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  • Moneyball di Bennett Miller

    Piacevole film sul baseball, o meglio sul manager di una squadra di baseball(Pitt) che decide di utilizzare metodi matematici per valutare la compravendita di giocatori, contro lo scetticismo di tutti. La scrittura e la regia sono minimali, sobri, evitano facili esaltazioni e lavorano per sottrazione, lo sport vero e proprio è ridotto al minimo essenziale (ma la struttura narrativa è quella tipica dei film sportivi). Pure troppo minimale, nel finale un po' di ciccia in più la si poteva mettere (specie visto quanto è anticlimatico, pare quasi un appendice).
    Insomma piacevolissimo ma è un film che scivola via. Pitt è solido nel ruolo e Phillip Seymour Hoffman è sempre un piacere da vedere.


    Bennett Miller che fine ha fatto?
    Ultima modifica di Cooper96; 11 marzo 21, 22:07.
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    • Io Moneyball l'ho visto qualche mese fa e devo dire che mi è piaciuto parecchio.

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      • Ogni tanto fa bene guardarsi i film fatti da cani per apprezzare di più quelli fatti bene.

        Never Back Down di Jeff Wadlow

        Film sportivo su adolescenti che fanno MMA. Lato scrittura non mi lamento. Cioè, ci sono vari momenti illogici, "perché sì", ed è tutto grezzo, grezzo, grezzo e stereotipato (per un film che si prende sul serio)...ma diciamo che il livello di ingenuità è così spudorato e consapevole che alla fine sto film mi sta pure simpatico. Dove mi cascano le palle è sulla regia, videoclippara nel senso peggiore con stacchi a caso e zoomate "accidentali" che ti fan venir voglia di bucarti le pupille. Che cane sto Wadlow.
        Gli attori fanno a gara a chi ha meno espressioni, in particolare il protagonista ed il villain ne hanno max 2 ciascuno (ad essere buoni), in compenso c'è una giovane Amber Heard che è bona, bona ma proprio bona
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        • Che cafonata galattica sto film ed i combattimenti, Amber Heard pochissimo in bikini bianco non può incidere sulla salvezza del film.

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          • Fino all’ultimo indizio

            Che dire, questo film ha mille difetti ma rappresenta un ritorno al genere procedurale che non posso che apprezzare. Il gradimento segue vie più tortuose della pura e semplice matematica, altrimenti staremmo a parlare solo di capolavori. Poi, ripeto, peccati ce ne sono e nemmeno pochi e veniali:

            - estetica da serie tv che certifica una rincorsa al target televisivo che solo per penuria di opere simili non fa statistica ma che è comunque concettualmente aberrante;

            - recitazione di Rami Malek terribile e ammazza film visto che disinnesca costantemente l’interazione con un sempre ligio al dovere Denzel Washington (per contro un Jared Leto grandioso, il migliore di tutti);

            - una serie di ingenuità e buchi di sceneggiatura che andavano bene per il periodo nel quale essa è stata scritta, a cavallo tra gli ‘80 e i ‘90, ma che riportata verosimilmente senza modifiche ai giorni nostri denota una certa sciatteria nel non averla voluta adattare agli standard contemporanei.

            Detto tutto questo, come dicevo un ritorno a un genere praticamente scomparso si fa guardare comunque con interesse da chi vuole qualcosa che sia “one shot” e non diluito nel tempo. Per il resto, se si vogliono analisi sul rapporto indagine/ossessione etc. si rimanda a opere decisamente più compiute.

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            • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio

              Con tutto il rispetto ma.. no non è cerchiobottista manco per niente. Una parola che viene usata per non rendere conto invece del fatto che l'arte non debba essere pro o contro, che serve a convincere i già convinti, in un senso o nell'altro. Se uno cerca un attacco a Craxi si legge Il fatto quotidiano e stop, non ha bisogno del film. Ad Amelio interessa il ritratto psicanalitico dell'uomo, ma il giudizio sul politico è netto - il congresso, la contestazione in spiaggia, la scena con il compagno di partito che gli ricorda le ladronerie son tutte lì a dimostrarlo - piuttosto cerca di non fermarsi lì e raccontare molto altro, l'uomo. "Complessità" è la parola giusta, non cerchiobottista Nixon di Stone era forse cerchiobottista? Non credo proprio, ma non si limitava a un banale attacco alla sua presidenza.

              Altri sono invece alcuni difetti oggettivi del film, come la recitazione tremenda del ragazzo, una scrittura non sempre a fuoco. Un buon film non sempre all'altezza delle sue ambizioni, ma che in ogni caso non cerca nessuna restaurazione del giudizio politico su Craxi, che nel film assolve se stesso (lui ma non Amelio, ed è palese) ma viene raccontato con tutte le sue ombre

              Poi si potrebbe discettare ampiamente come Craxi rispetto a ministri e leader di oggi resti un gigante della politica con tutti i suoi enormi sbagli (e lo dico non avendolo mai votato) ma saremmo ampiamente OT...
              Ripesco questo messaggio di taaaaaanto tempo fa perché proprio ieri ho visto Hammamet con la mia compagna.

              Di base concordo con il tuo parere. È un buon film con dei momenti ottimi, alcuni anzi proprio straordinari. È chiaro che Favino giganteggia e ci restituisce una recitazione enorme (una di quelle, per dire, che se fosse stato un attore di Hollywood a farla avrebbe fatto incetta di premi negli US), ma c'è da dire che Amelio in generale fa un bel lavoro di tratteggiatura complessa di una figura comunque su cui è inequivocabile il giudizio. Del resto, compito di un film che tratta di una persona realmente esistita non è di fare processi, ma di restituirci una figura quanto più sfaccettata possibile.

              Concordo comunque con i difetti. Il primo, gigante, è Luca Filippi, davvero imbarazzante. Aggiungerei una fotografia, soprattutto negli interni, piuttosto piatta e un Piovani che secondo me c'entra poco o nulla. Mi immagino un soggetto del genere con un product value più elevato che razza di film sarebbe stato.
              Ultima modifica di Tom Doniphon; 20 marzo 21, 12:51.

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              • Sì, credo che l'accoglienza sia stata parzialmente "inquinata" dal (pre)giudizio politico, ma il film ha buone frecce al suo arco. Il tempo gli offrirà le sue rivincite e un giudizio più meritevole di quanto effettivamente esprime (come sempre accade dle resto)

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                • Grazie a Disney+ ho finalmente potuto vedere per intero un film che da piccolo vidi solo sempre a pezzi e bocconi (quasi sempre solo pezzi della parte finale).
                  Il Gatto Venuto Dallo Spazio (The Cat from Outer Space) è il classico film per famiglie vecchio stampo che la Disney continuava a sfornare imperterrita prima di passare ai remake live action dei film animati.
                  Ha dalla sua diversi buoni effetti speciali e una certa ingenuità di fondo. Comunque è stato simpatico vedere militari trattati come dei fessi caricaturali, cosa che grazie alle influenze del Pentagono sulla Hollywood moderna si è un po' persa.
                  Per certi versi è un po' un remake in salsa fantascientifica di Il Fantasma del Pirata Barbanera visto che si parla sempre di un protagonista che "sente le voci" e un pezzo grosso di trama risolto barando a una scommessa.
                  Ultima modifica di Det. Bullock; 23 marzo 21, 04:14.
                  "Compatisco quelle povere ombre confinate in quella prigione euclidea che è la sanità mentale." - Grant Morrison
                  "People assume that time is a strict progression of cause to effect, but *actually* from a non-linear, non-subjective viewpoint - it's more like a big ball of wibbly wobbly... time-y wimey... stuff." - The Doctor

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                  • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
                    Sì, credo che l'accoglienza sia stata parzialmente "inquinata" dal (pre)giudizio politico, ma il film ha buone frecce al suo arco. Il tempo gli offrirà le sue rivincite e un giudizio più meritevole di quanto effettivamente esprime (come sempre accade dle resto)
                    Se faceva il serial killer al posto del politicante eri comunque attratto dalla sua "complessità". Cioè,si sa mai, avesse elaborato un buon motivo per ammazzare la gente; cosa che tendi ad escludere per un Pietro Pacciani o per un postino di Offanengo (?).
                    "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                    • Muscle (G.Johnson, 2019)

                      Quanto può essere vacua e illusoria la vita di un uomo senza qualità che aspira a diventare un maschio alfa. Un matrimonio noioso e un lavoro sfigato conducono il protagonista a rimanere folgorato sulla via del culturismo, alla ricerca di un illusorio riscatto dalle proprie miserie. Trova in palestra un mentore gonfio e luciferino, che lo conduce in un universo di anabolizzanti, dipendenze varie, orgette (con scene di sesso non simulato), perdizione e abiezione morale. Una trasformazione fisica - veramente (in)credibile come muta progressivamente l'attore protagonista - e morale che trova contraltare nella scelta di un b/n di bellezza a tratti quasi classica, con ombre che si stagliano sui corpi e i volti. Scelta registica di cui si potrebbe discutere all'infinito sulla sua giustezza. Resta un film potente e radicale sulla mascolinità tossica, quasi un Fight Club filtrato dal cinema realista britannico, che arriva a sfiorare (forse senza riuscirci del tutto) l'anatomia di un'epoca e la sua crisi, come in un romanzo di Roth o di Houllebecq, che è soprattutto quella di un genere e delle sue defunte certezze. Dio garantisca sempre lunga vita editoriale a Nocturno, che va a scoprire queste perle misconosciute.

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                      • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
                        Muscle (G.Johnson, 2019)

                        Quanto può essere vacua e illusoria la vita di un uomo senza qualità che aspira a diventare un maschio alfa. Un matrimonio noioso e un lavoro sfigato conducono il protagonista a rimanere folgorato sulla via del culturismo, alla ricerca di un illusorio riscatto dalle proprie miserie. Trova in palestra un mentore gonfio e luciferino, che lo conduce in un universo di anabolizzanti, dipendenze varie, orgette (con scene di sesso non simulato), perdizione e abiezione morale. Una trasformazione fisica - veramente (in)credibile come muta progressivamente l'attore protagonista - e morale che trova contraltare nella scelta di un b/n di bellezza a tratti quasi classica, con ombre che si stagliano sui corpi e i volti. Scelta registica di cui si potrebbe discutere all'infinito sulla sua giustezza. Resta un film potente e radicale sulla mascolinità tossica, quasi un Fight Club filtrato dal cinema realista britannico, che arriva a sfiorare (forse senza riuscirci del tutto) l'anatomia di un'epoca e la sua crisi, come in un romanzo di Roth o di Houllebecq, che è soprattutto quella di un genere e delle sue defunte certezze. Dio garantisca sempre lunga vita editoriale a Nocturno, che va a scoprire queste perle misconosciute.
                        Prendo nota, è un argomento che dovrebbe interessarmi.

                        Io invece lascio due paroline su:

                        Nuevo orden di Michel Franco (2020)

                        Leone d'Argento all'ultimo Festival di Venezia, gli ho dato una possibilità nonostante quanto ho visto precedentemente dello stesso regista non mi abbia entusiasmato.
                        In questo film c'è sicuramente più ritmo e l'argomento di base è più interessante, per quanto abusato (diseguaglianze sociali e lotta di classe), ma alla fine risulta comunque molto schematico.
                        Colpisce per essere una distopia ambientata nel presente anziché in un futuro prossimo, la mancanza di spiegazioni sulla nascita e sull'organizzazione del momento di rivolta, benché coerente con una visione autoriale che non deve scendere a compromessi, lo relega tuttavia ad essere più un prodotto di fantapolitica che una riflessione veramente attuale e concreta, salvo per il finale che rimette un po' tutto a posto dando senso al titolo: in pratica si cambia sempre tutto per non cambiare nulla.
                        In recensioni di altri suoi film ne avevo letto come l'Haneke latinoamericano, non è egualmente freddo ma riesce anche a essere anche più violento, senza alcuna pietà per i suoi personaggi.
                        Nonostante alcuni aspetti positivi non mi ha comunque pienamente convinto.

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                        • Down to the Bone di Debra Granik

                          Film d'esordio della Granik su una madre tossicodipendente. E' fatto con mezzi minimi, l'immagine è granulosa che pare girato con uno smartphone di 10 anni fa, i dialoghi sono disadorni come tutto il resto. Gli elementi tipici dei film sulla droga ci sono tutti (povertà, disintossicamento, ricaduta), si distingue perché vi è una sensazione di desolazione e mancanza di prospettive a priori, di cui l'uso di sostanze è una conseguenza e non una causa...tutti fanno lavori di routine e il paesaggio è Spoglio, tanto che pare ambientato nel Wisconsin ed invece è nelle zone rurali dello stato di New York.
                          Ne ho apprezzato la sinteticità ed anche l'umiltà, ovvero come non scenda in melensità, apologie, giustificazioni. E' un film che va dritto al punto e a tratti lo "shock value" è abbastanza alto da lasciare un segno nella memoria. Tuttavia mi accorgo che non è (più) la mia tazza di tè, ovvero certi film simil-documentario con poca "polpa", "contenuto" non sono (più) materiale che mi esalta.
                          Ultima modifica di Cooper96; 21 marzo 21, 15:10.
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                          • Lo Straniero Senza Nome di Clint Eastwood (1973).

                            Secondo la vulgata mediocre, ma maggioritaria all'interno della critica ufficiale, Clint Eastwood regista sarebbe nato improvvisamente nel 1992 con Gli Spietati un pò a sorpresa, coronando il successo sbancando la notte degli oscar con i premi per miglior film e regia, mettendosi alle spalle colossi come Spielberg, Altman o Scorsese che attendevano da anni invano l'ambita statuetta dopo varie nomination a vuoto. Inutile dire come tale lettura risulti molto superficiale, poichè liquida come poca roba tutta la ventennale e passa produzione precedente, che invece necessita alla luce dei fatti una rivalutazione totale perchè Clint Eatwood sarà diventato forse un maestro in tarda età, ma sin da inizio degli anni 70' era intuibile come fosse un grande regista, ma di questo pare se ne fosse accorto solo Orson Welles, il più grande regista umano di sempre, a dispetto del discredito e delle critiche negative dell'epoca nei confronti delle sue pellicole come regista, senza citare la scarsa considerazione verso le sue mostruose doti recitative per lungo tempo sottostimate.
                            Dopo un thriller indipendente dal sapore Hitchockiano come Brivido nella Notte (1971), che si segnala come esordio interessantissimo, come sua seconda pellicola Eastwood decide di girare un western, genere che lo aveva consacrato a fama mondiale come attore nella famosa trilogia del dollaro, inutile negare le influenze di Sergio Leone (e di Don Siegel) in questo Straniero senza nome (1973), ma sarebbe una lettura superficiale liquidare tale opera come uno spaghetti western in salsa americana, poichè Eastwood sembra in realtà fare una sorta di rilettura in chiave dark e marcatamente pessimista del Cavaliere della valle solitaria di George Stevens (1953), da sempre uno dei film preferiti dal regista, il quale da sempre è rimasto colpito dall'ambiguità della natura riguardante Shane ed il finale misterioso che ancora oggi a distanza di decenni fa discutere.
                            Sin dai primi minuti Eastwood fonde l'inizio classico dell'arrivo del protagonista, con dei tocchi di messa in scena riprese dagli spaghetti western leoniani, la cui sporcizia viene contaminata con un tocco fantastico da miraggio della figura di questo misterioso straniero che si staglia all'orizzonte, valorizzata dal paesaggio arido per via del lago salato, che bagna le sponde del paese di Lago, un luogo apparentemente tranquillo e pacifico, composto per lo più da piccoli imprenditori, che osservano con aria curiosa mista a scetticismo, l'arrivo dell'uomo. Lo straniero rifiuta di dare un nome (topoi leoniano), ma rispetto al regista italiano, tale figura acquisisce una connotazione più personale derivata dalla personalità di Eastwood, che gli infonde una natura molto più viscida (uccide tre uomini dal barbiere in modo molto poco leale) e violenta una prostituta che ci aveva provato con lui, in netta controtendenza rispetto alla totale astinenza dal sesso dei protagonisti della trilogia del dollaro. Clint Eastwood si impone contro le preoccupazioni dei produttori timorosi per l'eccessiva violenza che avrebbe fatto ricevere al film la classificazione Rated-R (si narra che in un momento di contrasto, Eastwood abbia letteralmente appeso uno dei componenti della produzione all'attaccapanni), mettendo subito in chiaro di non essere un attore datasi alla regia per caso rispetto ad altri suoi colleghi, magari perchè andato in contrasto con i cineasti per i pochi primi piani dedicatagli o per non valorizzarlo come meritava, ma mostra immediatamente l'indole di artista, facendo vedere di avere ben chiaro come posizionare la macchina da presa, descrivendo tramite poche inquadrature ed immagini le sensazioni degli abitanti di Lago innanzi all'arrivo dello straniero, quest'ultimo caratterizzato più per come agisce nei fatti rispetto alle mere parole.

                            Mentre la mediocre critica ufficiale allora come oggi si è persa dietro alla ricerca di quanto la pellicola fosse debitrice del cinema leoniano, ha totalmente peccato nell'analisi filmica e degli elementi di originalità innestati nel film da un regista che pur di animo conservatore, confeziona un western profondamente anti-borghese ed anti-sistema, tanto da venir criticato da John Wyane per il ritratto poco lusinghiero verso l'ideologia della frontiera americana, qui rappresentata da questi borghesucci abitanti di Lago, che hanno assistito inerti e anche compiaciuti al terribile omicidio a suon di frustrate del precedente sceriffo, da parte di tre pistoleri assoldati dalla compagnia mineraria gestita da uomini in vista del paese, che poi hanno fatto spedire in carcere perchè troppo ingombranti e per questo hanno giurato vendetta verso la città di Lago.
                            Lo straniero è indubbiamente una persona negativa, poco incline alla fiducia verso l'umanità e irriverente verso la religione, ma per lo meno bisogna ammettere che il suo è un comportamento naturale, incurante di ciò che pensano gli altri, mentre gli abitanti del paese dietro la loro facciata di persone timorate di Dio sono una massa di ipocriti omertosi, che non solo sono marci e sporchi dentro, ma hanno approvato ed occultato un omicidio per amore del denaro, cosa che lo straniero farà pagare ad ogni singolo componente di Lago in cambio del suo aiuto contro i tre pistoleri usciti di galera, portando a poco a poco allo sconquasso tutto il paese, mettendone gli abitanti l'uno contro l'altro, facendo così emergere il marcio a lungo nascosto dalla coltre di apparente limpidezza.
                            La critica di Clint Eastwood contro la borghesia è chiaramente di "destra", non c'è nessuno che si salvi moralmente in questo posto (forse solo la moglie dell'albergatore ed il nano), ma il problema per il regista non risiede intrinsecamente in tale classe sociale, ma esclusivamente nelle persone che ne fanno parte, che hanno da tempo perso la forza propulsiva della borghesia per adagiarsi sul conservare ciò che si è ottenuto, delegando agli altri la violenza per mantenere tale status quo, poichè non sono abbastanza coraggiosi nell'agire di persona. La rabbia è sempre stato il carburante che muove il motore del cinema di Eastwood da sempre e per fortuna anche oggi non l'ha mai smarrita nonostante i riconoscimenti, seppur agli esordi era indirizzata indiscriminatamente verso tutto e tutti, comprese le minoranze (seppur bisogna dire che il protagonista approfittando del credito illimitato, regali delle coperte a degli indiani discriminati e promuova a sceriffo il nano del paese, da sempre schifato e schernito da tutti), Eastwood riempie il film di scene politicamente scorretti, morti, stupri, sessismo e di una violenza esibita e brutale, senza però mai scadere nel gratuito perchè il regista usa tali elementi per descrivere un'umanità gretta e meschina, dedita all'esclusiva coltivazione del proprio orticello, chiudendosi in sè stessa ed ostile ad ogni presenza esterna che ne turbi la loro ricerca incessante di profitti a tutti i costi, sublimando l'oscurità che pervade l'opera nel finale dove il regista và all'eccesso totale, dove i neri, a malapena fiaccati dalle fiamme infernali, del direttore della fotografia Bruce Surtees, acquisiscono venatura da horror soprannaturale, facendo si che la violenza assuma connotati inquietanti, dove il sangue e la polvere danno una natura tetra dell'animo umano, in sostanza Eastwood la butta di fuori e diventa un terrorista dei generi come Lucio Fulci, schockando lo spettatore tramite il suo tocco d'artista inserendo in un genere classico come il western, tocchi di ultraviolenza orrorifica, che lascia poco spazio a qualsiasi ironia tarantiniana, lasciando inuietato e disturbato visceralmente lo spettatore, disgustato dalla meschina umanità che prende tutto e tutti. La critica dell'epoca fu molto negativa nei confronti del film per via della tanta violenza e dalla presunta scarsa originalità di derivazione Leoniana-Siegeliana (che ripeto, esiste, ma non è l'unica cosa del film), più lungimirante il pubblico che nonostante il divieto ai minori di 18 anni, premiò ai botteghini la pellicola, per la cui visione si consiglia di cercare un'edizione Home Video, poichè in TV tagliano sempre malamente la scena dello stupro dello straniero ai danni della prostituta, una sequenza torbida e controversa, ma che ancora una volta di più conferma l'indole di gran regista ed artista di Clint Eastwood sin dagli esordi sottostimati, incurante di compiacere i benpensanti censurando le cose negative dell'esistenza, cosa per la quale il pubblico mondiale lo ha sempre amato.


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                            • Diamante nero, Céline Sciamma (2014)

                              Film d’essai (parola di Prime Video) su una giovane ragazza francese che vive la sua adolescenza tra problemi e piccole soddisfazioni, in cui la regista conferma una mano abilissima nel trasporre i sentimenti. Il titolo originale, Bande de filles​​​​​​, in realtà rivela una portata un po’ più ampia della storia, che sì segue da vicino la protagonista, ma in realtà raccolta senza prendere posizione (anzi, con un pizzico di ambiguità) le difficoltà della giovinezza, tra l’innocenza del voler vivere un’esistenza libera e la colpevolezza di scegliere la via del bullismo, la passione per lo sport (il rugby) che finisce per riversarsi nel calcio giocato... alla play station, un mondo sconfinato di possibilità e l’oppressione di un codice d’onore senza senso, intervallando il salto nel buio delle decisioni più significative con lo schermo nero. Il finale mantiene questo registro, con una chiusa simile alla giovane in fiamme, non garantendo nulla ma lasciando con la speranza che questo diamante riesca a risplendere più lucente che mai.
                              Ultima modifica di p t r l s; 22 marzo 21, 15:57.
                              'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                              • Ho appena finito di vedere Buongiorno, notte di Bellocchio e prima di dire la mia mi piacerebbe leggere un vostro parere nei prossimi giorni. Medeis e gli altri che seguono questo topic, cosa ne pensate?

                                A me il film è piaciuto, ma sono davvero curioso ​​​​​​​

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