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  • I Protagonisti di Robert Altman (1992).

    Robert Altman indaga la società tramite la multiforme coralità, mai sfruttata dal regista come elemento sovrabbondante quanto meramente superficiale, ma usata come oggetto di analisi interna di un'umanita' meschina ed arrivista, disponibile a ricoprirsi di merda se questo dovesse comportare un avanzamento in più sul gradino della scala sociale, rappresentato appieno negli USA da Hollywood, la fabbrica dei sogni, dove tutti i suoi componenti si frequentano, per poi cordialmente detestarsi alle spalle dell'altro e dove i produttori puntualmente cadono sempre in piedi assicurandosi nella realtà quel lieto fine da sempre indicato come artificioso da tanta critica poiché accondiscendente verso il pubblico, quando in realtà esso rappresenta l'aspirazione a cui ambisce ogni uomo comune.
    Altman nei Protagonisti (1992), gioca con le aspettative dello spettatore come il miglior Hitchcock dei tempi andati, le numerose minacce di morte inviate a Griffin Mill (Tim Robbins), importante produttore riverito dai superiori per la sua capacità nel saper scegliere le 12 sceneggiature annuali sulle 50.000 esaminate da trasformare in un film, sono solo un pretesto narrativo che conduce l'uomo ad uccidere lo scrittore David Kahane credendo erroneamente costui il mandante delle lettere minatorie. Al regista non interessa andare sul thriller-giallo nato dalle indagini della polizia nei confronti di Griffin o sul torbido noir nato dalla relazione instauratasi tra tale produttore e la compagna del defunto Kahane, nonostante le molte sottolineature citazioniste fatte ai film passati, poiché si punta ad imbastire un dotto gioco narrativo-metacinematografico di stampo satirico, che punta ad un riso amaro e solo apparentemente mira a confondere realtà e finzione, in quanto entrambi i piani sono perfettamente coincidenti in Altman, poiché gli attori stessi sono i veri protagonisti del film, portando così a compimento il ragionamento di Altman su come Hollywood in realtà non sia altro che una proiezione dei sentimenti e dei valori di un'intera società, di cui punta a farsi catalizzatore delle sue aspettative; il lieto fine artificioso in realtà è ciò a cui tutti gli spettatori aspirano nella vita, tradire tale volontà significa violare un sacro comandamento implicito nella costruzione del mito del sogno americano, quindi l'essere relegati ai margini del sistema e fatti fuori.

    Non c'è spazio ad Hollywood per le singole personalità artistiche, il mostruoso piano sequenza iniziale di circa 8 minuti, ci immerge nel mondo di individui che popola Hollywood; produttori potenti che pensano solo ai soldi, soggettisti che progettano seguiti inutili di vecchi successi, gente esterna in visita agli studios e due sceneggiatori, Tom ed Andy, che discutono del piano sequenza dell'Infernale Quinlan di Orson Welles (1958) mentre vivono tale tecnica di ripresa da parte di Altman, fantasticando sul loro progetto filmico "Habeas Corpus", una pellicola "d'arte" da realizzarsi nelle loro intenzioni senza divi, con uno stile asciutto ed un finale negativo, tale progetto diventerà nelle mani di Griffin un mero strumento da utilizzare per continuare mantenere la propria posizione influente, minacciata dal nuovo arrivato Larry Levy, a cui appioppare tale fallimentare progetto per poi intervenire all'ultimo momento per salvare il prodotto dal disastro ai botteghini.
    Abbiamo quindi un ulteriore film all'interno del film, che funge da efficace satira sui meccanismi alla base del cinema di Hollywood; divi e lieto fine a tutti i costi, non importa se ciò renda il film fasullo ed artificioso minandone le potenzialità artistiche, poiché le conclusioni positive a tutti i costi sono l'aspirazione intrinseca di noi spettatori, che di questo film siamo noi stessi soggetti attivi della costruzione narrativa Altmaniana, che punta a far sperare da parte nostra in una conclusione felice per Griffin, quindi la sua impunibilita' per ciò che ha fatto, in questo modo la figura di tale produttore diventa metafora amara di una nazione intera e di un'umanita' disastrata senza scrupoli ed arrivista, pronta a fare le scarpe al prossimo, essendo attaccata solo ed esclusivamente alla materialità delle cose da ostentare come simboli di potere per affermare il proprio status. L'arte non è mai esistita nella mercificazione cinematografica come intesa da Hollywood, sono parole vuote come il discorso di Griffin alla festa a cui partecipa, conta solo il profitto ed Altman nei Protagonisti condensa oltre 90 anni di cinema americano in una pellicola che in 2 ore racchiude un meccanismo che rincorre sempre stesso, all'insegna di un immagine al servizio di una scrittura intelligentissima e viceversa. Strapieno di camei di celebri attori ed attrici dell'epoca, Altman torna alla forma migliore con questo capolavoro assoluto del cinema, girando a tutti gli effetti il miglior film su Hollywood dopo Viale del Tramonto di Billy Wilder (1950), di cui si pone come unico ed autentico erede artistico. Palma come miglior attore per l'ottimo Tim Robbins, critiche ottime, buoni incassi e tre nomination agli oscar andate a vuoto poiché Gli Spietati di Clint Eastwood (1992), era un ostacolo insormontabile per chiunque.

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    • Too Many Ways to be Nr. 1 (Wai Kai-Fai, 1997)

      Dopo ben 17 anni di vana e infruttuosa ricerca, sono riuscito finalmente a vedere questo film, che desideravo ardentemente visionare sin da quando lessi nei primi 2000 una monografia su Johnnie To e la Milkyway, che producono la pellicola. Pur avendo tutti i crismi del classico gangster movie della casa cantonese, ha uno stile profondamente diverso, che all'epoca sconcertò per l'ardito sperimentalismo ed oggi appare sorprendentemente moderno. Rispetto al trionfo del montaggio della scuola di HK Wai Kai-Fai (sodale sceneggiatore di To) predilige il piano sequenza, con la mdp sempre addosso ai personaggi, tra grandangoli, prospettive deformate, ribaltamenti, cromatismi che oggi azzarderemmo definire pre-refniani. Ne risulta un'opera stranissima e affascinante, un pezzo di cinema grandioso e sbilenco, che frantuma spazio e tempo (il film si apre simbolicamente su un orologio rotto), mescolando con la consueta disinvoltura locale iper-violenza, comicità grottesca, suggestioni (nemmeno tanto latenti) omoerotiche, squarci lirici melò. Difficile non pensare a questa operazione di stile e linguaggio anche come una volontà di concedersi tutta la libertà possibile prima dell'handover che avrebbe normalizzato di lì a breve la produzione della fu colonia britannica.

      Sono felice come un bambino alle giostre per averlo finalmente visto, un altro titolo che posso depennare dalle mie liste. La perseveranza premia, mai disperare

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      • Non contate su di noi (S. Nuti, 1978)

        Unica regia di un autore che si è poi affermato principalmente come montatore (soprattutto dei film di Giordana), vincitore di diversi premi della critica al tempo e poi completamente rimosso, salvo poi riemergere dall'oblio un paio di anni or sono grazie alla collana Shockproof/Penny Video, appartiene a quel filone del cinema italiano che voleva raccontare il dramma della tossicodipendenza (allora ancora abbastanza sottovalutato). Non contate su di noi - titolo bellissimo a mio avviso - è un dramma crudamente realista ma non disperato, che cerca anche un (timido) orizzonte di speranza per una generazione che sembra trovare nel nichilismo e nell'annullamento di sé una distorta via di uscita dalla delusione politica e sociale. Non privo di ingenuità e qualche approssimazione stilistica - d'altronde è un film ultra indipendente girato con attori non professionisti - è cmq una fotografia d'epoca tutt'altro che scolorita, alla ricerca di un piacere impossibile (e qui lo iato tra eros e droga ha un senso autentico, non gratuito) che oggi potrebbe assumere nuove forme di dipendenza. All'epoca venne confrontato con il coevo Ecce Bombo, ma secondo me c'entra poco, al di là di essere un film "giovane" e generazionale. Con il senno di poi, anticipa Caligari e trova assonanze con un piccolo cult poco noto come L'imperatore di Roma, di dieci anni successivo.

        Meritoria l'edizione combo dvd + blu ray edita nel 2018, sia per il valore filologico che per il restauro in sé. Quando vogliamo anche in Italia facciamo edizioni di livello sul fronte home video

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        • Che roba The Father, a ripensarci è proprio disturbante. Bravi tutti.

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          • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
            Non contate su di noi (S. Nuti, 1978)

            Unica regia di un autore che si è poi affermato principalmente come montatore (soprattutto dei film di Giordana), vincitore di diversi premi della critica al tempo e poi completamente rimosso, salvo poi riemergere dall'oblio un paio di anni or sono grazie alla collana Shockproof/Penny Video, appartiene a quel filone del cinema italiano che voleva raccontare il dramma della tossicodipendenza (allora ancora abbastanza sottovalutato). Non contate su di noi - titolo bellissimo a mio avviso - è un dramma crudamente realista ma non disperato, che cerca anche un (timido) orizzonte di speranza per una generazione che sembra trovare nel nichilismo e nell'annullamento di sé una distorta via di uscita dalla delusione politica e sociale. Non privo di ingenuità e qualche approssimazione stilistica - d'altronde è un film ultra indipendente girato con attori non professionisti - è cmq una fotografia d'epoca tutt'altro che scolorita, alla ricerca di un piacere impossibile (e qui lo iato tra eros e droga ha un senso autentico, non gratuito) che oggi potrebbe assumere nuove forme di dipendenza. All'epoca venne confrontato con il coevo Ecce Bombo, ma secondo me c'entra poco, al di là di essere un film "giovane" e generazionale. Con il senno di poi, anticipa Caligari e trova assonanze con un piccolo cult poco noto come L'imperatore di Roma, di dieci anni successivo.

            Meritoria l'edizione combo dvd + blu ray edita nel 2018, sia per il valore filologico che per il restauro in sé. Quando vogliamo anche in Italia facciamo edizioni di livello sul fronte home video
            che bello quel periodo, che fucina di idee, di iniziative, di ispirazioni e di coraggio espressivo. Saranno gli anni che passano ma quando rivedo cose di quel periodo c'è sempre un piccolo tuffo al cuore. A parte il primo Moretti che è di un altro livello, i miei preferiti di quel periodo ascrivibili al cinema-verità di cui hai parlato tu, sono Il giorno dell'Assunta e L'imperatore di Roma. Veramente un tipo di cinema che oggi non si potrebbe più fare .... già solo per il fatto che ormai Roma nemmeno ad Agosto la trovi più deserta ...
            "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


            Votazione Registi: link

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            • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio

              che bello quel periodo, che fucina di idee, di iniziative, di ispirazioni e di coraggio espressivo. Saranno gli anni che passano ma quando rivedo cose di quel periodo c'è sempre un piccolo tuffo al cuore. A parte il primo Moretti che è di un altro livello, i miei preferiti di quel periodo ascrivibili al cinema-verità di cui hai parlato tu, sono Il giorno dell'Assunta e L'imperatore di Roma. Veramente un tipo di cinema che oggi non si potrebbe più fare .... già solo per il fatto che ormai Roma nemmeno ad Agosto la trovi più deserta ...
              Eh sì, gli ultimi bagliori prima del crepuscolo... Che poi secondo me - ma lo dico sottovoce che sennò qui mi linciano - dopo un paio di decadi brutte assai nel cinema italiano è tornata la creatività, soprattutto negli anfratti meno allineati alla produzione più commerciale, e sta meglio del cinema americano come salute generale... Certo quel tipo di cinema di allora è impossibile perché è cambiata la società e la centralità che aveva il cinema nella vita delle persone, oltre che il sistema mediatico stesso. Cmq è sempre bello come il tempo risarcisca tutto, anche la delusione di un film sfortunato che nessuno o quasi ha visto all'epoca per problemi distributivi, e che dopo 40 anni si prende un po' di ribalta.

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              • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
                Che poi secondo me - ma lo dico sottovoce che sennò qui mi linciano - dopo un paio di decadi brutte assai nel cinema italiano è tornata la creatività, soprattutto negli anfratti meno allineati alla produzione più commerciale, e sta meglio del cinema americano come salute generale...
                la penso uguale, si parla male per partito preso del cinema italiano (e in parte se lo merita pure, ci mancherebbe) ma secondo me il discorso riguarda il cinema commerciale, quello di larga diffusione, è quello che adesso fa cagare e il cinema di genere è sparito, vuoto incolmabile!
                Ma se parliamo degli autori per me non stiamo affatto messi male, anzi .... ce ne sono diversi e pure bravi e fanno anche ottime cose, che però magari nessuno conosce o che nessuno guarda. Solo per fare qualche nome famoso .... Moretti, Bellocchio, Garrone, Sorrentino, Crialese, Diritti, MT Giordana, Martone, Faenza, .... e di sicuro sto dimenticando qualche nome per strada

                certo, una volta avevamo più o meno in simultanea Fellini, Rossellini, Visconti, Pasolini, Germi, Petri, De Sica, Olmi, Antonioni, Bertolucci, Rosi, Pontecorvo, Ferreri, Leone, ...... (e l'elenco sarebbe ancora molto lungo), ma è inutile starci a pensare. I tempi cambiano e ogni epoca è differente, c'è poco da fare. Però io non sono mai stato così criticamente disfattista sul cinema italiano. Manca il cinema di genere e la nostra commedia intelligente e cinica, quello sì ...



                "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                Votazione Registi: link

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                • Più che altro perchè in 30-40 anni non c'è stato alcun ricambio? Me lo sono sempre chiesto, dal 1945 al 1980 il nostro cinema insieme a quello Giapponese era il migliore al mondo, c'era di tutto e per tutti i gusti, poi calo ed infine deserto... negli ultimi 10-15 anni sono sorti alcuni registi per fortuna, ma sembrano usciti per puro caso e di certo non perchè c'è un movimento o un'industria che ne abbia agevolato la nascita.
                  Poi possono esserci tutti i grandi film che volete nell'indipendente puro e vi credo, però se non hanno una benchè minima distribuzione al cinema... chi li conosce? Chi li vede?

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                  • Originariamente inviato da p t r l s Visualizza il messaggio
                    La Bugia (2020)

                    Dei quattro film Amazon/Blumhouse è quello che mostra di più il formato televisivo. Appare tutto di seconda mano, ma la storia mette molta curiosità nel vedere come la verità verrà a galla. Peccato che tutto il film fosse una bugia e che il colpo di scena finale si riveli uno scherzo di cattivo gusto che lascia la sensazione di tempo buttato.




                    Maniac (1980)

                    Consigliato qui dentro. Non mi dilungo troppo, ma trovo forte il fatto che, nonostante si tratti di una vicenda molto “intima”, con il mondo esterno che viene illustrato solo attraverso pagine di giornale e sporadiche conversazioni tra vittime designate, tutta la storia dia la sensazione di essere molto più ad ampio raggio.




                    Drugstore Cowboy (1989)

                    Una coppia di schizzati in un film sobrio e di classe. Mi piace la svolta che prendono i fatti ad un certo punto e il codice morale che il protagonista dimostra, che si lascia guidare dal destino per la sua redenzione e spera che il suo perdono possa essere da monito per altri peccatori.




                    The Game - Nessuna regola (1997)

                    Il gioco è il Cinema, il protagonista lo spettatore, la ragazza la compagna invitata e il film un’esperienza di emozioni costruite ad hoc per chi non vuole assolutamente sperimentarle nella vita vera.
                    Riguardo al primo, l'ho visto stasera. Voto 5

                    Spoiler! Mostra


                    L'idea c'è ma è sviluppata malissimo.

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                    • Originariamente inviato da Massi Visualizza il messaggio
                      Che roba The Father, a ripensarci è proprio disturbante. Bravi tutti.
                      Vero, mi ha sorpreso. Sin dai primi momenti è chiaro dove andrà a parare ma la realizzazione riesce ad essere sottile, sobria e angosciante.
                      Che bello tornare in sala

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                      • Visto anch'io The Father! Sono rimasto piacevolmente colpito, oltre che dal film, anche per il fatto che la sala era quasi piena (contando le restrizioni, ovviamente) per essere lo spettacolo delle 18.
                        Concordo sull'angosciante, una sequenza della prima parte aveva quasi un'atmosfera thriller. Molto interessante il montaggio del film, e chissà come è invece la pièce teatrale nello svolgimento del racconto. Ovviamente molto bravi Hopkins e la Colman, ma anche il resto del cast fa il suo.

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                        • Anch'io sono andato a quell'ora e invece la sala era semideserta (eravamo in cinque me compreso, e due erano con me) così come tutto il cinema...

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                          • Tenet di Christopher Nolan (2020).


                            Il tempo è passato, Tenet di Christopher Nolan (2020) è uscito da un pò in edizione Home Video, così se ne può parlare tranquillamente senza la grancassa mediatica del popolino che attende al varco il regista ad ogni suo film, per esaltarlo o molto spesso distruggerlo, dato che a distanza di oltre 10 anni dal leggendario Cavaliere Oscuro (2008), c'è una frangia molto nutrita di spettatori passa al setaccio frame per frame ogni pellicola del cineasta per dissertare su veri (o molto spesso presunti) buchi di sceneggiatura, senza che in tutto questo tra fan che difendono tutto e detrattori distruttivi, vi sia un'effettiva analisi del punto di vista contenutistico-tematico delle sue varie opere.
                            In mezzo a tale scontro per un regista percepito come divisivo, quando in realtà non ha niente di polarizzante, il sottoscritto anche se non gli garberebbe molto parlare di Tenet, è costretto a farlo ergendosi allo status di Dio di un'umanità cinematografica (e non) per lo più mediocre, dovendo difendere un qualcosa che in realtà non dovrebbe neanche essere difeso, anche se è scusabile una certa repulsione verso un'opera che pur essendo un blockbuster in realtà se ne infischia di tutte le regole positive o negative di tali produzioni per farsi meccanismo su cui Nolan inserisce un plot e non viceversa; come se fosse egli stesso quel demiurgo che muove personaggi volutamente "spersonalizzati", come se fossero pedine al servizio di un meccanismo che è sì il cinema, ma in realtà è l'ossessione primaria che muove il regista sin dal suo lontano esordio con Following (1997); il tempo, divinità laica che si fa pellicola e messa in scena, unico vero personaggio dell'opera intorno al cui conetto tutti ruotano.
                            Il divino in Nolan non ha nulla a che fare quindi con un'entità individuale sulla scia del Thanos di Avengers Infinity War dei fratelli Russo (2018), per via di superifciali analogie come indicato dal mediocre critico Francesco Alò; in Tenet il tempo si muove in una prospettiva si fattuale quanto trascendentale poichè il suo scorrimento è un dato di fatto, ma al tempo stesso anche immanente, poichè all'essere umano pur nella sua miseria, Nolan concede un residuo di libero arbitrio, visto che anche nell'inversione del rapporto causa effetto, l'azione umana ha un suo non trascurabile peso. Il regista inglese quindi si inserisce in un dibattito sul libero arbitrio vecchio come il mondo, che in presenza di un'entità superiore astratta come il tempo, chi controlla esso annulla teoricamente ogni spazio dell'agire umano, ma siccome siamo innanzi ad una pellicola, il discorso nolaniano ha anche una chiara valenza metacinematografica come nell''Hitchcock del Delitto Perfetto (1954), dove il rapporto tra uomo e scrittura (propria creazione) era impossibile da trasportare in una realtà pianificata che il personaggio di Ray Milland pensava illusoriamente di controllare finendo per questo in uno scacco, poiché un calcolo razionale per quanto efficace, non potrà mai prevedere con precisione l'agire di ogni singolo individuo, su questo assunto il Protagonista (di nome e di fatto), interpretato da John David Washington, si muove nel residuo spazio operativo, divenendo contraltare metafisico e al tempo stesso umano di tale entità astratta, che il futuro si arroga il diritto di subordinare ai propri scopi.
                            Coerente con il palindromo della parola Tenet, la pellicola mette in scena un intreccio circolare tramite una guerra temporale dichiarata dal futuro contro il passato e viceversa, depurando la pellicola dagli spiegoni tanto criticati in passato dai detrattori, giocando molto (forse troppo) di ellissi narrative, per plasmare questo scontro che vede il passato in una condizione di netta inferiorità per via di un sentiero già tracciato, tanto che viene naturale chiedersi che senso ha la lotta per la sopravvivenza, in una battaglia già persa in partenza visto che il destino è già scritto?

                            La risposta a tale quesito risiede nella visione che si ha dell'essere umano che secondo la tesi di Nolan non può che essere soggetta al punto di vista temporale da cui si vede; per l'umanità futura siamo una specie non tendente all'errore ma addirittura "traditrice" del pianeta su cui vive, mentre per l'umanità del passato che poi è il presente in cui si svolge l'atto di guerra, invece vuole sopravvivere mirando a correggere la propria fallibilità nello spazio di agire umano concessagli da un destino che sembra già tracciato; l'oligarca russo Sator (Kenneth Branagh) che è stato scelto dal futuro come proprio agente nel passato, coerentemente con la loro visione, non concepisce l'errore (in quanto tale scusabile se in buona fede e comunque rimediabile), ma solo il tradimento, in quanto tale una specie del genere deve implodere in un crepuscolo degli Dei da cui dal suo punto di vista potrà esserci finalmente una rinascita.
                            Il Sator del monumentale Kenneth Branagh, è l'alfa e l'omega della pellicola, il baricentro necessario per dare uno spiraglio umano ad una pellicola che altrimenti vivrebbe solo di pedine metafisiche in movimento, un uomo che unisce gli impulsi suicidi della moglie di Cobb in Inception (2010), con il nichilismo estremo del Joker del Cavaliere Oscuro (2008), ma anche echi del Bane del Cavaliere Oscuro - Il Ritorno (2012), tramite le sue misteriosi origini infernali, a cui basta uno sguardo del suo interprete per annullare qualsiasi differenza di altezza con la sua amata-odiata moglie Katherine interpretata da Elizabeth Debicki, che come il resto del cast fanno un pò la figura dei fessacchiotti innanzi ad un attore che dopo anni di pellicole mediocri o indegne del talento, con Nolan trova una nuova giovinezza artistica, affrancandosi finalmente dalla regalità innata propria del solo Laurence Olivier a cui si è sempre ispirato, per farsi invece tragico titano del dolore, in cui coesiste un linguaggio basso (il discorso sulle palle in gola), con riflessioni nichilistiche sull'essere umano, cercando una propria identità in un'esistenza che sembra averlo condannato ad essere sposato ad una moglie che non lo ama, illudendosi di tenerla a forza legata sé tramite ricatto, ma destinato come ogni antagonista Hitchcockiano a venir tradito dalla controparte femminile.
                            In questo gioco di legami tra il Protagonista e Sator verso Katherine, costei verso il figlio Max e Neil (Robert Pattinson) verso il Protagonista, per la sopravvivenza futuro e passato si annientano tra loro, sulla base delle proprie credenze personali magari anche non suffragate dai fatti della fisica, la disperazione di vivere porta a giocare d'azzardo o meglio ancora; d'istinto come viene sin da subito suggerito di fare al nostro protagonista e al tempo stesso una dichiarazione d'intenti allo spettatore da parte di un Nolan che sceglie di farlo nel suo meccanismo ad incastro-non lineare più arzigogolato e complicato della carriera, un modo anche per invitare a chi visiona il film a non interessarsi tanto al labirintico puzzle impazzito, ma a godersi lo spettacolo e riflettere sulla sovrastruttura tematica dell'opera, ciò che poi stava più a cuore al regista probabilmente, tanto da sentire il bisogno di dichiararlo scopertamente, ma questo non sembra importare agli amanti di cinema dove oramai le uniche discussioni che contano, vertono sui buchi di sceneggiatura o se l'effetto speciale è bello o brutto, lasciandosi sfuggire innanzi agli occhi l'ennesima opera originale del regista capace di portare in modo innovativo il concetto di viaggio nel tempo, in modo straniante giocando sull'entropia degli oggetti e della visione alterata di chi lo vive rispetto alle persone e ciò che lo circonda, toccando l'apice da metà del terzo atto dove la complessità tecnica nel concepire l'azione con tali regole, porta nella missione finale ad uno spettacolo audiovisivo tramite un riuscito montaggio alternato di rara potenza giocando su due piani di grandezza opposti; indubbiamente un film sovrabbondante per via delle numerose idee vulcaniche di Nolan, che non sempre risultano ben disciplinate da una scrittura narrativa all'altezza, colpa forse anche di un montaggio che concede poco respiro, nonostante le molte location in giro per il mondo, però indubbiamente Tenet risulta essere una pellicola affascinante intrisa di umanismo, una sorta di variazione Nolaniana sci-fi metafisica di un episodio di 007, da vedersi sicuramente più volte (3 visioni in 4 giorni per il sottoscritto), magari al cinema, dove amaramente mancai l'appuntamento causa Covid19.
                            Ultima modifica di Sensei; 05 giugno 21, 07:34.

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                            • Nomadland di Chloè Zhao (2020).

                              Un Leone d'oro e tre oscar come miglior film, regia e attrice protagonista, dovrebbero essere delle belle argomentazioni da parte della regista cinese naturalizzata statunitense Chloè Zhao, la quale approfittando della condizione avvantaggiata di cui godono le minoranze in questo periodo è riuscita a far spacciare per arte questo Nomadland (2020), di cui s'è fatto gran parlare, quando in realtà vale molto meno di ciò che la critica USA ed i premi dicano in giro.
                              Partendo da uno spunto interessante, della perdita di un lavoro fisso, della casa e del marito Bo da parte di Fern (Francis McDormand),la donna sessantenne prende il suo furgone e lo adibisce a casa, conducendo un'esistenza nomade girovagando nelle immense strade e distese dell'entroterra americano facendo conoscenza con vari personaggi che conducono tale esistenza, volenti o nolenti, che affiancano la donna nei momenti in cui ella si ferma nei vari posti; tra cui Bob Wells che snocciola concetti scialbi sulla vita nomade che mano a mano diventano sempre più fumosi ed evanescenti, così come il Dave interpretato da David Strathaim, unico altro attore professionista in mezzo ad altri veri nomadi, il cui personaggio però finirà per portare dei danni "ideologici" al film della Zhao, poichè la regista mano a mano che procede la pellicola, perde sempre più di mano la narrazione, che a lungo andare si sfilaccia in un rivolo ultra-frammentato di brevi quanto scialbe sequenze, molte delle quali durano appena qualche secondo, che purtroppo portano disperdere molto del potenziale emotivo riguardante la protagonista e ciò che la circonda, dovuto anche al fatto di adottare un punto di vista estremamente privato e personale, incurante delle cause che hanno portato Fern a condurre tale esistenza vagabonda.
                              Fern a 60 anni ha perso tutto, un'indagine partendo dalle cause sociali del suo essere costretta ad un'esistenza nomade sarebbe stato senz'altro molto più interessante alla luce delle debolezze mostrare dalla Zhao alla scrittura, rivelatasi estremamente fragile e da un montaggio troppo breve e frammentato, da lei stessa curato in un atto di enorme egocentrismo (rimane inspiegabile la nomination agli oscar), che distrugge ogni possibile caratterizzazione, procedendo poi per accumulo di situazioni ripetute abbastanza allo sfinimento.
                              La sorella della protagonista molto didascalicamente dirà che Fern con il suo essere nomade, recupera l'essenza dello spirito americano come i vecchi pionieri del west, ma in tale affermazione ad uso e consumo per un pubblico idiota che non aveva ancora capito ciò che era già chiaro, risiede un pò tutto il fallimento dell'operazione, poichè la Zhao con una pellicola che in realtà dovrebbe de-strutturare le fondamenta del mito americano (anche se ironicamente portate avanti dai suoi protagonisti), de-responsabilizza il sistema capitalista americano colpevole della grande crisi del 2008 (di cui Fern è vittima), perchè in fondo la donna un tetto stabile lo avrebbe pure grazie alla sorella (ed un ulteriore altra occasione l'avrebbe avuta con Dave).

                              L'essere nomade da parte di Fern quindi è alla fine una scelta privata, ciò rassicura lo spettatore medio, il quale percepirà la decisione della protagonista non come un atto subito per cause esterne, ma una scelta "alternativa" e un pò sballata, però in fondo perfettamente voluta ed auto-consapevole, quando la realtà dei fatti è estremamente differente (sono stato testimone di persone che obbligate a vivere nella loro macchina, girando stagionalmente in vari posti per trovare un lavoro stagionale, poichè non hanno più niente).
                              Ispirata ai canoni della docu-fiction, la Zhao mette in bocca ai veri nomadi concetti e frasi sempre più artefatti e fasulli, portando a sfumare sempre più nell'inconsistenza il suo Nomadland, che vaga senza una precisa meta, come la protagonista, allora talvolta la regista riempie la pellicola di numerosi simbolismi come il dinosauro, le sequoie giganti, il sole all'orizzonte etc... ma questa ipertrofia della natura dice nulla, perchè le immagini non vivono per la narrazione, ma subiscono l'ego artistico di una cineasta alla sbando, che vuole tanto essere autrice, ma in realtà quello che confeziona è una parodia di un film d'autore, incurante di vere pellicole sull'argomento come il Furore di John Ford (1940), quello si cattivo e spietato verso le istituzioni responsabili dell'esodo senza meta di migliaia di persone strappate dalle proprie radici, privandole di un futuro, ma senza andare troppo indietro alla Zhao manca quella poetica della dignità umana degli scarti del capitalismo propria del suo connazionale Wang Bing nei suoi documentari anti-capitalisti come Il Distretto di Tiexi (2003), così come la vera poesia road-movie di come poteva essere un difettoso, ma efficace, Convoy - Trincea d'Asfalto di Sam Peckimpah (1977), lui si un regista americano al 100%, profondo conoscitore del tema del pionierismo in una società dove oramai è tutto costituito, ma i suoi camionisti se ne infischiano sul serio delle regole imposte da essa seguendo ciò che gli dice l'istinto personale; un vero film contro, non è un caso che a differenza della Zhao, il povero Sam Peckimpah, lui si vero genio, non è mai stato riconosciuto come grande maestro e agli oscar non abbia vinto mai nulla.
                              Incerto nella regia, con un montaggio claudicante ed una scrittura fragile negli intenti, un minimo di barra a diritta se la possiede è solo grazie alla brava Francis McDormand, il suo volto scavato e scarnificato anche dall'età che avanza, la rende credibile nel ruolo scelto, certo, ci si può lamentare degli eccessivi primi piani concessi (l'attrice è produttrice del film), però indubbiamente salva più volte il film dal ridicolo dovuto a molte sequenze ripetitive con lei al contatto con la natura (scogliera, sequoia, fiumiciattolo, steppa e così via), seppur oramai si è consolidata nel proprio ruolo di donna dura dall'espressione imbronciata, un terzo premio oscar esagerato quindi, dovuto certamente alle circostanze eccezionali della pandemia, però se non altro mette fine alla dittatura ultra-trentennale di Meryl Streep come miglior attrice vivente, quindi solo per questo c'è da gioire, si spera quindi che il suo regno sia di gran lunga più democratico rispetto a quello oppressivo-mediatico della collega; per il resto c'è tanto nomadismo e vagare di facciata, una regia da Sundace festival, con un occhio ad un indie artefatto nonostante le luci naturali ricercate, ma con un sentimento da scatola Amazon, la cui multinazionale permette alla nostra Fern di avere di che sostentarsi mentre si toglie lo sfizio di condurre la vita in un van, ennesimo cortocircuito di una regista senza meta allo sbando, pronta per la marchetta alla Marvel con Gli Eterni (leccata di culo preannunciata dal film di The Avengers che campeggiava sulla facciata del cinema a cui Fern si avvicina).

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                              • Vada per l' Oscar, alla fine sono fatti loro.
                                Ma il Leone d' Oro?


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