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  • Originariamente inviato da p t r l s Visualizza il messaggio
    No, dai, non sono d'accordo sulle Wacho. Sicuramente anche Matrix presta il fianco alle teorie dei complottisti, ma allora vale anche, come diceva Admiral Ackbar per 1984.

    Le sorelle secondo me hanno due anime: una sociologica (Speed Racer, Cloud Atlas, sense8), che guarda al rapporto che abbiamo con il mondo, con gli eventi che ci circondano e con il prossimo, e una filosofica (Matrix e seguiti, Jupiter Ascending), che mira più al senso della vita e alla responsabilità delle scelte, pescando a piene mani dal pensiero di Schopenhauer e Kierkegaard (quando ero ancora fresco di queste nozioni, ci avevo visto di tutto dentro Jupiter Ascending, purtroppo alle successive visioni ci ho capito sempre meno).
    Io non ho parlato del cinema delle Wacho in generale, io parlavo specificamente di Matrix (il primo) facendo notare che, fondamentalmente, racconta la stessa storia di Essi vivono, con lo stesso messaggio e circa lo stesso livello di sottigliezza.

    Quindi, se Essi vivono viene tacciato di avere un contenuto banale, rozzo, grossolano e superficiale, mi aspetterei che critiche simili vengano mosse anche a Matrix.

    Se invece vuoi rilevare dello spessore filosofico in Matrix, anche con Essi vivono si può fare altrettanto, quindi siamo sempre punto e a capo

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    • Spoiler.

      Recuperato "The Painted Bird" su Biennale Cinema Channel (il catalogo di film passati alla Mostra e mai distribuiti dalle nostre bande è abbastanza striminzito ma succulento, ho in mente di vedere anche l'epopea portoghese dall'ispirazione bertolucciana "Herdade", "Nuestro tiempo" di Reygadas, e la miniserie "Shokuzai" di Kiyoshi Kurosawa). Purtroppo mi sento in linea con le perplessità di tanti a proposito del film di Marhoul. Certo il bianco e nero è fascinoso con tagli di inquadratura ben scelti (fronde di alberi di quinta, totali che annullano la presenza umana tra la natura irrequieta e l'annichilente vastità del cielo bianco - anche se casi come questi, in cui la preziosità visiva blandisce ruffiana le più rudimentali aspettative del cinefilo esteta, mi fa tornare in mente le parole perfide di Mahler dopo aver visto Tosca di Puccini: "...il tutto è messo insieme con abilità da maestro; al giorno d'oggi ogni scalzacane sa orchestrare in modo eccellente", intendendo che sotto la superficie di gran smalto formale a suo avviso non pulsasse cuore e non vibrasse anima, e fa nulla che in quell'occasione il Maestrissimo abbia sparato una cazzatona di chi rosica per il clamoroso successo altrui: ci sono opere d'arte che il dubbio lo sollecitano), e il film non annoia perché il ritmo è lento ma costante, la durata ampia ma non pretestuosa, e tiene botta la curiosità di scoprire, da un quadro all'altro, in quale guisa stavolta la turpitudine umana si manifesterà al piccolo protagonista in fuga, insozzando un altro pezzetto del suo candore, forzando anzitempo la sua innocenza, non tralasciando alcuna occasione per macellare via via ogni forma di fiducia nel prossimo e nel futuro che in un infante dovrebbe sempre preservata, anche da parte di soggetti che - tra bugiardi, prepotenti, pazzi furiosi, pedofili, ninfomani, cecchini, fanatici di ogni risma - paiono tutto sommato bonari, come l'uccellatore che bastardissimo dipinge le ali del passero che verrà poi brutalizzato dallo stormo proprio a causa di quello stigma non identificato. Non è un bel segno che l'interesse (parlo per me, ovviamente) sia sostenuto dal solo rilancio di infamità, nell'ottusa giustapposizione di aneddoti da romanzo morale vittoriano, in cui a tratti si tange un benvenuto senso del grottesco (spassoso lo sguardo del bambino sepolto tranne la testa e il corvo sagace che di lì a poco lo attaccherà a beccate), in altri si rispolvera il buon vecchio didascalismo da fiaba nera con l'esemplare castigo tra i ratti di Julian Sands. Per quanto l'impianto sia ipercontrollato se non addirittura stiloso, non mi sono sentito rivettianamente oltraggiato nella scena in cui alcuni ebrei scappati dal treno che li deportava nei campi di concentramento vengono mitragliati dai nazisti (anche se ci si arrischia a mostrare un bambino agonizzante o una madre con in braccio un neonato trucidati, il pigolio della creatura che si interrompe di colpo), o nella scena, girata e montata con gran baldanza, della razzia da parte di feroci cosacchi in un villaggio di campagna che mi ha fatto venire in mente la chiusa di "Soldato blu". Io non credo, come i più, che quella diatriba attorno a "Kapò" sia superata da tempo da una rinnovata consapevolezza, anzi, e nel caso di "The Painted Bird" grazie al cielo non si avverte da parte del regista nessun compiacimento nel mostrare il raggiro, l'oppressione, la violenza. Il problema (parlo per me, ovviamente) è che non ho avvertito pressoché un accidente di nient'altro. Il riconoscimento della padronanza tecnica con cui è stato rappresentato il tutto non s'è mai irrugiadato d'emozione. Non è necessario che mi si smuova l'empatia da viola mammola, ma se un regista opta allora per una visione da entomologo della Storia (una botta e risposta senza fine dell'umana pulsione alla sopraffazione altrui, l'occhio per occhio come formula inconfutabile da tenere a mente e praticare, in secula seculorum: alcuni scorci di rustici insediamenti novecenteschi del film potrebbero confondersi con quelli quattrocenteschi di "Andrej Rublev") questa deve essere sostenuta da un'intelligenza che animi la riflessione, o se non una riflessione almeno il sentore di un malessere che si irraggi fuori dallo schermo. Qua invece resta tutto lì dentro, nel montaggio scafato e meramente catalogativo. Non si avverte neanche lo sforzo decennale impiegato per la realizzazione che invece prorompeva dall'altrettanto anelato affresco in bianco e nero "E' dura essere un Dio" di Aleksei German, con la sua pregnanza di umori e l'esaltante congestionamento di segni visivi e uditivi, vivificato, quello sì, dalla presenza di una esuberantissima mente creativa.

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      • Originariamente inviato da Enfad Visualizza il messaggio
        Io non ho parlato del cinema delle Wacho in generale, io parlavo specificamente di Matrix (il primo) facendo notare che, fondamentalmente, racconta la stessa storia di Essi vivono, con lo stesso messaggio e circa lo stesso livello di sottigliezza.

        Quindi, se Essi vivono viene tacciato di avere un contenuto banale, rozzo, grossolano e superficiale, mi aspetterei che critiche simili vengano mosse anche a Matrix.

        Se invece vuoi rilevare dello spessore filosofico in Matrix, anche con Essi vivono si può fare altrettanto, quindi siamo sempre punto e a capo
        Scusa, ma proseguo con un altro no.
        Premesso che, se abbiamo assodato che Essi vivono ha un contenuto banale e rozzo, al limite ora ci troviamo a giocare a ribasso con Matrix, non a rivalutare in positivo il film di Carpenter, la differenza tra i due è che Matrix poggia la sua trama su concetti filosofici, mentre Essi vivono è in tutto e per tutto un film politico. Del resto il primo viene ricordato per essere un bignami intellettuale d'azione (che poi saccheggi altre opere è un altro discorso) e il secondo per la sua critica anticonsumistica (della quale i sostenitori ricordano il cosa e i detrattori il come).

        Se alla prossima visione di Matrix colgo politichese superficiale, so chi incolpare. Però è più probabile che io rivaluti in basso Matrix (se è vero) rispetto a trovarmi ad elogiare Essi vivono.
        'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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        • Originariamente inviato da p t r l s Visualizza il messaggio
          Scusa, ma proseguo con un altro no.
          Premesso che, se abbiamo assodato che Essi vivono ha un contenuto banale e rozzo, al limite ora ci troviamo a giocare a ribasso con Matrix, non a rivalutare in positivo il film di Carpenter, la differenza tra i due è che Matrix poggia la sua trama su concetti filosofici, mentre Essi vivono è in tutto e per tutto un film politico. Del resto il primo viene ricordato per essere un bignami intellettuale d'azione (che poi saccheggi altre opere è un altro discorso) e il secondo per la sua critica anticonsumistica (della quale i sostenitori ricordano il cosa e i detrattori il come).

          Se alla prossima visione di Matrix colgo politichese superficiale, so chi incolpare. Però è più probabile che io rivaluti in basso Matrix (se è vero) rispetto a trovarmi ad elogiare Essi vivono.
          Non abbiamo assodato niente: tu e qualcun altro avete detto che Essi vivono ha un contenuto banale e rozzo, io e qualcun altro abbiamo avversato questa posizione, stop.

          Nello specifico, io ho quotato il bel post di papermoon sottolineando che ci sono molti punti di contatto tra Essi vivono e Matrix (che tra l'altro qualcuno potrebbe ritenere un bignami di filosofia spicciola da studente delle superiori tanto quanto qualcun altro taccia il film di Carpenter di essere una rimasticatura sempliciotta dell'anticapitalismo; per evitare fraintendimenti, specifico che io apprezzo molto entrambi).

          Detto questo, non intendo convincerti di nulla.
          La discussione da parte mia si chiude qui

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          • American Gangster di Ridley Scott

            E' un film sicuramente piacevole, scorrevole e con abbastanza tratti atipici da emergere nel genere, merito anche di un carismatico Denzel Washington (che sovrasta Crowe che è pure visibilmente sovrappeso in certe scene).
            Detto questo non lascia il segno perché scorre tutto fin troppo lineare, i nostri due non hanno mai una "lotta" vera e propria, molti snodi sanno di già visto e la vittoria del nostro eroe avviene per una botta di culo. E sul finale spunta lo stereotipo della backstory strappalacrime per il "villain", un'altra macchia.

            Esteticamente ha una colorimetria particolare e certi scorci sono davvero interessanti (penso per esempio alle scene in Vietnam). Le scene d'azione "a schiaffo" sono una buona idea, peccato che nell' inseguimento finale la cosa sfugga dalle redini con un abuso di camera a mano che dondola su e giù con un'escursione di mezzo metro abbondante (ma veramente! roba da tirare giù qualche santo).
            Spoiler! Mostra

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            • Dogtooth di Y. Lanthimos

              la critica dice che si tratterebbe di una metafora della dittatura

              evvabe' non lo metto in dubbio

              ma il linguaggio utilizzato era proprio necessario?

              peraltro manco troppo originale, un paio di idee sono riprese da 1984

              giudizio finale, orrido
              In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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              • NATALIE WOOD: WHAT REMAINS BEHIND, di L.Bouzereau
                Tra le mie attrici preferite c'è sicuramente N.Wood, e visto che Spielberg a breve ci delizierà con un inutile ma presumibilmente bellissimo remake di WSS, ho recuperato questo documentario HBO sulla sua figura, indi l'ho visto. Non mi ero mai minimamente interessato alla nota faccenda della misteriosa morte per annegamento. Qui ne parlano i familiari (in primis la figlia), che ovviamente riducono il mistero a un semplice e tragico incidente, sorridendo mestamente del triste gossip relativo. Sembrano brave persone e non si fatica a credergli: non pare davvero una situazione degna del coltello nell'acqua polanskiano, nonostante l'ombra un po' enigmatica del "subdolo" C.Walken. Poi chissà.
                Al di là del fattaccio il doc è una discreta rievocazione della vita della diva, magari troppo idealizzata e rispettosa per certi gusti, ma come ritratto partecipe e commosso funziona più che bene.

                UNA VALIGIA PIENA DI DOLLARI (P.Hyams, 1976)
                Sempre in omaggio a NW, ho recuperato questo film suo girato verso la fine della carriera. Si tratta di un rifacimento/parodia dei classici del giallo e del noir, e a introdurlo, nientepopodimeno, è un sosia di H.Bogart, che ci legge a viva voce i nomi di cast e troupe (stavo pensando ad altre pellicole in cui capita una roba del genere, e mi è venuto in mente "Uccellacci e uccellini" di Pasolini, qualche cosa di Godard e di Sacha Guitry, poi boh). Si tratta di un filmettino da niente o da pochissimo, eventualmente recuperabile solo per il duo al comando attoriale, ossia una Natalie qui matura e vagamente ninfomane, e un M.Caine che si diverte a indossare i panni del detective losageliano dall'accento british.

                Molto più carino in tal senso (parodico/omaggiante) un mio piccolo guilty pleasure anni novanta che mi è tornato in mente perchè l'ho rivisto di recente, ossia "Fatal Instinct", con S.Young e la Audrey di Twin Peaks, che però spinge deciso sul versante della stupidera e del demenziale.

                https://www.youtube.com/watch?v=aUCNlDzsDH0
                Ultima modifica di papermoon; 12 agosto 21, 12:10.

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                • Originariamente inviato da Cooper96 Visualizza il messaggio
                  American Gangster di Ridley Scott

                  E' un film sicuramente piacevole, scorrevole e con abbastanza tratti atipici da emergere nel genere, merito anche di un carismatico Denzel Washington (che sovrasta Crowe che è pure visibilmente sovrappeso in certe scene).
                  Detto questo non lascia il segno perché scorre tutto fin troppo lineare, i nostri due non hanno mai una "lotta" vera e propria, molti snodi sanno di già visto e la vittoria del nostro eroe avviene per una botta di culo. E sul finale spunta lo stereotipo della backstory strappalacrime per il "villain", un'altra macchia.

                  Esteticamente ha una colorimetria particolare e certi scorci sono davvero interessanti (penso per esempio alle scene in Vietnam). Le scene d'azione "a schiaffo" sono una buona idea, peccato che nell' inseguimento finale la cosa sfugga dalle redini con un abuso di camera a mano che dondola su e giù con un'escursione di mezzo metro abbondante (ma veramente! roba da tirare giù qualche santo).
                  rivisto pure io di recente, faccio un appunto su questa frase

                  "Detto questo non lascia il segno perché scorre tutto fin troppo lineare, i nostri due non hanno mai una "lotta" vera e propria, molti snodi sanno di già visto e la vittoria del nostro eroe avviene per una botta di culo. E sul finale spunta lo stereotipo della backstory strappalacrime per il "villain", un'altra macchia."

                  tutto vero tanto che ho voluto informarmi meglio sulla vicenda su wikipedia scoprendo che la storia finale su Crowe che diventa l'avvocato di Frank raccontata nel film non è neppure VERA! Crowe diventa l'avvocato di Denzel non durante quel processo come scrive il film ma dopo, una volta uscito è stato DI NUOVO arrestato nel film invece viene fatta passare come una collaborazione per affrontare quel processo, assolutamente NON VERO, come se non bastasse non menziona per nulla gli altri processi affrontati e il fatto che sia recidivo ma anzi, sembra che sconti una sola e unica pensa nel film

                  mi ha lasciato un po basito come cosa, se non andavo a recuperare certe informazioni sarei rimasto con l'idea (distorta) di una collaborazione per un determinato processo e l'idea che Frank abbia subito una sola e unica condanna


                  mi raccomando quindi, quando leggete TRATTO DA UNA STORIA VERA andate sempre a rivedere questa "storia"
                  Ultima modifica di MartyMcFly; 12 agosto 21, 14:17.

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                  • Complimenti Sensei per il tardivo recupero di Ferreri, meglio tardi che mai. Adesso prosegui, che la filmografia è lunga e meritevole.
                    trabant Sono d'accordissimo con te riguardo Dogtooth, se la cosa può farti piacere
                    https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                    "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                    • Io non sono d'accordo. Un bel film quello di Lanthimos, che è un autore con un'idea forte di cinema. L'educazione autoritaria di questa famiglia borghese è specchio del totalitarismo che trova una precisa esemplificazione proprio attraverso i toni surrealisti adottati dal regista e la messa in scena algida e claustrofobica, c'è la repressione emotiva, repressione sessuale, che si riversano attraverso lo sfogo degli istinti primari, viene inoltre sottolineato il potere del linguaggio (la manipolazione dei significati delle parole) che anch'esso rimanda alla lezione di Orwell. Finale ottimo.
                      Vorrei recuperare "Alps" ma è praticamente impossibile trovarlo.

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                      • locandinapg1.jpg

                        La quindicenne Milla medita pensieri suicidari sul bordo della banchina di un treno locale. Lo stesso luogo le permette di incontrare Moses un tossicodipendente sbandato. Sarà amore a prima vista.
                        Babyteeth si inserisce nel filone dei "cancer movie", la protagonista è infatti gravemente malata di cancro, e vista la giovane età dei protagonisti il film australiano va a braccetto con il genere young adult. Sarebbe sbagliato però sottostimarlo per aver adottato temi tanto abusati al cinema, è infatti in grado di offrire una prospettiva non totalmente centrata sulla malattia, non solo un film sulla caducità della vita, ma bensì un ritratto sulla difficoltà di stare al mondo e sull'imbarazzo che immobilizza l'essere umano quando è chiamato ad affrontare le situazioni più dure e dolorose della sua esistenza. Tutti i personaggi di questa storia (è interessante vedere come il film ad un tratto quasi abbandoni del tutto la sua protagonista per offrire un approfondimento sfaccettato sui genitori), sono instabili, coltivano dipendenze, si imbottiscono di farmaci per non dover fare i conti con una quotidianità problematica. Ma nonostante la drammaticità di questi esseri umani il registro adottato dagli autori nel presentarceli è tragicomico, sono personaggi stravaganti che il più delle volte si ritrovano in situazioni stravaganti sintomatiche della loro infermità psicologica. Grazie a questo il film, ispessito da fenomenali prove attoriali, è esulo da moralismi di sorta e si guarda bene dall'imboccare consuete strade di commiserazione e pietismo. Anche la storia d'amore non è propriamente convenzionale, lei una giovane ragazza proveniente da una famiglia borghese e a modo, lui uno scappato di casa sempre strafatto continuanente sull'orlo di vomitarsi addosso. Però Milla se ne innamora immediatamente a quella fermata del treno, in lui vede la rottura dalle convenzioni, ribellione, vede la libertà. Nel diventare persone funzionali nella vita ci si perde la bellezza. E da quell'incontro infatti una scarica di vitalità la pervade nuovamente dall'intero. Milla ricomincia ad assaggiare la vita, poi la vorrà divorare e bruciare le tappe, crescere immediatamente prima del prematuro crepuscolo.
                        La regia è quell'esempio di esordio cinematografico che si concede indisturbato a libertà espressive, sperimenta, sorprende, è dinamico come il corpo di Milla che si muove ballando sulle note di una canzone. Per certe soluzioni e approcciarsi alla narrazione mi ha ricordato il cinema di Xavier Dolan. La policromia della fotografia e degli oggetti di scena restituisce tutta la pluralità di emozioni che pervadono Milla in questo percorso fatto di dicotomie. Una composizione sfaccettata ben suddivisa in paragrafi (che sanciscono le varie tappe della malattia e dell'innamoramento di Milla) con la comparsa di titoli a schermo all'apertura di ogni nuova scena.
                        Babyteeth per immagini, colori e suoni è una sinfonia del dolore, dell'amore, della vita, della malattia. Un concerto, pieno ma anche arioso, triste e profondo, come una giornata al mare ma con le nubi.

                        Voto: 8
                        Ultima modifica di MrCarrey; 25 agosto 21, 16:27.

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                        • Eliza Scanlen: vent' anni, quattro film, quattro personaggi che muoiono male.

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                          • L'ho vista solo nella serie HBO "Sharp Object".
                            Qui è bravissima. Anche se forse il mio preferito del lotto è Ben Mendelsohn che interpreta il padre psichiatra. Attore immenso e sfaccettato a Hollywood chiamato ormai solo per fare i ruoli da cattivo.

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                            • Babyteeth, Piccole Donne, Le Strade del Male, Old: quattro morti atroci.
                              Nelle serie televisive non l' ho vista.
                              Sì è brava.

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                              • Il gioco del destino e della fantasia di R. Hamaguchi

                                davvero notevole, un film di soli dialoghi che riesce a tenerti incollato 2 ore senza un calo di tensione
                                se avete la possibilità non perdetelo
                                In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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