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  • Diabolik di Mario Bava (1968).

    Su Mario Bava è urgente al più presto una netta rivalutazione della sua figura, che lo collochi nel nostro panorama cinematografico come il miglior regista di genere dopo l'inarrivabile Sergio Leone; mancano però i contributi critici adeguati, se Notturno o alcune pubblicazioni specificatamente l'analisi dell'intero cinema di genere nostrano horror e thriller sono percepiti come troppo di nicchia o ad uso e consumo dell'appassionato per poter essere prese sul serio, da parte della critica ufficiale si scorge qualche timido elogio da parte del Mereghetti e di Alberto Pezzotta, il quale con il suo castorino dedicato al cineasta, pur al netto di stroncature ingenerose e fraintendimenti inopportuni, resta tutt'oggi indispensabile strumento di lettura dell'opera Baviana, nonchè primo e tutt'ora unico riconoscimento esplicito da parte della critica "colta", verso un cineasta massacrato, ignorato e denigrato in vita (con l'eccezione dei lungimiranti francesi), quando in realtà egli ha portato l'horror gotico in un paese che non aveva alcune tradizione nel genere (Maschera del Demonio), inventato il thriller-giallo all'italiana (La Ragazza che Sapeva Troppo/Sei Donne per l'Assassino), creato il pulp movie (Cani Arrabbiati), diventato il padre dello slasher (Reazione a Catena) ed infine stabilito i canoni del cinecomics con Diabolik (1968), con un'anticipo di decenni rispetto alle pellicole americane fatte con i milioni e che generano profitti miliardari, giungendo di recente ad ottenere premi e riconoscimenti agli oscar, fino al premio al Leone d'Oro con il recente Joker (2019).
    Negli anni 60' tutti la menano con i famosi quanto sopravvalutati supereroi con super-problemi di Stan Lee, pur realizzando grandi vendite, lette oggi quelle storie sono puerili e datate, però gli americani siccome si sanno vendere bene, hanno fatto si che quella roba oggi sia considerata chissà cosa. A differenza dei fumetti USA con un netto manicheismo bene/male, rispetto dell'autorità costituita e moralismo da quattro soldi, qui in Italia grazie allo strepitoso successo del fumetto Diabolik delle sorelle Giussani, spopolarono i cosiddetti fumetti neri, che a distanza di decenni, anche invecchiati qua e là, quelle storie comunque presentano dei soggetti godibili, poichè contestavano l'ordine costituito, avevano dei protagonisti negativi per cui fare il tifo e non avevano alcuna distinzione tra bene e male, con personaggi che erano tutti negativi, in pratica eravamo anni luce davanti agli americani. Il produttore Dino De Laurentis, non nuovo a scommesse produttive strampalate, decide di adattare al fumetto di Diabolik al cinema, ma avendo a che fare con dei problemi produttivi sorti improvvisamente, decise di chiamare Mario Bava, sapendo della sua bravura nella gestione degli effetti speciali, dandogli un budget relativamente basso di ben 200 milioni di lire (ma per Bava era il più alto della carriera) con annesse limitazioni produttive in merito all'uso della violenza e del sesso, che porteranno il regista a non rimanere soddisfatto del risultato.
    Bianco e nero sono gli unici due colori presenti in Diabolik, tanto è netto sotto tale punto di vista il fumetto, quanto colorato e variopinta risulta essere la pellicola di Bava, che conscio delle notevoli ingerenze produttive in merito alla violenza, alla cattiveria e all'anarchia presente nell'opera cartacea, il regista decide di puntare su una forte estetica pop con un'impronta di optical art nelle scenografie del covo di Diabolik, conferendo un'impronta tridimensionale nel suo adattamento, riuscendo a trovare una sintesi riuscita nella fusione estetica tra la settima e la nona arte. Tanto sono spente e bidimensionali le pellicole tratte dai fumetti Marvel da parte della Disney, tanto invece sono tridimensionali le immagini del Diabolik baviano, dove il cineasta cerca costantemente di fondere il gusto nella costruzione delle vignette, con il posizionamento ed i gesti dei personaggi, concependo delle vere e proprie tavole fumettistiche, cercando nell'estetica la necessaria via di fuga, per creare un'opera artistica che prende il basso (un fumetto nero di successo, ma massacrato dalla critica benpensante) per trasformarlo in alto, dando così dignità alle due arti in contemporanea, che oggi le fazioni vedono come conflittuali, ma in mano a Bava divengono complementari.

    Accusato da un'ignorante Kezich di essere la pellicola più stupida degli anni 60', pur non avendo torto da un punto di vista meramente superficiale, mostra in realtà la totale incomprensione innanzi al gusto marcatamente pacchiano di Diabolik, che lungi dall'essere negativo, trova nel kitsch la sua ragion d'essere, nonchè il suo equilibrio più compiuto. Rispettando lo spirito del media fumetto, fondendolo con il gusto per gli 007, che erano le pellicole più vicine alla nona arte insieme alle opere di Talshin e a Sciarada di Stanley Donen (1963), Diabolik è un'opera che indubbiamente soffre dal punto di vista narrativo soprattutto nei raccordi, perchè la sua narrazione si sviluppa in modo sconnesso attraverso tre furti (10 milioni di dollari, un collier di smeraldi ed un mega lingotto d'oro) messi in scena dal re del terrore insieme alla sua amata Eva Kant (Marisa Mel), facendola in barba all'ispettore Ginko (Michel Piccoli), tramite il gusto dell'eccesso e dell'esagerazione (specie nel finale), come il covo del nostro Diabolik scenograficamente stupendo (tutto realizzato con giochi di prospettiva, giochi di specchi, grandangoli e modellini, qui si vede il genio artigianale di Bava nel rendere grandioso un qualcosa di inesistente nella realtà, ma strepitoso se visto attraverso l'obiettivo della macchina da presa) con quegli archi tanto belli a vedersi quanto in realtà inutili ai fini pratici, come lo sono i furti commessi da Diabolik per mero fine di autocompiacimento (il rotolarsi dei due personaggi in un letto girevole di banconote), così come sono inconsistenti i due interpreti principali John Philip Law e Marisa Mel, nelle loro labili nelle psicologie e modellati sui canoni dei film di 007, lontanissimi quindi dal rapporto di amore malato e distruttivo presente nel fumetto, risultando così più commerciali e costruiti sulle figure di 007 e la Bond-girl di turno, rappresentazione svilente che finisce con il rendere la figura di Eva Kant erotica e valorizzata nell'estetica dalla macchina da presa suadente di Bava, ma nella sostanza la riduce a ruolo meramente di contorno e di labile supporto a Diabolik nei furti, il che porta i due non eccelsi protagonisti ad essere asfaltati dal ben più navigato e talentuoso Michel Piccoli nel ruolo di Ginko, capace di cercare accordi con i malavitosi pur di acciuffare il re del terrore, divenuto oramai suo unico scopo nella vita.
    Pur menomato da tali difetti, il Diabolik di Bava ha ritmo e gusto estetico da vendere, la presentazione del re del terrore i cui occhi azzurri sono messi in risalto da un primissimo piano iniziale inquadrato dal basso è d'impatto, così come la sua rocambolesca fuga intervallata dai titoli di testa ispirati alla saga di 007, ripresa in modo dinamico e furente dalla macchina da presa, che inneggia al dinamismo puro nelle scene con la Jaguar nera, in questo senso Bava come Andy Wahrol riabilita la spazzatura allo stato di arte, con tocchi consistenti pescati dai quadri Roy Lichtenstein nell'elaborazione animata dell'identikit di Eva Kant, ma al contempo risulta intriso di spirito sessantottino nella lunga carrellata di primi piani dei giovani ragazzi intenti a passarsi una canna in discoteca, così come la messa alla berlina dei politici raffigurati qui con fare patetico e caricaturale da Terry Thomas nel ruolo di ministro degli interni e il gesto oggi che oggi sarebbe definito terroristico, ma all'epoca era sintomo di anarchia pura, da parte di Diabolik nel far saltare in aria tutti i palazzi del fisco e delle istituzioni finanziarie, come ripicca nei confronti del governo per aver messo una taglia di un milione di dollari sulla sua testa, sprecando a suo dire i soldi dei contribuenti pubblici. Ma Bava non è un regista "politico" nel vero senso del termine, le sue trovate possono venire bollate come qualunquiste, ma di sicuro era un artigiano che ha sempre cercato di sovvertire e scardinare in modo anarchico le pellicole che si ritrovava a girare, in questo consiste il genio di un regista che non è di certo un maestro di cinema, ma in ogni sua opera infilava idee artigianali a palate, che compensavano la relativa debolezza e semplicità delle sceneggiature. Stroncato malamente dalla miope critica italiana con giudizi offensivi quanto ingenerosi e flop di pubblico nelle sale nostrane poichè il pubblico lo accusò di scarsa fedeltà al fumetto (ma questo conta molto poco ai fini della qualità), fortunatamente la critica francese gli tributò il giusto onore cogliendo il senso estetico-visivo dell'operazione, che porterà l'opera ad essere sempre più riabilitata, poichè Mario Bava con un budget ridicolo, ha inventato dal nulla il genere e soprattutto la messa in scena del cinefumetto poi perfezionato e declinata ad Hollywood con i miliardi da parte di registi come Burton, Del Toro, Raimi e Nolan decenni dopo, ma oramai entrata da tempo in una fase stagnante di povertà visiva ed artistica per via dello strapotere Marvel/Disney e l'inconsistenza della Warner/DC, che ha fatto si che l'arte pop alta come Diabolik realizzata con due barattoli di ceci e tre di fagioli, venisse dimenticata a favore di un'estetica smorta e spenta, con narrazioni forte solide nella struttura, ma banali nei contenuti, a differenza dell'opera di Bava invecchiata il giusto al giorno d'oggi, il che conferma la miopia della critica e dei produttori italiani, che costrinsero il regista ai salti mortali per le limitazioni produttive e di budget imposte, sarebbe divenuto un regista più o meno al livello di Hitchcock (KABOOM), se l'ambiente produttivo avesse creduto in lui.




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    • La Mia Droga di Chiama Julie di Francois Truffaut (1969).

      Difficile scendere sotto il giudizio dell'ottimo con Francois Truffaut, che per l'80% della sua carriera si è sempre concentrato sul tema dell'amore declinata in una personale chiave melodrammatica, dove i personaggi sono spinti all'eccesso senza troppi patetismi che appestano tali produzioni trasformandole in lagne logorroiche, poichè danno spazio superficialmente alla passione, senza renderla un personaggio come invece vi riesce il cineasta francese.
      La Sirene du Mississipi (1969) è una pellicola che segna la fine della prima metà della carriera di Truffaut, quella più all'insegna della sperimentazione e la contaminazione tra i generi, poichè successivamente andrà sempre più in una direzione univoca nel tono delle sue pellicole, dandosi sempre più al melodramma puro, con risultati anche notevoli, ma sempre più invischiato in una comforte zone standardizzata, senza cercare nuove vie espressivo-stilistiche, dalla quale mai più uscirà e quando tenterà di farlo con la pellicola finale Finalmente Domenica (1983), mostrerà tutta la stanchezza artistica che invece negli anni 60' era ben lungi dal vedersi.
      Una distanza siderale separa la Francia dove risiede Julie Roussel (Catherine Deneuve) da Louis Mahè (Jean Paul Belmondo), residente nell'isola di Riunione, situata nell'oceano Indiano occidentale, i due hanno da tempo una lunga corrispondenza e dopo un pò, decidono di sposarsi, così la bellissima donna giunge sull'isola e convola a nozze con Louis, ma l'uomo poco a poco tramite dei dettagli sospetta della moglie a causa di alcune incongruenze rispetto a ciò che ha scritto nelle lettere, nonchè per alcuni suoi atteggiamenti strani.
      Partito come una pellicola Hollywoodiana classica d'annata, il film diventa sempre più un melodramma che si mescola con elementi noir e polizieschi tipici del cinema di genere, per poi diventare un road movie vero e proprio, ma l'amalgama di tali elementi divergenti funziona fino ad un certo punto, per via degli sbandamenti dovuti alla forzatura nel dover tenere tutti questi elementi contrastanti insieme, portando a ad una gestione non sempre felice di alcuni passaggi narrativi riguardanti soprattutto il detective Cornolli (Michel Bouquet), incaricato da Louis di rintracciare la moglie Julie, la cui natura di truffatrice è venuta a galla a causa della sua improvvisa scomparsa rubando gran parte del patrimonio monetario del marito, ricco possidente di cambi di tabacco e di una fabbrica di sigarette.

      Julie (Catherine Deneuve bellissima ed illegale per quanto è bella, e vediamo pure le tette, quindi perchè non voleva mostrarle in Diabolik? Mah...) è per Louis una sirena di Ulissiana memoria, per la quale lascia il suo rifugio di "Itaca" per andare nella vastità del mondo, all'inseguimento di quel "canto" a cui è impossibile resistere; l'uomo vorrebbe vendicarsi della donna, ma una volta rintracciata e scoperto il suo triste passato, non riesce a premere quel grilletto divenuto improvvisamente durissimo, decidendo così di perdonarla e ricominciare con Julie la relazione improvvisamente troncatasi.
      Braccati dal detective e dalla polizia successivamente per via dell'oscuro passato della donna, Louis ama incondizionatamente Julie più di quanto oggettivamente ella meriti, visto che per la gran parte della pellicola ella si dimostra seducente, bellissima e affettuosa solo per i beni materiali di Louis e non per i sentimenti che quest'ultimo prova verso di lei, giungendo addirittura a compiere un omicidio.
      Parigi è la meta ambita dalla donna, Louis invece vi rifiuta di andarvi adducendo come scusa la possibilità di essere scoperti, ma in realtà sa benissimo che in tale metropoli perderebbe all'istante Julie, che sicuramente lo tradirebbe con qualcun altro più facoltoso di lui, perchè Louis dona tutto di sè stesso per riuscire a giungere al cuore della donna celato dietro una coltre di fredda furbizia, mentre Julie prende tutto senza voler donare nulla di sè. Il dinamismo di cui è intrisa la pellicola dopo i primi tre quanti d'ora iniziali, distrugge la staticità illusoria del sentimento tra i due rinchiuso tra la vegetazione lussureggiante dell'isola di Riunione, portando i due personaggi a vagare per la Francia senza una meta precisa, intersecando questo continuo vagare con il sentire sessantottino e del suo stesso cineasta alla ricerca di un posto nel mondo in cui trovare sè stessi; contraddicendo le convenzioni del genere, Truffaut cita il finale di Tirate sul Pianista (1960), con un'anomala conclusione dove il regista agisce sempre più per sottrazione, portando il sentimento amoroso ai principali archetipi di gioia e sofferenza, facendo vagare Julie e Louis nella bianca distesa innevata il cui destino è lasciato alla libera interpretazione dello spettatore. Buoni incassi ai botteghini, ma massacrato dalla critica (con l'eccezione della buona analisi di Moravia, che ha centrato i punti salienti della poetica di Truffaut), l'opera è da rivalutare tra le cose migliori del regista.

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      • Sensei su Diabolik. Antica ed irrisolta la diatriba sul "diritto" dell'Autore cinematografico di plasmare un soggetto nato dall'opera di un altro Autore su un altro media; e fatta salva l'insofferenza di ogni (?) Autore per il successivo ed eventuale grado di controllo censorio della propria opera. Poi ci stanno pure le istanze del singolo lettore/spettatore ,pretenzioso che il "suo" Diabolik preferito sia paradigmatico del (senso del) personaggio. Si va' dunque e solo di tentoni/opinioni personali(ssime)?

        Non ho letto, forse, abbastanza su Bava per sapere se la estetica pop (tua cit.) fu un tentativo di visualizzare edonisticamente il godimento di DK ed Eva Kant per sgraffignare soldi e preziosi passando senza remore sopra il cadavere di chiunque rappresenti un pur stimolante ostacolo ai loro "colpi". Poiché nell'ultima "versione" a fumetti troviamo il Re del Terrore discretamente imborghesito e relativamente politically correct, è pur vero che anche in tempi meno "buonisti" , alla fine Lui e la sua Compagna si relegavano per prassi ad una vita ritirata , in villette (rifugi) di rappresentanza ma abbastanza sobrie ed anonime... Non hanno mai coltivato un binomio " ammazziamo chi ci pare/ostentiamo il nostro benessere" ;-) . Anzi, al limite per
        "sprovincializzarsi" da Clerville si concedevano vacanze esotiche dove si sottolineava un certo rispetto progressista per le umili condizioni generali degli indigeni del posto. Personalmente ho bucato la lettura del fumetto negli ani dello Yuppismo, , ma voglio immaginare che DK non sia mai stato reaganiano...Eppure,anche nei più parchi e "seri" anni '60 ci si chiedeva dunque , anche nella licenza di un film/fumetto a che pro accumulare ad ogni costo infinite ricchezze (?).
        "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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        • Clueless di Amy Heckerling

          Piacevole commedia giovanile, la protagonista (ragazza ricca viziata ed ingenua che si mette a fare l'altruista) potrebbe essere dura da sopportare sulla carta ma l'attrice (wow) e i dialoghi vivaci e brillanti riescono a fartela adorare, pure ad un cinico come me . E il film è tutto qui: dialoghi strepitosi e spruzzate di surrealismo.

          Chi cerca 90 minuti leggeri e spensierati casca molto bene. Astenersi chi cerca realismo.
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          • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
            Diabolik di Mario Bava (1968).
            ed infine stabilito i canoni del cinecomics con Diabolik (1968), con un'anticipo di decenni rispetto alle pellicole americane fatte con i milioni e che generano profitti miliardari
            Tutto giusto, ma tocca ricordare, come tu stesso fai in un secondo momento, che il Diabolik di Bava è comunque debitore, come narrazione e come stile, delle swag-spy stories che andavano in voga nell'era post-James Bond (e di cui noi italiani abbiamo prodotto una serie di epigoni al limite della parodia, con "O.K. Connery" su tutti).

            Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
            Diabolik di Mario Bava (1968).
            qui in Italia grazie allo strepitoso successo del fumetto Diabolik delle sorelle Giussani, spopolarono i cosiddetti fumetti neri, che a distanza di decenni, anche invecchiati qua e là, quelle storie comunque presentano dei soggetti godibili, poichè contestavano l'ordine costituito, avevano dei protagonisti negativi per cui fare il tifo e non avevano alcuna distinzione tra bene e male, con personaggi che erano tutti negativi, in pratica eravamo anni luce davanti agli americani.
            Qui si potrebbe fare una analisi di tipo antropologico, su come certi personaggi siano tipicamente europei e specialmente francesi. La figura del vendicatore, che agisce al limite dell'illegalità e si avvale di belle donne e travestimenti ha una chiara impronta da romanzo da appendice, dal Lupin di Maurice LeBlanc al Conte di Montecristo di Dumas

            Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
            Diabolik di Mario Bava (1968).
            con fare patetico e caricaturale da Terry Thomas nel ruolo di ministro degli interni
            è sempre un piacere ricordare Terry Thomas, uno dei più grandi caratteristici comici inglesi.



            Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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            • Finalmente mi sono visto Il signor Diavolo di Avati.

              In sintesi: vi sono alcuni evidenti limiti/problemi (quasi tutti abbastanza tipici/cronici del cinema italiano) ed alcune cose che mi convincono relativamente poco o altre davvero "inutili" (la mezza storia con l'infermiera), ma per il resto ho trovato il film piuttosto intrigante e sufficentemente inquietante.
              E' il classico thriller "clericale" molto anni '70.

              Finale abbastanza a sorpresa ma non troppo (quando inizia la scena, già si capisce che potrebbe finire in quel modo), anche se sinceramente non ho capito dal tutto del perchè del gesto da parte di entrambi i personaggi.
              Ultima modifica di Matthew80; 28 febbraio 21, 15:17.
              Ex utente Matt80 dall'autunno 2007

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              • ho visto I CARE A LOT
                l'ho trovato pessimo, inverosimile, e francamente piuttosto irritante visto il tema.
                per fortuna

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                • Silver Linings Playbook di David O. Russel

                  Piacione, ruffiano e innocuo ma comunque piacevole "feel good" movie. Si ride abbastanza e la chimica fra Bradely Cooper e Jennifer Lawrence è effervescente. JLaw fra i due è nettamente quella più brava e nelle scene di ballo è dannatamente sexy

                  Certo è una visione che richiede un bel po' di prosciutto sugli occhi su certe implausibilità...tipo la sottotrama sul padre che fa scommesse con un tot di riti scaramantici (fra cui la presenza del protagonista)...sottotrama che diventa centrale nel finale e borderline col ridicolo involontario...
                  Ultima modifica di Cooper96; 01 marzo 21, 17:40.
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                  • billieeilishtheworldsalittleblurryxlg_600.jpg?v=1608078481.59.jpg

                    Un ritratto dell'artista e del suo incredibile successo fornitoci da lei stessa. Una composizione di momenti di vita non solo sopra ma soprattutto dietro il palco. Una telecamera piazzata all'interno della sua cameretta riprende gli attimi prima del successo esploso con una canzone messa in rete, filma l'intera fase creativa del suo primo album fatto tutto in casa (il modus operandi: si parte da degli incubi, messi poi su carta attraverso schizzi e disegni horror sulle pagine di un diario, da quelle immagini escono le parole e si giunge infine alle canzoni), la vita famigliare e la quotidianità, e poi le immagini del successo mondiale, le preparazioni del tour, le insicurezze, l'energia, il cambiamento di percezione dell'immagine di sè stessa nel contesto pubblico. Ma tra tanti traguardi e soddisfazioni preme mettere in rilievo una storia di ombre, e come l'oscurità dentro di noi spinga verso canali espressivi molteplici per essere comunicata, diventando a volte forza creatrice, per Billie nell'arte, nella musica, il bisogno di venire ascoltati può essere il motore di una intensa produzione artistica. E dunque si racconta la malattia, il dover convivere con la Sindrome di Tourette, la depressione nel corso dell'adolescenza con l'autolesionismo e l'ideazione suicidaria. Può il dolore diventare il segreto di un successo ? La comunicazione di esso, la condivisione con gli altri, il trovare un riscontro, un pubblico che si riconosce con quei pensieri che ritenevi appartenessero egoisticamente solo a te stesso/a, la scoperta dell'universalità di questi pensieri, il potere dare voce ad una intera generazione può infine liberarci da quel dolore ?
                    Una personalità cupa e solare nel contempo, luci e ombre tenute in precario equilibrio dalla forza della musica e dal grande calore di una famiglia sempre presente che la accompagna in questo viaggio verso la scoperta e l'affermazione di se stessa, qui raccontato in due ore e mezzo di filmati privati intervallati da alcune delle più belle esibizioni live tenute nel corso del suo ultimo tour mondiale.

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                    • Questa si autocelebra ancora prima di compiere la maggiore età (ovviamente dietro lauto compenso milionario).
                      Piccoli divi crescono.

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                      • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
                        Questa si autocelebra ancora prima di compiere la maggiore età (ovviamente dietro lauto compenso milionario).
                        Piccoli divi crescono.
                        Vabbé facendo letteratura tedesca ho scoperto che uno dei massimi poeti austriaci ha avuto il picco a tipo 14 anni, se succede per l'alta letteratura non vedo perché non possa succedere con la musica pop.
                        "Compatisco quelle povere ombre confinate in quella prigione euclidea che è la sanità mentale." - Grant Morrison
                        "People assume that time is a strict progression of cause to effect, but *actually* from a non-linear, non-subjective viewpoint - it's more like a big ball of wibbly wobbly... time-y wimey... stuff." - The Doctor

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                        • Il successo dura un attimo oggi si sa, bisogna battere il ferro finchè è caldo. Documentario, libro biografico e Grammy alla carriera subito.

                          Scherzi a parte, in realtà come regista è accreditato un certo R.J.Cutler, già regista del documentario su Belusci lo scorso anno, ma guardandolo è chiaro che la maggior parte delle riprese sono a opera della Eilish e suo fratello (compositore e produttore). Non penso proprio che 5 anni fa quando lei non era nessuno ci fosse già un accordo per un documentario con dei cameramen che le stavano dietro. Mi pare chiaro che la maggior parte delle riprese siano amatoriali senza una regia e un progetto dietro.
                          Per il resto non mi pare una che ci specula più di tanto sopra, non da l'idea di essere (ancora) attaccata al vil denaro ne particolarmente viziata (*), è ancora una giovane ragazza mezzo disagiata e goffa molto legata alla sua vita precedente e che vive nella casetta di periferia con i genitori nonostante sul conto c'abbia già i milioni. C'è sempre tempo per cambiare idea e in queste cose la curva di apprendimento è molto rapida...


                          (*)
                          Spoiler! Mostra
                          Ultima modifica di MrCarrey; 03 marzo 21, 02:03.

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                          • Siccome ho preso il cofanetto BD della trilogia e stranamente ho avuto delle ore per me senza paura di venire interrotto ho visto per la prima volta Kung Fu Panda 3 (avevo già visto gli altri due altrove anni fa).
                            Premetto che insieme a Dragon Trainer questi film sono stati quelli che mi fecero rivalutare la Dreamworks post-Shrek 2 o quantomeno posero fine alla fase più spiccatamente "ruffiana" dello studio in cui si infarciva un film animato di battutine e riferimenti pop con spesso poco o nulla sotto (alla Shrek Terzo per intenderci).
                            Questo terzo film è tecnicamente sontuoso ma da l'idea un mostro di Frankenstein fatto dei pezzi di almeno due film diversi cuciti assieme per concludere l'arco narrativo di Po in un solo film, cerca pure di andare più pesante sulla commedia rispetto ai primi due specie nella fase iniziale e questo lo rende un po' meno godibile del secondo e del primo.
                            Hanno pure messo una versione della "danza celebrativa" Dreamworks che era assente dai primi due anche se per fortuna meno sopra le righe del normale.
                            Fortunatamente qualche momento propriamente drammatico c'è ma la prima mezzora fa quasi paventare uno di quei film animati che hanno paura di avere quel minimo di gravitas necessaria per dare un minimo di perché alla storia anche se una semplice favola per tute le età.
                            C'è da dire che è paradossale che un film apparentemente scemo (e a cui il tipico marketing dei film animati Dreamworks non fa certo favori) abbia una visione più chiara dell'etica delle arti marziali di un mega-kolossal come il Mulan in live action: dove Mulan è una prescelta che sa già fare tutto perché intrinsecamente superiore Po nonostante il talento naturale ha sempre qualcosa da imparare in ogni film sia in termini di tecnica di Kung Fu che su se stesso.
                            "Compatisco quelle povere ombre confinate in quella prigione euclidea che è la sanità mentale." - Grant Morrison
                            "People assume that time is a strict progression of cause to effect, but *actually* from a non-linear, non-subjective viewpoint - it's more like a big ball of wibbly wobbly... time-y wimey... stuff." - The Doctor

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                            • Amabili Resti di Peter Jackson (2009).

                              La trilogia del Signore degli Anelli fu per la generazione di fine anni 80' - prima metà degli anni 90' (ma anche un pò oltre) non solo un capolavoro, ma un film evento ripetutasi miracolosamente per tre anni di fila, capace di fare del cinema un evento e soprattutto lasciare un segno indelebile nella memoria dello spettatore anche a distanza oramai di 20 anni dalla sua uscita. Tutto questo fu possibile grazie al lavoro di Peter Jackson che per una quindicina di anni si era fatto le ossa con pellicola di vari generi (da me però non viste), sperimentando molto sotto il profilo degli effetti speciali, trovando un'integrazione perfetta tra artigianalità e praticità, che tutt'oggi rende il Signore degli Anelli un film fresco da vedere e non invecchiato per niente (se non in taluni frame qua e là concentrati soprattutto nel Ritorno del Re, ma veramente poca roba), nonchè capace di dare dignità cinematografica ad un genere come il fantasy trattato dalla critica come di serie B e che invece Jackson portò in Serie A sbancando la notte degli oscar con una pioggia di vittorie.
                              L'effetto sbornia non è mai cessato e Jackson probabilmente da quella notte della consacrazione non si è mai ripreso, perchè il successivo King Kong (2005), pur divertendo molto il sottoscritto come se fosse su una giostra infinita da cui non vorresti mai scendere, mostrava il fianco a molte critiche secondo i detrattori, ma tutto sommato è innegabile la natura di buon film, purtroppo però il massacro sarà soltanto rimandato al film successivo Amabili Resti (2009), a cui devo purtroppo aggiungermi anch'io alla nutrita schiera non tanto di detrattori, ma di delusi, il che forse è ancora peggio. Il magnifico ossimoro intrinseco nel titolo, ben lungi dal rafforzare due termini antitetici tra loro, finisce con il respingerli lontano, causa purtroppo delle scelte di un Peter Jackson vittima degli eccessi e della sua totale megalomania.
                              Non si comincia male, questa famiglia piccolo borghese della provincia americana del 1973 in cui vive la 14enne Susie Salmon (Saoirse Ronan) viene descritta con leggerezza e buon gusto da un Jackson che riesce bene a dosare il suo istrionismo ed il suo dinamismo con la macchina da presa, che ben si lega con il carattere sbarazzino di questa giovanissima adolescente intenta a fotografare tutto ciò che le capita. Certo, un bietolone cane come Mark Wahlberg nel ruolo del padre, smorza un pò le aspettative artistiche, però fintanto che in scena c'è la talentuosa e bravissima Ronan che lo asfalta, ci si passa sopra e anche se non si racconta nulla di nuovo in questa famigliola felice, nè nella cotta che Susie nutre nei confronti di un ragazzo della sua scuola più grande di lei, però la giovane attrice e Jackson con la sua dilatazione nei tempi unita alla fotografia dai toni caldi Andrew Lesnie bravo a catturare lo spirito solare della giovane, riesce a far entrare lo spettatore in empatia con il personaggio di Susie, così che al momento del suo omicidio per opera del vicino di casa George Harvey (Stanley Tucci), il pubblico ne esca dilaniato al momento dell'efferato delitto preannunciato sin da subito dalla voice over della protagonista.
                              Lo zenit dopo poco più di mezz'ora, segna anche il punto registicamente più alto raggiunto dalla regia di un Jackson che sembrava aver imboccato la strada giusta, passando dalla fredda vastità del campo di grano, alla calorosa ma claustrofobica stanza dove avviene l'efferato omicidio, dove il regista gioca con l'ineluttabile conclusione con un montaggio alternato tra la famiglia di Susie allegramente seduta per cena e la crescita della paranoia presto diventata silenzioso terrore quando la ragazza scopre le cattive intenzioni di Harvey. Jackson sceglie di non mostrare l'omicidio fisico, ma bypassa il turpe momento a rischio scivolone nel gratuito sadismo con un'ellissi da grande regista, giocando con la tensione crescente tramite i primi piani e poi con un liberatorio quanto purtroppo illusorio campo lungo salvifico, giungendo con abile costruzione angosciante all'atroce urlo lancinante di Susie, quando giunge alla conclusione di essere stata strappata alla vita quando stava appena germogliando.

                              Lo squarcio dilaniante dell'evento delittuoso doveva essere un punto di partenza e non di arrivo invece, poichè il regista deframmenta la narrazione in vari punti di vista (lo spirito di Susie da uno pseudo aldilà, il padre, la madre, la sorella, la nonna, l'assassino etc...) rimbalzando qua e là senza dare l'impressione di andare a parare da nessuna parte, dilatando degli esili punti all'inverosimile nei tempi quando invece l'approccio sarebbe dovuto essere univoco e soprattutto intimo. L'esagerazione ed il gargantuesco sono le cifre stilistiche del cinema di Peter Jackson, uesto non è un male quando a tale sovrabbondanza corrisponde una materia base adeguata come il mastodontico capolavoro Tolkeniano o in parte la megalomania di un regista intestarditosi nel girare a tutti i costi su un'isola selvaggia e maledetta, anche rischiando la vita contro dei mostri come nel remake di King Kong, ma voler trarre da un romanzo di 250 pagine un film di oltre 130 minuti, mostra un egocentrismo mostruoso da parte di un regista che mette forzatamente sè stesso innanzi alla materia, può andare una volta bene come in King Kong, può andare male invece in questo caso e disastrosamente male nella successiva trilogia dello Hobbit.
                              Il digitale impera, oramai con gli effetti speciali si può fare di tutto e di più, Peter Jackson che nel Signore degli Anelli così bene era riuscito a dosarne il massiccio uso integrandolo alla perfezione con il girato ed il tono della storia, settando nuovi parametri ed umiliando la contemporanea trilogia prequel di Star Wars di George Lucas, scade nella totale indulgenza visiva, scivolando in ridicolaggini visive nella gran parte delle sequenze nell'aldilà dove Susie intrappolata in questa sorta di "limbo", da sfogo alla sua fantasia per cercare un barlume di felicità innanzi alla sua triste condizione, ma gli effetti visivi sono ridicoli, kitsh e pacchiani, le banalità si sprecano, così come il senso del ridicolo nel quale ci si è dentro fino al collo, tra green screen piatti come le fotografie sviluppate e accostamenti di immagini degne di filmacci come Amore 14 di Dario Moccia (2009). Perso nel tentativo di rendere grandioso un ualcosa di intimo, Jackson tenta tramite i colori ed i barocchismi sovrabbondanti, di nascondere inutilmente il vuoto non solo di sostanza, ma anche di forma, dove non bastano il buon Stanley Tucci o il talento lampante della giovane Saoirse Ronan per tenere in piedi una baracca minata dalle fondamenta da un regista, che voleva probabilmente di mostrare a tutti di non aver perso la mano "d'autore", tramite una pellicola più piccola dopo la fase kolossal (ma costata comunque 65 milioni, uno sproposito dato il materiale di partenza), fallendo però miseramente in derapate effettistiche di bassa lega, costruzioni ridicole e melassagine a buon mercato con un finale che sugella l'impietoso stato di un Peter Jackson allo sbando e rincoglionito da una scrittura pessima combinata ad una sovrabbondanza orgiastica di CGI (quell'orribile stunt digitale sulla figura di Tucci nel finale, preannuncia tristemente quello che avverrà su larga scala nello Hobbit). Se la questione aldilà non funziona per niente, soffocando nelle ridicolaggini visive quanto di decente si era costruito sul personaggio di Susie, la parte terrena viene frammentata in una miriade di punti di vista, dove non se ne valorizza neanche uno, per via anche di sbilanciamenti netti di tono, come lo spropositato spazio riservato alla nonna di Susie (Susan Sarandon), che sdrammatizza con fare inopportuno, una pellicola che doveva poggiare sui binari di una triste malinconia. Il ritorno all'ovile si risolve in un disastro artistico, con la critica che giustamente reagisce negativamente innanzi al film, però questa volta anche il pubblico gli volta le spalle regalando al film un incasso misero (95 milioni), purtroppo come già abbondantemente detto nella recensione, Peter Jackson non farà tesoro degli errori rimproveratagli, andando incontro al più grande disastro artistico della sua carriera tramite la trilogia dello Hobbit.

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                              • Zodiac di David Fincher

                                Immagino di passare per blasfemo ma non mi ha esaltato. Capiamoci: Fincher si merita 110 e lode con bacio accademico per come riesce a far scorrere come acqua fresca quasi 3 ore di film e per come riesce a tenere alta la tensione per tutto il tempo nonostante svariati salti temporali. Un'impresa da applausi scroscianti.
                                Però per il resto mi ha lasciato poco.
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