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  • Originariamente inviato da Alex Murphy Visualizza il messaggio


    Rocky l'hai citato tu, ma da totale ignorante sul pugilato non mi è mai parso così irreale quanto magari il sesto che data l'età del protagonista sembrava più fantascienza. Beatrix l'ho buttata in mezzo solo per fare un paragone con una donna che al contrario di questa ragazza ha ricevuto un determinato addestramento tanto da sembrare perfettamente coerente tutto ciò che fa compresa la fuga dalla bara.

    Io non guardo un Fast and Furious per poi criticarlo sul piano del realismo, so di che genere si tratta, Mamma ho perso l’aereo è pur sempre una commedia, nasce con uno scopo ben preciso, Nikita tratta di killer professionisti o sicari del governo (che esistono) e quel dettaglio sul suo arruolamento è ben evidente rispetto alle altre esagerazioni a cui assistiamo. Non è Scuola di polizia e nemmeno Arma letale quindi mi aspetto una gran dose di realismo.

    Sarah Connor nel primo è inizialmente guidata da Reese ma poi uccide il terminator da sola, nel secondo invece dopo aver passato qualche anno in buona compagnia risulta (come poteva verosimilmente succedere) trasformata e può benissimo combattere da sola cosa che dimostra in più occasioni.

    Stai cercando di convincermi che ciò che abbiamo visto in Revenge potrebbe accadere ad una ragazza qualsiasi ma non ci crederò mai perché questa storia è priva di fondamento, la vicenda del puma non la conosco ma qua parliamo di altro, le reazioni che ho descritto io sono naturali e istintive nella maggior parte delle persone, se volevo mostrare la vendetta di una donna che sopravvive ad una violenza non sceglievo di certo una futura "velina", il messaggio quale dovrebbe essere? Chiunque può stravolgere per puro caso il corso degli eventi? Quindi anche io che non ho mai sparato con una pistola potrei sventare per puro caso un attentato terroristico condotto da un commando paramilitare? Sarebbe bellissimo ma purtroppo non mi chiamo Michael Corben.

    L'allucinogeno a dire il vero per assurdo è la cosa più sensata che vediamo, la sua assunzione porta ad una soglia del dolore praticamente azzerata al punto che può intervenire sulla ferita senza sentire nulla, sarà totalmente fantasioso ma viene presentato con queste caratteristiche ed è coerente con ciò che vediamo, sul resto invece mi spiace ma siamo troppo oltre.
    Rocky Balboa per certi versi è verosimile quanto il primo, dato che il campione si infortuna dopo il primo colpo subito ma per onore deve andare avanti. Il primo non è che sia impossibile, ma altamente improbabile e rientra nel 10% in cui inserisci la ragazza di Revenge (e, in entrambi i casi, siamo larghi di manica). Sono entrambi outsider e il più delle volte il Cinema racconta storie di outsider; inoltre, dare spiegazioni sul passato della ragazza e renderla un soldato farebbe sparire il senso dell’istinto di sopravvivenza.

    Le reazioni animali variano da istinto a istinto, ci sono animali che per difendersi attaccano. Sarah Connor non è sola non solo perché accompagnata, ma perché, vivendo in città, può permettersi di scappare dal terminator (e nel secondo è affiancata da Schwarzenegger). In Revenge, la ragazza non ha questa possibilità dal momento che si trova nel deserto. Pure la protagonista di Non violentate Jennifer ha qualche chance per lo meno di nascondersi, nel deserto invece come fai?

    Il paragone con Kill Bill l’avevo interpretato diversamente, del tipo “prima di scrivere il film, potevano dare un’occhiata a Kill Bill per imparare come si tratta la vendetta”.
    Quella del civile che sventa un attacco terroristico è una sfida che raccolgo, dubito che nel Cinema americano (cosa che Revenge non è) non abbiano già fatto qualcosa del genere.
    'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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    • Originariamente inviato da p t r l s Visualizza il messaggio

      Rocky Balboa per certi versi è verosimile quanto il primo, dato che il campione si infortuna dopo il primo colpo subito ma per onore deve andare avanti. Il primo non è che sia impossibile, ma altamente improbabile e rientra nel 10% in cui inserisci la ragazza di Revenge (e, in entrambi i casi, siamo larghi di manica). Sono entrambi outsider e il più delle volte il Cinema racconta storie di outsider; inoltre, dare spiegazioni sul passato della ragazza e renderla un soldato farebbe sparire il senso dell’istinto di sopravvivenza.

      Le reazioni animali variano da istinto a istinto, ci sono animali che per difendersi attaccano. Sarah Connor non è sola non solo perché accompagnata, ma perché, vivendo in città, può permettersi di scappare dal terminator (e nel secondo è affiancata da Schwarzenegger). In Revenge, la ragazza non ha questa possibilità dal momento che si trova nel deserto. Pure la protagonista di Non violentate Jennifer ha qualche chance per lo meno di nascondersi, nel deserto invece come fai?

      Il paragone con Kill Bill l’avevo interpretato diversamente, del tipo “prima di scrivere il film, potevano dare un’occhiata a Kill Bill per imparare come si tratta la vendetta”.
      Quella del civile che sventa un attacco terroristico è una sfida che raccolgo, dubito che nel Cinema americano (cosa che Revenge non è) non abbiano già fatto qualcosa del genere.
      Non posso per semplice fortuna capire come usare un'arma che non ho mai visto o intuire cose che non ho mai imparato, Rocky è pur sempre un pugile mentre la ragazza è solo una ragazza (fino a prova contraria) dall'aria piuttosto ingenua, bastava una piccola scena iniziale qualcosa di sfuggita in cui dimostrava all'amante di saper fare un particolare nodo perché magari il fratello era patito di giochi di sopravvivenza e da bambina le raccontava ogni cosa, ma non c'è nulla di questo, ciò che fa a parte correre e far perdere le proprie tracce c'entra poco con l'istinto di sopravvivenza. Il caso fortuito può essere quello di non essersi lesa organi vitali dopo la caduta anche se (ti ripeto) la quantità di sangue mostrata è il dettaglio che mi ha fatto pensare a qualcosa che poco aveva a che fare con una vicenda verosimile o principalmente riguardo all'improvvisa evoluzione del protagonista.

      Su Sarah non hai centrato il punto, è la sensazione di crescita del personaggio con o senza amici che risulta coerente con il risultato finale. Ma poi vuoi mettere a confronto 3 stupidi cacciatori con un terminator?

      Per me anche in film fantasiosi come questo deve esserci qualche aggancio ben saldo alla realtà oppure non deve nemmeno venirci in mente che sia mancante.
      Io purtroppo me ne sono accorto.

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      • Originariamente inviato da Alex Murphy Visualizza il messaggio

        Non posso per semplice fortuna capire come usare un'arma che non ho mai visto o intuire cose che non ho mai imparato, Rocky è pur sempre un pugile mentre la ragazza è solo una ragazza (fino a prova contraria) dall'aria piuttosto ingenua, bastava una piccola scena iniziale qualcosa di sfuggita in cui dimostrava all'amante di saper fare un particolare nodo perché magari il fratello era patito di giochi di sopravvivenza e da bambina le raccontava ogni cosa, ma non c'è nulla di questo, ciò che fa a parte correre e far perdere le proprie tracce c'entra poco con l'istinto di sopravvivenza. Il caso fortuito può essere quello di non essersi lesa organi vitali dopo la caduta anche se (ti ripeto) la quantità di sangue mostrata è il dettaglio che mi ha fatto pensare a qualcosa che poco aveva a che fare con una vicenda verosimile o principalmente riguardo all'improvvisa evoluzione del protagonista.

        Su Sarah non hai centrato il punto, è la sensazione di crescita del personaggio con o senza amici che risulta coerente con il risultato finale. Ma poi vuoi mettere a confronto 3 stupidi cacciatori con un terminator?

        Per me anche in film fantasiosi come questo deve esserci qualche aggancio ben saldo alla realtà oppure non deve nemmeno venirci in mente che sia mancante.
        Io purtroppo me ne sono accorto.
        Il professionismo è tale perché palcoscenico dei professionisti. Il tizio di Baby Driver che vince il mondiale di Formula 1 sarebbe davvero fantasioso. Tale resta anche Rocky.
        Non ho scritto che la storia di Revenge è un evento quotidiano nel nostro mondo, ma non capisco perché accetti il 10% di Rocky e non il 10% di Revenge, fermo restando che il fatto che Mamma ho perso l’aereo sia una commedia c’entra relativamente, perché da lì parte un gioco dell’assurdo che ti porta a divertirti, così come Revenge usa l’assurdo per altri discorsi e Rocky per altri ancora.
        Ciò non vuol dire che sia tutto impossibile. Tra lei che fa fuori 3 stupidi cacciatori e Sarah Connor che invece elimina un terminator, quale evento è più difficile (al netto della fantascienza)?

        Mi torna in mente un film, Limitless, in cui il protagonista inizia a usare il cervello in una grossa percentuale e gli basta guardare un film di arti marziali per diventare un campione nel combattimento. In quel caso è fantascienza, ma vedila così: se messi davvero a dura prova, il cervello e il corpo umano sono capaci di cose che noi non possiamo immaginare. (cose che si vanno a perdere se viene data una spiegazione facile sulle sue capacità... alla fine il succo del nostro dibattito è questo: va spiegato o non va spiegato?)
        'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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        • Jumbo (Z. Wittock, 2020)

          Tra amore e parafilia, una vicenda sottilmente cronenberghiana dominata da una straordinaria interpretazione di Noémie Merlant, che riesce rendere l'impossibile credibile, ovvero l'attrazione, l'innamoramento e la sofferenza per una...giostra. Mai ridicolo, e una regia che non si nega nulla portando la storia senza reticenze fino alle estreme conseguenze. Ennesima dimostrazione che in Francia l'erotismo è oramai targato esclusivamente al femminile, con una delle scene di sesso più bizzarre e allo stesso tempo sensuali messe in scena negli ultimi anni (con tanto di cum shot fatto di olio...). Gran bella sorpresa.

          Uno di noi (T. Bezucha, 2020)

          E niente, prima o poi bisognerà sottolineare quanto Kevin Costner sia davvero l'erede di Gary Cooper. Melò abbastanza classico ravvivato dalla bella intesa tra Costner e Diane Lane, e se è vero che si rischia un certo schematismo ideologico con la white trash che più bifolca non si può, vedere recitare insieme i due è una delizia, e il finalone con tanto di heroic bloodshed in salsa yankee ripaga di tanti finti (super)eroismi visti sullo schermo negli ultimi anni. Non sarà un capolavoro, ma ha un fascino senza tempo che soddisfa molto più di tante idiozie alla ciliegia (e chi vuol capire...).

          Le signorine di Wilko (A. Wajda, 1979)

          Superbamente diretto, un film raffinato, elegante, non privo di una sottile ironia, descrive con grande perizia un uomo tanto affascinante agli occhi delle donne quanto eternamente indeciso, fino a rasentare l'egoismo e la superficialità. Cinema d'alta classe in tutti i suoi aspetti, dal reparto tecnico alla direzione d'attori, dalla scrittura al montaggio. Da riscoprire.

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          • Soldado di Stefano Sollima

            Un solidissimo thriller ma fuori fuoco nelle intenzioni. La storia dipinge un affresco ampio che parte da terrorismo in Medio Oriente e domestico fino a spostarsi sul filone principale, ovvero inscenare il rapimento della figlia di un boss del cartello messicano per scatenare faide interne. Il filone principale diventa un po' convoluto, troppe cose appena accennate, ad un certo punto diventa una storia di pura sopravvivenza e non è più chiaro cosa il film voglia comunicare. E la scena finale mal si amalgama col resto, vorrebbe comunicare che il senso della storia è tutt'altro ma invece pare sbucare fuori dal nulla.
            Con questo non dico che sia un brutto film, anzi avercene. Il lavoro di documentazione si sente (grazie Sheridan , sempre in palla su questo), ed il nostro Sollima dirige con sicurezza e polso (anche se, forse, in modo troppo impersonale) e costruisce benissimo un clima di tensione che permea tutto il minutaggio.


            Speriamo la prossima collaborazione Sollima-Sheridan (Without Remorse) esca più centrata.
            Ultima modifica di Cooper96; 02 aprile 21, 13:23.
            Spoiler! Mostra

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            • It Comes at Night, Trey Edward Shults (2017)

              Film che sta un passetto oltre la nostra situazione. Non molto rivelatorio sulla pandemia che affligge la popolazione, preferisce soffermarsi sulle dinamiche familiari e su come, se l’essere umano è messo alle strette, finisca per mettere da parte l’altruismo di solito prerequisito per quell’unione che fa la forza e chiudersi sempre più in se stesso e in ciò con cui più si identifica: la famiglia.
              Punto di forza del film è sicuramente basare la tensione sulla crudeltà dell’uomo: la speranza quindi non è che nessuno contragga il virus, ma che i personaggi non compiano azioni avventate tra di loro.
              Nel finale il regista torna a giocare con l’aspect ratio - se non sbaglio lo faceva anche in Waves - per descriverci il progredire della vita del/I protagonista/i.

              P.S.: mi piace la carriera che si sta costruendo Riley Keough.

              Robocop, Paul Verhoeven (1987)

              Piacevole (ma non troppo) action su un fantapoliziotto che sventa il crimine. Mi lascia interdetto il modo di fare critica del regista: pesante, impulsivo, come una persona che dice le cose prima di riflettere. C’è un’innovazione tecnologica pronta a rivoluzionare la sicurezza nazionale? I dubbi vengono legittimati non dopo una settimana di lavoro, non al primo giorno ma alla presentazione, con tanto di menefreghismo dei capi che, essendo padroni delle multinazionali - quindi ogni inquadratura, anche successiva, farà il verso agli spot pubblicitari - e pensando quindi solo ai soldi, se ne fregano del malcapitato trucidato. La criminalità in città è fuori controllo? Ci viene mostrata la banda ‘principale’ che non si fa problemi a far saltare in aria qualsiasi cosa gli capiti a tiro, che sia una macchina rubata o un distributore di benzina, e poi ci viene mostrato il ladruncolo dell’ultim’ora che entra in un negozio con un fucile pronto a rovinare chiunque osi guardarlo torvo. Nondimeno, mi chiedo con quale intelligenza mirino all’armatura del robocop e non alla mandibola, unica parte scoperta. Nel finale, bella l’intuizione di svincolare il robocop dalla direttiva 4 con il licenziamento, ma a quel punto perché uccidere l’antagonista e non arrestarlo, cosa che mi avrebbe dato molta più soddisfazione e che sarebbe stata più in linea con le altre direttive? A proposito, se la direttiva 1 è il mantenimento dell’ordine totale, in che modo viene rispettata quando il robocop lancia il capobanda inerme addosso a tre vetrate, frantumandole? A questo punto mi chiedo: mettendo da parte tutte queste considerazioni, ciò che resta è un film sulla vendetta? Perché mi pare inconcludente da questo punto di vista.
              In definitiva, film sufficiente con un bel concept, ma non vado oltre e gli preferisco diversi polizieschi dell’epoca, anche più modesti nelle intenzioni.
              'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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              • Originariamente inviato da p t r l s Visualizza il messaggio
                Robocop, Paul Verhoeven (1987)

                Piacevole (ma non troppo) action su un fantapoliziotto che sventa il crimine. Mi lascia interdetto il modo di fare critica del regista: pesante, impulsivo, come una persona che dice le cose prima di riflettere. C’è un’innovazione tecnologica pronta a rivoluzionare la sicurezza nazionale? I dubbi vengono legittimati non dopo una settimana di lavoro, non al primo giorno ma alla presentazione, con tanto di menefreghismo dei capi che, essendo padroni delle multinazionali - quindi ogni inquadratura, anche successiva, farà il verso agli spot pubblicitari - e pensando quindi solo ai soldi, se ne fregano del malcapitato trucidato. La criminalità in città è fuori controllo? Ci viene mostrata la banda ‘principale’ che non si fa problemi a far saltare in aria qualsiasi cosa gli capiti a tiro, che sia una macchina rubata o un distributore di benzina, e poi ci viene mostrato il ladruncolo dell’ultim’ora che entra in un negozio con un fucile pronto a rovinare chiunque osi guardarlo torvo. Nondimeno, mi chiedo con quale intelligenza mirino all’armatura del robocop e non alla mandibola, unica parte scoperta. Nel finale, bella l’intuizione di svincolare il robocop dalla direttiva 4 con il licenziamento, ma a quel punto perché uccidere l’antagonista e non arrestarlo, cosa che mi avrebbe dato molta più soddisfazione e che sarebbe stata più in linea con le altre direttive? A proposito, se la direttiva 1 è il mantenimento dell’ordine totale, in che modo viene rispettata quando il robocop lancia il capobanda inerme addosso a tre vetrate, frantumandole? A questo punto mi chiedo: mettendo da parte tutte queste considerazioni, ciò che resta è un film sulla vendetta? Perché mi pare inconcludente da questo punto di vista.
                In definitiva, film sufficiente con un bel concept, ma non vado oltre e gli preferisco diversi polizieschi dell’epoca, anche più modesti nelle intenzioni.
                Robocop non ha una testa umana, il teschio è metallico e gli hanno tirato sopra la pelle della faccia e parte dei vecchi tessuti per evitare una (istintiva, perché le memorie conscie credevano di averle cancellate) dissonanza nel caso si guardi allo specchio.
                Per il resto: Robocop è un cyberpunk puro, i cattivi hanno vinto tanto tempo fa con una polizia privatizzata e brutale con Murphy ancora inquadrato in quella mentalità e la sua unica vittoria può essere solo personale perché il sistema non si può battere. Il film non è sulla vendetta ma nel riprendersi l'umanità che gli è stata tolta, il trionfo del film non è quando ammazza il cattivo (che alla fine è il classico cliché d'azione anni '80 in cui il film si immerge) ma quando gli chiedono come si chiama e lui risponde "Murphy" e lì giustamente si conclude con la sua nota trionfale.
                "Compatisco quelle povere ombre confinate in quella prigione euclidea che è la sanità mentale." - Grant Morrison
                "People assume that time is a strict progression of cause to effect, but *actually* from a non-linear, non-subjective viewpoint - it's more like a big ball of wibbly wobbly... time-y wimey... stuff." - The Doctor

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                • Concordo sulla sopravvalutazione di Robocop in generale, funziona più come percorso di Murphy alla ricerca di sé in contrasto con la sua inquietante condizione attuale, che come analisi sociale, dove la satira è poca roba ed il malessere sociale viene affrontato con più poliziotti, armi e super-poliziotto con violenza ketchup sopra le righe e mano pesante quanto truce, nello stile tipico di Verhoeven, molto scandalo roboante visivo ma profondità solo presunta.
                  Ultima modifica di Sensei; 05 aprile 21, 15:02.

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                  • Originariamente inviato da Det. Bullock Visualizza il messaggio

                    Robocop non ha una testa umana, il teschio è metallico e gli hanno tirato sopra la pelle della faccia e parte dei vecchi tessuti per evitare una (istintiva, perché le memorie conscie credevano di averle cancellate) dissonanza nel caso si guardi allo specchio.
                    Per il resto: Robocop è un cyberpunk puro, i cattivi hanno vinto tanto tempo fa con una polizia privatizzata e brutale con Murphy ancora inquadrato in quella mentalità e la sua unica vittoria può essere solo personale perché il sistema non si può battere. Il film non è sulla vendetta ma nel riprendersi l'umanità che gli è stata tolta, il trionfo del film non è quando ammazza il cattivo (che alla fine è il classico cliché d'azione anni '80 in cui il film si immerge) ma quando gli chiedono come si chiama e lui risponde "Murphy" e lì giustamente si conclude con la sua nota trionfale.
                    Sì, quella dello sparare alla testa è una sciocchezzuola: non dico che facendo così lo avrebbero ucciso (infatti, quando si toglie il casco si vede che la faccia è incollata ad una testa robotica), ma trovo strano che mirino alle parti corazzate anziché a quella che, a logica, dovrebbe essere più facilmente scalfibile. Forse non volevano farlo recitare con troppo make-up sulla bocca nelle scene senza casco.
                    Per il resto, non mi convince nemmeno con la tua lettura. In sostanza, lui si riprende la sua umanità a suon di scazzottate e sparatorie; il ragionamento fila, se ciò consiste nel tornare ad essere un poliziotto brutale, ma tutta questa desolazione, world building iniziale compreso, mi sembra esagerata.
                    'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                    • Originariamente inviato da p t r l s Visualizza il messaggio

                      ma trovo strano che mirino alle parti corazzate anziché a quella che, a logica, dovrebbe essere più facilmente scalfibile. Forse non volevano farlo recitare con troppo make-up sulla bocca nelle scene senza casco.
                      Sul resto non discuto perché è un parere personale, legittimo, su cui però non concordo per nulla. Su questo invece mi vorrei soffermare un attimo, perché mi sembra un venir meno ad un minimo di sospensione dell'incredulità che non mi sembra esagerata per un prodotto che si presenta chiaramente come uno sci-fi cyberpunk con un tono fortemente satirico e grottesco. Mi pare che questa critica non abbia molto senso, come non ce l'avrebbe applicata ad un qualsiasi Batman (e non mi si tirino fuori giustificazioni ex-post: Batman ha quel costume "perché sì", e basta).

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                      • Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio

                        Sul resto non discuto perché è un parere personale, legittimo, su cui però non concordo per nulla. Su questo invece mi vorrei soffermare un attimo, perché mi sembra un venir meno ad un minimo di sospensione dell'incredulità che non mi sembra esagerata per un prodotto che si presenta chiaramente come uno sci-fi cyberpunk con un tono fortemente satirico e grottesco. Mi pare che questa critica non abbia molto senso, come non ce l'avrebbe applicata ad un qualsiasi Batman (e non mi si tirino fuori giustificazioni ex-post: Batman ha quel costume "perché sì", e basta).
                        Certo, con “sciocchezzuola” infatti intendevo la mia lamentela. È un ‘di più’ che mi fa pensare “ma cosa fanno?”, ma questo accade perché non mi piace come i criminali vengono rappresentati alla base.
                        'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                        • Negli ultimi giorni ho guardato diverse cose ma la visione che credo meriti due righe è stata quella di Naked (1993) di Mike Leigh.
                          Un film che sin dai primissimi secondi si rende sgradevole facendo commettere un atto ingiustificabile al personaggio che seguiremo per quasi tutto il tempo (interpretato da un allora poco noto David Thewlis), un insalvabile sbandato semi-nichilista (e complottista) che passa la notte a vagare per Londra imbattendosi in personaggi bizzarri, in alcuni casi disperati e "sporchi". Il film infatti presenta una realtà sudicia, disillusa e nauseante come gli uomini che la popolano (a cominciare dal protagonista), in cui il sesso acquisisce una valenza multipla ma quasi sempre distruttiva, ed è pervasa da un'atmosfera da fin de siècle, quasi da fine del mondo. Non ho tutti gli strumenti necessari per analizzare il film, nel senso che forse conoscere la condizione sociale del Regno Unito in quegli anni aprirebbe nuove chiavi di lettura, ma il film colpisce anche così. Ovviamente hanno grande importanza i dialoghi in una pellicola che ha una costruzione del genere, e qui ce ne sono alcuni memorabili soprattutto grazie alla vena dissacrante del protagonista, e i dialoghi esistenzialisti nelle scene con il guardiano notturno esemplificano perfettamente la natura pessimista del film.

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                          • È uno dei film prioritari nella mia watchlist. Non fai che aumentare la mia curiosità.
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                            Commenta


                            • Originariamente inviato da Cooper96 Visualizza il messaggio
                              Soldado di Stefano Sollima

                              Un solidissimo thriller ma fuori fuoco nelle intenzioni. La storia dipinge un affresco ampio che parte da terrorismo in Medio Oriente e domestico fino a spostarsi sul filone principale, ovvero inscenare il rapimento della figlia di un boss del cartello messicano per scatenare faide interne. Il filone principale diventa un po' convoluto, troppe cose appena accennate, ad un certo punto diventa una storia di pura sopravvivenza e non è più chiaro cosa il film voglia comunicare. E la scena finale mal si amalgama col resto, vorrebbe comunicare che il senso della storia è tutt'altro ma invece pare sbucare fuori dal nulla.
                              Con questo non dico che sia un brutto film, anzi avercene. Il lavoro di documentazione si sente (grazie Sheridan , sempre in palla su questo), ed il nostro Sollima dirige con sicurezza e polso (anche se, forse, in modo troppo impersonale) e costruisce benissimo un clima di tensione che permea tutto il minutaggio.


                              Speriamo la prossima collaborazione Sollima-Sheridan (Without Remorse) esca più centrata.
                              è un buon film ma inferiore al primo, purtroppo sbaglia il finale, del toro e la ragazza dovevano morire, soprattutto del toro non poteva salvarsi

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                              • Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (1972).


                                Pellicola maledetta, oscurata, vilipesa e censurata, Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (1972) è un oggetto filmico di affascinante portata artistica, quanto opera considerata maledetta per via della travagliata vicenda giudiziaria che portarono alla condanna del sequestro e distruzione del film per oltraggio al comune senso del pudore, non potendo contare sullo status di opera d'arte per "giustificare" le numerose scene di sesso; la sentenza della corte di Cassazione del 1976 è un momento buio nella storia della settima arte, poichè la magistratura si arrogò il diritto di decidere in ordine alla morale (complici delle leggi sulla censura cinematografica), trattando il popolo italiano come "minorato mentale" per via di un atteggiamento paternalista che impone di decidere dall'alto cosa sia giusto vedere e cosa no, mentre all'estero il film continuò a circolare tranquillamente, con piccoli tagli qua e là a seconda degli stati in cui venne distribuito, senza mai giungere alle estreme conseguenze italiane.
                                Tutta questa travagliata vicenda ha fatto si che di Ultimo Tango a Parigi si parlasse solo come film scandalo, un fuoco di paglia che provocava gran baccano per un pò di tempo per poi cadere nell'oblio come ogni pellicola scandalistica del tipo 9 Settimane e 1/2 (1986), Basic Instict (1991) o la recente saga di Cinquanta Sfumature di Grigio (2015-2018), senza coglierne le solitudini devastanti di Paul (Marlon Brando) e Jeanne (Maria Schneider), la cui temporanea e tormentata storia d'amore non poteva che crollare innanzi alle sovrastrutture sociali verso le quali l'essere umano è inevitabilmente succube mentalmente.
                                Partendo da un fortuito incontro per le vie di Parigi, che poi si sublimerà in un'attrazione improvvisa scattata in un appartamento visitato da entrambi, dove il quarantacinquenne Paul e la ventenne Jeanne, s'incontreranno fugacemente tra queste quattro mura per una relazione fatta di solo sesso e niente amore, dove l'uomo impone la condizione di non fare mai nomi, nè rilevare qualcosa tra loro sul proprio passato o informazioni che possano condurre a ricostruire l'altrui identità; il loro rapporto privo di qualsiasi sovrastruttura istituzionale, a cominciare dai rispettivi nomi, viene in questo modo purificato dal malessere del mondo che contamina il sentimento per farne oggetto codificato socialmente e sul quale il consumismo ha edificato una cattedrale capitalista, che ha finito con il ridurre l'amore a concetto pop, riducendolo a cartellone pubblicitario tramite il quale introiettare una precisa visione del sentimento come voluto dalla società.
                                In quell'appartamento dominato dalle stupende luci di Vittorio Storaro, che filtra varie fonti di illuminazione attraverso i vetri e le persiane chiuse, immerge nel calore delle tonalità calde i corpi di Paul e Jeanne, liberi e nudi, al contempo vicini ma al tempo stesso isolati dallo schifo che permea il mondo, concependo il sesso in modo totalmente libero dalle restrizioni moraliste, dando pieno sfogo alle proprie personali perversioni, represse dal modo di concepire l'amore da parte delle istituzioni. Ultimo Tango a Parigi è una pellicola che lavora su due livelli; il "dentro", cioè l'appartamento chiuso e spoglio di mobili privo di ogni regola del mondo esterno ed il "fuori", cioè la realtà, fatta di tradimenti, squallore, dell'ineluttabilità di un matrimonio imminente per Jeanne nei confronti di Tom (Jean Pierre Leaud), un giovane regista cinematografico, ma anche i fallimenti di Paul devastato dalla recente perdita della moglie Rose per suicidio, il cui gesto non riesce a spiegarlo in alcun modo. Un legame impostato in tal modo risulta paradossalmente "artificioso", forse ancora di più di quello preteso dalla società, il cui ballo del Tango d'altronde esemplifica alla perfezione il parallelismo con la concezione del sentimento d'amore, un legame costruito da Paul e Jeanne da troppi "limiti" non può che naufragare malamente.

                                La pellicola quindi gioca su una diarchia Eros/Thanos, dove il primo deve consumarsi nel chiuso dell'appartamento sigillato al mondo che non vuole (o semplicemente è incapace) di concepire il sentimento in modi libero e depravato, dovendo imporre la morale anche nella sfera sessuale mostrando la propria chiusura (o apertura per i conservatori) mentale, mentre le scene del mondo esterno ispirate alla Nouvelle Vague, risultano più esili e meno ispirate, ma questa minor vitalità rispetto allo spazio interno è un qualcosa di cercato e voluto da Bertolucci, che dal mondo non ha niente di vitalità da trarre per il suo cinema, vedendo in esso solo tabù, repressione e disperazione; è la morte che atrofizza il vitalismo del sentimento all'esterno a dare forza alle disinibizioni volutamente provocatorie (la famosa sequenza del burro e seguente sodomizzazione) che avvengono all'interno, questo contrasto imperfetto rende possibile l'equilibrio su cui si regge Ultimo Tango a Parigi, il cui baricentro di gravità lo trova grazie all'immenso Marlon Brando che a 46 anni si prende il più grande rischio della carriera, diventando l'alfa e l'omega di un film, che senza di lui non sarebbe mai diventato quel capolavoro assoluto. Bertolucci cercava una star europea, ma dopo il rifiuto dei vari Trintigrant e Delon, alla fine causalmente finisce con il trovare in Marlon Brando il proprio faro guida, l'attore americano dopo i gloriosi anni 50', dove aveva cambiato radicalmente la recitazione, veniva dal disastroso decennio degli anni 60' con numerosi flop commerciali e numerose stroncature critiche, col tempo talune di queste pellicole verranno giustamente rivalutate (La Caccia, Queimada e Riflessi in un Occhio d'Oro), ma ad inizio degli anni 70' il più grande attore dell'epoca era oramai considerato finito, Coppola con il Padrino e Bertolucci con il suddetto film diranno al mondo della critica che si sbagliavano di grosso, perchè Marlon Brando a 46 anni cannibalizza ogni frame del film in cui compare, lui è la luce del film, più della stupenda fotografia di Storato, più della musica di Barbieri, più della regia elegante di Bertolucci e più delle tette della Schneider, con i suoi sguardi totalizzanti con cui comunica 10 piani differenti di emozioni, la sua fisicità un pò appesantita ma ancora "vigorosa", la sua furia repressa nei rapporti sessuali dove risulta volutamente sgradevole nella sua sopraffazione ma nel suo essere animale rabbioso, de-borghesizza efficacemente il sesso più di tutte le inquadrature "intellettuali" di Bertolucci, nonchè le sue note dolenti, la cui sofferenza umana raggiunge l'apice nel monumentale monologo innanzi al corpo della defunta, dove la disperazione straziante messa in scena dall'attore resta sempre su un piano umano, poichè resta a lui ignoto il motivo del gesto se non ricondotto a volersi liberare dalla "recita familiare" a cui era costretta dal matrimonio. Nel bene e nel male Marlon Brando cannibalizza il film, arrivando a svuotare tutto sè stesso nelle doti di interprete e personali nel disvelare in parte alcuni cenni autobiografici della propria infanzia, giungendo nel periodo 71-72 lo zenit professionale, arrivando ad ottenere una nomination agli oscar che avrebbe meritato di ottenere la statuetta e tutti i premi possibili ed esistenti al mondo, l'attore americano dopo la doppietta devastante del Padrino-UltimoTango a Parigi, avendo ottenuto di nuovo la fama presso il pubblico e la critica riprendendosi il trono di miglior attore, purtroppo sentirà di aver detto tutto ciò che aveva da dire non avendo più nulla da dimostrare, svendendo la propria arte al vile denaro, nonostante qualche piccola (ma grande) soddisfazione qua e là, dando però la sensazione di una carriera la cui rinascita avrebbe meritato un prosieguo migliore.
                                Ultimo Tango a Parigi fu un enorme successo in tutto il mondo, il più grande della carriera per Bertolucci che ottenne larga fama internazionale, il sequestro del film in Italia gli causò noie dal punto di vista legale e solo nel 1987 la pellicola fu distribuita qui da noi ottenendo un successo strepitoso, ma un generale tabù vi fu nel mercato italiano dell'Home Video e della TV che furono sostanzialmente ostili al film, solo nel 2019 con l'avvento del governo giallo-verde cambiando i vertici Rai la pellicola passò in televisione senza censure e nel 2021 finalmente possiamo gustare tale capolavoro assoluto capace di descrivere l'erotismo come strumento di sovversione, nel mercato dell'Home Video sia in DVD che in BD restaurato, essendo poi venute meno da qualche giorno ogni legislazione sulla censura o imposizione dei tagli al cinema, con quasi 50 anni di ritardo possiamo finalmente mettere fine ad ogni vicenda processuale e consegnare tali tristi pagine di cronaca alle pagine della storia, potendo finalmente parlare di Ultimo Tango a Parigi solo dal punto di vista artistico.
                                Ultima modifica di Sensei; 06 aprile 21, 19:49.

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