Ah, beh, anche la pubblicità è un cavolo di filmato finto, ci mettono tante auto senza magagne altrimenti è noioso comprarne una.

              In pubblicità " tutti devono capire poiché tutti devono comprare" . Auto vere .
              E che cavolo c'entra?
              Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
              Spoiler! Mostra

              Commenta


              • Mi stavi rimarcando stizzito che il film è una cosa finta e recitata, e io ti ho risposto che la pubblicità è altrettanto cosa finta e recitata, ma non per questo manca lo scopo di influenzarti realmente.
                Già lo sai a priori che Stefano Accorsi è un attore, profumatamente pagato per fare il ruffiano in favore dell'utilitaria (...). Non di meno sono gli ingegneri magari appassionati di cinema il target della sua comunicazione ( o per dirla con la solita metafora pokeristica "il pollo al tavolo"); dico non certo le vecchiette di Offanengo che manco hanno mai conseguito la patente...

                Ecco, in generale non credo si facciano i film per ripristinare i Tabù che nella "vita reale" anche gli offanenghesi tendono a trasgredire; si fanno i film per persuadere ( rendendoli così commerciabili)che chi li ha fatti non ha i Tabù che impregnano con più o meno falso pudore gli offanenghesi, ossia coloro che _persone reali e consumanti_ sono esterne alla categoria dei Vip.
                "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

                Commenta


                • Ho visto la quadrilogia di Hunger Games.
                  Riguardo gli aspetti strettamente filmici il primo è il migliore, quello con più personalità, molto immersivo e con un buon uso dei silenzi. A tratti il largo uso di camera a mano può dar fastidio ma comunque meglio sbragare per eccesso.
                  Il secondo film ha il problema di essere troppo "descrittivo" e di mancare di pathos, complici molte svolte telefonatissime, comunque buono.
                  Il terzo è quello dove si è allungato di più il brodo e infatti soffre di problemi di ritmo ma è anche il capitolo più anticonvenzionale, con una guerra combattuta a colpi di manipolazione mediatica e recitazione, e anche quello dove la psicologia della nostra protagonista è più scandagliata ed esce dai binari.
                  Il quarto è una conclusione dove si tirano le fila, telefonato in gran parte ma ho apprezzato la mancanza del "vivere felici e contenti". Anzi le ultime, inquietanti righe di dialogo sprizzano misantropia.
                  Fra i motivi del successo, Jennifer Lawrence è perfetta ed eclissa i co-protagonisti maschili abbastanza cani, invece indovinatissimo il cast di comprimari (Woody Harrelson, Philip Seymour Hoffman ) , e c'è uno Stanley Tucci che ci crede durissimo.


                  Passando oltre il giudizio cinematografico, senza esagerare dico che questa saga è stata folgorante a livello di contenuti. I metaforoni che si potrebbero estrapolare sono molti...dal canto mio, cattura molto bene sensazioni comuni a me e a molti giovani: l'arena è il mercato del lavoro, i nostri coetanei sono competitor più che compagni, c'è spazio per pochi, il resto del mondo è ipnotizzato dai media, per avere successo alcuni campano di social media, eccetera. La lista è lunga.
                  Ultima modifica di Cooper96; 23 febbraio 21, 11:42.
                  Spoiler! Mostra

                  Commenta


                  • Originariamente inviato da Cooper96 Visualizza il messaggio
                    Ho visto la quadrilogia di Hunger Games.
                    Riguardo gli aspetti strettamente filmici il primo è il migliore, quello con più personalità, molto immersivo e con un buon uso dei silenzi. A tratti il largo uso di camera a mano può dar fastidio ma comunque meglio sbragare per eccesso.
                    Il secondo film ha il problema di essere troppo "descrittivo" e di mancare di pathos, complici molte svolte telefonatissime, comunque buono.
                    Il terzo è quello dove si è allungato di più il brodo e infatti soffre di problemi di ritmo ma è anche il capitolo più anticonvenzionale, con una guerra combattuta a colpi di manipolazione mediatica e recitazione, e anche quello dove la psicologia della nostra protagonista è più scandagliata ed esce dai binari.
                    Il quarto è una conclusione dove si tirano le fila, telefonato in gran parte ma ho apprezzato la mancanza del "vivere felici e contenti". Anzi le ultime, inquietanti righe di dialogo sprizzano misantropia.
                    Fra i motivi del successo, Jennifer Lawrence è perfetta ed eclissa i co-protagonisti maschili abbastanza cani, invece indovinatissimo il cast di comprimari (Woody Harrelson, Philip Seymour Hoffman ) , e c'è uno Stanley Tucci che ci crede durissimo.


                    Passando oltre il giudizio cinematografico, senza esagerare dico che questa saga è stata folgorante a livello di contenuti. I metaforoni che si potrebbero estrapolare sono molti...dal canto mio, cattura molto bene la sensazione comune a me e a molti giovani, dove l'arena è il mercato del lavoro, e i nostri coetaneti sono competitor più che compagni, c'è spazio per pochi, il resto del mondo è ipnotizzato dai media, per avere successo alcuni campano di social media, eccetera. La lista è lunga.
                    Concordo, una delle migliori saghe young adult degli anni 2000, superiore a molte altre ben più blasonate.

                    Commenta


                    • Mi sono sempre chiesto cosa avrebbe tirato fuori un regista "serio" da un soggetto del genere, senza tante limitazioni di target e con maggiori libertà artistiche.
                      Anche così va bene se lo si prende per quello che è ma il potenziale per alzare il livello c' era tutto.

                      Commenta


                      • mr.fred tipo?

                        Libertà ed azzardi ce ne sono in questa saga: entrambi i protagonisti ammazzano gente anche se si cerca di nasconderlo (quando Katniss nel primo film ammazza il tipo con l'arco l'inquadratura dura una frazione di secondo, nel secondo film Peeta ammazza uno sott'acqua ma il fatto non è mostrato). Ci vuol corraggio nel terzo e quarto film a chiudere/aprire il racconto con un protagonista ammattito e legato con camicia di forza .
                        Io non me l'aspettavo che Hollywood lasciasse fare fino a questo punto. Poi non ho letto i libri (prima o poi lo farò), immagino lì ci siano robe più spinte.


                        Curioso per il film prequel, spero non sia un "more of the same" ma che abbia qualcosa in più da dire.
                        Ultima modifica di Cooper96; 23 febbraio 21, 12:27.
                        Spoiler! Mostra

                        Commenta


                        • Tipo David Fincher?

                          Commenta


                          • Camera Verde di Francois Truffaut (1978).

                            L'amore è sempre stato il perno della ricerca di Truffaut nel corso della sua carriera cinematografica e oserei dire anche nel privato, date le sue storie travagliate quanto brevi con numerose attrici dei suoi film, di cui si innamorava, ma destinate a naufragare nel giro di breve tempo. Alla fine degli anni 70' il cineasta decide di dare un'evoluzione ulteriore alla sua poetica portandola su un piano immateriale; il ricordo dei vivi nei confronti dei morti, che altro non è che una variazione sul tema dell'amore malato che affligge i personaggi delle pellicole del regista francese. Dalla morte della defunta moglie, il giornalista Julien Davenne (Francois Truffaut) non si è dato pace dell'accaduto, decidendo di dedicare ogni secondo della propria vita al culto e al ricordo verso l'amata scomparsa, tramite l'ossessiva lotta contro l'oblio destinato ai morti dopo un pò di tempo trascorso dal loro funerale. Julien è un uomo disturbato, non ha mai superato il lutto, nè è stato capace di sfruttare l'accaduto come elemento di forza per puntare a vivere, la sua intera esistenza praticamente è ferma al giorno della morte dell'amata; ad accentuare l'ossessione del giornalista, si è messo di mezzo il recente conflitto mondiale, che lo ha esposto in prima persona con la morte e le immagini dilaniate dei soldati al fronte, di cui spesso scorre le immagini al proiettore con un certo gusto sadico nel descrivere particolarmente i dettagli della loro dipartita, tanto che ha sfruttato questa sua caratteristica come redattore di annunci funebri per il giornale locale. Questa sua ossessione, il totale riserbo per la sua vita privata e il suo carattere intollerante e poco incline a qualsiasi compromesso sul culto dei morti, gli hanno alienato le simpatie di molti, ad eccezione di Cecilia (Nathalie Baye), segretaria di una casa d'aste con cui ha stretto amicizia e sembra rispettare i morti, seppur in modo molto meno ossessivo rispetto all'uomo, poichè a differenza di quest'ultimo non disprezza affatto i vivi, perché indispensabili per dare un senso alla propria esistenza, che altrimenti non avrebbe alcun senso, essendo protratta al ritardo.
                            La Camera Verde (1978) è un film funereo, con un protagonista con cui è praticamente impossibile una qualsiasi empatia da parte dello spettatore, poichè è un mero morto che cammina, incapace di vivere il presente, nè concepire un possibile futuro, poichè la sua esistenza si è fermata 11 anni prima dell'inizio della storia, consacrando la sua esistenza ad un culto ossessivo e maniacale verso la defunta moglie, alla quale ha dedicato un'intera stanza tappezzata di foto, raccogliendo inoltre tutti gli oggetti che la riguardavano, creando di fatto un vero e proprio mausoleo, nel quale rintanarsi abbandonandosi ai ricordi del passato, lasciandosi andare a dei discorsi che in realtà sono dei monologhi esistenziali sull'affetto che nonostante gli anni trascorsi, oggi più che allora, lo tiene legato alla sua amata.

                            I primi piani della regia abbondano, le location sono poche e riguardano quasi sempre luoghi in cui è percepibile la presenza ossessiva dei defunti (cimiteri, lapidi, chiese, cripte etc...), ma qualcosa non funziona come dovrebbe, e non riguarda la psiche contorta ed intransigente di Julien, ma parliamo del suo interprete Francois Truffaut, che decide di interpretarlo lui stesso, con una scelta poco felice se non scellerata. Julien è la tipica figura maschile che popola la filmografia del regista; patetica e incostante, una figura praticamente sempre presente sullo schermo, dato che l'assunto di partenza non subisce significativi sviluppi tematici, nè le location o la regia vogliono esuberare da quella che è una storia intima e disperata, il paso del film dovrebbe essere retto sulle spalle del suo interprete, che purtroppo per presunzione oppure perchè sente la vicenda troppo vicina al proprio vissuto, non riesce a dare un gran spessore al personaggio di Julien, i cui tormenti sono portati in scena da un Truffaut fastidiosamente monoespressivo con quel suo sguardo perennemente corrucciato e dal tono di voce piattamente monocorde, sfociando in picchi di ridicolo involontario nel pathos finale dove lo spettatore potrebbe ritrovarsi a sorridere per la mediocrità con cui interpreta un uomo al tempo stesso devastato nelle convinzioni e corroso dalla malattia, specie poi quando come partner ha una Nathalie Baye, che con pochi tocchi espressivi e movimenti degli occhi riesce a regalare uno scandaglio psicologico notevole, nonostante il suo personaggio sullo schermo abbia uno screentime nettamente ridotto e soprattutto è scritto in modo molto più semplice.
                            Se quindi Truffaut voleva emulare grandiosi registi attori come Orson Welles, Charlie Chaplin, Takeshi Kitano o Clint Eastwood, bisogna riconoscere che ha fallito alla stragrande, non riuscendo mai come costoro a bilanciare la dualità tra regista ed attore (Truffaut non sa usare il minimalismo espressivo come Kitano e Eastwood, nè riesce a farsi titano del dolore come Welles), che con costoro si lega alla perfezione regalando opere uniche, mentre con Truffaut la sinergia tra le due anime si dimostra tragicamente debole, arrivando a danneggiare non poco il film, che avrebbe necessitato di un attore con la A maiuscola, capace di portare in scena l'animo devastato e lacerato di un uomo si disturbato, ma tremendamente triste e solo come Julien, osteggiato da tutti ed impossibilitato a lenire la propria sofferenza. Truffaut è sempre stato un regista diretto e materiale nel ritrarre l'amore, anche quando giocava su piani maggiormente letterati e simbolici come nelle Due Inglesi (1971), qui opta per un'inedita via trascendentale/spirituale che non padroneggia appieno nè come attore, nè forse come intellettuale, appoggiandosi spesso alle soluzioni compositive del suo direttore della fotografia Nestor Almendros, capace di donare all'opera quel flebile fuoco vitale, necessario per riscaldare ed illuminare le tenebre dell'oblio, regalando una suggestiva cripta ricolma delle candele che ognuna simboleggia il ricordo perpetuo di un defunto caro a Julien.
                            Pellicola fuori dagli schemi per il regista, non sempre adeguata nel tono e nel ritmo, falcidiata dalla recitazione mediocre di Truffaut che dopo tale disastro deciderà saggiamente di mettersi dietro la macchina da presa, il film venne malamente accolto dal pubblico all'epoca, mentre la critica europea lo amò non poco, ma in questo caso le reazioni miste dei critici americani danno un ritratto migliore di quello che è La Camera Verde, per gli altri interessati al culto dei morti consiglio la lettura Dei Sepolcri di Foscolo, capace di essere esaustivo, profondo, commovente ed incisivo sull'argomento, molto più di questa polpetta di Truffaut, che mostra un regista innamoratasi del soggetto di partenza, ma incapace di fare un film pienamente appagante.


                            Commenta


                            • Finalmente Domenica! di Francois Truffaut (1983).

                              Pellicola finale di Francois Truffaut, che morirà l'anno seguente di tumore, questo Finalmente domenica! (1983), vorrebbe segnare sin dalla scelta del bianco e nero, un deciso ritorno agli esordi, quando il cinema del regista era fresco, originale ed innovativo, anche quando era legato agli stilemi di genere, con cui Truffaut si ritrovava a suo agio, prima di trovare una propria cifra stilistica nel tratteggiare il sentimento gioioso ma al tempo stesso doloroso e devastante dell'amore.
                              Finalmente domenica è una pellicola giallo-rosa debitrice del cinema Hollywoodiano del quale il cineasta era un grande esperto, i riferimenti che saltano subito all'occhio maggiormente fanno capo alle pellicole di Alfred Hitchcock, con i tipici topoi del maestro del thriller, come l'innocente che deve discolparsi di un delitto non commesso, il largo uso dell'umorismo, la focalizzazione sui dettagli tramite il montaggio per giungere alla risoluzione, i continui battibecchi dialettici tra l'uomo e donna, l'inutilità della polizia, senza dimenticare talune sequenze prese pari pari da capolavori come Psycho (1960), con tanto di primi piano di Barbara (Fanny Ardant) che guida la macchina sotto una pioggia battente; certo Truffaut a quel tempo era il massimo conoscitore del cinema del regista inglese, sceglie quindi di seguire il solco tracciato dal suo maestro con un thriller dai toni leggeri e disimpegnati, ma divertendosi anche a sovvertire le ossessioni di Hitchcock, riguardanti la sua ossessione morbosa per la protagonista bionda, optando invece qui per una figura dalla capigliatura bruna come Fanny Ardant, che per questo sente una certa inadeguatezza nei confronti della controparte maschile, che a suo dire preferisce nei gusti le donne dalla capigliatura bionda, perchè forse percepite come più "focose" e seducenti, nonostante Fanny Ardant riuscirà a sovvertire le opinioni del suo principale Julian Vercel (Jean-Louis Trintignant) e dello spettatore, con una perfomance abilmente gestita su toni più leggeri rispetto alle precedenti, giocando con suoi modi di fare decisi ed ammalianti (con tanto di gambe super sexy arrapanti messe in mostra per metà film; fanculo al me too), che metterà in scena nel corso della lunga quanto farraginosa e sgangherata indagine per giungere alla verità dietro i delitti di Mossoulier (amico di Vercel) e della moglie del suo principale, dei quali è stato accusato il suo principale.

                              L'ultima pellicola di Truffaut è un marchettone in piena regole, non inganni il bianco e nero che potrebbe far pensare chissà quali profonde scelte artistiche, quando in realtà al cineasta interessava rifarsi ai B-movie americani degli anni 40' e 50', ricercando una maggior cura nell'atmosfera noir grazie alle doti del direttore della fotografia Nestor Almendros, che riesce ad inserire quei tocchi francesi graditi come l'inquadratura seducente della moglie di Vercel, raffigurata sul divano mentre legge il giornale in tutto e per tutto come una dark lady, ruolo che poi la sceneggiatura le negherà del tutto facendola togliere di mezzo immediatamente.
                              B-movie ed espedienti registici presi pari pari dal cinema di Hitchcock, come certi piani sequenza elaborati per mettere insieme tra loro più piani di tensione, ma il film soffre di una prevedibilità troppo marcata, che porta lo spettatore a trarre le somme sull'identità del colpevole già a metà della pellicola, senza che intorno non vi sia costruito nulla d'interessante, anche l'esplorazione della componente sentimentale, parte della poetica del regista è poca cosa rispetto alle pellicole precedenti, scimmiottando malamente la componente rosa tipica delle pellicole di Hitchcock, ma Truffaut non padroneggia bene la commedia sentimentale rispetto al melodramma, risultando derivativo e poco divertente nella costruzione di tali sequenze, peccando spesso nella gestione dei tempi della battuta, che arriva o troppo presto o troppo tardi rispetto a quando dovrebbe avvenire, con il risultato di essere fuori luogo e poco a suo agio con la componente prettamente umoristica.
                              Meglio quando Truffaut si rifugia nel suo territorio, in effetti la motivazione dell'assassinio racchiude in modo morboso ed ossessivo l'estremizzazione dell'attrazione sentimentale tanto cara al regista, però siamo oramai negli anni 80' inoltrati, la parola può non bastare più, perchè noi spettatori vogliamo vedere l'eccesso e la morbosità che l'assassino tanto decanta a parole nella sua confessione, in questo Truffaut non si spinge oltre il verbo e un paio di omicidi dai toni pulp, ma poca roba se si pensa agli eccessi e alla violenza fisica, morale e psicologica del cinema di genere nostrano, oppure delle coeve pellicole di Brian de Palma, altro discepolo di Hitchcock, capace però di spingere ed aggiornare il voyerismo del cineasta inglese sia nella forma che nella sostanza agli anni 70' ed 80', con risultati eccelsi sotto il profilo della settima arte; sotto questo punto di vista Truffaut sembra essere rimasto fermo agli anni 60', e anche allora con la Sposa in Nero (1968), nonostante la non credibilità del plot come in Finalmente domenica, la commissione tra genere e suo cinema aveva prodotto ben altri risultati, che qui soccombono nettamente a favore della prima componente a scapito del resto. In un certo senso il finale risulta deludente e delizioso nella sua duplice anima, conservatore per i protagonisti ed inno al cinema degli esordi l'omaggio all'infanzia tramite i bambini in chiesa; una pellicola di transizione dopo il funereo ed ultra-pessimista La Signora della Porta Accanto (1981), in effetti Truffaut aveva in cantiere altri film, purtroppo un tumore al cervello nel 1984 ne decreterà la prematura scomparsa, lasciando una cicatrice indelebile nella settima arte non solo per il suo contributo come regista, ma anche per l'altrettanta importante e per niente secondaria carriera di critico.

                              Commenta


                              • Ragazzo Selvaggio di Francois Truffaut (1969).

                                Semplice, dolce e commovente, con il Ragazzo Selvaggio (1969), Francois Truffaut mostra il suo lato più tenero con questa pellicola dai chiari intenti pedagogici, intrisa di ideali razionalistici mutuati dalla cultura illuminista francese, che ha contribuito a far si che la Francia risulti uno degli stati più avanzati al mondo dal punto di vista culturale e scientifico, dato il continuo fermento che muove gli intellettuali di quel paese. Tratto da una storia vera ambientata nel 1798, il dottor Jean Itard (Francois Truffaut) si pone come scopo l'educazione ed il restituire alla civiltà, un giovane ragazzo di età tra i 10 ed i 12 anni, ritrovato completamente nudo (e curiosamente inquadrato anche nelle parti intime, cosa inconsueta per il cinema odierno data la scomparsa o quasi della nudità maschile, figuriamoci di quella di un minorenne) casualmente tra i boschi della campagna francese dalla gente di un villaggio, dopo aver vissuto probabilmente in tali luoghi per anni ed anni dopo l'abbandono.
                                Al contrario dei suoi colleghi che lo vedono come "un'idiota" impossibile da educare ed oggetto di curiosità e scherno da parte della popolazione mondana parigina che lo vede come un fenomeno curioso ed un balocco con cui dilettare la propria vista, Itard è l'unico a voler tentare l'impresa impossibile di civilizzarlo, così lo porta nella sua tenuta di campagna ed insieme alla propria governante madame Guerin, gli impone il nome di Victor e al contempo procede in lunghe quanto estenuanti lezioni per cercare di trasformare questo ragazzino dallo stato animale, in un vero e proprio essere umano civilizzato.
                                Girato in un sobrio quanto incisivo bianco e nero opera di Nestor Almendros, la pellicola ha l'andamento di un documentario-cronachistico di stampo pedagogico-scientifico, infatti ad interrompere i lunghi silenzi di una pellicola dai toni di un film muto con tanto di otturatore a diaframma per concludere molte scene, sono per più dei dialoghi molto funzionali per la storia narrata che non cercano virtuosismi elaborati nella scrittura o chissà che profondità contenutistica; la voce narrante di Itard, che annota sui fogli le osservazioni ed i progressi quotidiani compiuti da Victor, nonchè le gioie per ogni avanzamento verso quella fiammella simboleggiata dal lume della candela contro le tenebre della mente selvaggia del ragazzo e le continue frustrazioni per i numerosi episodi di regresso nell'apprendimento, risulta pregna di quella letterarietà di stampo scientifico-divulgativo da sempre stata una caratteristica del cinema di Truffaut, il quale la riutilizza in una pellicola per lui inconsueta, come se cercasse un modo per ricondurre tale opera anomala nel solco della propria filmografia, ed in parte vi riesce, anche se c'è da dire che questo espediente comporta un'eccessiva razionalizzazione su carta delle probabili emozioni del ragazzo, quando forse sarebbe stato meglio farle percepire tramite la macchina da presa.

                                La voce narrante comunque risulta giustificata se non necessaria ai fini della pellicola, perchè la sceneggiatura di Truffaut, si rivela frammentata ed ondivaga, senza un vero e proprio focus razionale nell'apprendimento di Victor; passiamo dalle lezioni di buon comportamento a tavola, all'uso del vestiario, al collegare significante e significato sino a tentativi di imparare le vocali con annessi tentativi di scrittura. La sceneggiatura di Truffaut vede la testa del povero Victor, come mero imbuto dentro cui infilare ogni insegnamento sociale e morale possibile, senza assicurarsi che il ragazzo abbia appreso appieno le precedenti nozioni prima di passare ad uno step successivo di più elevata difficoltà, da questo punto di vista il capolavoro Anna dei Miracoli di Arthur Penn (1963) è ben più scientifico, logico e razionale nel gestire l'insegnamento ad una ragazzina che si ritrova nella medesima condizione di Victor, forse più estenuante e ripetitivo nello schema di apprendimento, ma al contempo risulta più centrato e incisivo nel percorso d'insegnamento, con un tocco di dolcezza retorica nel finale liberatorio, elemento invece che innestato nell'opera di Truffaut risulta ridondante ed eccessivo, cozzando contro il rigido approccio scientifico-razionalista nel tono impresso al film.
                                Penn/America batte Truffaut/Francia, ma la pellicola del cineasta francese gode comunque della poetica del suo autore estranea tutto sommato all'opera del regista americano, secondo Truffaut il mito del buon selvaggio non sussiste essendo una mera leggenda, la missione civilizzatrice è l'unico modo possibile per dare una vita adeguata a Victor, il quale d'altro canto con nostalgia rivolge spesso lo sguardo verso la campagna come se attualmente combattesse una battaglia interiore tra la dimora in cui risiede attualmente ed i luoghi in cui ha sempre vissuto, non è un caso come Victor sia felice quando è all'aria aperta nelle lunghe passeggiate con Itard. E' una pellicola molto personale quindi, Truffaut sceglie di interpretare quella figura paterna autoritaria da lui tanto osteggiata, con un tono rigoroso, scientifico e d'impostazione letteraria, risultando perfettamente in parte perchè la sua recitazione umana e giustamente impacciata dato il compito prefissosi, in questo caso trae forza dall'inconscio vissuto della propria infanzia, il legame con Victor è un misto di studio e affetto, l'attore gitano Jean-Pierre Cargol è un'intuizione vincente, in un ruolo che richiede un'estenuante lavoro sul corpo per esprimere l'indomito spirito che non si piega all'autorità civilizzatrice, vista da lui con occhi di coercizione e non di naturale approdo. Una pellicola pedagogica con tanto di spirito positivo-illuminista sulla possibilità di riuscita della missione, decidendo di elidere in realtà il fallimento realmente accaduto nella vera storia, anche se alla fine con i suoi modi non sempre azzeccati, Itard e madame Guerin furono la figura più vicina ad un padre e ad una madre mai avuti dal ragazzo durante la sua esistenza.

                                Commenta

                                In esecuzione...
                                X