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  • L'Ufficiale e la Spia di Roman Polanski (2019).

    Niente male per un regista quasi 90enne uscirsene con una pellicola ambientata nel passato, ma con voluti riferimenti alla situazione presente quanto sfacciati parallelismi con la propria situazione personale presente, visto che Polanski si vede come un novello Alfred Dreyfus, non tanto per le origini ebree di entrambi, quanto per la gogna mediatica che entrambi hanno dovuto subire dall'opinione pubblica pur professandosi innocente, cosa veritiera nel primo caso, nel secondo invece ancora fumoso e contorte le circostanze del presunto stupro e detto anche sinceramente, non mi interessa qui porre in essere la diatriba su tale caso perchè Filmtv non è l'aula di tribunale penale atta a decidere sulla questione.
    L'Ufficiale e la Spia (2019), parte dal noto caso Dreyfuss, nel quale tale capitano dell'esercito francese venne accusato ingiustamente di alto tradimento per aver passato informazioni sull'artiglieria al nemico tedesco, la vicenda ben nota anche nei libri di storia scolastici passò agli onori della cronaca come un clamoroso caso di condanna ingiusta dove l'antisemitismo dilagante nella società e nelle alte sfere dell'esercito fu decisivo ai fini della sentenza di colpevolezza dell'uomo, nonostante già durante il dibattimento processuale fossero sorti numerosi dubbi sulle prove ce erano meramente circostanziali e nessuna indiziaria. Polanski parte dall'umiliante degradazione di Dreyfuss innanzi al suo corpo militare d'appartenenza, per mettere al centro la condizione di estrema e totale solitudine di quest'uomo che si professa invano innocente, ma il suo è un grido flebile subito sommerso dalle invettive forcaiole della folla corsa ad assistere a tale avvenimento. Il caso sembra risolto, le alte sfere dell'esercito sono soddisfatte per aver risolto la magagna e soprattutto per esserne uscite senza ulteriori polemiche per via del fatto che essendo Dreyfuss ebreo, vi fosse un comodo capro espiatorio su cui la folla potesse riversare il proprio odio. Tutti sono contenti, specialmente il da poco promosso Georges Picquart (Jean Dujardin) a capo dei servizi segreti francesi, il quale rovistando tra le carte si accorge come in tutta probabilità il vero colpevole di tradimento non fosse stato preso e Dreyfuss fosse stato condannato sulla base di prove fragili, se non occultate o fabbricate al momento dai suoi accusatori, ma riaprire tale caso si rivela cosa assai ardua e complessa, dato che ciò vorrebbe dire mettere sul banco degli imputati l'esercito, il quale non solo ha fatto condannare un innocente, ma per proteggere la propria reputazione ha deliberatamente ignorato il tradimento di un suo componente che continua a vendere segreti militari ai tedeschi.
    Ambientato per la gran parte negli interni, il regista ritrae minuziosamente e con vasta conoscenza storiografica, tutta l'intricata trama fatta di fazioni e complotti imperanti all'interno dell'esercito, volti ad occultare la verità e ad ignorare il vero colpevole che il regista come gli storici odierni hanno individuato nella figura dell'ufficiale Esterhazy, mai processato in alcuna fase del caso Dreyfuss, neppure quando venne riaperto il caso.

    Polanski ritrae una Francia immersa in un chiaro clima da paranoia, che preannuncia la tempesta che di lì a 20 anni si scatenerà con la prima guerra mondiale, dove ogni individuo straniero viene visto con sospetto e fatto mettere sotto sorveglianza dai servizi segreti, come ha compiutamente eseguito il predecessore di Picquart agli affari segreti, fino a quando venne divorato da una malattia mortale.
    Siamo però lontani dal classico film di impegno civile americano, Picquart conduce comunque una doppia vita (ha un'amante) per occultare la quale ha mentito esplicitamente ai propri superiori, nonchè il suo intervento per discolpare Dreyfuss è mosso per lo più da ragioni patriotiche e di certo non per sfatare i pregiudizi sugli ebrei, verso i quali l'uomo si professa comunque esplicitamente come antisemita. In questo clima oscurantista dove le istituzioni vanno dietro alla paranoia dei cittadini guidati da una stampa che manipola e si lascia manipolare dal potere, l'unico barlume di luce sembra rivelarsi nelle persone di buon senso, intellettuali come Emile Zola, la cui poetica d'artista è sempre stata mossa dal rigore scientifico e dalla fiducia nel progresso come strumento per spazzare via la barbarie dei pregiudizi, il suo "J'Accuse" con cui l'intellettuale sperò a zero contro lo stato francese, l'esercito, il governo e le istituzioni che in spregio a qualsiasi giustizia, hanno preferito condannare Dreyfuss ed ignorare ogni prova evidente a carico di Esterhazy, facendo sfuggire alla condanna un traditore conclamato, così da non fare neanche gli interessi della Francia, che dovevano essere la cattura del traditore e non proteggere la propria reputazione per non ammettere un errore dettato dal pregiudizio antisemita, Polasnki con un montaggio alternato carica la scena, facendo scorrere le vibranti parole di Zolà, facendole leggere per spezzoni a tutti coloro implicati nel caso Dreyfuss, facendo chiaramente i nomi ed i cognomi, dando così un esempio di stampa ed intellettuale non asservito al potere e che si lascia guidare non dalle basse pulsioni della massa, ma solo dalla ragione come una razionale guida di ogni uomo, ma quel faro scientifico che lo spettatore sembrava muovesse Picquard viene brutalmente ribaltato nel finale la figura del colonnello ne esce oscurata, perchè in fondo Polanski è un regista europeo e non americano e sa benissimo che la difesa dei valori sono solo un comodo paramento da lustrare ed esibire all'opinione pubblica per farsi belli cercando occasioni di carriera, ma alla fine quando si giunge nei posto di comando, vengono prontamente rimossi e Picquard ha raggiunto il suo ruolo di ministro solo perchè come dice sinistramente Dreyfuss, ha fatto solo il suo dovere. Massacrato brutalmente dalla critica americana e premiato con il Gran Premio della Guiria a Venezia per evidenti scomodità nel dover dare a tale film il premio principale che avrebbe meritato a scapito dell'osannato Joker di Todd Philipps (2019), ma come profeticamente sembra aver predetto Polasnki nel suo film, in questo momento è impossibile scindere l'uomo dalla tempesta mediatica scatenatagli contro dal movimento me too e dal politicamente corretto imperante, il che rende difficile una corretta e serena valutazione di questo capolavoro, che solo dopo la morte del regista ed a distanza di tempo, sarà probabilmente rivalutato anche oltreoceano.

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    • L'Uomo nel Mirino di Clint Eastwood (1977).

      «Credo che Clint Eastwood sia oggi il regista più sottovalutato del pianeta» (Orson Welles, il regista più grande del mondo - 1976).


      L'alba è sorta da qualche decina di minuti, un uomo esce barcollante dal bar dove presumibilmente ha passato l'intera notte ed entra in macchina, immettendosi nel nascente traffico cittadino di Phoenix (Arizona), fermandosi innanzi ad un commissariato di polizia, mentre si appresta a scendere un tonfo sull'asfalto rivela il contenuto che prima trasportava, una bottiglia di Jack Daniel's. L'uomo sulla quarantina abbondante, seppur vestito con un completo abbastanza formale, lo indossa con poca grazia complice anche la barba incolta e lo sguardo stralunato testimone di una notte di sbornie, avviandosi con andatura claudicante verso l'edificio; il suo nome è ben Shockley, interpretato dal grandissimo Clint Eastwood, che evidentemente cominciava a sentirsi stretto nei panni di un ispettore di polizia sul modello Callaghan, cercando quindi di variare registro andando su un piano più umano e devastato, per proseguire il suo percorso di ricerca d'artistica nonostante una critica mediocre che gli demoliva ogni film etichettandolo come fascista di merda e cantore della maggioranza silenziosa, alla meglio come un fenomeno curioso da non prendere troppo sul serio, d'altronde lo stesso Kubrick definiva in maniera spregiativa il nostro Eastwood come un animale che tentava di maneggiare la cinepresa, in sostanza, si limiti a fare l'attore finchè aveva il favore del pubblico, ma la regia non era cosa per lui. C'è da dire che la locandina dell'Uomo nel Mirino (1977), non contribuisce di certo a stemperare gli stereotipi e le maldicenze sul conto di tale figura, visto che raffigura Eastwood come un proto-Hulk super muscoloso con pistola in mano e Sondra Locke che gli si aggrappa vestita in abiti succinti, alle loro spalle un bus crivellato di colpi in fiamme immerso in uno scenario che pare un post-atomico; in pratica un qualcosa di repellente a prima vista per la "critica" colta dell'epoca, visto che tale poster pur contribuendo ad attirare legioni di spettatori al cinema contribuendone al successo, non riesce a coglierne la sensibilità artistica posta alla base di questo poliziesco.
      Ben Shockley ha un caso semplice tra le mani assegnatagli dal capo della polizia, andare a Los Angeles per prelevare e scortare Gus Mally (Sondra Locke), che deve andare a deporre nel tribunale di Phoenix per un processo senza molta importanza, giunto in città la ragazza, professione prostituta, gli rivela che vi sono delle persone che faranno di tutto perchè lei non vada a testimoniare al processo e che vi sono delle scommesse sulla cavalla "Mally no Show" (Mally non arriverà) data 50 a 1, Ben non da peso alla cosa, ma un attentato a cui i due scampano fortunosamente sulla strada per andare in aeroporto, trascinerà i due in un vortice di sangue e violenza, che nasconde inquietanti verità dietro quel processo descrittagli inizialmente come senza importanza.
      Si parte da un soggetto alla Callaghan, ma si legge road movie alla Clint Eastwood, il quale forse non era quel brocco alla regia descrittaci da molta critica prima del leggendario film Gli Spietati (1992); Ben Shockley è molto diverso di Callaghan, del quale condivide forse certi modi spicci, ma in realtà è un fallito che giunto ai quarant'anni e pur rispettando sempre la legge, non è mai riuscito a far carriera nel corpo di polizia vedendosi costantemente scavalcato da altri suoi colleghi, questo lo ha proiettato nella spirale dell'alcolismo che complice anche il suo non essere mai riuscito a trovare una moglie, ha fatto si che fosse guardato con una certa antipatia dai suoi superiori che non gli hanno mai affidato alcun caso importante, accentuando la frustrazione dell'uomo che oramai conta solo i giorni che gli mancano alla pensione.
      Clint Eastwood dismette i panni di super-agente per farsi carne e sangue, dimostrando di essere vicino alle sofferenze di molti maschi bianchi "moderati", che pur rispettando per tutta la vita il sistema, sono rimasti fregati dalla retorica del sogno americano che le ha esclusi da ogni possibilità del far carriera. Eastwood si fa cantore di questa maggioranza che non trova voce nel cinema dell'epoca così come in quello odierno, troppo preso evidentemente a celebrare l'inesistente superiorità dinamica degli USA o preso dall'andare dietro alle minoranze arrabbiate, per ricordarsi che la gran parte della popolazione degli USA è bianca e molti tra costoro sono esclusi da qualsiasi luogo di potere, dovendo per di più essere trattate come capro espiatorio di ogni cosa che non funziona negli USA.

      Ben è uno di questi, uno che per tutta la vita ha vissuto con innanzi agli occhi un velo di maia, credendo nelle parole giustizia ed ordine e sulla bontà del potere istituzionale, finchè un componente di tale "minoranza", una donna di nome Gus Mally e per di più prostituta, gli squarcia quel velo che si era posto innanzi agli occhi e gli dice chiaro e tondo che chi obbedisce agli ordini a-criticamente è un perfetto idiota. Nella pellicola Eastwoodiana emerge una nazione allo sbando e pervasa da un nevrotico istinto di violenza praticata ad ogni livello da tutti, la casa di Gus Mally in cui i due protagonisti si rifugiano inizialmente dopo l'attentato fallito lungo la strada dell'aeroporto, viene crivellata di proiettili dagli agenti di polizia che non si fermano finchè non l'hanno letteralmente demolita; è una scena eccessiva, giudicata kitsch e sopra le righe da molti all'epoca, eppure il regista si è ispirato ad un fatto veramente accaduto nella realtà, dove ha osservato una casa fatta a pezzi dalla furia dei colpi di pistole e dei fucili degli agenti di polizia e dei criminali barricati dentro, sintomo di una furia devastatrice intrinseca nel popolo americano, sottolineata in modo amaramente ironico dal cineasta, che si prende anche lo sfizio di sottolineare come negli USA circolino troppe armi date in mano a persone che forse non dovrebbero neanche maneggiare un coltello da cucina.
      Con l'uomo nel mirino, Eastwood rivede in una luce negativa tutti gli elementi istituzionali, cominciando dalla commissione tra mafia e polizia viste come un tutt'uno che si spalleggia a vicenda, rendendo quindi privo di senso il lavoro di molti agenti sul campo nel combattere tale cancro se poi gli stessi loro capi ci fanno affari, così come vengono laconicamente denunciati da Gus Mally i metodi brutali della polizia, che gode nel pestare le persone di colore con ogni pretesto, compie retate anti-droga al solo scopo di rivenderla per proprio conto e proteggono i pezzi grossi se commettono dei reati, sfogandosi poi con le persone normali, dimostrandosi forti con i deboli e deboli con i forti, almeno sotto questo punto di vista Gus Mally pur prostituendosi risulta essere anni luce migliore dei tutori della legge.
      Lungo il viaggio per arrivare a Phoenix, Ben e Gus stringeranno sempre di più un legame tra loro pur essendo di estrazione totalmente differente, ma accomunati dall'essere solo stati sfruttati dai potenti per poi essere scaricati da costoro per occultare il loro marcio. Azione e dinamismo non mancano di certo in questa pellicola, il regista ha molta fantasia nel mettere in scena le sparatorie tra cui un audace scontro tra elicottero e motocicletta stile Easy Rider; la rabbia di Eastwood si scatena contro tutto e tutti, poliziotti corrotti, mafiosi, minoranze hippie e donne, con tanto di celebre pugno in faccia ad una di loro che chiedeva di esserne risparmiata solo in quando femmina, ma Eastwood se ne frega della galanteria e del politicamente corretto, perchè lui crede fortemente nell'uguaglianza sociale e quindi tutti vanno trattati nel medesimo modo senza favoritismi, poco sensibile per qualcuno, ma noi suoi ammiratori lo abbiamo sempre adorato per questo motivo, poichè anche a 90 anni lui è sempre rimasto fedele a sè stesso (seppur mutuando certi spigoli che in effetti lo rendevano un pò troppo ultrà nei primi film della sua carriera). Impossibilitato per ideologia di partenza a farsi portatore di una nuova società essendogli aliene ogni idea di stampo socialista e comunista o comunque di ogni istanza della controcultura e pur essendo un conservatore non può avvallare la difesa di un establishment ipocrita quanto corrotto che tra l'altro lo disprezza (in Ben c'è una certa vena autobiografica di un regista che come il suo personaggio si sentiva ingiustamente escluso da ogni riconoscimento critico per i suoi film), Eastwood si fa portatore di un'anarchismo di destra, che distrugge tutto e tutti lungo il suo percorso a costo di rischiare più volte la vita, nel la stupenda finale sopra le righe come lo è d'altronde tutto il film, Ben e Gus sono decisi ad andare fino in fondo presentandosi in città su un bus, anche se hanno contro l'intero dipartimento di polizia che gli crivellerà contro l'intero arsenale militare della città (d'altronde la pellicola tutt'oggi detiene il record di oltre 10.000 cartucce adoperate in un film). Eccessivo e sgangherato, il tono sopra le righe consente di chiudere un occhio qua e là su certe magagne narrative, consegnandoci l'ennesimo tassello di un autore che sin dagli esordi aveva uno sguardo lucido e a suo modo contestatario su certe vicende della sua nazione pur inserendo queste sue invettive in un film di genere dove lui e la sua compagna sono le star indiscusse, dimostrando di avere anche sul set la stessa chimica che avevano nella vita reale. Massacrato e preso in giro dalla critica che gli riverserà un fiume di invettive, il botteghino segnerà l'ennesimo successo con oltre 35 milioni di incassi, evidentemente Eastwood avrà attirato tutto il pubblico repubblicano infoiato dalle armi, che nel film ne avevano trovate in grande abbondanza, senza però che ne cogliessero l'intelligente satira di sottofondo.
      Ultima modifica di Sensei; 01 maggio 21, 19:24.

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      • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
        Che Cosa è Successo tra mio Padre e tua Madre? di Billy Wilder (1972).
        Uno dei pochi film del Maestro a cui non ho ancora concesso la seconda visione, non perché l'avessi considerato così minore (i film veramente minori nella sua filmografia per me sono solo tre o quattro e considerando che la sua non è una filmografia così esigua dimostra quanto fosse geniale e quanto ci tocca rimpiangere che la sua carriera non sia potuta andare avanti ad oltranza), ma semplicemente perché non mi è capitato e per dare priorità ad altro. Colgo questo stimolo per rivederlo alla prima occasione. A titolo di curiosità, quanti e quali dei suoi film ti mancano?

        Io comunque ho visto:

        Time di Kim Ki-Duk

        Uno dei film di cui si parla meno del compianto regista coreano ma che a mio parere è di tutto rispetto. Credo possa interessare e piacere anche i non amanti del suo cinema e anche chi non è proprio avvezzo al cinema d'autore più estremo in quanto è molto narrativo e tratta temi molto attuali e in cui tutti potrebbero riconoscersi o trovare degli spunti. Ci si potrebbero trovare addirittura elementi del cinema di Cronenberg, del Vertigo di Hitchcock e de Il volto di un altro di Teshigahara. C'è inoltre una scena che, in un contesto completamente diverso, può incutere allo spettatore lo stesso timore e disagio che si provano all'apparizione dell'uomo misterioso in Strade perdute.

        Spero di essere riuscito ad incuriosirvi e a rendere onore al film pur senza dire una parola sulla trama vera e propria. Ho ricontrollato il topic delle filmografie e devo dire che mi ha sorpreso vedere per lo più voti medio-bassi.

        Malèna di Giuseppe Tornatore

        Mi pare di ricordare, anche se ero poco più di un bambino, che ai tempi dell'uscita fece parecchio scalpore. Alla fine c'è solo qualche scena di nudo nemmeno spinta e il film non è nulla di che. Forse tutto ciò sta a dimostrare che per certe cose la società non si è troppo evoluta rispetto all'epoca in cui è ambientato il film.
        Senza eccellere restituisce un buon ritratto di un paesotto dove la religione è al centro di tutto e con il Paese in guerra essere giovane e bella diventa praticamente un crimine. Il personaggio della Bellucci tuttavia non è mai veramente approfondito, acquisisce un po' di personalità giusto nel finale mentre per il resto è sempre filtrato dagli occhi del protagonista, su cui il film si incentra sin troppo ma senza renderlo un personaggio veramente carismatico o con chissà quale evoluzione.
        Il coming of age sessuale comunque fa il suo gioco, anche se alla fine sotto quest'aspetto finisce un po' per essere un C'era una volta in America dei poveri, è pur vero che rifacendosi a un tale capolavoro è difficile sbagliare.

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        • Allora di Billy Wilder mi restano da vedere :

          - Amore che Redime
          - Frutto Proibito
          - Cinque Segreti del Deserto
          - Il Valzer dell'Imperatore
          - L'Aquila Solitaria
          - Vita Privata di Sherlock Holmes
          - Buddy Buddy

          Appoggio tutto quello che hai detto su Wilder, la cui carriera praticamente si è interrotta ad inizio anni 80' privandoci, nei restanti 20 e passa anni di vita rimanenti del regista, la possibilità di vedere altri suoi filmoni. Purtroppo era cominciata un'epoca di decadimento e barbarie nel cinema americano che tutt'oggi non si è arrestata nonostante i 40 anni trascorsi, un genio come Wilder costretto a rimanere fermo è stato un colpo basso inferto alla settima arte, ma Hollywood non ha mai rispettato chi ha contribuito a farla veramente grande.
          Eppure era un regista intelligentissimo, molto più di un Hitchcock o un Ford ed in parte anche Welles, vista la sua indubbia capacità di leggere la realtà in cui viveva con uno spirito cinico e sarcastico, che fanno dei suoi film delle vere e proprie analisi sociali e del costume morale dell'epoca giungendo anche ad anticipare l'evoluzione dei tempi.
          Ma oggi, nonostante sia stato il miglior sceneggiatore della storia del cinema, è un regista al quale non si rifà nessuno, in quanti si dicono Wellesiani, Fordiani o Hitchcockiani? Una miriade, in quanti Wilderiani? Nessuno, perchè essere tale implica una capacità di discernere la realtà che solo un essere acuto e profondo come Wilder era capace di fare, però siccome non muoveva la macchina da presa o secondo i suoi detrattori era scarso nella componente visiva (ma dove?), è passato in secondo piano, perchè nel cinema giusto o sbagliato la regia ha il primato sulla scrittura.

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            Allora di Billy Wilder mi restano da vedere :

            - Amore che Redime
            - Frutto Proibito
            - Cinque Segreti del Deserto
            - Il Valzer dell'Imperatore
            - L'Aquila Solitaria
            - Vita Privata di Sherlock Holmes
            - Buddy Buddy
            Grosso modo sono quelli che effettivamente metterei in fondo alla mia classifica. A livello di fama darei la priorità a I cinque segreti del deserto, film di tutto rispetto e che pare essere citato a volte tra i preferiti di Tarantino, per quello che può valere.
            Non li vedo/rivedo da tantissimo ma provo comunque a riportare una brevissima opinione anche sugli altri:

            - Amore che Redime: opera prima praticamente dimenticata e difficilmente reperibile, fatta ben prima di approdare negli Stati Uniti, mostra già alcune delle sue caratteristiche e può valere effettivamente la pena cercarla
            - Frutto proibito: commedia simpatica
            - Il Valzer dell'Imperatore: si vede meno la mano di Wilder che lascia prendere il sopravvento agli attori
            - L'Aquila Solitaria: un altro dei suoi film meno personali e fuori dalle sue corde
            - Vita Privata di Sherlock Holmes: coraggioso il tentativo di presentare in modo intimo il personaggio di SH, con il british humor non pare avere però la stessa confidenza che aveva con l'umorismo a stelle e strisce
            - Buddy Buddy: la ricordo come una degnissima chiusura di carriera nonostante non goda di gran reputazione. Ho scoperto che è il remake di un film francese, proverò a vederli a distanza ravvicinata.


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              - Frutto Proibito
              - Cinque Segreti del Deserto
              - Il Valzer dell'Imperatore
              - L'Aquila Solitaria
              - Vita Privata di Sherlock Holmes
              - Buddy Buddy

              Appoggio tutto quello che hai detto su Wilder, la cui carriera praticamente si è interrotta ad inizio anni 80' privandoci, nei restanti 20 e passa anni di vita rimanenti del regista, la possibilità di vedere altri suoi filmoni. Purtroppo era cominciata un'epoca di decadimento e barbarie nel cinema americano che tutt'oggi non si è arrestata nonostante i 40 anni trascorsi, un genio come Wilder costretto a rimanere fermo è stato un colpo basso inferto alla settima arte, ma Hollywood non ha mai rispettato chi ha contribuito a farla veramente grande.
              Eppure era un regista intelligentissimo, molto più di un Hitchcock o un Ford ed in parte anche Welles, vista la sua indubbia capacità di leggere la realtà in cui viveva con uno spirito cinico e sarcastico, che fanno dei suoi film delle vere e proprie analisi sociali e del costume morale dell'epoca giungendo anche ad anticipare l'evoluzione dei tempi.
              Ma oggi, nonostante sia stato il miglior sceneggiatore della storia del cinema, è un regista al quale non si rifà nessuno, in quanti si dicono Wellesiani, Fordiani o Hitchcockiani? Una miriade, in quanti Wilderiani? Nessuno, perchè essere tale implica una capacità di discernere la realtà che solo un essere acuto e profondo come Wilder era capace di fare, però siccome non muoveva la macchina da presa o secondo i suoi detrattori era scarso nella componente visiva (ma dove?), è passato in secondo piano, perchè nel cinema giusto o sbagliato la regia ha il primato sulla scrittura.
              Mah, sarà un po' in sordina ma è ampiamente riconosciuto come uno dei più grandi di tutti i tempi. E anche se la sua carriera negli anni '80 si è interrotta, ci ha lasciato con 26 titoli. Grossomodo, penso sarà il quantitativo a cui si fermeranno i Coen, Cronenberg e Nolan, giusto per pescarne altri 3 dalla mia top 5.

              A me ne mancano 5, tra cui l'iconico Quando l'amore va in vacanza. Merita? E' poco citato quando si parla di Wilder.
              Frutto proibito è una commedia molto simpatica che io inserisco nella top 10 del regista. Degli altri, ho visto gli ultimi tre della tua lista: niente di brutto, però sono dei film minori, anche se Sherlock Holmes ha un approccio diverso da ciò che mi aspettavo e Buddy Buddy diverte.
              'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                Allora di Billy Wilder mi restano da vedere :

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                - Cinque Segreti del Deserto
                - Il Valzer dell'Imperatore
                - L'Aquila Solitaria
                - Vita Privata di Sherlock Holmes
                - Buddy Buddy

                Appoggio tutto quello che hai detto su Wilder, la cui carriera praticamente si è interrotta ad inizio anni 80' privandoci, nei restanti 20 e passa anni di vita rimanenti del regista, la possibilità di vedere altri suoi filmoni. Purtroppo era cominciata un'epoca di decadimento e barbarie nel cinema americano che tutt'oggi non si è arrestata nonostante i 40 anni trascorsi, un genio come Wilder costretto a rimanere fermo è stato un colpo basso inferto alla settima arte, ma Hollywood non ha mai rispettato chi ha contribuito a farla veramente grande.
                Eppure era un regista intelligentissimo, molto più di un Hitchcock o un Ford ed in parte anche Welles, vista la sua indubbia capacità di leggere la realtà in cui viveva con uno spirito cinico e sarcastico, che fanno dei suoi film delle vere e proprie analisi sociali e del costume morale dell'epoca giungendo anche ad anticipare l'evoluzione dei tempi.
                Ma oggi, nonostante sia stato il miglior sceneggiatore della storia del cinema, è un regista al quale non si rifà nessuno, in quanti si dicono Wellesiani, Fordiani o Hitchcockiani? Una miriade, in quanti Wilderiani? Nessuno, perchè essere tale implica una capacità di discernere la realtà che solo un essere acuto e profondo come Wilder era capace di fare, però siccome non muoveva la macchina da presa o secondo i suoi detrattori era scarso nella componente visiva (ma dove?), è passato in secondo piano, perchè nel cinema giusto o sbagliato la regia ha il primato sulla scrittura.
                BHè, il regista di The Artist mi pare ringraziò pubblicamente WIlder agli Oscar (ovviamente Wilder era morto, quindi il suo era un omaggio).

                Comunque ottima rece per un film che era stato (giustamente) riconosciuto come "debole" dallo stesso Wilder. Il problema principale del film (che è uno dei più deboli di Wilder ma rispetto a certe commedie moderne è oro) è che manca una controparte dialettica. Mi spiego: In Irma la Dolce, viene introdotta una Parigi da favola, ultra colorata, ultra pop, ultra fumettistica. Tutto ciò che segue funziona nel racconto proprio perchè siamo stati introdotti non nel mondo reale ma in una sorta di "mondo da fumetto". In Sabrina, vediamo una Parigi stereotipata ma prima assistiamo ad un mondo molto particolare, quello del jet set della famiglia di Bogart, in cui la piccola Hepburn è cresciuta. Di nuovo una favola, che funziona grazie al contrasto tra due non luoghi (la favolosa villa miliardaria, e la Parigi da cartolina). In "Avanti", la dicotomia non funziona, non ci viene mostrata la New York alienante da cui Lemmon "scapperà" nel finale (mentre invece ci veniva mostrata la New York alienante de L'appartamento), per cui quando vediamo il "paese del sottosopra", ossia l'Italia, dove le regole che conosciamo smettono di valere, la forza comica, ma anche filosofica (scontro tra due stili di vita) del film, viene meno. Ancora, l'Italia volutamente stereotipata e cartoon (come era cartoon anche l'Italia che noi stessi rappresentavamo, basti pensare, come hai detto, a La ragazza con la pistola) perchè ci viene introdotta da subito attraverso gli occhi del protagonista, senza una introduzione che ci dipinga Ischia come un "non luogo" cinematografico.
                Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                • Ah, credo che I cinque segreti del deserto abbiano influenzato Tarantino per l'inizio di Inglorious Bastards.
                  Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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