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  • Era da almeno 5 anni che non lo vedevo
    Stargate (1994) di Roland Emmirich (e probabilmente il suo film migliore). Due ore che volano come niente con tante trovate geniali e nemmeno invecchiato così male. Non ricordavo nemmeno ci fosse un iconico Kurt Russell. Tutto ciò a cui penso dopo sta visione si può riassumere in due punti.

    1) Storie fresche. Che bello quando dei registi e collaboratori vari si inventavano da zero universi ricchi di mitologia come qua. Peccato sia sempre più raro
    2) a Stargate un bel reboot che ignori le porcate venite con le serie TV potrebbe fare bene. Sia sotto forma di saga al cinema o TV. Spero di vederlo prima i poi, i tempi sono maturi

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    • Originariamente inviato da dadav Visualizza il messaggio
      Era da almeno 5 anni che non lo vedevo
      Stargate (1994) di Roland Emmirich (e probabilmente il suo film migliore). Due ore che volano come niente con tante trovate geniali e nemmeno invecchiato così male. Non ricordavo nemmeno ci fosse un iconico Kurt Russell. Tutto ciò a cui penso dopo sta visione si può riassumere in due punti.

      1) Storie fresche. Che bello quando dei registi e collaboratori vari si inventavano da zero universi ricchi di mitologia come qua. Peccato sia sempre più raro
      2) a Stargate un bel reboot che ignori le porcate venite con le serie TV potrebbe fare bene. Sia sotto forma di saga al cinema o TV. Spero di vederlo prima i poi, i tempi sono maturi
      Un remake sarebbe figo, ma "la moda egizia" che aveva preso gli anni 90 credo ormai sia passata. Peccato, perchè il film aveva delle belle idee ma era affetto da certe robacce iperpatriottiche americane che ancora oggi fanno storcere il naso (la celebrazione delle armi da fuoco, il rapporto tra i soldati americani e gli "antichi egizi", il ruolo del personaggio femminile principale etc.).
      Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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      • Originariamente inviato da UomoCheRide Visualizza il messaggio

        Un remake sarebbe figo, ma "la moda egizia" che aveva preso gli anni 90 credo ormai sia passata. Peccato, perchè il film aveva delle belle idee ma era affetto da certe robacce iperpatriottiche americane che ancora oggi fanno storcere il naso (la celebrazione delle armi da fuoco, il rapporto tra i soldati americani e gli "antichi egizi", il ruolo del personaggio femminile principale etc.).
        Si, i difetti sono quelli tipici di un film degli anni 90, specie nella gestione dei personaggi femminili. E specie di Emmirich. Ma secondo me sarebbe una saga con ottime potenzialità per il rilancio

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        • Originariamente inviato da dadav Visualizza il messaggio
          Era da almeno 5 anni che non lo vedevo
          Stargate (1994) di Roland Emmirich (e probabilmente il suo film migliore). Due ore che volano come niente con tante trovate geniali e nemmeno invecchiato così male. Non ricordavo nemmeno ci fosse un iconico Kurt Russell. Tutto ciò a cui penso dopo sta visione si può riassumere in due punti.

          1) Storie fresche. Che bello quando dei registi e collaboratori vari si inventavano da zero universi ricchi di mitologia come qua. Peccato sia sempre più raro
          2) a Stargate un bel reboot che ignori le porcate venite con le serie TV potrebbe fare bene. Sia sotto forma di saga al cinema o TV. Spero di vederlo prima i poi, i tempi sono maturi
          Per me Emmerich Stargate, ID4, Patriota e The Day After Tomorrow li aveva azzeccati tutti. Poi il lento declino.

          Le serie + spinoff, anche se ad un certo punto quasi non avevano nulla in comune con le idee partorite dal film, si lasciavano vedere.. a me son sempre piaciute, ho bei ricordi, anche se ammetto che vivevano di tante sciocchezze e ripetizioni.

          Una cosa invece che non ho mai capito.. ma 10.000 AC in qualche maniera è legato a Stargate? Quel film l'ho visto solo una volta, non mi ricordo quasi nulla.. però ricordo che c'era sempre una piramide (!?) con un Dio che schiavizzava tutti, un po' come in Stargate. Già ai tempi si palesava la piaga dell'universo condiviso?
          "So the son saves the father and the father saves the son and it works out perfectly.
          And I draw that line all the way from Phantom Menace to Return of the Jedi.
          That’s the story of Star Wars." - Dave Filoni


          # I am one with the Force and the Force is with me #

          -= If You Seek His Monument Look Around You =-

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          • Originariamente inviato da dadav Visualizza il messaggio
            Storie fresche. Che bello quando dei registi e collaboratori vari si inventavano da zero universi ricchi di mitologia come qua. Peccato sia sempre più raro

            un bel reboot [...] Spero di vederlo prima o poi
            Qualcosa non quadra
            Luminous beings are we, not this crude matter.

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            • Nome: Draft Day
              Genere: sportivo
              Regia: Ivan Reitman
              Anno: 2014

              Per chi conosce un minimo gli sport americani e in particolare la NFL, consiglio questo film. Riesce a trattare uno dei temi più caldi e controversi del sistema sportivo americano (il draft) dove atleti delle università hanno la loro occasione di entrare nel professionismo. La storia parla di un Direttore Generale (Kevin Costner) che, in questo preciso evento della stagione ha la massima importanza in fatto di decidere il futuro dei ragazzi e della propria squadra (Cleveland Browns). In tutto ciò si intreccia una storia personale del protagonista, che dovrà risolvere problemi del passato (sempre all'ombra del padre allenatore) e del presente (un nuovo amore non pubblico), facendole convivere con il suo impiego. Nel film è presente anche il caro Chadwick Boseman (Black Panther).

              Film parecchio lineare, semplice ma che si fa guardare soprattutto per chi sa di cosa si sta parlando (immaginate una giornata intera dedicata al calciomercato, con tanto di tifosi, giornalisti, sponsor e un giorno speciale), uno scorcio super realistico, che avendo la possibilità di sfruttare tutte le licenze ufficiali della NFL e delle sue squadre, rende il racconto perfettamente integrato in un realismo impeccabile mescolando attori con veri professionisti del settore (giornalistico, dirigenziale e sportivo).

              Questa pellicola andrebbe visionata insieme agli All or Nothing presenti su Prime e con un altro film importante Zona d'ombra (con Willy Smith) che entra più nel dettaglio delle problematiche realtive alla NFL, sul famoso caso della CTE (una malattia degenerativa che colpisce il cervello dopo ripetuti colpi in testa) che portò realmente una battaglia con la lega, basandosi su una storia vera.
              "So the son saves the father and the father saves the son and it works out perfectly.
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              • Una Pagina di Follia di Teinosuke Kinugasa (1926).

                Pellicola introvabile che fortunatamente è stata pubblicata di recente in DVD anche qui nel nostro paese in una copia di discreta qualità, Una Pagina di Follia di Teinosuke Kinugasa (1926) è un miracolo produttivo che solo nei primi decenni della nascita della settima arte poteva trovare dei distributori cinematografici alla ricerca di una formula filmica capace di attrarre gli spettatori nelle sale, seppur il regista ebbe risorse limitate e tempi stretti (un mese appena), ma grazie anche all'abnegazione tutta nipponica degli attori e dei componenti della troupe, fu possibile portare a termine il lavoro abbattendo anche i costi più onerosi. Originariamente accompagnato dalla narrazione dei benshi, si deve all'opera di costoro la decodifica narrativa del plot di base, riguardante il tentativo disperato di un marito che riesce a farsi assumere come inserviente in un manicomio, dove è rinchiusa la moglie mentalmente instabile per aver annegato il loro figlio neonato.
                L'impossibilità di fruire la pellicola come poté fare lo spettatore nipponico del 1926 tramite i benshi presenti in sala, rende difficile l'approccio dello spettatore verso il film data la completa assenza di didascalie presenti, seguendo il modello dell'Ultima Risata di Murnau (1924) anche se quest'ultimo era molto più narrativo, ma ciò non è un qualcosa di necessariamente negativo, perché lo spettatore cinefilo odierno ha quasi 100 anni di esperienza filmica in più e quindi una maggior predisposizione alla decodifica personale delle immagini senza che vi debba essere un ausilio esterno a dover dare un'interpretazione univoca e certa dell'opera, che vede l'inserviente interpretato da Masao Inoue, destreggiarsi tra la miriade di pazzi lì rinchiusi, giungendo a perdere poco a poco la propria sanità mentale in un luogo che dovrebbe controllare la pazzia altrui, ma dove in realtà se ne finisce soggiogati, trascinati in un vortice voluttuoso ed incessante quanto una ballerina che ammalia con il potere della propria danza tutti i malati di mente presenti nel manicomio, estasiati a dir poco dai movimenti ripetuti della danzatrice, la quale nella sua immaginazione si trova immersa non in un'angusta cella, ma in uno scenario dadaista, il potere della mentre distrugge ogni barriera fisica unendo in una sciarada senza fine la comune follia dei pazienti, che diventa ingestibile anche per la razionalità dei medici ed inservienti, messi in netta minoranza.

                Partendo da una base espressionista il cui debito maggiore sembra riscontrarsi nel Gabinetto del Dottor Caligari di Wiene (1919), Kinugasa rifiuta ogni tipo di narrazione lineare-classica a favore di uno stile allucinato, che anticipa sia il cinema surrealista di Bunuel, sia quello neo-barocco di Welles, rompendo anni prima di costoro tutte le regole cinematografiche del cinema dell'epoca, per piegare la tecnica alla rappresentazione dello spazio interno della mente dei pazienti del manicomio, nonché del suo protagonista, tramite inquadrature sghembe, una fotografia dai forti contrasti ed un montaggio serrato che alterna sovrimpressioni infinite mescolate con flashback e jump cut, che si avvicendano senza alcuna soluzione di continuità arrivando a distorcere con l'obiettivo della macchina da presa l'immagine, per rappresentare in modo inquietante lo status psicologico dei pazienti malati di mente. In queste libere associazioni si inseriscono si inseriscono frequentemente elementi simbolici di tipo geometrico che rimandano alle avanguardie artistiche di inizio novecento come il temporale devastante all'inizio dai riferimenti futuristi, al dadaismo già citato della danzatrice e a simboli da decifrare come bottone strappato dalla moglie dell'inserviente che nell'ottica distorta della donna assume la forma di una sfera, un solido geometrico simbolo di perfezione in ogni tempo e luogo, poichè uguale a sè stesso, indice della condizione mentale della donna che proietta all'esterno la propria angoscia interiore, che le impedisce di poter andare via da tale luogo al di fuori del quale non ha alcun futuro, mentre rinchiusa in un luogo pur nella distorsione causatale dalla pazzia la donna sembra aver trovato un proprio equilibrio mentale pur nell'anormalità della sua condizione.
                Kinugasa assimila appieno il linguaggio delle avanguardie innestando situazioni da horror psicologico tipiche del Giappone, che preannunciano di decenni le soluzioni allucinogene di David Lynch, con numerose sequenze che mescolano sogni e realtà, creando un'atmosfera onirica dai contorni ambigui e misteriosi alla vicenda, di cui molte scene come quella della danzatrice o quella enigmatica delle maschere nel finale restano oscure ed interpretali a libera volontà dello spettatore. Poco conta quindi innanzi ad un'opera artistica libera e sfuggente, la mancanza di circa 1/3 del film, che fino al 1971 era considerato perduto dallo stesso regista che troverà una copia per caso nella sua soffitta, non pregiudica assolutamente la riuscita di tale esperimento rispetto ad altri capolavori mutili del periodo, vista la natura quasi anti-narrativa, che probabilmente non scioglieva alcun mistero neanche nella sua forma originale.

                Ultima modifica di Sensei; 01 maggio 21, 19:27.

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                • Che Cosa è Successo tra mio Padre e tua Madre? di Billy Wilder (1972).

                  La lettura recente dell'ultima fatica di Jonathan Coe "Io e Mr Wilder", dove tra la marea di lavori citati nell'arco della narrazione, mi ha fatto venir voglia di recuperare un' opera del grande maestro risalente al 1972, nella fattispecie Che Cosa è Successo tra mio Padre e tua Madre?, il 22° miracolo del Dio del cinema meglio conosciuto con il suo nome da umano Billy Wilder ed il luogo per la manifestazione di ciò tocca la nostra Italia, l'isola di Ischia per la precisione.
                  Etichettato come miracolo minore dalla critica ottusa, che evidentemente sente la necessità di fare, come i ragazzini del liceo, la gara della misurazione della lunghezza del pene, senza capire che la fonte da cui tali pellicole sono generate è sempre la medesima, quindi tali inutili catalogazioni sono un futile esercizio sterile di critica, che dovrebbe invece essere posta al servizio dell'analisi dell'opera e dei suoi contenuti, purtroppo sempre più carente, a favore di uno comodo quanto improduttivo rifugio in un nozionismo accademico ripiegato in sè stesso e privo di qualsiasi significato logico, quindi il sottoscritto si ritrova costretto a parlare e ahimè difendere il Dio del cinema che non dovrebbe neanche essere difeso, ma siccome nessuno lo fa, vorrà dire che mi sobbarcherò piacevolmente tale compito.
                  Il mare e le isole sono tra i luoghi ricorrenti nell'ultima fase del cinema di Wilder, qualche anno dopo ambienterà nell'Egeo il funereo Fedora (1977), mentre con questa pellicola siamo in territori sempre permeati dal cinismo, ma con una sfumatura dolce-amara che attraversa l'intero film, in cui il regista insieme al suo collega sceneggiatore Diamond, nel corso degli anni 70' abbandona il campo d'indagine degli USA come luogo d'ambientazione principale, per estendere lo sguardo da una posizione molto più elevata e per questo universale, tornando in quella cara e vecchia Europa dalla quale dovette fuggire decenni prima a causa del nazismo.
                  Ischia, isola famosa per le molteplici bellezze naturali e rinomata per le sue sorgenti terminali, che ne hanno fatto un luogo di villeggiatura esclusivo per ricchi vacanzieri stranieri per poter trovare ristoro e cura dagli acciacchi accumulati durante tutto l'anno.
                  Il padre del ricco industriale Wendell Ambrustell Jr. (Jack Lemmon), per 10 anni circa aveva trascorso sempre nel periodo dal 15 Luglio al 15 Agosto le sua vacanze ad Ischia, ufficialmente per trovare ristoro nei fanghi curativi tipici del luogo, ma in realtà a seguito di un incidente d'auto sull'isola, si scopre che l'uomo in realtà conduceva da un decennio una relazione clandestina all'insaputa della famiglia con una donna inglese, anch'ella morta con l'uomo nello schianto del veicolo e la figlia di lei Pamela Piggot, è giunta ad ischia per effettuare il riconoscimento della madre, mettendo così al corrente Ambrustell della relazione coniugale che c'era tra suo padre e sua madre. Wilder ad oltre 60 anni conserva uno sguardo lucido sui costumi ed i moralismi ipocriti degli americani, risulta essere forte l'invettiva verso il personaggio di Wendell, che per gran parte del film rifiuta di accettare la relazione extra-coniugale del padre, arrivando ad appellarlo con gli aggettivi di "porco" e "vecchio maiale", riflettono un conservatorismo bigotto quanto sterile, poichè lo stesso Wendell ha ammesso di essersi concesso occasionali scappatelle nei suoi lunghi viaggi di lavoro all'insaputa della moglie, ma a suo dire erano giustificate poichè non era mai scattato l'innamoramento oltre al fatto di essere durate 1-2 giorni. Per Wendel la morte del padre è solo un ennesimo affare da sbrigare e da sfruttare per mostrare la potenza economica della propria famiglia, poichè vuole fare del funerale dell'uomo un grande spettacolo mediatico a cui devono assistere i dipendenti dell'impero industriale Ambrustell e soprattutto i pezzi grossi dell'economia e della polica USA, con cui Wendell ha dei legami che gli fanno comodo per esercitare la propria attività lavorativa.
                  Wendell è ritratto da Wilder come un essere arrogante, vanaglorioso e soprattutto piatto quanto arido nell'esternare ogni minimo sentimento proprio della specie umana, dimostrandosi la perfetta incarnazione del più becero capitalismo americano incurante delle ragioni dell'altro (anche del suo stesso padre) estremamente irascibile se il mondo non gira intorno a lui, non è un caso che ai suoi occhi l'Italia con le sue lunghe pause pranzo, la giustizia, le attività chiuse di Domenica e la sua burocrazia (in effetti eccessiva a tratti) sia un ostacolo al dinamismo di Wendel che vorrebbe risolvere la pratica del corpo di suo padre nel giro di 2-3 giorni per essere di ritorno in America di Martedì.

                  Quello di Wilder è il ritratto di un'Italia dove il capitalismo è dovuto scendere a patti con le tradizioni radicate della gente, un paese che purtroppo è andato scomparendo omologandosi in tutto e per tutto ai padroni d'oltreoceano, quindi se vista oggi tale pellicola può far sorridere e gli si potrebbe muovere l'accusa di caduta nel bozzettismo o nei clicchè più scontati, ma nella realtà rurale di Ischia ritratta dal regista e soprattutto per l'anno in cui è uscito il film, tale rappresentazione non era affatto stereotipata, ma seppur filtrata dagli occhi di uno straniero, risultava comunque vicina alla realtà, molto più di altre opere precedenti o successive ambientate nel Bel Paese come il disastroso To Rome with Love del presunto maestro Woody Allen (2012), che la pellicola Wilderiana se lo mangia a colazione 200 volte per capacità di ritrarre l'italia, scegliendo anche furbescamente di ambientare il tutto in un realtà comunque "isolata" come Ischia, che ancora oggi vive di quei luoghi e di certi personaggi, magari forse alcuni troppo ridicoli come la cameriera siciliana (credo che Wilder si sia rifatto ad opere come la Ragazza con la Pistola, che a loro volta già eccedevano nella rappresentazione della mentalità degli abitanti della Sicilia), ma comunque la loro forza umana non viene mai meno, Bruno, l'inserviente dell'hotel con il sogno dell'America da cui è stato espulso ed ironicamente vi farà ritorno in una bara (grande critica alla politica immigratoria degli USA), i malavitosi in cerca di lucro su un affare torbido, i pescatori arrapati (forse questi eccessivi), l'impiegato comunale fancazzista del divertentissimo Pippo Franco ed il direttore Carlucci (Clive Revill), la tipica e sagace figura Wilderiana dall'intelligente fine e dalle battute taglienti, che sa come giostrarsi nelle fortune e nelle sventure della vita, con un atteggiamento sempre cinico ma tutto sommato ironico dell'affrontare le varie situazioni a testa alta e sempre con la risposta pronta a rintuzzare eventuali rimostranze altrui :

                  "E' questo il modo in cui funziona la giustizia in Italia?" (Ambrustell Jr.)

                  ""Vogliamo parlare di Sacco e Vanzetti?" (Carlo Carlucci)

                  Come argutamente ci illustra il Dio del cinema in questo fulmineo dialogo, anche se è disdicevole appoggiarsi ai parenti per sbrigare più in fretta certe pratiche che per vie normali impiegherebbero più tempo, sicuramente siamo un popolo che seppur meno avanzato degli USA a livello economico, siamo per lo meno non barbari ed ottusi come loro, visto che un innocente da noi non finirà mai condannato a morte sulla sedia elettrica.
                  Lo scontro ed il ribaltamento delle invettive altrui è una tecnica da sempre adoperata nel cinema di Wilder e questa pellicola, essendo un piacevolissimo caleidoscopio di topoi del cineasta, non fa eccezione, regalando una progressiva conversione di Ambrustell che mano a mano perde il suo becero moralismo ottuso quanto ipocrita (poichè non lo ha mai applicato nei fatti, ma osa giudicare il padre), grazie alla figlia dell'amante del padre, Pamela (Juliet Mills). Il travestimento di Ambrustell viene a poco a poco meno tramite un procedimento arguto di svestizione, dapprima in abiti formali, poi sportivi, passando per l'accappatoio e poi un bagno nudo con Pamela, le cui forme cicciottose (il regista impose una dieta ingrassante di 15 kg all'attrice) la rendono differente da tutte le super-dive precedenti che popolavano il cinema di Wilder (ma anche delle attrici odierni, senza contare il corpo flaccido del grande Lemmon, ma in forza di ciò credibilissimo), ma per questo normale e perfettamente in sintonia con l'Italia non come paese, ma come emozione da sperimentare. Nella strepitosa sequenza sullo scoglio che il 90% dei cineasti odierni non saprebbe neanche come girare, i corpi nudi di Pamela e Ambrustell sono distesi a prendere il sole confidandosi a vicenda i propri fallimenti e ascoltando al contempo il rumore del mare, lontani dalle sovrastrutture sociali del mondo e dalle maschere auto-imposte dalla società, ripercorrendo a ritroso le azioni dei loro genitori la cui morte però può essere carburante di vita per i propri figli, potendo indicare il possibile inizio di una parabola sentimentale che possa smorzare il senso di morte con cui è iniziato il film, nella cui pur eccessiva lunghezza, pulsa la forza vitale della settima arte in ogni singolo frame.
                  Un miracolo così atipico e totalmente estraneo al cinema all'epoca imperante venne respinto dalla critica perplessa innanzi alle risate satiriche e pungenti del Dio del cinema, così come il popolo bue rinnegò ai botteghini tale manifestazione del Dio del cinema, poichè come ben si sa, tra Cristo e Barabba, il popolo miope sceglie sempre il secondo, incapace di vedere la qualità enorme di un cinema da sempre coerente con una visione sarcastica e cinica del mondo.

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                  • L'Ufficiale e la Spia di Roman Polanski (2019).

                    Niente male per un regista quasi 90enne uscirsene con una pellicola ambientata nel passato, ma con voluti riferimenti alla situazione presente quanto sfacciati parallelismi con la propria situazione personale presente, visto che Polanski si vede come un novello Alfred Dreyfus, non tanto per le origini ebree di entrambi, quanto per la gogna mediatica che entrambi hanno dovuto subire dall'opinione pubblica pur professandosi innocente, cosa veritiera nel primo caso, nel secondo invece ancora fumoso e contorte le circostanze del presunto stupro e detto anche sinceramente, non mi interessa qui porre in essere la diatriba su tale caso perchè Filmtv non è l'aula di tribunale penale atta a decidere sulla questione.
                    L'Ufficiale e la Spia (2019), parte dal noto caso Dreyfuss, nel quale tale capitano dell'esercito francese venne accusato ingiustamente di alto tradimento per aver passato informazioni sull'artiglieria al nemico tedesco, la vicenda ben nota anche nei libri di storia scolastici passò agli onori della cronaca come un clamoroso caso di condanna ingiusta dove l'antisemitismo dilagante nella società e nelle alte sfere dell'esercito fu decisivo ai fini della sentenza di colpevolezza dell'uomo, nonostante già durante il dibattimento processuale fossero sorti numerosi dubbi sulle prove ce erano meramente circostanziali e nessuna indiziaria. Polanski parte dall'umiliante degradazione di Dreyfuss innanzi al suo corpo militare d'appartenenza, per mettere al centro la condizione di estrema e totale solitudine di quest'uomo che si professa invano innocente, ma il suo è un grido flebile subito sommerso dalle invettive forcaiole della folla corsa ad assistere a tale avvenimento. Il caso sembra risolto, le alte sfere dell'esercito sono soddisfatte per aver risolto la magagna e soprattutto per esserne uscite senza ulteriori polemiche per via del fatto che essendo Dreyfuss ebreo, vi fosse un comodo capro espiatorio su cui la folla potesse riversare il proprio odio. Tutti sono contenti, specialmente il da poco promosso Georges Picquart (Jean Dujardin) a capo dei servizi segreti francesi, il quale rovistando tra le carte si accorge come in tutta probabilità il vero colpevole di tradimento non fosse stato preso e Dreyfuss fosse stato condannato sulla base di prove fragili, se non occultate o fabbricate al momento dai suoi accusatori, ma riaprire tale caso si rivela cosa assai ardua e complessa, dato che ciò vorrebbe dire mettere sul banco degli imputati l'esercito, il quale non solo ha fatto condannare un innocente, ma per proteggere la propria reputazione ha deliberatamente ignorato il tradimento di un suo componente che continua a vendere segreti militari ai tedeschi.
                    Ambientato per la gran parte negli interni, il regista ritrae minuziosamente e con vasta conoscenza storiografica, tutta l'intricata trama fatta di fazioni e complotti imperanti all'interno dell'esercito, volti ad occultare la verità e ad ignorare il vero colpevole che il regista come gli storici odierni hanno individuato nella figura dell'ufficiale Esterhazy, mai processato in alcuna fase del caso Dreyfuss, neppure quando venne riaperto il caso.

                    Polanski ritrae una Francia immersa in un chiaro clima da paranoia, che preannuncia la tempesta che di lì a 20 anni si scatenerà con la prima guerra mondiale, dove ogni individuo straniero viene visto con sospetto e fatto mettere sotto sorveglianza dai servizi segreti, come ha compiutamente eseguito il predecessore di Picquart agli affari segreti, fino a quando venne divorato da una malattia mortale.
                    Siamo però lontani dal classico film di impegno civile americano, Picquart conduce comunque una doppia vita (ha un'amante) per occultare la quale ha mentito esplicitamente ai propri superiori, nonchè il suo intervento per discolpare Dreyfuss è mosso per lo più da ragioni patriotiche e di certo non per sfatare i pregiudizi sugli ebrei, verso i quali l'uomo si professa comunque esplicitamente come antisemita. In questo clima oscurantista dove le istituzioni vanno dietro alla paranoia dei cittadini guidati da una stampa che manipola e si lascia manipolare dal potere, l'unico barlume di luce sembra rivelarsi nelle persone di buon senso, intellettuali come Emile Zola, la cui poetica d'artista è sempre stata mossa dal rigore scientifico e dalla fiducia nel progresso come strumento per spazzare via la barbarie dei pregiudizi, il suo "J'Accuse" con cui l'intellettuale sperò a zero contro lo stato francese, l'esercito, il governo e le istituzioni che in spregio a qualsiasi giustizia, hanno preferito condannare Dreyfuss ed ignorare ogni prova evidente a carico di Esterhazy, facendo sfuggire alla condanna un traditore conclamato, così da non fare neanche gli interessi della Francia, che dovevano essere la cattura del traditore e non proteggere la propria reputazione per non ammettere un errore dettato dal pregiudizio antisemita, Polasnki con un montaggio alternato carica la scena, facendo scorrere le vibranti parole di Zolà, facendole leggere per spezzoni a tutti coloro implicati nel caso Dreyfuss, facendo chiaramente i nomi ed i cognomi, dando così un esempio di stampa ed intellettuale non asservito al potere e che si lascia guidare non dalle basse pulsioni della massa, ma solo dalla ragione come una razionale guida di ogni uomo, ma quel faro scientifico che lo spettatore sembrava muovesse Picquard viene brutalmente ribaltato nel finale la figura del colonnello ne esce oscurata, perchè in fondo Polanski è un regista europeo e non americano e sa benissimo che la difesa dei valori sono solo un comodo paramento da lustrare ed esibire all'opinione pubblica per farsi belli cercando occasioni di carriera, ma alla fine quando si giunge nei posto di comando, vengono prontamente rimossi e Picquard ha raggiunto il suo ruolo di ministro solo perchè come dice sinistramente Dreyfuss, ha fatto solo il suo dovere. Massacrato brutalmente dalla critica americana e premiato con il Gran Premio della Guiria a Venezia per evidenti scomodità nel dover dare a tale film il premio principale che avrebbe meritato a scapito dell'osannato Joker di Todd Philipps (2019), ma come profeticamente sembra aver predetto Polasnki nel suo film, in questo momento è impossibile scindere l'uomo dalla tempesta mediatica scatenatagli contro dal movimento me too e dal politicamente corretto imperante, il che rende difficile una corretta e serena valutazione di questo capolavoro, che solo dopo la morte del regista ed a distanza di tempo, sarà probabilmente rivalutato anche oltreoceano.

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                    • L'Uomo nel Mirino di Clint Eastwood (1977).

                      «Credo che Clint Eastwood sia oggi il regista più sottovalutato del pianeta» (Orson Welles, il regista più grande del mondo - 1976).


                      L'alba è sorta da qualche decina di minuti, un uomo esce barcollante dal bar dove presumibilmente ha passato l'intera notte ed entra in macchina, immettendosi nel nascente traffico cittadino di Phoenix (Arizona), fermandosi innanzi ad un commissariato di polizia, mentre si appresta a scendere un tonfo sull'asfalto rivela il contenuto che prima trasportava, una bottiglia di Jack Daniel's. L'uomo sulla quarantina abbondante, seppur vestito con un completo abbastanza formale, lo indossa con poca grazia complice anche la barba incolta e lo sguardo stralunato testimone di una notte di sbornie, avviandosi con andatura claudicante verso l'edificio; il suo nome è ben Shockley, interpretato dal grandissimo Clint Eastwood, che evidentemente cominciava a sentirsi stretto nei panni di un ispettore di polizia sul modello Callaghan, cercando quindi di variare registro andando su un piano più umano e devastato, per proseguire il suo percorso di ricerca d'artistica nonostante una critica mediocre che gli demoliva ogni film etichettandolo come fascista di merda e cantore della maggioranza silenziosa, alla meglio come un fenomeno curioso da non prendere troppo sul serio, d'altronde lo stesso Kubrick definiva in maniera spregiativa il nostro Eastwood come un animale che tentava di maneggiare la cinepresa, in sostanza, si limiti a fare l'attore finchè aveva il favore del pubblico, ma la regia non era cosa per lui. C'è da dire che la locandina dell'Uomo nel Mirino (1977), non contribuisce di certo a stemperare gli stereotipi e le maldicenze sul conto di tale figura, visto che raffigura Eastwood come un proto-Hulk super muscoloso con pistola in mano e Sondra Locke che gli si aggrappa vestita in abiti succinti, alle loro spalle un bus crivellato di colpi in fiamme immerso in uno scenario che pare un post-atomico; in pratica un qualcosa di repellente a prima vista per la "critica" colta dell'epoca, visto che tale poster pur contribuendo ad attirare legioni di spettatori al cinema contribuendone al successo, non riesce a coglierne la sensibilità artistica posta alla base di questo poliziesco.
                      Ben Shockley ha un caso semplice tra le mani assegnatagli dal capo della polizia, andare a Los Angeles per prelevare e scortare Gus Mally (Sondra Locke), che deve andare a deporre nel tribunale di Phoenix per un processo senza molta importanza, giunto in città la ragazza, professione prostituta, gli rivela che vi sono delle persone che faranno di tutto perchè lei non vada a testimoniare al processo e che vi sono delle scommesse sulla cavalla "Mally no Show" (Mally non arriverà) data 50 a 1, Ben non da peso alla cosa, ma un attentato a cui i due scampano fortunosamente sulla strada per andare in aeroporto, trascinerà i due in un vortice di sangue e violenza, che nasconde inquietanti verità dietro quel processo descrittagli inizialmente come senza importanza.
                      Si parte da un soggetto alla Callaghan, ma si legge road movie alla Clint Eastwood, il quale forse non era quel brocco alla regia descrittaci da molta critica prima del leggendario film Gli Spietati (1992); Ben Shockley è molto diverso di Callaghan, del quale condivide forse certi modi spicci, ma in realtà è un fallito che giunto ai quarant'anni e pur rispettando sempre la legge, non è mai riuscito a far carriera nel corpo di polizia vedendosi costantemente scavalcato da altri suoi colleghi, questo lo ha proiettato nella spirale dell'alcolismo che complice anche il suo non essere mai riuscito a trovare una moglie, ha fatto si che fosse guardato con una certa antipatia dai suoi superiori che non gli hanno mai affidato alcun caso importante, accentuando la frustrazione dell'uomo che oramai conta solo i giorni che gli mancano alla pensione.
                      Clint Eastwood dismette i panni di super-agente per farsi carne e sangue, dimostrando di essere vicino alle sofferenze di molti maschi bianchi "moderati", che pur rispettando per tutta la vita il sistema, sono rimasti fregati dalla retorica del sogno americano che le ha esclusi da ogni possibilità del far carriera. Eastwood si fa cantore di questa maggioranza che non trova voce nel cinema dell'epoca così come in quello odierno, troppo preso evidentemente a celebrare l'inesistente superiorità dinamica degli USA o preso dall'andare dietro alle minoranze arrabbiate, per ricordarsi che la gran parte della popolazione degli USA è bianca e molti tra costoro sono esclusi da qualsiasi luogo di potere, dovendo per di più essere trattate come capro espiatorio di ogni cosa che non funziona negli USA.

                      Ben è uno di questi, uno che per tutta la vita ha vissuto con innanzi agli occhi un velo di maia, credendo nelle parole giustizia ed ordine e sulla bontà del potere istituzionale, finchè un componente di tale "minoranza", una donna di nome Gus Mally e per di più prostituta, gli squarcia quel velo che si era posto innanzi agli occhi e gli dice chiaro e tondo che chi obbedisce agli ordini a-criticamente è un perfetto idiota. Nella pellicola Eastwoodiana emerge una nazione allo sbando e pervasa da un nevrotico istinto di violenza praticata ad ogni livello da tutti, la casa di Gus Mally in cui i due protagonisti si rifugiano inizialmente dopo l'attentato fallito lungo la strada dell'aeroporto, viene crivellata di proiettili dagli agenti di polizia che non si fermano finchè non l'hanno letteralmente demolita; è una scena eccessiva, giudicata kitsch e sopra le righe da molti all'epoca, eppure il regista si è ispirato ad un fatto veramente accaduto nella realtà, dove ha osservato una casa fatta a pezzi dalla furia dei colpi di pistole e dei fucili degli agenti di polizia e dei criminali barricati dentro, sintomo di una furia devastatrice intrinseca nel popolo americano, sottolineata in modo amaramente ironico dal cineasta, che si prende anche lo sfizio di sottolineare come negli USA circolino troppe armi date in mano a persone che forse non dovrebbero neanche maneggiare un coltello da cucina.
                      Con l'uomo nel mirino, Eastwood rivede in una luce negativa tutti gli elementi istituzionali, cominciando dalla commissione tra mafia e polizia viste come un tutt'uno che si spalleggia a vicenda, rendendo quindi privo di senso il lavoro di molti agenti sul campo nel combattere tale cancro se poi gli stessi loro capi ci fanno affari, così come vengono laconicamente denunciati da Gus Mally i metodi brutali della polizia, che gode nel pestare le persone di colore con ogni pretesto, compie retate anti-droga al solo scopo di rivenderla per proprio conto e proteggono i pezzi grossi se commettono dei reati, sfogandosi poi con le persone normali, dimostrandosi forti con i deboli e deboli con i forti, almeno sotto questo punto di vista Gus Mally pur prostituendosi risulta essere anni luce migliore dei tutori della legge.
                      Lungo il viaggio per arrivare a Phoenix, Ben e Gus stringeranno sempre di più un legame tra loro pur essendo di estrazione totalmente differente, ma accomunati dall'essere solo stati sfruttati dai potenti per poi essere scaricati da costoro per occultare il loro marcio. Azione e dinamismo non mancano di certo in questa pellicola, il regista ha molta fantasia nel mettere in scena le sparatorie tra cui un audace scontro tra elicottero e motocicletta stile Easy Rider; la rabbia di Eastwood si scatena contro tutto e tutti, poliziotti corrotti, mafiosi, minoranze hippie e donne, con tanto di celebre pugno in faccia ad una di loro che chiedeva di esserne risparmiata solo in quando femmina, ma Eastwood se ne frega della galanteria e del politicamente corretto, perchè lui crede fortemente nell'uguaglianza sociale e quindi tutti vanno trattati nel medesimo modo senza favoritismi, poco sensibile per qualcuno, ma noi suoi ammiratori lo abbiamo sempre adorato per questo motivo, poichè anche a 90 anni lui è sempre rimasto fedele a sè stesso (seppur mutuando certi spigoli che in effetti lo rendevano un pò troppo ultrà nei primi film della sua carriera). Impossibilitato per ideologia di partenza a farsi portatore di una nuova società essendogli aliene ogni idea di stampo socialista e comunista o comunque di ogni istanza della controcultura e pur essendo un conservatore non può avvallare la difesa di un establishment ipocrita quanto corrotto che tra l'altro lo disprezza (in Ben c'è una certa vena autobiografica di un regista che come il suo personaggio si sentiva ingiustamente escluso da ogni riconoscimento critico per i suoi film), Eastwood si fa portatore di un'anarchismo di destra, che distrugge tutto e tutti lungo il suo percorso a costo di rischiare più volte la vita, nel la stupenda finale sopra le righe come lo è d'altronde tutto il film, Ben e Gus sono decisi ad andare fino in fondo presentandosi in città su un bus, anche se hanno contro l'intero dipartimento di polizia che gli crivellerà contro l'intero arsenale militare della città (d'altronde la pellicola tutt'oggi detiene il record di oltre 10.000 cartucce adoperate in un film). Eccessivo e sgangherato, il tono sopra le righe consente di chiudere un occhio qua e là su certe magagne narrative, consegnandoci l'ennesimo tassello di un autore che sin dagli esordi aveva uno sguardo lucido e a suo modo contestatario su certe vicende della sua nazione pur inserendo queste sue invettive in un film di genere dove lui e la sua compagna sono le star indiscusse, dimostrando di avere anche sul set la stessa chimica che avevano nella vita reale. Massacrato e preso in giro dalla critica che gli riverserà un fiume di invettive, il botteghino segnerà l'ennesimo successo con oltre 35 milioni di incassi, evidentemente Eastwood avrà attirato tutto il pubblico repubblicano infoiato dalle armi, che nel film ne avevano trovate in grande abbondanza, senza però che ne cogliessero l'intelligente satira di sottofondo.
                      Ultima modifica di Sensei; 01 maggio 21, 19:24.

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                      • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                        Che Cosa è Successo tra mio Padre e tua Madre? di Billy Wilder (1972).
                        Uno dei pochi film del Maestro a cui non ho ancora concesso la seconda visione, non perché l'avessi considerato così minore (i film veramente minori nella sua filmografia per me sono solo tre o quattro e considerando che la sua non è una filmografia così esigua dimostra quanto fosse geniale e quanto ci tocca rimpiangere che la sua carriera non sia potuta andare avanti ad oltranza), ma semplicemente perché non mi è capitato e per dare priorità ad altro. Colgo questo stimolo per rivederlo alla prima occasione. A titolo di curiosità, quanti e quali dei suoi film ti mancano?

                        Io comunque ho visto:

                        Time di Kim Ki-Duk

                        Uno dei film di cui si parla meno del compianto regista coreano ma che a mio parere è di tutto rispetto. Credo possa interessare e piacere anche i non amanti del suo cinema e anche chi non è proprio avvezzo al cinema d'autore più estremo in quanto è molto narrativo e tratta temi molto attuali e in cui tutti potrebbero riconoscersi o trovare degli spunti. Ci si potrebbero trovare addirittura elementi del cinema di Cronenberg, del Vertigo di Hitchcock e de Il volto di un altro di Teshigahara. C'è inoltre una scena che, in un contesto completamente diverso, può incutere allo spettatore lo stesso timore e disagio che si provano all'apparizione dell'uomo misterioso in Strade perdute.

                        Spero di essere riuscito ad incuriosirvi e a rendere onore al film pur senza dire una parola sulla trama vera e propria. Ho ricontrollato il topic delle filmografie e devo dire che mi ha sorpreso vedere per lo più voti medio-bassi.

                        Malèna di Giuseppe Tornatore

                        Mi pare di ricordare, anche se ero poco più di un bambino, che ai tempi dell'uscita fece parecchio scalpore. Alla fine c'è solo qualche scena di nudo nemmeno spinta e il film non è nulla di che. Forse tutto ciò sta a dimostrare che per certe cose la società non si è troppo evoluta rispetto all'epoca in cui è ambientato il film.
                        Senza eccellere restituisce un buon ritratto di un paesotto dove la religione è al centro di tutto e con il Paese in guerra essere giovane e bella diventa praticamente un crimine. Il personaggio della Bellucci tuttavia non è mai veramente approfondito, acquisisce un po' di personalità giusto nel finale mentre per il resto è sempre filtrato dagli occhi del protagonista, su cui il film si incentra sin troppo ma senza renderlo un personaggio veramente carismatico o con chissà quale evoluzione.
                        Il coming of age sessuale comunque fa il suo gioco, anche se alla fine sotto quest'aspetto finisce un po' per essere un C'era una volta in America dei poveri, è pur vero che rifacendosi a un tale capolavoro è difficile sbagliare.

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                        • Allora di Billy Wilder mi restano da vedere :

                          - Amore che Redime
                          - Frutto Proibito
                          - Cinque Segreti del Deserto
                          - Il Valzer dell'Imperatore
                          - L'Aquila Solitaria
                          - Vita Privata di Sherlock Holmes
                          - Buddy Buddy

                          Appoggio tutto quello che hai detto su Wilder, la cui carriera praticamente si è interrotta ad inizio anni 80' privandoci, nei restanti 20 e passa anni di vita rimanenti del regista, la possibilità di vedere altri suoi filmoni. Purtroppo era cominciata un'epoca di decadimento e barbarie nel cinema americano che tutt'oggi non si è arrestata nonostante i 40 anni trascorsi, un genio come Wilder costretto a rimanere fermo è stato un colpo basso inferto alla settima arte, ma Hollywood non ha mai rispettato chi ha contribuito a farla veramente grande.
                          Eppure era un regista intelligentissimo, molto più di un Hitchcock o un Ford ed in parte anche Welles, vista la sua indubbia capacità di leggere la realtà in cui viveva con uno spirito cinico e sarcastico, che fanno dei suoi film delle vere e proprie analisi sociali e del costume morale dell'epoca giungendo anche ad anticipare l'evoluzione dei tempi.
                          Ma oggi, nonostante sia stato il miglior sceneggiatore della storia del cinema, è un regista al quale non si rifà nessuno, in quanti si dicono Wellesiani, Fordiani o Hitchcockiani? Una miriade, in quanti Wilderiani? Nessuno, perchè essere tale implica una capacità di discernere la realtà che solo un essere acuto e profondo come Wilder era capace di fare, però siccome non muoveva la macchina da presa o secondo i suoi detrattori era scarso nella componente visiva (ma dove?), è passato in secondo piano, perchè nel cinema giusto o sbagliato la regia ha il primato sulla scrittura.

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                          • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                            Allora di Billy Wilder mi restano da vedere :

                            - Amore che Redime
                            - Frutto Proibito
                            - Cinque Segreti del Deserto
                            - Il Valzer dell'Imperatore
                            - L'Aquila Solitaria
                            - Vita Privata di Sherlock Holmes
                            - Buddy Buddy
                            Grosso modo sono quelli che effettivamente metterei in fondo alla mia classifica. A livello di fama darei la priorità a I cinque segreti del deserto, film di tutto rispetto e che pare essere citato a volte tra i preferiti di Tarantino, per quello che può valere.
                            Non li vedo/rivedo da tantissimo ma provo comunque a riportare una brevissima opinione anche sugli altri:

                            - Amore che Redime: opera prima praticamente dimenticata e difficilmente reperibile, fatta ben prima di approdare negli Stati Uniti, mostra già alcune delle sue caratteristiche e può valere effettivamente la pena cercarla
                            - Frutto proibito: commedia simpatica
                            - Il Valzer dell'Imperatore: si vede meno la mano di Wilder che lascia prendere il sopravvento agli attori
                            - L'Aquila Solitaria: un altro dei suoi film meno personali e fuori dalle sue corde
                            - Vita Privata di Sherlock Holmes: coraggioso il tentativo di presentare in modo intimo il personaggio di SH, con il british humor non pare avere però la stessa confidenza che aveva con l'umorismo a stelle e strisce
                            - Buddy Buddy: la ricordo come una degnissima chiusura di carriera nonostante non goda di gran reputazione. Ho scoperto che è il remake di un film francese, proverò a vederli a distanza ravvicinata.


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                              Allora di Billy Wilder mi restano da vedere :

                              - Amore che Redime
                              - Frutto Proibito
                              - Cinque Segreti del Deserto
                              - Il Valzer dell'Imperatore
                              - L'Aquila Solitaria
                              - Vita Privata di Sherlock Holmes
                              - Buddy Buddy

                              Appoggio tutto quello che hai detto su Wilder, la cui carriera praticamente si è interrotta ad inizio anni 80' privandoci, nei restanti 20 e passa anni di vita rimanenti del regista, la possibilità di vedere altri suoi filmoni. Purtroppo era cominciata un'epoca di decadimento e barbarie nel cinema americano che tutt'oggi non si è arrestata nonostante i 40 anni trascorsi, un genio come Wilder costretto a rimanere fermo è stato un colpo basso inferto alla settima arte, ma Hollywood non ha mai rispettato chi ha contribuito a farla veramente grande.
                              Eppure era un regista intelligentissimo, molto più di un Hitchcock o un Ford ed in parte anche Welles, vista la sua indubbia capacità di leggere la realtà in cui viveva con uno spirito cinico e sarcastico, che fanno dei suoi film delle vere e proprie analisi sociali e del costume morale dell'epoca giungendo anche ad anticipare l'evoluzione dei tempi.
                              Ma oggi, nonostante sia stato il miglior sceneggiatore della storia del cinema, è un regista al quale non si rifà nessuno, in quanti si dicono Wellesiani, Fordiani o Hitchcockiani? Una miriade, in quanti Wilderiani? Nessuno, perchè essere tale implica una capacità di discernere la realtà che solo un essere acuto e profondo come Wilder era capace di fare, però siccome non muoveva la macchina da presa o secondo i suoi detrattori era scarso nella componente visiva (ma dove?), è passato in secondo piano, perchè nel cinema giusto o sbagliato la regia ha il primato sulla scrittura.
                              Mah, sarà un po' in sordina ma è ampiamente riconosciuto come uno dei più grandi di tutti i tempi. E anche se la sua carriera negli anni '80 si è interrotta, ci ha lasciato con 26 titoli. Grossomodo, penso sarà il quantitativo a cui si fermeranno i Coen, Cronenberg e Nolan, giusto per pescarne altri 3 dalla mia top 5.

                              A me ne mancano 5, tra cui l'iconico Quando l'amore va in vacanza. Merita? E' poco citato quando si parla di Wilder.
                              Frutto proibito è una commedia molto simpatica che io inserisco nella top 10 del regista. Degli altri, ho visto gli ultimi tre della tua lista: niente di brutto, però sono dei film minori, anche se Sherlock Holmes ha un approccio diverso da ciò che mi aspettavo e Buddy Buddy diverte.
                              'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                                - Amore che Redime
                                - Frutto Proibito
                                - Cinque Segreti del Deserto
                                - Il Valzer dell'Imperatore
                                - L'Aquila Solitaria
                                - Vita Privata di Sherlock Holmes
                                - Buddy Buddy

                                Appoggio tutto quello che hai detto su Wilder, la cui carriera praticamente si è interrotta ad inizio anni 80' privandoci, nei restanti 20 e passa anni di vita rimanenti del regista, la possibilità di vedere altri suoi filmoni. Purtroppo era cominciata un'epoca di decadimento e barbarie nel cinema americano che tutt'oggi non si è arrestata nonostante i 40 anni trascorsi, un genio come Wilder costretto a rimanere fermo è stato un colpo basso inferto alla settima arte, ma Hollywood non ha mai rispettato chi ha contribuito a farla veramente grande.
                                Eppure era un regista intelligentissimo, molto più di un Hitchcock o un Ford ed in parte anche Welles, vista la sua indubbia capacità di leggere la realtà in cui viveva con uno spirito cinico e sarcastico, che fanno dei suoi film delle vere e proprie analisi sociali e del costume morale dell'epoca giungendo anche ad anticipare l'evoluzione dei tempi.
                                Ma oggi, nonostante sia stato il miglior sceneggiatore della storia del cinema, è un regista al quale non si rifà nessuno, in quanti si dicono Wellesiani, Fordiani o Hitchcockiani? Una miriade, in quanti Wilderiani? Nessuno, perchè essere tale implica una capacità di discernere la realtà che solo un essere acuto e profondo come Wilder era capace di fare, però siccome non muoveva la macchina da presa o secondo i suoi detrattori era scarso nella componente visiva (ma dove?), è passato in secondo piano, perchè nel cinema giusto o sbagliato la regia ha il primato sulla scrittura.
                                BHè, il regista di The Artist mi pare ringraziò pubblicamente WIlder agli Oscar (ovviamente Wilder era morto, quindi il suo era un omaggio).

                                Comunque ottima rece per un film che era stato (giustamente) riconosciuto come "debole" dallo stesso Wilder. Il problema principale del film (che è uno dei più deboli di Wilder ma rispetto a certe commedie moderne è oro) è che manca una controparte dialettica. Mi spiego: In Irma la Dolce, viene introdotta una Parigi da favola, ultra colorata, ultra pop, ultra fumettistica. Tutto ciò che segue funziona nel racconto proprio perchè siamo stati introdotti non nel mondo reale ma in una sorta di "mondo da fumetto". In Sabrina, vediamo una Parigi stereotipata ma prima assistiamo ad un mondo molto particolare, quello del jet set della famiglia di Bogart, in cui la piccola Hepburn è cresciuta. Di nuovo una favola, che funziona grazie al contrasto tra due non luoghi (la favolosa villa miliardaria, e la Parigi da cartolina). In "Avanti", la dicotomia non funziona, non ci viene mostrata la New York alienante da cui Lemmon "scapperà" nel finale (mentre invece ci veniva mostrata la New York alienante de L'appartamento), per cui quando vediamo il "paese del sottosopra", ossia l'Italia, dove le regole che conosciamo smettono di valere, la forza comica, ma anche filosofica (scontro tra due stili di vita) del film, viene meno. Ancora, l'Italia volutamente stereotipata e cartoon (come era cartoon anche l'Italia che noi stessi rappresentavamo, basti pensare, come hai detto, a La ragazza con la pistola) perchè ci viene introdotta da subito attraverso gli occhi del protagonista, senza una introduzione che ci dipinga Ischia come un "non luogo" cinematografico.
                                Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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