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  • Mi pare in realtà un fatto più sorprendente che abbia vinto l'oscar che non il leone d'oro.

    Sensei in generale comunque il cinema moderno lo dovresti seguire di più. Noto dalla discussione sulle filmografie registi che hai visto poco. Non è che si può sempre svegliare solo per i film che vanno premi, ovviamente sempre deludenti verso i veri -grandi -maestri- ribelli -artisti veri di 45 anni fa minimo, senza mai fare un discorso sulla contemporaneità.
    Ultima modifica di SebastianWilder; 07 giugno 21, 15:00.

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    • Faccio un discorso sugli artisti di minimo 45 anni fa, perchè sono sicuro che quelli che esaltano Nomadland, il Furore di John Ford che tratta la medesima tematica, non lo abbiano mai visto, basta leggere le recensioni, se il film della Zhao è un capolavoro, mi devono spiegare il film di 80 anni orsono (poco importa che sia vecchio, perchè è 100 volte più moderno del film della Zhao) cos'è allora.
      Poi che sia molto meno ferrato sul cinema contemporaneo lo riconosco, però uno deve pur partire da qualche parte no? Recuperare i film dei vecchi grandi maestri penso sia più importante ed istruttivo rispetto a quelli contemporanei, specie poi se si rivelano deludenti come questo alla prova dei fatti.

      A proposito di riflessione sulla contemporaneità ho citato comunque Il Distretto di Tiexi di Wang Bing (2003), documentario di 9 ore del più grande documentarista cinese vivente (e non), che usa la macchina da presa per indagare sugli scarti del capitalismo relegati ai margini in modo infinitamente migliore rispetto alla Zhao che si dimostra totalmente allo sbando e senza meta.

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      • Run, per dirla in maniera forbita, è una sonora fregnaccia ma di quelle che possono risultare molto, molto divertenti se viste con lo spirito giusto. Un b-movie sul modello de “Il giorno sbagliato” che chiede solo di lasciarsi avvolgere dai suoi elementi ansiogeni, niente di più. A me è bastato.

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        • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
          Vada per l' Oscar, alla fine sono fatti loro.
          Ma il Leone d' Oro?

          Tranquillo, se dai il Leone d'Oro pure ad un film iraniano imperniato sulla condizione femminile in quel Paese , non le scampi le critiche di scarsa commerciabilità e magari pure di velato antiamericanismo...
          Non è che volete menarele danze nell'attribuzione dei luoghi comuni , ma poi date colpa "alla sinistra" che non difende l'idealtipo italico/occidentale?
          Suvvia, onestamente , in generale , siete orientati a ritenere una ragazza pakistana sincera poiché la considerate in fondo una sempliciotta figlia di caprai trogloditi. Un gradino sopra mettete le nigeriane, poveracce magari pure peggio ma più furbette , dunque più insincere. Davanti a loro le sudamericane, più scafate ancora. Salendo , le slave e quelle dell'est europa , infide e manipolatrici...Ma il top rimane la studentessa occidentale d.o.c, che ha i mezzi per bere e ballare da Briatore , sveltissima ad adocchiare il figlio di papà di quello famoso in vena di orgette. Quelle lì ti fregano davvero, signora mia, e la sinistra _scandalo_ lascia fare! Non ci sono più i comunisti di una volta, le mezze stagione e comunque, date retta, meglio :donne e buoi dei paesi tuoi.
          "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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          • Comedians

            Ovviamente questa ciambella a Salvatores non poteva che riuscire con il buco, vuoi perché la sceneggiatura è quella di un’opera già di per sé brillante e dunque lontana da certi eccessi moralistici che avevano infestato i suoi ultimi film, vuoi perché il regista ha la possibilità di mettere in scena quello che sa fare meglio, e cioè un gruppo di rappresentanti dell’italica essenza con i loro lampi di luce frammisti ad altrettanti attimi di meschinità più assoluta. Ed è questo quello che poi alla fine conta, non il pur interessante discorso sulla verità nell’arte (che incidentalmente mette a confronto le due prove attoriali probabilmente più carismatiche, ovvero quelle di Balasso e De Sica) quanto piuttosto il ritorno all’essenza di un cinema italiano che fu e del quale Salvatores sembra custodire ancora qualche piccola brace.

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            • Glengarry Glen Ross di James Foley (sceneggiatura di David Mamet)

              Storia di un paio di giorni nella vita di un gruppo di agenti immobiliari che sta attraversando un pessimo periodo in cui non riescono a vendere, ed il management pone una sfida a premi in cui per chi arriva ultimo il premio è il licenziamento.
              Nasce da una play teatrale e si vede: film con pochi ambienti tutto basato su dialoghi e prestazioni attoriali. E che attori! Pacino, Jack Lemmon, Spacey, Ed Harris ed altri ancora! E da tutti questi chi che emerge è Lemmon, che ha forse il personaggio più difficile e sfaccettato (amorevole padre di famiglia squattrinato ma incapace e viscido venidtore porta a porta, pure un po' sadico). Ma sono tutti ovviamente bravissimi. Ogni volta che vedo Spacey rimango stupito come con un battito di ciglia riesca a passare dall' "everyday man" all'essere un glaciale calcolatore.

              Il film può risultare un po' pesante perché è retto tutto sui dialoghi, brillanti e taglienti per carità ma bisogna essere predisposti. Ma meriterebbe solo per il concentrato di talento attoriale, e contiene almeno una scena cult (il discorso di Baldwin).
              Ho molto apprezzato la mesta conclusione, che mostra come tutti i rapporti umani fra i colleghi siano incentrati in un senso o nell'altro sulle performance lavorative, invidie ecc. Inquietante.
              Ultima modifica di Cooper96; 23 giugno 21, 09:16.
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              • Estate 85, nuovo guilty pleasure di Ozon, l' ho trovato delizioso.
                Cerebrale rievocazione di un genere ampiamente codificato condotto in porto con la solita intelligenza ed eleganza, se si sta al gioco ci si emoziona e ci si diverte.
                Pubblico in sala (o per meglio dire in arena) sconcertato per talune svolte e scene che forse non erano state anticipate nei trailer, se vi aspettate Chiamami col tuo nome potreste rimanere delusi (anche se pure Guadagnino col kitsch non scherza).

                Ultima modifica di mr.fred; 29 giugno 21, 10:43.

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                • Io sono nessuno

                  Una versione di John Wick più divertita e ammiccante che non a caso ne condivide lo stesso sceneggiatore (e infatti vi si possono ritrovare praticamente tutti gli stessi elementi del primo, alcuni a mio avviso così forzati da essere volutamente auto-omaggianti). C’è anche qualcosa di Rambo V per un risultato che personalmente, pur divertendomi, non mi ha fatto stracciare le vesti perché mi è parso troppo studiato nel dare esattamente allo spettatore quello che desidera, anche troppo. Probabilmente avrà dei seguiti.

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                  • Tenet di Nolan

                    Mamma mia ragazzi che bordello.
                    Focalizziamoci sui lati positivi: le scene d'azione perlomeno nella prima metà sono molto ben dirette, Nolan ne ha fatta di strada dai tempi delle scazzottate di Batman Begins. La Debicki ogni volta che è inquadrata illumina tutto d'immenso e rappresenta l'incarnazione del Bello.

                    Il resto del film si può riassumere con uno dei dialoghi: "devi smettere di pensare in termini lineari" che, parafraso a beneficio di chi non l'ha ancora visto, "devi proprio smettere di pensare sennò sto coso è impossibile apprezzarlo".
                    Certe scene verso la fine, con tutto invertito, seppur l'idea sulla carta poteva essere interessante, nella realizzazione sfiorano il ridicolo involontario.


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                    • Un pò di roba vista.

                      Voglio la Testa di Garcia di Sam Peckinpah (1974).

                      Sam Peckinpah come personalità ha incarnato al meglio il vero spirito underground americano, diventando, pur tra mille polemiche con la critica, un regista di punta che riuscì incredibilmente sul finire degli anni 60' e l'inizio dei 70', a trovare un pubblico recettivo approfittando anche del particolare clima del periodo. Forte del successo ai botteghini di Getaway (1972), Peckinpah s'infila la sua cara bandana in testa per girare Voglio la Testa di Garcia (1974), riuscendo per la prima volta in carriera a vincere le ritrosie dei produttori e dirigere così un film uscito al cinema al 100% come voleva lui, ma tale risultato avrà effetti distruttivi sul suo futuro professionale ed a un tracollo per la sua declinante salute, che lo porterà alla morte prematura nel giro di 10 anni.
                      Girato nel caro Messico, con un budget bassissimo di 10 scatole di fagioli e 5 di piselli, spaziando tra location sconosciute, ubriacature frequenti e pippate di cocaina su consiglio del suo amico Warren Oates, qui promosso a ruolo di protagonista dopo tanti anni di panchina, Peckinpah gira il suo film più allucinato e pessimista, un miscuglio di generi che ruota intorno alla testa di Al Garcia, su cui pende una ricompensa di 1 milione di dollari offerta dal ricco fazendero El Jefe (Emilio Fernandez), poiché il giovane aveva commesso l'impudenza di averne insidiato la figlia, così si scatena una caccia al cadavere dell'uomo, dopo che si scoprirà essere defunto.
                      Bennie (Warren Oates) insieme alla prostituta Elita (Isela Vega), sapendo da quest'ultima dell'ubicazione del cadavere di Al Garcia, decide di recuperarla per conto di due killer che gli avevano offerto ben 10000 dollari, somma che gli consentirebbe di dare una svolta ad una vita senza sbocchi, il biglietto della lotteria vincente che potrebbe finalmente consentirgli di mollare il lavoro di pianista in night club e magari sposare finalmente Elita dopo molte promesse passate.
                      Il viaggio verso il cimitero dove è sepolto Garcia, assume connotati infernali, dove non c'è nessuno spazio per la bontà umana, il regista oramai sprofondato in un vortice infernale di cocktail alcolici a cui aggiunge consistenti dosi di polvere bianca per sfuggire ad una vita privata deprimente e da delusioni ideologiche (rielezione dell'odiato Nixon, storia vera), vede il mondo come una fogna a cielo aperto, dove nessuno si salva, compresi gli hippie che al contrario della visione comune, sono ritratti in una luce totalmente negativa, poiché tentano di violentare Elita, scatenando la reazione violenta di Bennie, beccandosi in questo modo ulteriori accuse di fascismo e misoginia, ma il cineasta non fa altro che narrare una realtà dove ogni valore morale è tramontato, se non andato in putrefazione, come la testa di Garcia contenuta nel sacco, la cui decomposizione attira una marea di mosche.

                      Il mito della frontiera è morto, l'uomo per denaro è pronto a rompere qualsiasi tabù morale, compreso dover profanato la tomba di un defunto per staccare la testa, se questo può portare a fare dei soldi. Il viaggio di Bennie è un continuo tracollo verso il basso, Elita è chiara nel dire che tale situazione non può reggere, la scelta non potrà che dividersi tra l'immoralita' del gesto che dovrà compiere o lasciar perdere il tutto e condurre il resto della vita con la donna; la loro è una relazione strana alle prese con situazioni assurde, come in tutte le coppie di Peckinpah, dove è sempre la donna a mettersi totalmente in gioco, pagando con di persona con la morte, perché un rapporto tenero e malinconico, non poteva che avere una conclusione disperata se portato avanti in un mondo al tracollo.
                      Bennie passando per una resurrezione ripresa da Peckinpah come se fosse uno zombie redivivo, da quel momento è solo un morto che si agira nel mondo dei vivi, con istinto della vendetta perché solo la morte ha reso intelligibile ciò che gli avrebbe dovuto essere chiaro sin dall'inizio; la totale distruzione della vera alternativa di vita accanto ad Elita, che pur di salvarlo dalla furia degli hippie, aveva preso la decisione di farsi violentare senza resistere, sulla base di un codice di vita oscuro per la maggior parte degli esseri umani, ma capibile appieno solo dai perdenti che Peckinpah ha sempre amato tanto nel suo cinema.
                      Solo diventando un morto che cammina Bennie ha compreso la natura di ciò che aveva perso, ma oramai l'irreversibilita' della situazione e ha devastato la psiche portandolo ad instaurare dei discussioni senza filtro con la testa mozzata di Garcia, mentre sprofonda mano a mano nella furia di sangue e pallottole, che ronzano come mosche intorno a questa testa, che non vedremo mai inquadrata, perché l'umanità concepisce solo rapporti basati sulla violenza senza neanche comprendere il perché si uccidono tra loro.
                      Siamo quindi innanzi di nuovo ad un ennesimo mucchio selvaggio, declinato però in chiave più individualista e per questo ancor più pessimista, poiché viene anche meno qualsiasi legame di solidarietà, i balletti di morte si susseguono, così come la conta dei morti, Peckinpah è un maestro nel girare le scene d'azione, in tale ambito è senza ombra di dubbio il miglior regista del 900', con il suo montaggio nervoso, brevi scatti e rallenty ad effetto su chi subisce il colpo; un pulp tarantiniano ante-litteram secondo l'opinione di qualcuno, ma in realtà in Peckinpah la mescolanza tra generi e la violenza, sono sempre adoperate in chiave critica di rilettura dei miti americani, più che declinati in un gioco meta-cinematografico-citazionista.
                      Una capolavoro nichilista intriso di disperazione furente di cui il regista fu sempre orgoglioso del risultato a prescindere dalla riuscita, venne relegato nell'oblio della memoria, poiché non poteva che incontrare la sostanziale indifferenza del pubblico che diserto' le sale, così come la critica miope andò al massacro totale dell'opera derubricando il tutti ad operazione fascista-misogina che si trastulla tra violenza e bagni di sangue, catalogando a botte di culo pellicole riuscite come Il Mucchio Selvaggio (1969) o La Ballata di Cable Hogue (1970), condannando nell'indifferenza le successive opere di un regista, che si era alienato con la sua degenerazione psico-fisica, il supporto di molti suoi colleghi e produttori, che complice il tracollo commerciale ed artistico del film, voltarono le spalle ad un regista che avrà modo di girare tra mille difficoltà solo altre 4 pellicole nei successivi 9 anni di vita.


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                      • Sfida nell'Alta Sierra di Sam Peckinpah (1962).

                        Prima vera pellicola con cui Sam Peckinpah fece conoscere al mondo il suo immenso talento, dopo l'esordio funestato da ingerenze produttive e manomissioni in sede di montaggio, con Sfida nell'Alta Sierra (1962), con più libertà il cineasta pone in poco più di 90 minuti, tutti i punti cardini del proprio cinema in ambito western, la cui ricerca nel genere è andata sempre concentrandosi in un ambientazione di fine 800' - inizio 900' (ad eccezione del successivo Sierra Charriba, con un'anomala collocazione temporale durante la guerra civile americana), dove il progresso e l'economia capitalista che avanza nella frontiera, restringe ogni spazio di libertà e rende desuete le vecchie figure del west, costrette a vedere svanire il proprio mito a favore di nuovi.
                        Steve Judd (Joel McCrea), anziano pistolero, si ritrova spiantato e senza un soldo, per puro caso ottiene con fatica un ingaggio da una banca locale, che gli chiede di trasportare e proteggere un carico d'oro lungo il tragitto che va dalla miniera a tale istituto di credito; l'uomo chiede aiuto nel compito al vecchio amico Gil Westrum, anziano e al verde tanto quanto lui, il quale si fa affiancare nel lavoro da Hick (Ron Starr), un giovane ragazzo con un debole per ogni donzella che gli capiti a tiro. In realtà Gil insieme ad Hick ha accettato il campito al solo scopo di rubare il carico lungo la via del ritorno, tentando lungo il tragitto di convincere il vecchio Steve a far parte del piano.
                        Peckinpah da subito mette in chiaro che gli spazi infiniti della frontiera si sono ristretti di molto, oramai l'esplorazione e l'ignoto sono roba del passato, Steve ed Hick sono pallidi ricordi di ciò che erano un tempo agli occhi dei contemporanei, venendo irrisi per la loro anzianità e visti con scetticismo, poichè secondo loro adeguati ai tempi odierni mutati; due figure classiche quindi, però se Steve cerca di essere onesto sempre e comunque, ha un suo codice morale che porta avanti con fatica, anche se ciò vuol dire condurre una vita di stenti ("Quale guadagno può avere un uomo se perde la sua anima?"), mentre Gil è in quella zona di grigio in cui fatica a trovare il proprio posto in questo nuovo mondo, costretto a campare in spettacoli da baraccone spacciandosi per un vecchio pistolero leggendario raccattando quattro spiccioli utili solo ad arrivare al giorno dopo, senza alcuna prospettiva futura. Una parabola umana inserita nel western, come tanto piaceva fare al cineasta, che lungo il tragitto di andata dal paese alla miniera, affronta varie tematiche a lui care, come l'amicizia virile, il codice morale e la distruzione dei miti americani, cominciando dall'ultra-religiosa e fanatica figura di Joshua, un allevatore che vive isolato dal mondo, visto da lui solo come luogo di corruzione costringendo la figlia Elsa (Mariette Harthley) ad una vita segregata nonostante sia promessa sposa di un minatore di nome Billy, nonchè oggetto delle attenzioni sentimentali di Hick, ricambiate parzialmente dalla ragazza.

                        Addio spazi infiniti sostituiti da un pendio infinito in salita fatto di sassi, rocce e polvere in quantità infinita, così come scompaiono le demarcazioni nette e l'esaltazione dei vecchi valori americani, destrutturati passo dopo passo, toccando lo zenith della rilettura in chiave negativa nel momento in cui i nostri, insieme ad Elsa fuggita dal padre oppressivo, giungono alla miniera dove devono pesare l'oro e portare il carico alla banca. La giovane ragazza decide di sposarsi con il fidanzato Billy, ma i suoi sogni cozzano con lo squallore della realtà misera in cui si ritrova; il suo promesso sposo è un uomo violento, i suoi fratelli sono anche molto peggio, con un matrimonio celebrato grottescamente in un saloon tra un giudice civile zuppo di alcool, prostitute come damigelle d'onore ed una mandria di zotici buzzurri come invitati alla cerimonia; lo sguardo spaesato e perso nella ragazza, diviene muto testimone angosciato di una realtà deprimente che distrugge in poche immagini ogni fantasticheria romantica che la giovane aveva sognato isolata dalla corruzione del mondo. La donna in Peckinpah è sempre colei che paga dazio in questo mondo a rotoli, così è costretta a subire le angherie di un Billy radicalmente diverso da quello che pensava e ad un tentativo di violenza sessuale da parte dei fratelli di quest'ultimo; nello sfracello del tutto il ritorno del classico impersonato dal vecchio Steve, pone fine temporaneamente a tali indecenza, attirandosi però le ire del neo-marito della donna che insieme ai fratelli giura vendetta, prefigurando così un mucchio selvaggio impazzito sulle tracce dei tre uomini, lungo il tragitto di ritorno.
                        Seppur ammorbidite dal montaggio voluto dalla produzione in cerca di uno stile più classico nelle sparatorie, si nota qua e là la mano del cineasta in cerca di soluzioni nuove tramite l'abbondante uso di "flash cut", con cui destrutturare le scene di scontri a fuoco tra i personaggi, andando oltre il rapporto causa-effetto tra colui che spara e colui che cade colpito dal proiettile, per tali soluzioni ci sarà tempo per mostrale nelle successivi opere, ma già lo scontro finale tra i due grandi vecchi contro il nuovo, con tanto di carrello ed inquadrature dal basso ad aumentare lo status epico-emotivo della scena, con tanto di frame finale lirico, che diventerà la cifra stilistica del cineasta. Tutto ciò risulta un compromesso più che onorevole tra istanze classiche e quelle rivoluzionarie cercate dal regista, che cercava dove possibile di inserire elementi tecnici innovativi anche per via del bassissimo costo del film (Appena 800.000 dollari). Prodotto senza convinzione dallo studios che per l'appunto vi impiegò poche risorse, nelle sale fu un discreto successo di pubblico, riuscendo però inaspettatamente a piacere alla critica togata e rispettabile di New York e Los Angeles, che gli riservò calorose recensioni, al pari di quella europea; c'è chi vede nell'opera il primo western revisionista, ma in realtà siamo più dalle parti del crepuscolare, in modo similare a L'Uomo che Uccise Liberty Valance di John Ford del medesimo anno, che è indubbiamente superiore, quindi la palma di primo innovatore totale del genere, dopo i registi classici (seguito comunque quasi in contemporanea di Sam Peckinpah), continua a spettare a Sergio Leone, la cui ambiguità nei personaggi era totale, così come radicali furono le innovazioni tecnico-stilistiche introdotte.

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                        • Ricche e Famose di George Cukor (1981).

                          Jaqueline Bisset non credo che in cuor suo si sia mai sentita questa grande attrice, però se lavori con Polanski, poi Donen, successivamente con Lumet sino a consacrarti con Truffaut, ad un certo punto pensi giustamente di non essere solo bella, ma anche di valere qualcosa, nonostante la critica non ti prenda sul serio poichè per essa e per il pubblico sei miss maglietta bagnata di Abissi (1977), così passando oltre 2 anni a raccattare i soldi per produrre questo Ricche e Famose (1981), con il quale potresti finalmente dimostrare al mondo, che non sei solo una bellona che fa girare la testa a tutta la popolazione maschile eterosessuale, ma anche un'attrice vera. Purtroppo capita che il regista scelto Robert Mulligan debba mollare il film dopo appena 4 giorni di riprese per via di scioperi vari fermando così la produzione per ben tre mesi e Bisset, sull'orlo della disperazione, vedendo come stava naufragando il progetto, decide con un colpo improvviso di genio di chiamare l'ottantunenne George Cukor dalla sua adorata pensione, affidandogli il film, confidando nel suo mestiere e nella sua enorme abilità nel dirigere le donne.
                          A prima vista Ricche e Famose, ultimo film del regista prima della sua morte nel 1983, può apparire, date tali premesse, come un'opera di mero mestiere non necessaria, essendo dettata non da urgenze espressive artistiche, ma da una commissione offertagli, però se uno conosce la carriera del regista, sa benissimo che Cukor ha concepito la sua carriera come mero lavoro su ingaggi altrui, ma fortuna vuole che il cineasta alla fine sia riuscito per fortuna o anche abilità a farsi un nome in questo modo, tanto che alla fine produttori ed attrici richiedevano espressamente la sua presenza in cabina di regia dato l'enorme bravura nel dirigere le attrici (ma anche gli attori comunue hanno offerto molto con lui) e l'indubbio mestiere nel portare a casa le pellicole, anche partendo da condizioni disperate.
                          Sviluppata dal 1959 al 1981, lungo l'amicizia-inimicizia ultra ventennale tra Liz Hamilton (Jaqueline Bisset, da super slurp e super bona come sempre, si parte già con +3) e Merry Blake (Candice Bergen), la pellicola si dipana in un ritratto tra commedia e cinismo, di queste due donne alto-borghesi in carriera, Liz, autrice di libri "radical chic" con grande consenso critico e meno di pubblico, ma destinata a trovare eterna infelicità con l'altro sesso, mentre Merry, diviene autrice di sest-sellers si successo, ma poco apprezzati dalla critica, consolandosi però nella vita coniugale con Doug (David Selby), ex-fidanzato della sua migliore amica ai tempi del college.

                          Remake dell'Amica di Sherman (1943), pur pagando probabilmente dazio a livello attoriale dove Bisset e Bergen, per quanto strizzate come un limone dalla direzione di Curkor, ovviamente non possono sostituire rispettivamente Bette Davis e Miriam Hopkins, la differenza quindi che fa propendere per il rifacimento del 1981 risiede nel manico del regista e dal venir meno della censura dell'epoca, che consente a Cukor di tirare fuori la componente sessuale, che per forza di cose il cineasta non potè mai trattare nei precedenti lavori, nonostante sia un fattore fondamentale dell'universo femminile, qui finalmente trova spazio, con una totale disinibizione in materia sessuale sia nei dialoghi tra le due donne, ma soprattutto nelle travagliate relazioni mordi e fuggi intrattenute dal personaggio della Bisset con vari uomini, a cominciare dalla scena di sesso nei bagni di un aereo con un uomo che si finge vedovo, che fece molto discutere e con tanto di invettive al trash da parte della critica per via di un montaggio che alterna le riprese della "sveltina" con l'atterraggio dell'aereoplano in pista, un unicum nella filmografia del regista, del quale non capirono l'intento parodico della scena, così come la successiva sequenza amorosa sempre tra Liz (26 anni) con un ragazzo che ha la metà dei suoi anni (18 anni), dove Cukor si sofferma con la macchina da presa per lungo tempo sul fisico di lui, innanzi al quale Jaqueline Bisset sembra avere un fascino più omoerotico come se contemplasse l'anatomia di una divinità greca (Cukor era gay), che provare un piacere femminile vero e proprio.
                          Diretto da un regista più che anziano con la sua giacca marrone elegante sul set, Cukor gira un ritratto generazionale femminile nel corso di 20 anni di evoluzione storica, tra momenti di riavvicinamento, tradimenti e gelosia, immergendo la pellicola in un tono crepuscolare, chiudendo la vicenda con un finale catartico, che sugella anche una sorta di coming out cinematografico da parte del regista, che sfrutta le figure delle due donne avvolte dal calore del camino, per rivelare al mondo ciò che aveva sempre dovuto celare per decenni, nonostante fosse cosa nota nell'ambiente.
                          Un film che con la sua satira contro i premi letterari e la sua libertà espressiva nei confronti dell'universo femminile, in un certo senso anticipa di oltre vent'anni le working-women di "Sex and the city" secondo certe critiche, forse è vero, ma dietro la macchina da presa c'è un cineasta che in 60 anni di cinema, ha conosciuto l'universo femminile meglio di molti altri uomini e sa benissimo come plasmare la febbrile frustrazione di Liz, immersa nella sua solitudine e quella di Marry che più ha successo e più si allontanerà da suo marito Doug.
                          Flop di pubblico e letteralmente atomizzato dalla critica americana, l'opera sembra fortunatamente riscuotere maggiori consensi qui in Europa, dove Mereghetti gli assegna ben 3.5 stelline, sancendo quindi la perfetta chiusura di una carriera lunghissima di George Cukor (dell'esordio di Meg Ryan ne facevamo a meno però), il quale si congeda artisticamente alla grande dal mondo del cinema.

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                          • La Morte ti fa Bella di Robert Zemeckis (1992).

                            Divertente e divertita pellicola del regista scuola Spielberg che è Zemeckis, che dopo tre ottimi cult come i primi due film di Ritorno al Futuro e Chi ha Incastrato Roger Rabbit, negli anni 90' decide di indirizzare il proprio cinema su uno studio esteso ed approfondito degli effetti speciali, fortuna vuole che con la Morte ti fa Bella (1992), il cineasta sfruttava l'artifizio tecnico si come elemento centrale della pellicola, ma aveva ancora la forza di costruire attorno un meccanismo narrativo interessante, senza che l'effetto visivo si mangiasse il film, come purtroppo sempre più volte accadrà successivamente, soprattutto dalla metà degli anni 2000.
                            Una variazione satirica del Faust di Goethe, dai toni da commedia miscelata ad una messa in scena dai tocchi gotici, applicata alla tematica dell'immortalità unita all'eterna giovinezza, che tanto fa gola ad ogni essere umano, specie poi alle dive dello spettacolo come Madeline Ashton (Meryl Streep), attrice di scarso livello, che non si rassegna all'età che avanza e nè il pubblico rincoglionito da canoni di bellezza sparati dalla pubblicità nel suo cervello 24 ore su 24, accetta lo scorrere del tempo sui volti dei loro idoli, così Madeline come molte altre attrici, ha fatto largo uso della chirurgia estetica per nascondere i segni dell'età per prolungare la carriera, aiutata dal marito chirurgo plastico Ernest Menville (Bruce Willis), che la donna ha sposato rubandolo alla sua ex-compagna di classe Helen Sharp (Goldie Hawn), la quale cade in una profonda crisi depressiva divenendo gravemente obesa, finchè con lo stupore di molti alla presentazione di un suo libro, nonostante i 50 anni di età, non solo appare magra, ma dimostra oltre 30 anni di meno, suscitando nuovamente l'interesse di Ernest, il cui matrimonio con Madeline e la sua carriera sono oramai alla scatafascio.
                            Una satira sull'eterna giovinezza, con un'umanità gretta ed arrivista delle due protagoniste pronte a farsi le scarpe a vicenda tra loro per il proprio tornaconto personale e dove l'effetto speciale si fonde perfettamente con il trucco prostetico, per farla indubbiamente da padrona, recitando il ruolo di quarto protagonista insieme al trio Streep-Willis.Hawn (ed una Isabella Rossellini da slurp nel ruolo di Lislie von Rohman che fonisce la pozione). Zemeckis è sempre stato interessato alle possibilità offerte dalla tecnologia, seppur non raggiunga in tale settore le vette irraggiungibili di un James Cameron o di Steven Spielberg, c'è da dire che fortunatamente nonostante la filiazione da quest'ultimo, il regista fortunatamente nel loro uso si rifà maggiormente al primo, evitando così di confezionare quelle tipiche pellicole roboanti tipiche degli anni 90', dove oramai la tecnica consentiva sempre più di fare tutto ciò che passava per la mente, ma essendo spesso in mano a cineasti scadenti, si sono rivelate essere dei vuoti cosmici mostruosi, nonchè velocemente datatasi.

                            Nonostante la sperimentazione tecnica, bisogna dire che Zemeckis opta per una saggia posizione conservatrice sull'argomento, nonostante il filtro dell'immortalità ingerito dalle due donne, nonchè da altre personalità importanti del presente e del passato (una certa "voglio essere lasciata sola" pare ne abbia fatto uso... il che spiega in effetti perchè con l'inizio degli anni 40' l'attrice si fosse ritirata a vita privata, d'altronde anche il grande Orson Welles affermò ciò, il che aggiunge ulteriore leggenda al mito della grande Greta, quella vera e non quella che purtroppo ora esporta la Svezia), sia Helen che Madeline poco a poco, complice anche l'incauto uso che fanno dei loro corpi, diventano sempre più dei veri e propri burattini cadaverici, perfetta esemplificazione di quello che comporta l'uso sfrenato ed innaturale della pretesa di un'eterna giovinezza, che pur fermando apparentemente lo scorrere del tempo, in realtà ti trasforma in un essere sempre più inguardabile, basta vedere d'altronde il viso attuale di Nicole Kidman da spavento, ma anche la stessa Hawn, la quale ha optato per la via della "gomma" con risultati sotto gli occhi di tutti, mentre la nostra Streep fortunatamente sembra aver tratto insegnamento dal grottesco e ripugnante destino del suo personaggio nella pellicola, optando per un onesto invecchiamento, che non le ha danneggiato la carriera più di tanto, poichè ha ancora un nutrito pubblico che la sostiene.
                            Satirico e divertente nel tono e nel registro delle scene, gli effetti speciali azzeccano in pieno nel loro uso umoristico, dato il loro effetto matericamente grottesco sui corpi "immortali" di Helen e Madeline, auto-danneggiatasi a vicenda e destinate a subire l'effetto collaterale derivante dal siero, che impedisce di far guarire al meglio i loro corpi, che sopportano i danni peggiori, come un colpo d'arma da fuoco in pieno oppure una rottura estesa delle ossa a seguito di una caduta dalle scale, ma ciò che sarebbe fatale per chiunque, a loro non causa niente, anche se la scomposizione "innaturale" della loro anatomia, diviene metafora di una condizione artificiale contro-natura; il che spiega come l'epica battuta "e se mi annoio", sagacemente pronunciata da Ernest, diventa il manifesto di una condizione umana che accetta di avere una data di scadenza naturale, cercando in ciò di vivere come meglio può nonostante i propri sbagli, trasmettendo l'"immortalità" di sè stessi, tramite un ricordo positivo ai propri discendenti. Forse serviva un cineasta più anti-sistema di Zemeckis per dare maggior consistenza al tutto e far uscire un grande film, ma c'è da dire comunque che nessun altro avrebbe adoperato così bene gli effetti speciali (di cui Meryl Streep se ne è lamentata per via del fatto che a suo dire limitano la perfomance di un attore; bella mia, ma prima di accettare il film non hai letto la sceneggiatura?), nè sarebbe riuscito a dirigere uno scarsone come Bruce Willis tra l'altro totalmente distante dai suoi soliti ruoli e soprattutto si dubita della scelta di questo bel finale irriverente al posto di quello più buonista, fortunatamente scartato dopo gli screen test.
                            Accolto freddamente dalla critica mondiale, l'opera data la presenza della Streep e di Willis, ripagò Zemeckis al box office abbondantemente con i suoi 150 milioni di dollari.

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                            • Last Action Hero - L'Ultimo Eroe d'Azione di John McTiernan (1993).

                              Ignobilmente quanto ingiustamente massacrato dalla critica dell'epoca, così come dal pubblico, che felicemente disertò le sale, preferendogli Jurassic Park di Steven Spielberg (1993), che per quanto innovativo negli effetti speciali, dopo 40 minuti all'apparire del ventesimo dinosauro aveva smesso di dire tutto quel che doveva, Last Action Hero - L'ultimo grande eroe di John McTiernan (1993) a confronto per lo spettatore poco attento, poteva sembrare benissimo un residuato bellico degli anni 80' nel pieno della rivoluzione effettistica dei 90', d'altronde il botteghino parlò chiaro, anche se a distanza di quasi 30 anni dall'uscita a Cesare bisogna dare quello che è di Cesare, ristabilendo il giusto status di cult per questa pellicola intelligente che funge da sorta di 8 e 1/2 del cinema action fracassone anni 80' di cui McTiernan fu esponente di punta grazie al suo Die Hard (1987) e Predator (1988), pellicole ancora oggi ricordate a distanza di tempo e punti di riferimento all'interno dei loro generi.
                              Non sono stato tenero con il cinema muscolare anni 80' americano d'azione, anzi; il 95% di quelle pellicole sono pura robaccia, con pochi film da salvare e ancor meno registi da ricordare, ma una conoscenza base di almeno un 7-8 di quei film è fondamentale per approcciarsi alla visione di Last Action Hero, pena la totale incomprensione della satira posta alla base dell'opera, che nonostante sin dal titolo si ponga come canto del cigno di un intero genere, in realtà ha dei punti di rifeirmento alti nella suo schema meta-cinematografico come la Rosa Purpurea del Cairo di Woody Allen (1985), ma in realtà volendo questo gioco della rottura dello schemo del cinema lo si può far risalire sino a Maciste (1915), pellicola che sancisce l'indipendenza del cinema dalla letteratura, poichè l'eroina di quel film cerca aiuto dall'attore che impersona il personaggio nel film Cabiria (1914), cercando e trovando il proprio eroe sul grande schermo e non più nei libri; al medesimo modo, il ragazzino Danny Madigan (Austin O'Brian), riversa nel cinema tutto sè stesso, passando molto tempo a vedere i tanti film d'azione di cui è super appassionato, in special modo la saga Jack Slater, eroe muscolare action interpretato con gusto marcato per l'ironia da un divertito Arnold Schwarzenegger, delle cui avventure Danny è un super fan, forse anche per compensare la mancanza di un padre e di un'esistenza magra quanto squallida della realtà, trovando felicità e spensieratezza in quei 90' minuti fracassoni e tutto spiano, spesso demoliti dalla critica, ma adorati da un pubblico di poche pretese, che dopo una brutta giornata vuole solo svagarsi ed evadere nel sogno della settima arte come fa Danny.
                              Tramite un biglietto magico offertagli dal suo amico proiezionista Nick, il piccolo Danny può assistere all'anteprima di mezzanotte di Jack Slather IV, attivandone così i poteri di esso, finendo catapultato all'interno della pellicola, vivendo rocambolesche avventure mozzafiato insieme al protagonista Jack, aiutandolo nella risoluzione della faccenda, grazie anche al fatto che conosce dei particolari dovuti alla sua visione parziale dell'inizio del film e sia per la sua enorme cultura in fatto di cinema d'azione, grazie alla quale prevede svolte di trama e risultati di determinate azioni, visti i numerosi clichè con cui tali film vengono prodotti.
                              Un gioco meta-cinematografico marcato sin da subito sulla figura dell'eroe Jack/Schwarzenegger la cui immortalità sulla pellicola, gli consente di far vivere in eterno le sue gesta per il pubblico, identificato qui in Danny, costantemente alle prese con osservazioni sui vari topoi del genere, magari il meccanismo risulta di grana grossa e poco raffinato per uno dal palato più raffinato, complice un accumulo di azione girata tramite un uso marcato dolly e carrelli senza mai far perdere all'osservatore le coordinate spaziali di essa, ma forse ridondante a lungo andare, per via di un montaggio che per via del risultato freddo agli screen-test, ha eliminato alcuni passaggi salienti riguardanti l'uso del biglietto magico da parte dell'antagonista, che sembra usarlo a proprio piacimento, mentre Danny non sembra controllarlo, ma d'altronde la produzione detta legge e McTiernan per quanto ottimo regista d'azione, non è di certo un gigante della settima arte.

                              Una trama pretestuosa (Jack che deve vendicare l'omicidio del suo cugino di 2° grado), la narrazione inesistente, spettacolarità a tutto spiano, così come le psicologie labili dei personaggi e la netta dicotomia bene-male, sono ovviamente elementi di voluti e caratteristici del cinema muscolare anni 80' americano, lo stesso film ne è consapevole di ciò, così McTiernan spinge il pedale appieno su un'ironia intelligente (ma mai distruttiva) e una satira marcata delle pellicole d'azione e non dell'epoca, spaziando anche in parodie di pellicole elevate, come l'Amleto di Laurence Olivier (1948), dove al posto dell'attore inglese, il ruolo di principe di Danimarca è interpretato con sommo sdegno della critica togata, da uno Schwarzenegger in versione assassino che stermina a suon di spadate e mitragliate tutti i suoi nemici, rendendo così molto più godibile la visione per un pubblico privo di pretese intellettuali, senza scordare la Morte che prende vita uscendo dal film Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman (1957), risolutrice della matassa finale sancendo inoltre il suo non potere sul personaggio di Slather/Scwarznegger, poichè i protagonisti dei film d'azione anni 80' al massimo ricevono qualche graffio, ma la morte non li sfiora neanche lontanamente.
                              Satira consapevole ed auto-consapevole nei risvolti narrativi e nei tanti cameo di attori famosi tra cui lo stesso Schwarzenegger che incontra il sè stesso del film, Last Action Hero prende tutti i clichè degli action movie dell'epoca (pallottole infinite, il PG-13 come censura, precisione accurata dei colpi, esplosioni gratuitamente roboanti, invulnerabilità del protagonista, trame pretestuose, spalle dell'eroe sacrificabili, muscoli tirati a lucido, donne tutte belle, salvataggi all'ultimo secondo e così via), per prenderli in giro e smitizzarli tramite il passaggio dei protagonisti e dell'antagonista del film Benedict (Charles Dance), nel mondo reale dove ovviamente il tutto si ribalta, poichè anche i cattivi possono (e spesso succede) vincere, tramite questo ribaltamento McTiernan nel suo essere un regista di riferimento all'epoca per prodotti di questo genere, rende mitici ed indispensabili tali clicchè, contrapponendo lo squallore del mondo reale, lercio, sporco, cupo e deprimente, un immaginario forse si semplificato, ma al tempo stesso divertente e con un'estetica sempre soleggiata e luminosa, che risulta rilassante per la mente dello spettatore che vuole solo svagarsi, lasciandosi trascinare dalla visione, senza farsi troppe domande inutili e prendendo il cinema per ciò per cui fu creato dai Lumiere, uno spettacolo d'intrattenimento, solo successivamente poi divenuto arte, ma questa è raggiungibile in questo caso anche all'intero di un film di genere come in questo caso, girato non da un autore di grido, ma da un mestierante, per quanto valido, professionale e solido, questo può far storcere il naso e far prendere Last Action Hero con ben poca considerazione nell'approccio, ma questo dipende dall'abilità dello spettatore esigente di cinema di poter scendere a patti con la molteplicità delle potenzialità creative offerte dalla settima arte, che non si ferma ai capolavori assoluti dei maestri della settima arte, ma trova espressione anche nei tanti registi, che si approcciano al mezzo per scopi prettamente alimentari, ma al tempo stesso con gran passione puntando al massimo del risultato professionale possibile, sancendo quindi anche nel mero mestierantato, il fatto che non tutti coloro i quali appartengono a tale categoria sono uguali, ma c'è differenza e differenza tra un McTiernan e dei George Pat Cosmatos, Mark Lester o Michael Bay qualunque. Flop devastante ai botteghini USA, dove racimolò appena 50 milioni a fronte degli oltre 80 di budget, attenuò le perdite nel mondo raggiungendo i 130 milioni, riuscendo però tramite l'home video ad ottenere quel successo ingiustamente negato in sala diventando così un cult, nonchè canto del cigno di una stagione cinematografica molto vituperata dai critici (a ragione), ma a suo modo emblema di un'epoca (di lì a poco anche Schwarzenegger si eclisserà come star ai botteghini), che trova in Last Action Hero la sua chiusura da scoprire e riscoprire, anche per lo spettatore che ha la puzza sotto il naso, perchè ricordate, che il vero cinema americano di qualità non risiede nella robetta da Sundace o nei premi oscar che vi propinano ogni anno e piace solo perchè livella i fattori verso il basso senza dare nulla, ma la si può trovare, oltre che negli autori contemporanei da celebrare e giustamente difendere, soprattutto in pellicole intelligenti e fuori dagli schemi come Last Action Hero, non è un caso d'altronde il suo flop per la critica, che evidentemente si aspettava tutt'altro da un'opera appartenente a tale filone, rimanendo spiazzata innanzi alla satira e alla presa in giro di un genere, verso il quale McTiernan ha sempre provato grande amore e spiace che un regista del genere da metà degli anni 2000 non lavori più.

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                              • Old Boy di Park Chan-wook (2003).

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                                I registi coreani, anche di peso, non hanno mai rinunciato ad infondere la loro autorialità in meccanismi di genere puro, questa cosa ha fatto si che molte di queste opere ottenessero un vasto consenso di pubblico, dove non di rado in patria registrano incassi alti, consentendo ai cineasti così di proseguire tranquillamente in patria la carriera, senza dover per forza emigrare all'estero. Etichettato da molti come pellicola tarantiniana, complice anche la pubblicità che in occidente fece leva sulle dichiarazioni di stima del regista americano ("il film che avrei voluto fare io"), in realtà l'elemento pulp bisogna ricordare che pre-esiste al cinema di Tarantino, ed inoltre esso risulta declinato in una matrice prettamente orientale, ben lontana dal post-modernismo citazionista Knoxville, nonchè più vicina agli stilemi di varie opere di vendetta tipiche del cinema dell'estremo oriente (a cui poi Tarantino si rifece per i suoi due Kill Bill), in una chiave fumettosa data anche la derivazione manga da cui è tratta la pellicola.
                                Park immerge il protagonista Dae-Su (Choi Mink-sik) in un intreccio intricato e labirintico, il cui motore è unicamente il suo desiderio di vendetta verso l'uomo che l'ha tenuto prigioniero per ben 15 anni in una stanza, dove la sua sanità mentale è stata messa a dura prova, arrivando ad avere un unico barlume di lucidità solo per via della sua sete vendicativa, ma in questo modo Dae-Su non ha fatto altro che passare dalla prigione della stanza, ad una prigione molto più grande, dove può si muoversi liberamente, ma alla fine resta comunque prigioniero della propria voglia di vendetta e del suo aguzzino Woo-Jin (Yoo Ji-tae), il quale continua a tormentarlo, impedendogli così di adattarsi ad una normalità, che comunque Dae-Su continua a rifiutare poichè vuole sapere a tutti i costi i motivi della sua lunga prigionia, oltre ad uccidere l'uomo responsabile di tutto questo.

                                Giocato sulla psicologia oscura che attanaglia i due rivali, in realtà catalizzatori di una denuncia che riguarda l'intera società sud-coreana, Park non ha alcuna remora nel trattare argomenti tabù come il sesso, la violenza, la vendetta e l'incesto in modo diretto, senza fare uso del fuori-campo o dell'ellissi, sbattendo in faccia allo spettatore il marciume di un paese turpe e degradato, che pur avendo fatto passi giganteschi in avanti sul piano della democrazia, nonchè raggiunto risultati sportivi importanti come i quarti di finali al mondiale del 2002 ai danni dell'Italia (per via dell'arbitro corrotto Moreno, ci tengo a dirlo perchè Park non lo dice nel film), in realtà non ha fatto altro che accumulare tutta la polvere sotto al tappeto, pronta ad essere nuovamente visibile al minimo spostamento di esso.
                                Dae-su si immerge in una spirale vendicativa senza tregua, la follia mentale in cui è ottenebrata la sua mente, lo costringe a proseguire a suon di scene di tortura per carpire informazioni, lotta a suon di martellate e risse continue, incurante dell'autodistruzione a cui sta portando il proprio corpo e sè stesso; Dae-su spazza via tutto e tutti nella sua furia inumana, giunge alla scoperta della verità dietro il suo imprigionamento, potrebbe bastargli, capendo che in quei 15 anni ha espiato le proprie colpe, ma ciò non gli basta, una prospettiva di una nuova vita non è appagante, Dae-Su vuole vendetta, ma tale desiderio non può che condurlo alla totale rovina, venendo messo in scacco, perchè la sete di vendetta porta chi ne è vittima a vivere in una prigione, che magari non avrà le sbarre, ma preclude qualsiasi altra via da seguire, sancendo così la propria rovina.
                                Narrativamente tutto sembra tornare a più visione nonostante i tanti collegamenti, ma la struttura architettonica comunque è tacciabile giustamente di passaggi farraginosi (tutto ciò che riguarda il carceriere Cheol Woong) e facilonerie nelle suoi passaggi di raccordo; probabilmente l'origine fumettistica tipica dei manga, si riversa nei personaggi molto eccessivi nelle pose e nelle loro azioni, cominciando da Woo-Jin ed il suo spiegone del mega-piano ad orologeria, dove se da un lato evita le magagne da blockbuster Hollywoodiano-imbocca pubblico per via sia della bravura dell'attore che per l'ottima messa in scena di Park, non improntata minimamente al realismo, comunque risulta vittima dei troppi colpi ad effetto atti troppo a scombussolare l'apparente status quo momentaneo raggiunto, nonostante un finale monumentale catartico che sembra uscito dal teatro greco antico.


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