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  • Rifkin’s Festival

    Woody Allen ormai è come la Marvel, sai di avere un appuntamento annuale quasi fisso (nel caso della Marvel anche più di uno) dal quale sai cosa aspettarti: un buon film di intrattenimento e in fondo niente di indimenticabile. Anche stavolta non fa eccezione, la storia è la “solita” ma impreziosita da una serie di inserti in bianco e nero in cui il regista rielabora alcune scene dei film del passato in funzione della vita del protagonista. Per carità, niente per cui strapparsi i capelli ma comunque tutto molto divertente e testimone di un amore per il cinema del passato che dopo un inizio un po’ troppo garrulo trova una soluzione brillante per proseguirne il discorso. L’unica cosa che personalmente ho trovato quasi disturbante è la solita storia d’amore, seppur platonico, tra un ottantenne e una quarantenne ma non per le vicende private di Allen quanto per l’ingenuità con la quale si dia per scontato che una cosa del genere possa funzionare. Speravo che il regista, al pari di Verdone, avesse abbandonato determinate scelte narrative ma a quanto pare la tentazione è troppo forte. In ogni caso valeva la pena aspettare per vederlo al cinema anche solo per la fotografia di Storaro, ormai si vende da sola.

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    • Ieri faccio un salto su primevideo per vedere cos'ha da offrire e vengo attratto da Cosmic sin, più che altro per la presenza di bruce williws.. dopo appena 1 minuto capisco che si tratta di una cagata cosmica così vado a leggere la media dei voti ho evitato di buttare 2 ore nel cesso, possibile che non ci sia un sistema per filtrare il pattume?

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      • il sistema è guardare il trailer, o la media voti, ma ti consiglio imdb piuttosto di quella dei critici, che comunque per questo film concordano, willis è ridotto male se accetta roba del genere, ho visto il trailer e si capisce subito che è una porcata, anche se certe porcate sono divertenti, questo invece pare indecente anche nei contenuti

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        • Rifkin's Festival di Woody Allen

          Un classico Allen minore degli ultimi tempi, che ormai batte sempre sulle stesse situazioni, adottando stavolta uno sguardo più senile. Seconda parte leggermente noiosa e prolissa, ma è comunque - nel complesso - una pellicola piacevole. Dopo una prima visione l'ho preferito sia a Café Society che a A rainy day in New York.

          Si vive una volta sola di Carlo Verdone

          Il suo film peggiore tra quelli che ho visto. Volgare, banale, montato male (hanno avuto un anno per fare ulteriori aggiustamenti ma evidentemente gli andava bene così), pare quasi più un film di Veronesi venuto male che un film del Carletto nazionale. Ormai la sua carriera è in caduta libera, dispiace.
          Ultima modifica di Gidan 89; 16 maggio 21, 10:25.
          https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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          • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio

            Si vive una volta sola di Carlo Verdone

            Il suo film peggiore tra quelli che visti. Volgare, banale, montato male (hanno avuto un anno per fare ulteriori aggiustamenti ma evidentemente gli andava bene così), pare quasi più un film di Veronesi venuto male che un film del Carletto nazionale. Ormai la sua carriera è in caduta libera, dispiace.
            L'ho visto anch'io qualche giorno fa: Una cagata fotonica!
            "Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione...E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser...E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia... E' tempo di morire"

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            • Amazon sta distribuendo una cagata dopo l' altra, i grandi film "originali" dell' ultimo periodo sono uno peggiore dell' altro.

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              • Sì bruttino l'ultimo film di Verdone, mi dispiace soprattutto perché sta girando una serie che ha un concept anche promettente (interpreta se stesso) ma temo ci si approcci con questa stessa stanchezza.

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                • Doppia pelle, Quentin Dupieux (2019)
                  Film dal soggetto molto particolare: un uomo spende tutti i suoi risparmi per comprare una giacca di cui poi si innamora. Si va quindi a parare sulla gelosia, con il protagonista che si incarica di uccidere tutte le giacche del mondo - con tanto di sepoltura dei "cadaveri" da nascondere, - e sull'attaccamento morboso verso qualcosa che è espressione, e quindi completamento - il protagonista si rifà l'outfit a suon di abiti in pelle di daino, come da titolo originale, - della nostra personalità. In tutto questo il regista trova spazio anche per inserire un finto documentario in cui il protagonista, nel compiere la sua missione, si lascia dietro una scia di teste mozzate dalla sua pala del ventilatore, con la montatrice a far notare come da queste pulsioni possa nascere una grande creatività. Quella che ho visto in questo film.

                  Dragged Across Concrete - Poliziotti al limite, S. Craig Zahler (2018)
                  Un poliziesco che per la lunghezza mi ha ricordato Heat - La sfida. Non arriva a quei livelli, ma è interessante per come riesce a creare una sequenza di grande tensione mantenendo l'azione statica. Per il resto il film è una brutale presa di coscienza su come sia sempre difficile mantenere l'ordine e stare dietro alla violenza, idee visibili nel poliziotto protagonista dall'animo scalfito e dalle maniere esagerate, che finisce per combattere il crimine con... il crimine e, soprattutto, dal personaggio di Jennifer Carpenter, che entra in scena circa a metà film con una presentazione che porta a pensare sia un personaggio per la trama e che invece, con la sua improvvisa e violenta morte pochi minuti dopo, si rivela più importante per il tema.

                  Another Year, Mike Leigh (2010)
                  Commedia amara il cui titolo dice già tutto: se Tom e Gerri vivono un'esistenza tranquilla e felice, tra feste in famiglia, chiacchierate con amici e un buon successo nel lavoro (figlio compreso), per chi li circonda il tempo passa inesorabile, colmo di delusioni per i sogni rimasti nel cassetto e per la situazione sentimentale. Ecco che quindi ogni anno è solo "un altro anno" e quei pochi cambiamenti - l'acquisto di una macchina, i nuovi rapporti stretti con il figlio della strana coppia - si rivelano piaceri temporanei e nuovi sogni pronti per essere infranti. Ho trovato interessante il modo del regista di riprendere l'imbarazzo di una situazione (la gelosia di Mary verso Joe, che, povero, non ne sapeva nulla, e la sua nuova fidanzata) con dei primi piani molto ravvicinati, come a violare l'intimità dei personaggi.

                  Antiporno, Sion Sono (2016)
                  Curiosa questa Nikkatsu, che prima commissiona cinque pinku eiga e poi rilascia un film con questo titolo. In quest'ora e un quarto il regista ci propone una riflessione sulla vera libertà di un individuo e su come sia facile restare schiavi di quelle che consideriamo libertà. E così Kyoko, la disinibita dominatrice del film dentro al film, nel suo privato si rivela una ragazza timida e sensibile alla superbia di Noriko, l'altra attrice, che nel film invece dovrebbe interpretare la sua serva (un applauso alle due attrici, che vestono perfettamente i panni dei loro personaggi e risultano credibili in entrambe le versioni). Perché Kyoko ha seguito questa strada? E' davvero libera o ormai è andata troppo avanti per poter "uscire da questa bottiglia"? Il finale - lei che striscia zozza di colore nel pavimento e i suoi di fianco che trombano - sembra propendere per una grande difficoltà ad abbandonare il proprio sentiero, ma mai dire mai.

                  L'esperimento del dottor K, Kurt Neumann (1958)
                  Predecessore del ben più noto La mosca, si propone come un film molto più classico che va a vedere l'influenza che ha l'esperimento del dottore attorno ai suoi cari. Il motore di tutto è l'indagine sulla morte del dottore, che si incaglia subito sulla sfuggente testimonianza della moglie autodichiaratasi colpevole. Trovo abbastanza costruito il lieto fine (è più umano l'uomo con la testa di mosca o la mosca con la testa d'uomo?) ma alla fine è stata una visione piacevole. Cronenberg gioca un altro campionato e penso siano remake come il suo a "rovinare" gli originali, perché ne sottolineano i limiti e li gettano nel dimenticatoio. Ricollegandomi a discussioni lette sui film di Godzilla, sorprende che sia riuscito a superare l'originale focalizzandosi soprattutto sull'oggetto fantascientifico.
                  'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                  • Utamaru e le sue Cinque Moglie di Kenji Mizoguchi (1946).

                    Utamaro Kitagawa fu autore di circa 2000 stampe di ritratti femminili che spopolarono in Europa nella seconda metà dell'800', consacrando l'artista a fama internazionale a poco più di 60 anni dalla sua morte, eppure di tale figura si conosce ben poco a livello biografico e le fonti in materia sono tutte contraddittorie tra loro, in questa confusione s'innesta la macchina da presa di Kenji Mizoguchi, che non confeziona nè un film in costume vero e proprio, nè un biopic nel senso classico del termine sulla vita di un'artista sorto ad emblema dell'intellettuale anti-cortigiano, scegliendo di non piegarsi in alcun modo all'arte ufficiale della scuola di Kano incentivata e sostenuta dallo shogunato, poichè parte della tradizione secolare del Giappone.
                    Seinosuke (Kotaro Bando), discendente di una famiglia di samurai, è dotato di un sicuro avvenire artistico dati i suoi ritratti che rispettano appieno la tradizione, la vista delle stampe di Utamaro, fautore di una nuova corrente artistica che sfrutta sapientemente le luci e le ombre per far risaltare l'umanità delle donne ritratte, porta il giovane a sfidare tale maestro uscendone sconfitto, decidendo così di diventare suo allievo, a costo di lasciare una posizione altolocata sicura e rompere il fidanzamento con Yukie (Eiko Ohara).
                    Utamaro è un semplice artigiano, quindi appartiene ad una classe sociale inferiore rispetto a quella della stragrande maggioranza degli artisti del suo tempo, ciò per l'uomo non è di alcun problema, visto che la sua linfa artistica trae tutta la propria potenza dal soffio vitale che pervade il suo vissuto, fatto di tanti piccol piaceri quotidiani gozzovigliando e bevendo sakè in continuazione nelle varie taverne in cui sovente si ferma con la propria comitiva, circondato spesso da compagnie femminili di varia estrazione sociale, le quali sono muse ispiratrici della sua arte.

                    Utamaro non è quindi il classico artista "maledetto" nel condurre la propria esistenza, nè un genio incompreso, ma viene ritratto da Mizoguchi come un pittore "popolare", che rifiuta l'alto per vivere al contatto con la gente comune, respirandone la stessa aria e interfacciandosi con le loro miserie quotidiane, cercando di avere per quanto possibile (ma non sempre vi riesce) un distacco adeguato, per non lasciarsi trascinare nelle passioni del popolo in modo da mantenere sempre il primato dell'arte rispetto al soggetto femminile che gli funge da ispirazione.
                    Facile fare un parallelismo tra la figura di Utamaro con quella dello stesso Mizoguchi, cosa in parte confermata dallo sceneggiatore Yoshitaka Yoda, d'altronde per entrambe le figure, la fama artistica è dovuta all'abilità unica e sopraffina nel ritrarre l'umanità delle donne, cogliendone i dolori e le sofferenze per le miserie alle quali sono costrette, tramite Okita (Kinuyu Tanaka) il regista coglie l'emblema dell'eroina femminile del suo cinema, che denuncia l'iniquità della società verso la donna, ma argomentando comunque il suo gesto estremo con la fedeltà ai propri sentimenti, per Utamaro la confessione di Okita, diventa un fremito impulsivo che muove le sue mani incapaci di stare ferme, poichè sentono il bisogno di sfogare su carta l'umanità pulsante di un personaggio femminile straziato nell'animo. Sviluppato in una originale forma corale per l'epoca, la figura artistica di Utamaro è solo il centro di gravità, che tiene legati a sè i vari personaggi di una pellicola priva di una trama vera e propria, che si snoda attraverso vari personaggi, ritratti dai classici longtake dalla durata di un'intera sequenza, con cui Mizoguchi raggiungerà la totale padronanza espressiva, estetica e tecnica nei suoi grandi capolavori degli anni 50' e che aveva poco a poco sviluppato negli anni precedenti, mettendo le sue abilità registiche al servizio di una pellicola che si pone come intenso elogio dell'arte, capace di rappresentare al meglio quella bellezza senza filtri e non sempre facile da riconoscere.

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                    • La Vendetta dei 47 Ronin di Kenji Mizoguchi (1941).

                      Il 1941 è l'anno del leggendario Quarto Potere di Orson Welles, il film migliore della storia del cinema, sarebbe quindi giusto passare oltre e andare al 1942 per cercare altri capolavori, ma ciò denoterebbe estrema miopia di giudizio, poichè non riconoscerebbe come tali Piccole Volpi di William Wyler ed una pellicola uscita in un paese situato dall'altra parte dell'oceano Pacifico, precisamente in Giappone, cioè il monumentale La Vendetta dei 47 Ronin di Kenji Mizoguchi, grandioso non solo per l'abnorme durata di oltre tre ore e mezza, che rese necessaria una divisione in due parti all'epoca dell'uscita nei cinema, ma soprattutto perchè segna uno titanico sforzo tecnico reso possibile specie nella prima parte di film, dal budget alto messo a disposizione dalla Shochiku, che avrebbe voluto sfondare ai botteghini con una pellicola tesa a celebrare i più alti valori del Giappone, quando esso si apprestava a fare pieno ingresso nella seconda guerra mondiale, dopo oltre 10 anni di guerra "parallela" condotta in Asia.
                      Tratto dalla nota quanto celebrata vicenda dei 47 ronin, che scelgono di vendicare il seppuku del loro daimyo Asano e la confisca di tutti i suoi beni, causato dalla sua rezione violenta nei confronti degli insulti del nobile Kira (Kazutoyo Mimazu) neanche punito per la sua evidente provocazione, nonostante fosse stato proibito ai samurai di farlo per ordine dello shogun in persona, però l'etica del samurai impone il dovere di vendicare il proprio signore al di là di ogni legge imposta; Mizoguchi sfrutta l'abnorme durata concessagli dalla produzione ed il cospicuo budget, al servizio di un'epica non dell'azione tenuta sempre fuori campo negli avvenimenti salienti, con tanto di clamorosa lettera che relaziona la vedova di Asano sul tentativo riuscito di vendetta nei confronti del nobile Kira, ma della psicologia e dell'analisi umana sul dovere di fare vendetta da parte di taluni dei samurai più fedeli al nobile Asano, in primis del gran ciambellano Oishi Kuranosuke (Chojuro Kawarasaki), che conscio delle scarse probabilità di successo se agissero subito, per via delle ingenti misure di protezione poste nei confronti di Kira per via anche dei suoi legami con le alte sfere del potere, elabora un piano a medio-lungo termine che potrebbe portare al compimento dell'agognata vendetta, ma estremamente rischioso, poichè subordinato alla non futura riabilitazione del clan Asano da parte dello shogun (fatto che priverebbe di qualsiasi significato l'uccisione di Kira), quanto soprattutto alla lunga attesa da sopportare per dissipare ogni sospetto sulle loro persone al fine di far abbassare la guardia e colpire duro. La pellicola di Mizoguchi è un'opera d'arte fatta di dialoghi fini, valorizzati in ogni singola parola dai long-take infiniti, che occupano spesso la durata di un'intera sequenza, questo contrasto tra una scrittura sapiente scrittura ed un'immagine in apparenza statica, unita alla lunga durata, potrebbe in effetti stendere lo spettatore meno smaliziato, che potrebbe chiedersi dov'è l'epica in una storia dove la vendetta e l'azione dovrebbe essere parte integrante della narrazione, mentre qui risulta del tutto assente.
                      In questa mancanza di dinamismo nell'azione in realtà si trova la potenza dell'epica, poichè per il cineasta quest'ultima non risiede nel numero di gente ammazzata sullo schermo e su quante spade vengano agitate per aria, ma negli atti dolorosi, contorti ed in divenire della formazione della volontà umana, che una volta manifestatasi rende del tutto inutile secondo l'ottica del regista mostrare i suoi effetti sullo schermo, poichè già la sussistenza di essa, frutto di un lungo travaglio psicologico, basta a far nascere l'epicità, in ciò in coerenza con il cinema anti-spettacolare di Mizoguchi, il quale ha sempre ricercato nella propria arte la valorizzazione del lato immanente dell'animo umano, una parte forse meno appariscente rispetto a quella trascendente ad esso, ma se abilmente portata in scena tramite geometrismi nelle inquadrature perfettamente fuse con le scenografie si spoglie, ma al tempo stesso ben costruite e mai banali visivamente, regala una potenza devastante all'immagine.

                      Certo, rispetto a Quarto Potere con le sue distorsioni nell'immagine tramite gli obiettivi grandangolari, qui siamo un passo indietro dal punto di vista della tecnica, più vicina a Piccole Volpi nella concezione della profondità di campo, ma rispetto alla neutralità dell'occhio umano voluta da Wyler, il cineasta nipponico sceglie di appoggiarsi maggiormente ai pochi (ma ben dosati) oggetti di scena, per creare una composizione visiva che non stufi mai l'occhio umano, cosa resasi necessaria dalla mancanza totale di primi piani, dall'assenza del classico campo-controcampo e dall'uso estensivo dei caratteristici piani sequenza, che sperimentano talvolta dei piccoli movimenti di macchina che circolarmente finiscono sempre per ritornare all'interlocutore, contribuendo con la forma a completare la formazione della volontà di questi ronin espressa a parole.
                      I due anni di tempo necessari per compiere e portare a termine la vendetta da parte degli ex-samurai, sono momenti difficili, dove l'etica del bushido viene messa a dura prova dall'irruenza da parte dei più giovani desiderosi di immediata vendetta e dagli affetti familiari, Kawarasaki nel portare in scena il suo Oshi, varia spesso il proprio registro espressivo a seconda delle circostanze, ma sempre celando il suo volto con una maschera invisibile, per simulare le proprie vere intenzioni, arrivando a condurre uno stile di vita dissoluto per dissipare ogni sospetto su sè stesso agli occhi dell'autorità. E' difficile per un occidentale capire l'ottica psicologica in cui si muovono questi ronin, alcuni dei quali divorziano dalle proprie mogli o sposano delle donne al solo fine di acquisire informazioni su Kira, forse il loro commovente riverenza alla tomba del loro defunto daimyo Asano dopo aver compiuto la vendetta, disvela in parte l'incomprensibile etica del samurai, ma rende comunque arduo per lo spettatore non esperto di cultura giapponese di poter giustificare una vendetta che non solo era stata proibita dal potere, ma che ha portato questi 47 ronin ad annullare totalmente sè stessi per un unico fine, il cui risultato poi non poteva che condurre alla morte tramite il più grande onore concesso ad un samurai; il seppuku.
                      Forse per rendere più comprensibile il modo di pensare in cui si muovono tali personaggi, si dovrebbe far riferimento alla tragedia di Antigone, che pone un contrasto tra la legge scritta e una legge umana non scritta, risolta dalla donna a favore di quest'ultima, così come fanno i 47 ronin che scelgono il primato dei valori imposti dall'etica del samurai, nonostante gli 80 anni del sistema dello shogunato abbiano portato quella pace, che ha reso la figura del samurai inutile ai fini bellici, costringendoli a compiti amministrativi.
                      Il significato del gesto estremo di questi ronin risiede probabilmente nella loro volontà di scuotere una società "ingessata" ed "immobilizzata" da un lungo periodo di pace, che ha fatto si che dimenticasse i valori che contribuirono a porre le fondamenta del Giappone e di cui la figura del samurai ne è la massima espressione, recuperare quell'etica quindi è assolutamente necessario per un Giappone, che si appresta ad entrare in una guerra totale, qui risiede una certa natura propagandistica se vogliamo data anche la data d'uscita, ma ciò non può essere usato come malus per il fatto che tutto questo è connaturato alla storia vera a cui si rifà il film, nonchè al fatto che se la critica perdona il contenuto smaccatamente propagandista delle pellicole comuniste di Sergei Eisenstein, non si vede perchè bisognerebbe punire Mizoguchi per eguale finalità, che tra l'altro risulta comunque molto meno evidente rispetto alle opere del collega russo. Raro esempio di pellicola quasi interamente al maschile da parte del regista, date le scelte anti-spettacolari volute da Mizoguchi, dal punto di vista propagandistico la pellicola si rivelò un grosso fiasco commerciale, anche se i produttori comunque finanziarono una seconda parte a Mizoguchi, il quale però ebbe enormi restrizioni di budget, cosa che si nota nell'estrema povertà delle location e nella radicalizzazione dello stile registico. Data la guerra per lungo tale capolavoro assoluto fu assente dagli schermi occidentali, tanto che ebbe una distribuzione negli USA solo dagli anni 70' in poi.

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                      • L'Esperimento del Dottor K di Kurt Neumann (1957).

                        Stando alla media voto e ad un rapido sguardo nel dizionario di cinema del Mereghetti, Kurt Neumann non è un regista in cui brillava il sacro fuoco della settima arte, nè tra i mestieranti comunque si distingueva per tecnica e professionalità, però è entrato nel cuore degli appassionati di cinema horror con questo Esperimento del dottor K (1958), un B-movie a tutti gli effetti che partendo da un inizio super splatter per l'epoca (un uomo la cui testa e braccio sinistro sono stati letteralmente disintegrati da una pressa idraulica), prende una piega noir con la confessione della moglie Helene (Patricia Owens), che accusata dell'omicidio del marito Andrè (David Hedison), sviluppa il racconto in un lungo flashback che assume un'atmosfera sempre più misteriosa sino a sfociare nel puro fanta-horror.
                        La pellicola connaturata da un uso espressionista della fotografia colorata, costruisce il mistero sulla morte del brillante scienziato Andrè, della quale il fratello Francois (Vincent Price), non vede Helene come la colpevole dell'orrendo delitto, nonostante la donna abbia confessato apertamente all'ispettore Charas (Herbert Marshall) di esserne lei l'autrice.
                        A dispetto del nome e della pubblicità odierna sulle custodie del film, Vincent Price è solo un personaggio secondario per quanto risolutivo per l'intera vicenda, visto che i protagonisti sono essenzialmente Helene su cui poggia quasi tutto il peso narrativo della pellicola ed il brillante scienziato Andrè, i cui esperimenti sul teletrasporto, basati sulla disintegrazione degli atomi di cui sono composti i solidi e la loro ricomposizione in un altro luogo, sono il fulcro fantascientifico che genererà un abominio mostruoso, frutto della presunzione dell'uomo di varcare dei limiti imposti da Dio in materia di creazione. Andrè visti i successi del teletrasporto sui solidi, vuole dapprima provare l'apparecchio sugli animali concludendo la sperimentazione con successo e poi sulla propria persona, varcando quelle colonne d'ercole di dantesca memoria, che se oltrepassate conducono l'uomo alla rovina e Andrè come l'Ulisse di Dante, riceverà una punizione orribile per aver tentato di giocare a fare Dio, con tanto di finale iper-malato e fortemente disturbante, realizzato con l'ausilio di rudimentali effetti speciali per nulla invecchiati al giorno d'oggi.

                        Un messaggio conservatore sulla conoscenza subordinata a dei limiti imposti da un creatore esterno, come d'altronde più volte ammonisce Helene, ma per Andrè l'uomo in quanto oggetto di creazione divina ha il dovere di diventare indipendente da Dio e divenire anch'egli creatore; in questa dialettica bisognerebbe contestualizzare l'uscita del film nel 1958, dove il progresso scientifico sfrenato senza alcuna base etica o religiosa come freno, aveva finito con il creare armi di distruzione sempre più potenti, dimostrando quindi che lo sviluppo tecnologico non porta di certo ad un miglioramento positivo in automatico per l'essere umano.
                        Indubbiamente datato nell'incapacità di emanciparsi da uno stilema noir come impianto base narrativo, oltre al fatto che questo Neumann non mostri chissà che mano per dare incisività con la regia alle sequenze di raccordo, che non riguardino le parti nel laboratorio, bisogna comunque riconoscere l'abilità del regista nell'azzeccare tutti i passaggi chiave in ambito orrorifico; tutte le scene con Andrè che nasconde il proprio braccio e copre la testa con un telo per nascondere l'orribile mutazione subita, costruiscono un atmosfera di terrore latente, che verrà prevedibilmente squarciata dispiegandosi in tutto il suo spavento con la vista della testa della mosca al posto del viso umano.
                        Quasi 70 anni non sono bastati per cancellare la sensazione di terrore e disgusto che provava lo spettatore dell'epoca quanto quello di oggi (per lo meno quello intelligente), poichè l'ottimo trucco applicato rende benissimo l'abominio mostruoso creatasi, non c'è mai la sensazione di effetto "pupazzoso"; anzi, quando lo scienziato mutato tocca con la "zampa" la moglie svenuta per sincerarsi che sia bene, si prova un forte disgusto repellente verso tale mostruosità. La notevole "soggettiva" dello sguardo deframmentato rivolto alla consorte, verso la quale nutre ancora un forte amore nonostante la propria mente venga sempre più soggiogata dall'indole della mosca, sottolinea la perfetta fusione in una nuova entità che non è più un essere umano, chiedendo alla moglie un estremo atto d'amore; la sua uccisione per far sparire per sempre tale abominio.
                        Buon successo ai botteghini dato anche il costo di produzione contenuto, definito ridicolo e rivoltante da certa critica, l'Esperimento del dottor K è un film che nonostante la natura di B-movie e una regia non brillante, colpisce visceralmente e disturba come pochi film sanno fare, in un certo senso da ringraziare la Midnight Factory per aver fatto un cofanetto BD con i 5 film della saga (di cui mi interessava il film di Cronenberg), che ho preso a prezzo ultra-scontato più un ulteriore bonus sconto, altrimenti mai e poi mai lo avrei visto.

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                        • gemini man di ang lee con will smith, avete presente after earth con smith padre e figlio di shyamalan che tutti dicevano fosse una schifezza?, ecco in realtà è un film carino mentre la schifezza è questa di ang lee, gemini man sembra uno di quei film tv a basso costo noioso con attori sconosciuti

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                          • Peccato sia una canaglia
                            Filmetto che però ha la sua importanza per segnare l'inizio della collaborazione tra Mastroianni-Loren-De Sica. Il trio fa scintille, ma il merito è soprattutto della vecchia volpe Vittorio che ancora una volta ripropone la sua macchietta dell'oratore spiantato, una sorta di Arsenio Lupin di borgata che riesce con i suoi equilibrismi linguistici a divincolarsi da ogni situazione. Buoni i caratteri e i caratteristi della Roma di una volta, risalta su schermo la complementarietà dei lineamenti duri e squadrati di Mastroianni accanto a quelli curvilinei della Loren. Trama ripetitiva, Mastroianni delinea il personaggio di lavoratore "vittima" che lo accompagnerà in tanti altri film, la sceneggiatura di Suso Cecchi D'amico innesta qualche zampata sulla malinconia del carcere e sulla vita di tassisti, metronotte, commessi viaggiatori, inaspettata in una commedia rosa, leggera e superflua come questa.

                            Tempeste sul Congo (white witch doctor)
                            Titolo italiano che non rende merito al titolo straniero. Filmetto d'altri tempi, invecchiato malissimo. Film di avventura girato in studio (e si vede) con animali a volte ricostruiti in costume alla "poltrona per due" (e si vede), e sceneggiatura ricca di clichè. Siamo lontani dalla "regina d'Africa" coi grandi Hepburn e Bogart. Eppure fa ridere con affetto questo film di avventura che, per certi aspetti, ricorda certi prodotti nostrani come Jurassic World (anche nella resa dei caratteri: lui bellimbusto pettoruto e d'azione, lei donna intelligente e sagace, con accanto scenografie e animali fintissimi). Piacevole da vedere più come reperto di antiquariato della vecchia hollywood

                            Carabiniere a cavallo
                            Farsetta che si lascia vedere solo per le efficaci battute di Scola in sceneggiatura, e per la bravura di Manfredi e Peppino De Filippo.

                            Baci rubati
                            Pur riconoscendo gli oggettivi meriti tecnici e artistici de I 400 colpi (specie l'intero terzo atto), ho sempre avuto un problema con quel film: odiavo quel ragazzino e avrei voluto che smettesse di comportarsi come un idiota (pur riconoscendo il suo stato di vittima della situazione familiare). Non so da cosa nasca questa mia antipatia. Fatto sta che ero riluttante a guardare questo secondo (in realtà terzo) episodio della "saga" di Doinel. Il film è scorrevole e ha diverse buone idee (l'agenzia investigativa, l'odio "signor tirannosauro", il monologo finale dell'uomo "definitivo", la vita da portiere d'albergo). Doinel, a metà tra un giovane piacente e un perseguitato dalla sfortuna, si muove in questo mondo quasi da cartoon (la colorata e spigliata sede dell'agenzia investigativa), e come un novello Paperino si ritrova a cambiare mille mestieri, venendo puntualmente licenziato o per la sua incapacità o per la sua inefficienza. La mancanza di una sceneggiatura solida si fa sentire, nonostante le buone idee, e spesso si ha la sensazione che il film stesso non sappia dove andare a parare. Tuttavia ciò permette di vedere una commedia romantica atipica, lontana dai classici schemi hollywoodiani. Certo, l'introspezione psicologica di certe commedie, anche nostrane, è da tutt'altra parte, e specie i personaggi femminili risultano figure appena abbozzate, come se la loro esistenza sia dettata solo dall'essere il fulcro di interesse di Doinel. Intimista ma bozzettistico.
                            Ultima modifica di UomoCheRide; 20 maggio 21, 11:46.
                            Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                            • La Leggenda di Narayama di Keinosuke Kinoshita (1959).

                              Inutile, misera, sdentata, su per il ripido pendio sulle spalle del figlio Tatsuhei (Teiji Takahashi), l'anziana Orin (Kinuyo Tanaka), deve scalare una montagna per andare in contro alla morte; poco importa che in realtà nonostante i 70 anni ella sia ancora l'elemento più produttivo della famiglia, la tradizione secolare impone il sacrificio degli anziani per non pesare sulla famiglia e permettere così una suddivisione del cibo più abbondante per i rimanenti membri del nucleo parentale, in modo da affrontare con più successo le frequenti carestie che spesso avvengono.
                              Più l'anziana Orin sale in alto, più il viaggio si fa faticoso, più il paesaggio intorno diviene pietroso e scarno, mentre la neve, che gelata incontrerà sulla vetta, nell’estrema stanza aperta al cielo ora maggiormente vicino e livido, e che già in prossimità comincia a cadere, a cancellare le impronte, è assieme il dolore e il pudore di questo gesto, l’accettazione e il pianto dignitoso; gli ultimi metri, gli ultimi istanti, dovrà trascorrerli totalmente sola, piccola anziana ricoperta poco a poco da una coltre di neve, elemento auspicato e benedetto da Orin, poichè oltre a non farla soffrire troppo nell'agonia del trapasso, l'accompagnerà in modo meno doloroso nell'aldilà, dimostrandosi l'ennesimo personaggio femminile di stoica tempra interpretato in modo sopraffino da Kinuyo Tanaka, meglio conosciuta per i suoi film con Mizoguchi.
                              Questa grande descrizione metaforica basta a rendere la "Leggenda di Narayama" di Keisuke Kinoshita un capolavoro immane della storia del cinema, un elogio della vecchiaia innanzi alle avversità dell'esistenza ed un'invettiva contro una tradizione percepita come barbara e disumana, innanzi alla quale ci si deve piegare perchè così si deve, pur maledicendo il peso millenario di tale consuetudine che non guarda in faccia a nessuno, eppure innanzi a quella distesa spettrale di scheletri, si celano una miriade di storie di singoli esseri umani che stoicamente hanno accettato di farsi da parte, secondo i canoni della filosofia stoica; come in quel momento intensissimo in cui la donna si rompe i denti; zenit dell' espressione dell’essere umano che sentendo la propria inutilità alle soglie della fine, si spoglia di tutto; e si toglie di torno dalla famiglia, dalla società, dalla natura, acconsentendo senza lamento alla legge spietata delle tradizioni e dell’esistenza.

                              Keisuke Kinoshita arricchisce il suo racconto di suggestioni cromatiche e teatrali, che fungono quasi da una lunga preparazione spirituale a quell’ultima scalata, struggente e penosa, in cui il film si prosciuga e diventa bellissimo.
                              Ma prima dell'ascesa sul Narayama, viaggio che dovrà compiere insieme al figlio Tatsuhei, il quale invece è fermamente contrario a tale macabra usanza, giungendo anche a violare una delle tre regole sacre alla base di tale usanza, il tornare indietro improvvisamente per poi essere dolcemente invitato ad andare via dalla madre Orin con un solo gesto della sua mano. Il cinema si fonde al teatro, Kinoshita usa la tradizione del teatro kabuki abbondantemente nella costruzione della messa in scena filmica, cominciando dall'introduzione di una voce narrante che tramite l'accompagnamento con le dolci note dello Shimasen, permette di penetrare nello stato d'animo dei personaggi, ergendosi anche a supremo cantore di un destino ineluttabile a cui volenti o nolenti tutti i personaggi devono sottostare a prescindere dalla loro effettiva volontà, se Orin vi si presta di buon grado, un altro anziano preferisce essere umiliato dai suoi familiari piuttosto che morire di fame e stenti sul Narayama.
                              Non celando l'evidente impianto teatrale, dovuto anche all'evidente stilizzazione da palcoscenico, per via dello scenografie palesemente artificiose con tanto di cambi di scena tramite il sipario e buio immediato, Kinoshita gira una pellicola per assurdo sperimentale pur nella sua più profonda aderenza alla classicità, la quale viene accentuata fino all'estremo nelle costruzione e nei colori pittorici ed artificiosi, simbolo di un cinema come quello nipponico che non ha mai cercato nella tavolozza cromatica un realismo scenico, ma solo una modalità espressiva che fungesse da contrappunto visivo al travaglio psicologico dei personaggi, senza mai scadere nell'estetismo fine a sè stesso, che tanto mostra per poi celare nulla dietro tale opulenza visiva.
                              Una pellicola intrisa di giapponesità al 200%, molto ostile per lo spettatore odierno (non poche stroncature vi furono a Venezia e da parte di certa critica americana dell'epoca), eppure coerente contro la requisitoria del regista contro una tradizione percepita come barbara e purtroppo dimenticata perdendosi nella leggenda, come vuole d'altronde il finale in bianco e nero con un cartello che annuncia la fermata di un treno alla stazione di "Obasute" (l'abbandono degli anziani), un tetro epitaffio di una consuetudine perdutasi nella memoria di un passato remoto.

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                              • I Protagonisti di Robert Altman (1992).

                                Robert Altman indaga la società tramite la multiforme coralità, mai sfruttata dal regista come elemento sovrabbondante quanto meramente superficiale, ma usata come oggetto di analisi interna di un'umanita' meschina ed arrivista, disponibile a ricoprirsi di merda se questo dovesse comportare un avanzamento in più sul gradino della scala sociale, rappresentato appieno negli USA da Hollywood, la fabbrica dei sogni, dove tutti i suoi componenti si frequentano, per poi cordialmente detestarsi alle spalle dell'altro e dove i produttori puntualmente cadono sempre in piedi assicurandosi nella realtà quel lieto fine da sempre indicato come artificioso da tanta critica poiché accondiscendente verso il pubblico, quando in realtà esso rappresenta l'aspirazione a cui ambisce ogni uomo comune.
                                Altman nei Protagonisti (1992), gioca con le aspettative dello spettatore come il miglior Hitchcock dei tempi andati, le numerose minacce di morte inviate a Griffin Mill (Tim Robbins), importante produttore riverito dai superiori per la sua capacità nel saper scegliere le 12 sceneggiature annuali sulle 50.000 esaminate da trasformare in un film, sono solo un pretesto narrativo che conduce l'uomo ad uccidere lo scrittore David Kahane credendo erroneamente costui il mandante delle lettere minatorie. Al regista non interessa andare sul thriller-giallo nato dalle indagini della polizia nei confronti di Griffin o sul torbido noir nato dalla relazione instauratasi tra tale produttore e la compagna del defunto Kahane, nonostante le molte sottolineature citazioniste fatte ai film passati, poiché si punta ad imbastire un dotto gioco narrativo-metacinematografico di stampo satirico, che punta ad un riso amaro e solo apparentemente mira a confondere realtà e finzione, in quanto entrambi i piani sono perfettamente coincidenti in Altman, poiché gli attori stessi sono i veri protagonisti del film, portando così a compimento il ragionamento di Altman su come Hollywood in realtà non sia altro che una proiezione dei sentimenti e dei valori di un'intera società, di cui punta a farsi catalizzatore delle sue aspettative; il lieto fine artificioso in realtà è ciò a cui tutti gli spettatori aspirano nella vita, tradire tale volontà significa violare un sacro comandamento implicito nella costruzione del mito del sogno americano, quindi l'essere relegati ai margini del sistema e fatti fuori.

                                Non c'è spazio ad Hollywood per le singole personalità artistiche, il mostruoso piano sequenza iniziale di circa 8 minuti, ci immerge nel mondo di individui che popola Hollywood; produttori potenti che pensano solo ai soldi, soggettisti che progettano seguiti inutili di vecchi successi, gente esterna in visita agli studios e due sceneggiatori, Tom ed Andy, che discutono del piano sequenza dell'Infernale Quinlan di Orson Welles (1958) mentre vivono tale tecnica di ripresa da parte di Altman, fantasticando sul loro progetto filmico "Habeas Corpus", una pellicola "d'arte" da realizzarsi nelle loro intenzioni senza divi, con uno stile asciutto ed un finale negativo, tale progetto diventerà nelle mani di Griffin un mero strumento da utilizzare per continuare mantenere la propria posizione influente, minacciata dal nuovo arrivato Larry Levy, a cui appioppare tale fallimentare progetto per poi intervenire all'ultimo momento per salvare il prodotto dal disastro ai botteghini.
                                Abbiamo quindi un ulteriore film all'interno del film, che funge da efficace satira sui meccanismi alla base del cinema di Hollywood; divi e lieto fine a tutti i costi, non importa se ciò renda il film fasullo ed artificioso minandone le potenzialità artistiche, poiché le conclusioni positive a tutti i costi sono l'aspirazione intrinseca di noi spettatori, che di questo film siamo noi stessi soggetti attivi della costruzione narrativa Altmaniana, che punta a far sperare da parte nostra in una conclusione felice per Griffin, quindi la sua impunibilita' per ciò che ha fatto, in questo modo la figura di tale produttore diventa metafora amara di una nazione intera e di un'umanita' disastrata senza scrupoli ed arrivista, pronta a fare le scarpe al prossimo, essendo attaccata solo ed esclusivamente alla materialità delle cose da ostentare come simboli di potere per affermare il proprio status. L'arte non è mai esistita nella mercificazione cinematografica come intesa da Hollywood, sono parole vuote come il discorso di Griffin alla festa a cui partecipa, conta solo il profitto ed Altman nei Protagonisti condensa oltre 90 anni di cinema americano in una pellicola che in 2 ore racchiude un meccanismo che rincorre sempre stesso, all'insegna di un immagine al servizio di una scrittura intelligentissima e viceversa. Strapieno di camei di celebri attori ed attrici dell'epoca, Altman torna alla forma migliore con questo capolavoro assoluto del cinema, girando a tutti gli effetti il miglior film su Hollywood dopo Viale del Tramonto di Billy Wilder (1950), di cui si pone come unico ed autentico erede artistico. Palma come miglior attore per l'ottimo Tim Robbins, critiche ottime, buoni incassi e tre nomination agli oscar andate a vuoto poiché Gli Spietati di Clint Eastwood (1992), era un ostacolo insormontabile per chiunque.

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