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  • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio

    Aridaje... Non lo considero un torto, lo considero un PREGIO fare le pulci a Carpenter come a chiunque altro, non me ne frega niente che tu o chi altri lo considerino male, non capisco perché insisti sta cosa, poi dici che non ti rode, ammazza pensa se lo fosse. Non so come dirlo più chiaramente, per cui se lo capisci bene altrimenti pazienza, ho citato Shyamalan dove IO STESSO ho fatto le pulci, se vogliamo dire così, al film. E anche se non scrivo nell'altra sezione so ancora leggere, e mi è capitato spessissimo di vedere la sistematica demolizione da parte del gruppo verso singoli che magari facevano qualche osservazione, quindi inutile che insisti su sta cosa: gli atteggiamenti sono diversi perlomeno da parte di una fetta di utenza e secondo me c'è una ragione profonda per questo ma non mi va più di discuterne. Mc Carrey mi ha chiesto una cosa, io ho risposto come mi sentivo, sei libero di essere d'accordo o meno, ma continuare a rompere i maroni l'8 agosto con 40 gradi e fare lezioncine non richieste su come si dovrebbe o non si dovrebbe parlare a certi utenti (?!) anche no grazie

    Sarebbe bello discutere sul "merdoso" 1990-2000 ma onestamente anche no, se questo è il livello di pesantezza
    Vabbeh, non hai capito proprio il senso del mio intervento. Non ti stavo dando lezioncine su come parlare agli utenti, ma di NON PRENDERE alla lettera persone che dicono "capolavoro" quando guardano determinati film. Non è che ci vuole tanto, eh... A' Medeis dai su, zio caro, smettila con il Sole Comunque non c'è nessuna pesantezza, mi pare che tu sia napoletano e sei anche più grande di me, non mi dire che non riesci a reggere una conversazione un po' pepata, dai... Non succede mai niente in questo forum

    Sul decennio 1990-1999, a parte che mi pare sia il decennio dei filoni disaster movie, del cinema di Van Damme e Steven Segal (ossia, delle immani porcate al cui confronto i cinecomic sono oro ), sono andato per curiosità a cercare il boxoffice USA per ogni anno. Ti faccio vedere le prime dieci posizioni.


    1990
    Spoiler! Mostra


    1991
    Spoiler! Mostra


    1992
    Spoiler! Mostra


    1993
    Spoiler! Mostra


    1994
    Spoiler! Mostra



    1995
    Spoiler! Mostra



    1996
    Spoiler! Mostra



    1997
    Spoiler! Mostra



    1998
    Spoiler! Mostra



    1999
    Spoiler! Mostra



    Si possono fare una serie di considerazioni, vado un po' a caso:

    - una cosa che spicca sicuramente è una maggiore varietà dei prodotti che riescono a conquistare le prime 10 posizioni, mentre sicuramente negli ultimi anni il bo è dominato dai cinecomic, dai grandi franchise, dalla Pixar/altri cartoni animati

    - in realtà però se non ci si limita alle prime 10 posizioni, le classifiche sono molto più variegate, e raggiungono posizioni ragguardevoli anche, che so, i film di Nolan (Dunkirk dodicesimo nel 2017) o film particolari (Us dodicesimo nel 2019, Revenant quattordicesimo nel 2016), e così via

    - nel periodo in questione ci sono film che oggi probabilmente non raggiungerebbero manco la cinquantesima posizione.


    Perché no? Perché nel frattempo non puoi fare finta che il panorama di intrattenimento audiovisivo sia completamente cambiato. Quello che nel frattempo è successo è che il boom qualitativo (in termini di scrittura, regia, recitazione) delle serie, assieme anche al boom quantitativo di offerta, ha cambiato la propensione del pubblico a spendere soldi per la sala. E questo è. Il pubblico trae soddisfazione da serie in termini che il cinema non sempre può offire. Il cinema che sbanca i botteghini, se guardi, è sempre stato una forma di cinema escapista (a parte chiaramente alcune eccezioni) e oggi la cosa non è da meno. Il fenomeno cinecomic è l'escapismo del "momento". In questa lista comunque ci sono diverse porcherie cinematografiche che non hanno francamente più motivi per esserci (a meno che non mi si voglia dire davvero che Austin Powers o Doctor Dolittle siano meglio di TDK o di Endgame in termini di puro intrattenimento...). Le serie tv offrono una varietà di temi, stili, tematiche per cui il cinema blockbuster non può che arrancare.

    È chiaro che la mancanza di varietà di generi nel boxoffice dal 2010 in avanti fa specie, ma è speculare all'enorme varietà di offerta di prodotti audiovisivi seriali, alimentato poi anche dallo streaming. Mi pare che l'andazzo sia quello di spremere lo spremibile da una forma di intrattenimento arrancante.

    È molto difficile fare previsioni sul cinema e sul cinema in sala, però insomma, credo che il discorso sia complicato e che non sia impostato nella giusta prospettiva se si ignora il modo in cui l'esplosione delle serie abbia influenzato il cinema. Perché la critica dei cinecomic che tu sostienti (l'affezione ai personaggi, l'andare da A a B) sono anche condivisibili, ma non si possono assolutamente affibiare alle migliori serie tv che hanno "sbancato" tra il pubblico.
    Ultima modifica di Tom Doniphon; 09 agosto 21, 11:56.

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    • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio

      Per tua fortuna non frequenti le pagine dedicate ai cinefunetti.
      Hai visto The Suicide Squad? lo vedrai?


      Neanche sapevo che avessero girato un altro Suicide Squad, son proprio rinco. :-(

      Francamente il primo mi è bastato (e mi ha fatto pure incazzare, perchè in D.Ayer nutro ancora qualche vaghissima speranza), ma riprendere le stesse robe a distanza di pochi anni è impressionante, sa proprio di proliferazione cancerogena.

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      • Originariamente inviato da papermoon Visualizza il messaggio
        Beh, da un certo punto di vista non nego affatto la rozzezza, ma il film è grezzo perchè è "neorealismo" anni x girato con due soldi.
        C'è pure l'attore non attore (e non K.Russel), ci sono le baraccopoli ai margini della città, c'è questa messisncena tendente allo scabro benchè pur sempre carpenteriana.
        La grezzaggine intesa in tal senso è la ragion d'essere e la forza di Essi Vivono.

        Quanto al messaggio sempliciotto, non so, vi pare poi così banale "dire" che la classe dirigente è ormai talmente lontana dai più da sembrare una razza aliena? Non vale oggi molto più di ieri? O che per cambiare visione del mondo, liberandosi di lacci & lacciuoli mentali, le parole son vane e urgono una bella scazzottata e un nuovo dispositivo di "visione"? Mi risponderete di sì, e io replicherò che sarà banale a parole ma non nel modo in cui ci si arriva, ossia attraverso una narrazione asciutta, concisa ed efficacissima (e già questo non è poco rispetto a certi standard attuali, anche se non ho mica capito da dove arrivi il discorso del confronto tra vecchio & nuovo, che non era certo nelle mie intenzioni) che ci conduce gradatamente col personaggio al disvelamento dei retroscena, accompagnando la cavalcata con saporosi tocchi di umorismo straniante e due o tre scene emblematiche che ti ricorderai finchè campi.
        E' un film serissimo ma mai serioso o vanamente intellettualistico, come nelle migliori parabole satireggianti inclini al moralistico.
        Perfettamente coerente per forma e contenuto, com'è tipico di ogni filmazzo degno di questo nome.

        Di mio più che banale lo definirei "manicheo", ma il manicheismo è caratteristico di questi racconti a tesi che calcano la mano per sottolineare certe storture sociali, sicchè si tratta di una semplice e legittima scelta ideologica carpenteriana.

        Quanto alla "scazzottata", era ovviamente una battutina che fa riferimento al film (vedi sopra): discutere è sempre interessante, ma trovo che mai o quasi mai ci si convince a vicenda. Serve quel "clic" nella testa e l'aiuto dei succitati occhialini magici.

        Francamente, non lo vedevo da tantissimo e mi è forse piaciuto più adesso che sono grande rispetto a quand'ero piccolo. Chissà, è' anche il rimbecillimento che avanza, immagino.
        Sono molto d'accordo con tutto.

        Aggiungo che, imho, Essi vivono è una versione ante litteram e molto più povera di Matrix.
        Gli occhiali del primo sono la pillola rossa del secondo (sfruttata appunto nella retorica dei cosiddetti redpillati - visto che si discuteva anche della manipolazione comunicativa ad opera di complottisti e disagiati vari).
        Chi critica lo spessore contenutistico del film di Carpenter dovrebbe, a rigore, fare altrettanto con quello delle Wacho

        Originariamente inviato da Sir Dan Fortesque Visualizza il messaggio

        E' già tanto che non mi abbia rivelato che in realtà non l'hai mai visto

        Comunque la cosa più riuscita del film per me era Jack Burton, il più adorabile dei protagonisti cazzoni del cinema d'avventura. Praticamente per tutto il film non fa che prenderle, collezionare figure di merda, si mette ko da solo durante lo scontro finale; letteralmente i buoni ce la fanno sempre nonostante lui piuttosto che grazie a lui.

        La sola cosa che azzecca alla fine è quando sconfigge il villain (dopo che tutte le schiere sono state sconfitte dagli altri personaggi) grazie all'unica cosa che gli riesce bene, il giochetto dei riflessi con cui viene presentato.




        E' il mio preferito del nuovo corso. Il ragazzino rapper lo adoro Ma c'era anche dietro una certa sensibilità nel trattare il bisogno di guardarsi allo specchio e fare i conti con il proprio dolore che si sposava bene col plot puramente di genere e l'espediente del mockumentary.

        Tra l'altro ricordo che la visione al cinema fu un'esperienza stranissima, c'erano delle scene, tipo quelle della nonna sonnambula nuda seguita dal ragazzino sconvolto, che erano riuscite ad inquietarmi e farmi ridere allo stesso tempo.

        Ps: ricordati però che Shyamalan non ha mai girato due blockbuster, è stata la figlia.
        Concordo su tutto, sia sulla figaggine di Grosso guaio a Chinatown che su The Visit, che è anche il mio preferito tra i film recenti di Shyamalan (ma mi manca ancora Old)

        Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
        Qualcuno ha dato 9 o forse 10 al suo Contratiempo.
        Dovrei controllare.
        Gran film Contrattempo

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        • Leo Messi,commosso nel "dover" lasciare il Barcellona è stato abbastanza perculato; non Faustino Desalu con la storia di sua mamma badante ma, questo solo sul brevissimo periodo. A medio lungo termine rimonteranno mediaticamente le vacanze e i compleanni extra lusso dei Vip e dei figli dei Vip. Alla peggio si parlerà del Vip morto, malato o divorziato...
          Dunque il melodramma sottoproletario , sia che lo filmi Carpenter, lo disegni Zerocalcare o lo trascriva Cofferati , sarà sempre (considerato) manicheo /didascalico/di serie b in una contemporaneità in cui i borghesi vogliono essere rassicurati, fondamentalmente, sul loro benessere , con Messi che finisce più ricco di prima e Desalu che diventa un mezzo Vip.

          E dato che poi il medium è il messaggio anche pubblicare con successo di "italiani-che-non-arrivano-a-fine-mese" comporterà vendere qualcosa ad un target economicamente più elevato degli indigenti : ergo si parlerà meno di loro.
          "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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          • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
            Qualcuno ha dato 9 o forse 10 al suo Contratiempo.
            Dovrei controllare.
            Dai, sai benissimo chi è stato.
            Al tuo listone mancano Julia Ducournau, erede cronenberghiana, e Christopher Nolan, erede kubr... erede di se stesso.

            Originariamente inviato da papermoon Visualizza il messaggio

            Beh, da un certo punto di vista non nego affatto la rozzezza, ma il film è grezzo perchè è "neorealismo" anni x girato con due soldi.
            C'è pure l'attore non attore (e non K.Russel), ci sono le baraccopoli ai margini della città, c'è questa messisncena tendente allo scabro benchè pur sempre carpenteriana.
            La grezzaggine intesa in tal senso è la ragion d'essere e la forza di Essi Vivono.

            ...

            Di mio più che banale lo definirei "manicheo", ma il manicheismo è caratteristico di questi racconti a tesi che calcano la mano per sottolineare certe storture sociali, sicchè si tratta di una semplice e legittima scelta ideologica carpenteriana.

            Quanto alla "scazzottata", era ovviamente una battutina che fa riferimento al film (vedi sopra): discutere è sempre interessante, ma trovo che mai o quasi mai ci si convince a vicenda. Serve quel "clic" nella testa e l'aiuto dei succitati occhialini magici.

            Francamente, non lo vedevo da tantissimo e mi è forse piaciuto più adesso che sono grande rispetto a quand'ero piccolo. Chissà, è' anche il rimbecillimento che avanza, immagino.
            Il problema non è tutta la decadenza mostrata, ma la riduzione del contenuto a dei cartelloni subliminali che ti spiattellano i comandi a bacchetta dei poteri forti. Per questo preferisco Videodrome, perché quel tipo di società é alimentato da entrambe le parti ed è destinato ad alzare sempre più l'asticella, perché la curiosità morbosa dell'uomo è insaziabile. Essi vivono, se ci penso, sì che oggi lo potrebbe girare un no-vax.

            In merito alla scazzottata, parlavo in tono scherzoso anch'io. Quello che intendo è che non si tratta di un film inequivocabilmente grande, ma di una pellicola che, come abbiamo visto, fa discutere (e già questo per me è troppo). Faceva discutere dieci anni fa, fa discutere ora, figuriamoci a lungo andare; ciò nonostante, essendo un film di Carpenter, il suo ricordo verrà portato avanti "a pedate" (nel senso, non verrà dimenticato), così come accade con altri film minori di registi autorevoli come ad esempio Buddy Buddy.

            Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
            Tra John Carpenter e James Gunn, chi mi saprebbe dire come vedere The Brown Bunny di Vincent Gallo? I voti bassissimi nell'altro topic hanno solleticato la mia curiositas. Si accettano volentieri anche link in privato, grazie
            Non ti so aiutare ma te lo sconsiglio: ha fatto scalpore per la fellatio non simulata di Chloe Sevigny, ma è un film davvero noioso rispetto ad altri film che cercano lo scandalo e Vincent Gallo ha una faccia antipatica non da poco.

            Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio

            Non vedo perché, visto che non avevo in mente un utente in particolare, e io stesso ho partecipato a una delle discussioni. Evidentemente nella foga di un messaggio scritto su sobillazione altrui non avrò usato un buon costrutto italiano, ma il problema non è usare uno spirito critico per analizzare e giudicare Carpenter o Shyamalan - al netto di essere d'accordo o meno - ma di non usare il medesimo spirito anche per quei tipi di cinecomic. C'è una febbre, un delirio nel descrivere quei film che, se invece si usasse la stessa puntigliosa acribia per altri dovrebbero essere di logica conseguenza essere demoliti senza troppi complimenti.

            Per ritornare al paragone fatto, sarebbe come leggere in un topic su una commedia sexy anni 70 "Che genio quel Mariano Laurenti", "Io c'ho visto un po' di Fellini", "Che stile sorprendente, che intuizioni narrative" e via discorrendo. Quando sarebbe più onesto dire "Madò che cos'è la Fenech senza vestiti" e ben poco altro.

            Spero che ora sia chiaro visto che a quanto pare alcuni si sono offesi per i loro giudizi su Carpenter, quando invece volevo sottolineare come ci fosse tra le due sezioni del forum una certa disparità nell'analisi critica, se vogliamo dire così
            Messa così sì, capisco il tuo discorso, anche se non ho visto The Suicide Squad. Potrebbe essere uno spunto per proseguire la discussione.

            Originariamente inviato da MartyMcFly Visualizza il messaggio
            se volete un BEL film che criticava apertamente il sistema d'informazione sociale a metà degli anni 70 è "The Network" di Sindey Lumet (La Parola ai Giurati, Rapina Record a New York, Serpico, Assassinio sull'Orient-Express e moltissimi altri)

            film parecchio sottovalutato, pare che esistano solo certi registi qui dentro dai paragoni che ne sono scaturiti
            Neanche passato per la testa, però l'ho visto tanti anni fa. Ho citato Videodrome perché più affine come genere e perché entrambi i registi sono famosi per fantascienza/horror.

            Originariamente inviato da Enfad Visualizza il messaggio
            Sono molto d'accordo con tutto.

            Aggiungo che, imho, Essi vivono è una versione ante litteram e molto più povera di Matrix.
            Gli occhiali del primo sono la pillola rossa del secondo (sfruttata appunto nella retorica dei cosiddetti redpillati - visto che si discuteva anche della manipolazione comunicativa ad opera di complottisti e disagiati vari).
            Chi critica lo spessore contenutistico del film di Carpenter dovrebbe, a rigore, fare altrettanto con quello delle Wacho


            Gran film Contrattempo
            No, dai, non sono d'accordo sulle Wacho. Sicuramente anche Matrix presta il fianco alle teorie dei complottisti, ma allora vale anche, come diceva Admiral Ackbar per 1984.

            Le sorelle secondo me hanno due anime: una sociologica (Speed Racer, Cloud Atlas, sense8), che guarda al rapporto che abbiamo con il mondo, con gli eventi che ci circondano e con il prossimo, e una filosofica (Matrix e seguiti, Jupiter Ascending), che mira più al senso della vita e alla responsabilità delle scelte, pescando a piene mani dal pensiero di Schopenhauer e Kierkegaard (quando ero ancora fresco di queste nozioni, ci avevo visto di tutto dentro Jupiter Ascending, purtroppo alle successive visioni ci ho capito sempre meno).

            Il grassetto è per mr.fred
            'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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            • Riders of justice

              L'effetto farfalla fattosi bicicletta in un concatenarsi di cause/effetto un marito incapace di gestire il lutto per la moglie morta ed una figlia adolescente da gestire. Mikkelsen accompagnato da un trio improbabile di teorici/informatici e "psicologi" Intraprende la strada della vendetta nonvendetta per arrivare alla conclusione dell'accettazione del lutto.

              roj.jpg
              http://img7.imageshack.us/img7/4629/batmanvsbane.jpg
              http://jhonillustratore.altervista.org/
              "Anche in questo mondo piove, quando il tuo cuore è turbato il cielo si rannuvola, quando sei triste la pioggia si mette subito a scendere...per me è straziante... chissà se anche tu lo sai quant'è terrificante venire colpiti dalla pioggia in un mondo solitario come questo" Zangetsu


              ***FIRMA MODIFICATA DAL MODERATORE***

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              • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
                Sarebbe divertente possedere una macchina del tempo e chiedere ai @ptrls , Sebastian Wilder, MrCarrey, Sensei (siete tutti sotto ai trenta, vero?) del futuro cosa ne pensano dei loro attuali beniamini Oriol Paulo, Barry Jenkins, Sam Levinson e Xavier Dolan fra venti o trenta anni.
                Il tempo metterà ognuno di loro e qualsiasi altro autore contemporaneo al suo posto e chissà che non riservi sorprese.
                Chi lo sa, ti posso dire cosa ne penso oggi, quale sarà la mia percezione tra vent'anni non lo so. Il tempo col suo scorrere è sicuramente una variabile capace di deformare questa percezione. Nessun giudizio rimane cristallizzato. Certi titoli risplenderanno di luce nuova e verranno maggiormente capiti, altri resteranno coperti da una coltre di polvere.

                Cinema classico così come cinema odierno vengono sferzati dal vento del tempo giorno dopo giorno. Certo è importante conoscere il contesto in cui determinate opere sono nate, che cosa hanno significato, quale posto occupano nella storia ed evoluzione della macchina cinematografica, ma indubbiamente la percezione non sarà avulsa nel contempo dall'influenza dei tempi correnti, dal clima culturale attuale e dagli altri traguardi raggiunti nel corso del tempo.
                Siamo tutti in balia del tempo e dei suoi effetti.

                Tornando al discorso sulla libertà di fare pulci al cinema classico mi schiero con chi ritiene che non esistono opere o registi intoccabili. Allo stesso tempo è però importante saper argomentare e fare valere le proprie ragioni. Che per carità non devono essere condivise ma per lo meno capite. Diversamente fai la figura dello stronzo.
                Stesso approccio col cinecomic di turno. Per questo ho chiesto a Medeis di approfondire nel topic del film di Gunn.
                Dal mio canto mi sento libero di sottolineare i pregi di un non-capolavoro come "The Suicide Squad" così come in un altro post ridimensionare un capolavoro certificato come "Halloween" di Carpenter che magari posso valutare come fin troppo debitore nei confronti di un film meno stimato uscito 4 anni prima, ossia "Un Natale Rosso Sangue".

                Tornando invece al discorso dell'età, si Fred mi manca ancora un pò per raggiungere i 30




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                • Come avevo ampiamente previsto pure gli illustrissimi professoroni virologi sono annichiliti al macello mediatico della televisione, finendo tritati o carcasse squartate dagli opinionisti/ intervistatori tuttologi in servizio permanente.

                  A prescindere dalle intenzioni di Carpenter risulta un po' fuorviante la messa in scena dei baraccati forti consumatori di programmi tv : non che ciò sia irrealistico ma crea una artificiosa sperequazione tra spettatori passivi e produttori di contenuti che credono di operare su un mezzo " neutro" a disposizione della loro superiore competenza.

                  In politica si traduce poi con la diffida che avremmo " la classe politica che ci meritiamo"; un discorso che andrebbe moltiplicato x1000 rispetto dunque alla consapevolezza acquisita di un Draghi o di un Conte, invece rivenduti come degli estranei imprestati al governo.
                  Ultima modifica di henry angel; 10 agosto 21, 07:50.
                  "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                  • Maurice di James Ivory (1987).

                    James Ivory, etichettato dispregiativamente da Federico Frusciante con l'appellativo di "arredatore", bisogna riconoscere che non sempre una grande conoscenza di cinema sia teorica che pratica, porti a dei giudizi corretti su un regista, la cui idea di cinema potrebbe essere fraintesa con conseguenti opinioni ingenerose. Non ho una conoscenza profonda della sterminata filmografia del cineasta, che in effetti potrebbe nascondere numerosi capitomboli, però quelle poche opere viste per ora meritano elogi per lo più; alle quali si aggiunge questo Maurice (1987), premio per la regia a Venezia e Coppa Volpi ai due interpreti, tratto da un romanzo di Forster pubblicato postumo nel 1971, per via dello scabroso tema dell'omosessualita', che è bene ricordare essere punita penalmente fino alla fine degli anni 60' nel Regno Unito, in quanto atto contro-natura, poiché non finalizzata alla procreazione.
                    La società ha inculcato in Maurice Hall (James Wilby), l'idea che il percorso per lui prestabilito consistesse nel concepire il sentimento sessuale solo nei confronti di una donna con cui sposarsi e fare dei figli, ma il piccolo crescendo diventa un uomo e frequenta la prestigiosa università di Cambridge, sviluppando un'attrazione irresistibile verso gli uomini, la scintilla della consapevolezza scatta tramite la conoscenza del suo coetaneo Clive Durham (Hugh Grant), al terzo anno di corsi, anch'egli omosessuale, dichiarando il suo amore nei confronti di Maurice.
                    Nell'Inghilterra della seconda decade del 900' come detto l'omosessualità è un reato penale, essa deve essere vissuta esclusivamente nel privato, vivendo costantemente sull'attenti, con il rischio di essere arrestati e stigmatizzati non solo penalmente ma anche dalla società, che fa terra bruciata attorno a tali soggetti. Maurice è biondo, Clive invece moro, sembrano usciti da un poema dell'antica Grecia, dove i personaggi di tali opere vivono la relazione in modo esclusivamente platonico e mai fisico, così deve essere per preservare la purezza del legame secondo Clive, ma in realtà è solo una giustificazione ipocrita per impedire di dare scandalo, venendo a mancare la componente sessuale però, una relazione non può mai dirsi veramente compiuta, in questo modo la pensa giustamente Maurice, arrivando a farsi espellere dal college che sente essere formato da insegnanti e valori retrogradi.

                    Clive però alla distanza tradisce la passione esasperata di Maurice, a seguito della condanna per omosessualità di Lord Risley, letteralmente rovinato dalla condanna penale e dal discredito derivatane, l'uomo decide di reprimere la sua natura sposandosi con la ricca Anne, una donna sciocca quanto frivola, tradendo i sentimenti di Maurice, il quale non concepisce il voltafaccia delle suo miglior amico ed amante.
                    La descrizione di Ivory della società inglese del periodo è impietosa quanto senza sconti; in tanti sanno, ma ipocritamente scelgono di non vedere, gettando gli omosessuali in una strada fatta di solitudine dalla quale uscirsene solo con un matrimonio farsa, accettato magari dopo l'ennesima proposta di fidanzamento fatta dalla propria famiglia; ma ciò è un rivestimento destinato e rivelare a lungo andare delle crepe da infiltrazioni, come quella sul soffitto nel salone di Clive, la quale permetterà di far entrare Maurice in contatto con Scadder (Rupert Graves), giovane guardiacaccia della tenuta Durham, arrivando finalmente ad appagarsi anche dal punto di vista sessuale. Siamo ad inizio del 1910, ma Ivory parla chiaramente del suo presente, con la sua posizione assolutamente normalizzante sull'omosessualita', senza andare per forza nel disperato, arrivando a coglierne i momenti di intimità spensierata e la felicità di sentirsi realizzati, trovando finalmente il proprio equilibrio in una società che ti ostracizza, non lesinando inquadrature di nudo integrale maschile, una presa di posizione coraggiosa, poiché negli anni 80' è risaputo come sull'intera comunità omosessuale si fosse abbattutta la scure dell'AIDS. Ne esce una pellicola meno improntata sull'aspetto arredatorio-scenografico rispetto ad altri suoi lavori, poiché il cineasta lavora sullo scandaglio psicologico dei protagonisti; per un Maurice che giustamente non nega se' stesso, nonostante la solitudine sociale derivata dal fatto di non poterne fare parola a nessuno, pena venir malamente frainteso anche dai suoi conoscenti più ristretti, giungendo meritatamente alla sua metà di felicità ergendosi così a simbolo ideologico di un'omosessualita' finalmente accettata e non repressa; Clive invece resterà prigioniero a vita di una farsa borghese-matrimoniale, reprimendo la propria natura, compatendo una possibile strada, che l'uomo non ha mai avuto il coraggio di percorrere fino in fondo, arrivando a negare la propria natura. Liquidato come troppo accademico con troppa fretta da certa critica (non mi pare che nei film da oscar recenti si inquadrino i cazzi maschili, praticamente inesistenti in tale tipo di cinema), forse paga pegno nel voler troppo dire per essere estremamente fedele in tutto per tutto al romanzo, ma l'intento è sincero, dovendo riconoscere di ritrovarsi innanzi ad uno dei migliori risultati del regista.

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                    • L'Imperatrice Yang Kwei Fei di Kenji Mizoguchi (1955).

                      Meglio recensire il suddetto film adesso, perchè se ci penso ancora il voto potrebbe sprofondare ancora più in basso ad un ulteriore terza visione, visto che la seconda non solo ha confermato tutte le perplessità precedenti, ma rimuginandoci sopra l'insoddisfazione verso l'Imperatrice Yang-Kwei-Fei di Kenji Mizoguchi (1955), con il passare del tempo potrebbe superare di gran lunga quella provata dai soldati e dal popolo sobillato dalle figure ostili alla donna, con conseguenze ancor più negative.
                      A metà degli anni 50' probabilmente Mizoguchi era il regista migliore del mondo con una miriade di capolavori assoluti della storia del cinema tutti di fila, senza contare gli altri fatti in precedenza, il che lo aveva già prima dei 60 anni proiettato nell'olimpo dei più grandi di sempre della settima arte, quindi cosa è andato storto? Data la vastità della sua filmografia delle pellicole minori è lecito aspettarsele ed il livello delle sue opere del decennio finale della sua carriera ovviamente era uno standard troppo elevato per chiunque, però dal passare dai capolavori assoluti della decade a tale pellicola, amareggia fortemente per l'assenza di un'equilibrata via di mezzo.
                      Yang-Kwei-Fei, prodotto tramite una casa cinematografica di Hong Kong, segna l'approdo da parte di Mizoguchi al colore; le pellicole giapponesi quando hanno adottato tale estetica hanno sempre prediletto un approccio fortemente anti-naturalista nel suo utilizzo, in un'accezione fortemente stilizata quasi certamente mutuata dalla forte influenza del teatro kabuki, però a tale complessità visiva dovrebbe corrispondere una sostanza che da ciò ne tragga giovamento, cosa che con la suddetta opera non avviene, poichè Mizoguchi ha un soggetto esile, quasi sullo stile di una favola (siamo innanzi ad una variazione della fiaba di Cenerentola), con protagonista la giovane Kwei-Fei (Michiko Kyo), una giovane sguattera con legami familiari importanti, viene scelta dal cugino e dall'ambizioso generale An Lushan, come possibile nuova moglie per l'imperatore Xuan Zong (Masayuki Mori), data l'estrema somiglianza con la defunta moglie di quest'ultima della quale l'uomo non se ne capacita della scomparsa, vivendo in modo apatico e respingendo con estremo fastidio gli inviti dei suoi funzionari di corte a risposarsi. L'imperatore viene colpito dal nobile animo della giovane e la invita a restare nella sua cerchia, ricompensando i membri della famiglia della donna con titoli nobiliari e cariche politiche, suscitando però il rancore del generale An vistosi escluso dalla cerchia dei ministri, seppur nominato governatore di tre provincie importanti, meditando vendetta arrivando a sobillare il popolo contro la donna e la sua famiglia.

                      Celebrato per la ricca fotografia di Sugiyama, in effetti risulta impossibile non riconocerne il valore estetico in quelle composizioni di giallo ocra che risplendono in tutta la loro pastosità nelle scene in esterna nel giardino in fiore del palazzo, così come quei rossi saturi delle stanze della residenza imperiale, creando composizioni visive strabilianti e di un'atmosfera baroccheggiante, che a lungo andare comporta un'eccessiva pesantezza per l'occhio umano data la monotonia estetica senza alcuna variazione, la quale sembra dividere il mondo in una netta dicotomia, che si riflette anche nella psicologia poco più che abbozzata dei personaggi.
                      Lo scandaglio umano è stato da sempre la cifra caratteristica del cinema di Mizoguchi, i suoi long-take infiniti non hanno mai reso i suoi capolavori statici o comunque eccessivamente teatrali, poichè l'elemento dinamico era dato nell'inquadratura dal minuzioso e multiforme ritratto psicologico delle figure messe in scena che raggiungeva livelli di accuratezza estremi, ponendo attenzione ad ogni elemento narrato, dove anche la singola parola aveva un peso specifico molto profondo, tutto questo viene purtroppo meno in tale pellicola, se il ritratto saggio quanto bonario dell'imperatore trova giustificazione nel tono favolistico della storia e la raffigurazione stoica di Kwei-Fei riprende altre eroine tipiche del cinema del regista, anche se non raggiunge mai tali vette per via di una sensazione di una certa ripetizione, il ritratto della corte che gravita intorno a tale duopolio risulta manicheo e banale, facendo perdere forza al ritratto di una società basata esclusivamente sui rapporti di forza, la cattiveria ed il maschilismo, che rende vittima la figura femminile vittima di tali soprusi; in pratica la pellicola soffre tanto perchè evanescente risulta lo scandaglio psicologico dell'umanità in cui sempre era stato abile il regista. L'Imperatrice Yang-Kwei-Fei è un'opera manierista, che sembra uscita da un regista che ha imitato pedissequamente lo stile del cineasta nipponico senza afferrarne l'essenza, anche se ovviamente acquista un pochino di valore in base al fatto che è un film dello steso Mizoguchi e quindi in parte scusabile se rifà sè stesso. Tale squilibrio probabilmente origina da una sceneggiatura scritta da ben 4 mani, con interventi non accreditati da parte dello stesso Mizoguchi, trovando qua e là talvolta la propria anima per quei 2-3 colpi di genio, come il pre-finale riguardante l'amaro destino di Kwei-Fei, con un lucido quanto impietoso ritratto stoico di una donna che accetta la propria sorte, grazie ad uno sguardo del regista sempre pessimista in materia, dove però al contempo mostra delle cadute di tono notevoli, come nel finale con quella voce eterea, che vorrebbe tanto ricordare la poesia di un legame che perduto nel tempo sulla falsariga dell'Intendente Sansho (1954), quando in realtà la melassa indigesta straborda da ogni parte del supporto video.
                      La critica giustamente ha mostrato molte riserve nei confronti dell'opera, indubbiamente Mizoguchi si trovava meglio nell'uso del bianco e nero, il cui grigi perfetti ne valorizzavano le psicologie e la profondità di campo, quindi si consiglia prima di recuperare i capolavori del regista e solo dopo in un secondo momento recuperare la suddetta opera.

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                      • Dillinger è Morto di Marco Ferreri (1969).

                        Assistere al niente durante l'intera notte di un'industrial designer (Michel Piccoli), vittima auto-consapevole dell'alienazione generata dalla società dei consumi, è l'estremo atto di sfida sfacciato posto dal cineasta anti-conformista Marco Ferreri, nei confronti dell'intera società capitalista e dei suoi soggetti, tramite Dillinger è morto (1963), la cui anti-narratività, nasconde un'invettiva forte all'annichilimento dell'essere umano non più esistente in quanto individuo, ma solo in quanto appartenente alla moderna società di massa.
                        Girato quasi totalmente nella casa del protagonista (è l'abitazione dell'artista Mario Schifano, mentre la cucina è della casa di Ugo Tognazzi), a cui fa ritorno dopo una giornata lavorativa in cui si percepisce essere totalmente estraniato dal contesto, come se fosse un uomo che indossa le maschere da lui prodotte, che consentono la sopravvivenza anche se l'aria è alterata, simbolo dell'uomo moderno nella società industriale percepita dal regista come inadatto habitat degli essere umani odierni, sancendo così la prima metafora simbolica di cui è pregna l'intera opera. Il personaggio di Piccoli risulta estraniato dal contesto, con l'orecchio ascolta meccanicamente un saggio sull'alienazione scritto da un suo collega tratto da Hebert Mancuse, mentre con la mente è totalmente estraniato dalle parole che gli rimbombano nella testa prive di alcun significato, come il caotico panorama anonimo che egli scorge dall'alto del palazzo e mentre fa ritorno a casa in macchina.
                        Ferreri fa il gioco delle tre carte, lo spettatore presume tramite Mancuse di trovarsi innanzi ad una pellicola politico-partitica (nella qual specie di orientamento comunista data la citazione); in realtà l'alienazione filmica ha ad oggetto non un uomo medio, ma un rappresentante dell'alta-borghesia, ben piazzato e ottimamente sistemato, il che rende ancor più contestataria l'opera, poichè lo straniamento oramai ha preso con sè tutte le classi sociali, comprese i fautori di esso, come il nostro protagonista totalmente immerso nella routine quotidiana fatta di discorsi pigri con una moglie (Anita Pallenberg) verso la quale non sente più nulla, una cena preparata a tarda serata e programmi idioti tramessi a getto continuo dalla TV. La scoperta casuale di una pistola contenuta in dei giornali riportanti l'omicidio del gangster Dillinger durante gli anni 30', dà una svolta inaspettata alla serata e alla vita dell'uomo.
                        Non è un film che punta sui dialoghi, tralasciando la citazione diegetica iniziale che funge da supporto tematico dell'opera, ma comunque ascoltata con distacco dal protagonista, c'è da dire che il personaggio di Piccoli non sembra minimamente dare peso al verbo, quanto solo agli oggetti con cui entra in relazione durante la serata, arrivando a compenetrare una totale simbiosi tramite essi, soprattutto con la pistola verso la quale ha un ossessione malata, arrivando a smontarla, sgrassarla, pulirla, lubrificarla e ridipingerla secondo la sua ottica.

                        Le parole volano al vento, i dialoghi risultano banali se non insignificanti e quanto si tenta di articolare un concetto tramite un costrutto dialogico, esse sembrano più dei rimbombi provenienti da chissà dove, un fastidio da sopportare per una mente annoiata, che non sa cosa farsene del tempo libero e risulta proiettata verso chissà quali orizzonti; tutto tranne ciò che c'è in quella casa, in primis una moglie perennemente in stato di sonno e vittima della bulimia della società dei consumi, nonchè la governante di casa Sabina (Annie Girardaut), la cui stanza è pieni di feticci spazzatura inculcati dalla società capitalista (arredi, il miele, il poster del cantante Dino etc...), conducendo al contempo una relazione clandestina con il protagonista, che altro non è che il caro do ut des di su cui si basano i rapporti umani, anche il tradimento coniugale in tale opera perde la sua connotazione trasgressiva, per essere ricondotto al mero rapporto padrone-serva, dal quale entrambi sembrano trarre vantaggio personale, ma alla fine Piccoli si rende conto che anche esso è inappagante, non conducendo a nulla.
                        Il risveglio possibile per l'uomo sembra venire solo dal "cinema", ovvero dai filmati d'archivio delle sue vacanze, dove risuona la voce della moglie infastidita dalla videocamera, uando invece per Piccoli è l'unico momento della serata in cui si sente libero effettivamente, grazie al potere dell'immaginazione che si combina perfettamente con l'apparato audio fatto di numerose canzoni anni 60' che risuonano alla TV o alla radio (Rolling Stones, Lucio Dalla, Exiles, Ennio Morricone etc...), finito il quale ripiomba nuovamente nell'insoddisfazione fisica e morale della serata, il che lo porta a simulare un tentativo di suicidio, come conseguenza di una vita non vita, finchè non gli balena in mente una soluzione ben più definitiva, fautrice di una possibile libertà per sè stesso da tale società, sfociando in un finale enigmatico dove più soluzioni interpretative sono possibili (da quella più positiva, a quella del fallimento).
                        Ferreri mette in scena limiti e contraddizione di un contesto sociale che oramai s'è fatto mondo, tramite un'eterogeneo campionario di elementi artistici che vanno dallo sperimentalismo più puro, sino alla pura avanguardia transitando anche per svolte pop, oppure miscelando tutte le cose, come nella sequenza della danza delle mani, che appartengono a Maria Perego, la creatrice di Topo Gigio, riferimento inaspettato per un regista che riesce a far coesistere l'intero spettro artistico in un'unica pellicola, il cui baricentro ovviamente risiede in un titanico Michel Piccoli, che fornisce una prova tutta fatta di sottrazione, il cui sguardo perso nella noia, la sua mente proiettata verso il niente a lui comprensibile e i suoi disperati tentativi di pronunciare qualcosa emettendo solo suoni incomprensibili, fanno di lui il perfetto rappresentando dell'uomo del 900' (ma anche di oggi) massificato da una società industriale per lui innaturale, ma in realtà introiettata a forza in lui, regalando quindi una delle più grandi prove della storia del cinema mondiale.

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                        • La Grande Abbuffata di Marco Ferreri (1973).

                          La recensione numero 500 non poteva che essere dedicata obbligatoriamente ad un capolavoro assoluto della storia del cinema come la Grande Abbuffata di Marco Ferreri (1973), il più grande successo commerciale del regista, complice anche il grande scandalo sollevato tramite la vetrina internazionale del Festival di Cannes, con tanto di indignazione della critica e la reazione schifata di Ingrid Bergman, la quale da presidentessa della giuria fu assolutamente incapace di farsi conquistare da tale satira nera, chiudendosi nella sua torre d'avorio piccolo borghese, negando qualsiasi riconoscimento all'opera.
                          Accostabile all'apocalittico Salò o le 120 Giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini (1975) per l'impianto strutturale-metaforico, la pellicola di Ferreri se ne discosta in modo assoluto nei pressupposti ideologici, visto che il suo pessimismo è inter-classista, senza alcuna volontà di distinguere borghesi o proletari, che per il cineasta erano parte della stessa umanità. Quattro amici decidono di rinchiudersi in una villa a Parigi con l'intentodi suicidarsi tramite il cibo, per via di una vita inappagante e priva di senso; Ugo (Tognazzi), chef di un grande ristorante rinomato (simbolo della gastronomia), Michel (Piccoli), produttore televisivo (simbolo dei mass media), Philippe (Noiret), magistrato (simbolo della legge) ed infine Marcello (Mastroianni), pilota di linea (simbolo dell'amore libertino), quattro persone che rappresentano appieno i prodotti dell'ideologia borghese.
                          Ferreri porta alle estreme conseguenze la propria critica alla moderna società industrale e all'ideologia borghese che muove essa, tramite i duplici binari del cibo e del sesso, quest'ultimo incarnato dalle tre prostitute invitate dal latin lover Marcello a cui si aggiunge la maestra formosa Andreà (Ferreol), dando il via ad una mega orgia di corpi culinaria dai tratti morbosissimi. L'ossessione di Ferreri nei confronti del cibo, che da nutrimento energetico necessario al funzionamento dell'organismo umano, diviene oggetto di indagine del regista sul sovra-consumo sproporzionato dei beni da parte degli odierni consumatori diventati oramai dei veri e propri "divoratori" compulsivi di tali oggetti, innestandosi in un meccanismo perverso di uso-consumo in un circolo vizioso senza fine e senza senso, di una borghesia oramai svuotata del tutto e dedita solo al compulsivo consumo dei beni, giungendo a quello primario del cibo, che da energia necessaria per il necessario funzionamento del corpo umano, si trasforma molto presto da gusto a morboso disgusto senza fine.

                          Nichilista fino allo stremo, la Grande Abbuffata tramite il grottesco mette in scena un vuoto umano sconfortante, l'humor nero e il linguaggio satirico non ne fanno una dramma serioso a tutti i costi, ma certamente accentuano la sensazione di irrazionalità di un corpo borghese ridottasi a mero tubo digerente, che a poco a poco si suicida più o meno consapevolmente, rendendosi così inapaci poco a poco di svolgere qualsiasi altra funzione, collassando sempre più in una spirale inevitabile di autodistruzione, dove l'eccesso straripa del tutto, come nelll'esplosione del cesso della villa dove tra liquami e cacca che galleggia, una palude di merda che oramai ricopre l'intera umanità la quale ad essa farà presto ritorno.
                          Ferreri riempie il film volutamente di eccessi culinari che dopo un pò da piacere gustativo finiscono solo per il dare la nausea alla sola vista, orge a non finire, copulazioni in ogni luogo e scurrilità scatologiche, che riportano l'indagine del regista sempre alla materialità fisica del corpo umano, dove il personaggio di Michel si esibisce in rutti e peti a non finire, auto-degradndosi e annientadosi sempre più in un crepuscolo pessimista-apocalittico che si trascina dietro si sè uno dopo l'altro i quattro amici protagonisti, sempre più spogliati dalle sovrastrutture della moderna società di massa, per essere ricondotti ai bisogni primari dell'essere umano del mangiare, sesso e defecare, però reinterpretati alla luce di quella poetica del vuoto dervante dalla noia di vivere che già in Ferreri avevamo visto in Dillinger è Morto (1969), in cui il regista fu maestro nel mettere in scena l'alienazione dell'uomo moderno, qui scisso nelle quattro figure di Ugo, Marcello, Philippe e Michel, ridotti a meri involucri privi di una qualsiasi vitalità, atti a ripetere meccanicamente dei gesti che sono visti da osservatrici esterne come le prostitute come privi di una qualsiasi logicità; "perchè mangiare se non si ha fame", l'eterna domanda, d'altronde siamo affetti da tale bulimia consumistica senza freni? Viene in mente una brevissima storia del fumettista Robert Crumb dove rappresentava come animali (dei maiali per essere precisi) due consumatrici che uscendo dal centro commerciale alla fine commentavano di aver acquistato poco dichiarandosi così deluse; siamo ridotti a consumatori alienati da ingozzare senza ritegno, per le manovre di un qualcuno o di un qualcosa di non definito, dove i nostri corpi si stanno sempre più adattando meccanicamente a tale condizione sociale contro-natura, privandoci sempre più di qualsiasi vitalità, immergendoci così in un'eterna stanchezza maccanica.
                          Ritratto sociologico apocalittico di cupo nichilismo, la Grande Abbuffata causa la sua natura provocatoria ed anti-sistema, non poteva che scatenare indignazione e nel nostro paese essere soggetto a tagli e censure varie che sino alla recente riedizione da parte della CG Entertainment, aveva reso praticamente molto difficile un giudizio completo sulla versione integrale voluto dal regista.


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                          • Originariamente inviato da p t r l s Visualizza il messaggio
                            Quello che intendo è che non si tratta di un film inequivocabilmente grande, ma di una pellicola che, come abbiamo visto, fa discutere (e già questo per me è troppo). Faceva discutere dieci anni fa, fa discutere ora, figuriamoci a lungo andare; ciò nonostante, essendo un film di Carpenter, il suo ricordo verrà portato avanti "a pedate" (nel senso, non verrà dimenticato), così come accade con altri film minori di registi autorevoli come ad esempio Buddy Buddy.
                            Qui sul forum mi piace scribacchiare tra il serio e il faceto di film che trovo assai belli ma un po' trascurati, più che altro per invogliare eventuali ignari al recupero o gli gnari alla rivalutazione, ma accennando a Essi Vivono credevo di rievocare un classicoide conclamato della fantascienza, nel ricordo del quale ci saremmo uniti tutti asciugandoci una lacrimuccia e facendo la ola con gli accendini.

                            E invece...povero Johnny.

                            Buddy Buddy - per quanto lo ricordi caruccissimo - dubito sia considerato da qualcuno un Wilder maggiore, poi chissà.

                            Ma più che altro volevo ricondurre all'attenzione generale il buon vecchio "tutto in una notte", di cui però non sembra fregare un tubazzo a nessuno, ahimè.
                            Ultima modifica di papermoon; 10 agosto 21, 13:25.

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                            • Essi Vivono è un capolavoro, meglio di Halloween sicuramente. Insieme alla Cosa ed Il Seme della Follia è uno dei tre capolavori del regista. Non comprendo questa svalutazione qui sopra.
                              Devo rivedere Il Signore del Male.

                              Buddy Buddy è considerato il peggior film del Dio del cinema, ma non l'ho mai visto.

                              Tutto in una notte è la versione minore di Fuori Orario di Scorsese e segna l'inizio della decadenza di John Landis dopo il quartetto Animal House, Blues Brothers, Lupo mannaro americano a Londra e Una Poltrona per due.

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                              • Lo dico? I due capolavori di Carpenter: La cosa e Distretto 13.
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