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  • Il gioco del destino e della fantasia di R. Hamaguchi

    davvero notevole, un film di soli dialoghi che riesce a tenerti incollato 2 ore senza un calo di tensione
    se avete la possibilità non perdetelo
    In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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    • Diabolik (1968) di Mario Bava

      Evidentemente debitore dei film di 007 (e credo anche del filone spionistico italiano che si sviluppò in quegli anni) a partire dai titoli di testa e dal personaggio di Eva Kant, con un gusto naif che può ricordare quasi la serie di Batman con Adam West, mi è piaciuto non poco e non solo come "attrazione vintage". Non ho mai letto un fumetto di Diabolik quindi non so quale sia il tono delle storie originali, ma qui l'aria da "fumettone" c'è tutta e si mescola a delle atmosfere quasi psichedeliche tipiche degli anni '60 che sono rafforzate dall'ipnotica colonna sonora di Morricone.

      Rolling Thunder (1977) di John Flynn

      L'ho guardato sapendo che è uno dei film preferiti di Tarantino, come gli ho sentito dichiarare più di una volta in podcast o interviste varie. Dopo averlo visto la cosa non mi ha stupito, è un film sulla vendetta puro e semplice. Non sapevo però che fosse stato scritto da Paul Schrader ed è curioso notare le similitudini con Taxi Driver, uscito solo l'anno prima. Entrambi i film hanno come protagonista un reduce del Vietnam che alla fine si ritrova a compiere azioni violente; Travis però in Taxi Driver soffre di una solitudine meno metaforica e lotta contro una società in cui non riesce a reinserirsi e che reputa malata, cercando di compiere quella che nella sua mente è una buona azione. Il Maggiore di questo film, più maturo ma anche meno "vivo" di Travis, accetta con passività la sua condizione almeno finché non avviene quello che è l'incidente scatenante che lo porterà a cercare vendetta. Non ho visto altri film di John Flynn ma non mi è sembrato che possedesse la sensibilità di Scorsese, e infatti il film è meno introspettivo di Taxi Driver (anche se le difficoltà vissute dai reduci emergono chiaramente, soprattutto nel primo atto) ed è più puramente di genere, non c'è spazio per una qualche redenzione e si conclude a "risultato acquisito" senza troppi fronzoli.

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      • Originariamente inviato da Admiral Ackbar Visualizza il messaggio
        Diabolik (1968) di Mario Bava

        Evidentemente debitore dei film di 007 (e credo anche del filone spionistico italiano che si sviluppò in quegli anni) a partire dai titoli di testa e dal personaggio di Eva Kant, con un gusto naif che può ricordare quasi la serie di Batman con Adam West, mi è piaciuto non poco e non solo come "attrazione vintage". Non ho mai letto un fumetto di Diabolik quindi non so quale sia il tono delle storie originali, ma qui l'aria da "fumettone" c'è tutta e si mescola a delle atmosfere quasi psichedeliche tipiche degli anni '60 che sono rafforzate dall'ipnotica colonna sonora di Morricone.
        .
        Da Google :
        "fumettóne, nell'accezione spreg. della parola, riferito cioè a opera narrativa, a vicenda teatrale o cinematografica che ripeta gli schemi tipici del racconto a fumetti, mirando a ottenere un successo meramente commerciale col suscitare effetti di facile commozione presso un pubblico relativamente incolto e acritico".

        Mica scontato dunque che sia un termine rivolto al film ; e non piuttosto a chi lo guarda.

        "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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        • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio

          Da Google :
          "fumettóne, nell'accezione spreg. della parola, riferito cioè a opera narrativa, a vicenda teatrale o cinematografica che ripeta gli schemi tipici del racconto a fumetti, mirando a ottenere un successo meramente commerciale col suscitare effetti di facile commozione presso un pubblico relativamente incolto e acritico".

          Mica scontato dunque che sia un termine rivolto al film ; e non piuttosto a chi lo guarda.
          Più semplicemente ho usato il termine a capocchia volevo dire che ha un'aria fumettosa, non in modo dispregiativo, anzi l'aspetto naif del film mi è piaciuto per quanto possa essere considerato datato.

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          • Catch me if you can di Spielberg

            Carino, un film leggero fatto con brio e gusto, intrattiene e diverte. Merito anche di un di Caprio già in palla e delle musiche di John Williams particolarmente divertenti/divertite (sicuramente debitrici di altro perché il tema principale continuava a ricordarmi qualcosa).
            Tuttavia la trama famigliare, dopo un buon inizio, più va avanti più è pressapochista, poco credibile e superficialona (pure per gli standard di un film "per le masse"). Ed il finale è lieto ed ottimista "perché di si", basato su una costruzione precedente quasi inesistente e cedevolissima (intendo il rapporto fra di Caprio e Tom Hanks e che di Caprio si accasa ecc.). Ho storto il naso sempre più man mano il film andava avanti.

            Per chi vuole una serata leggera, basta non prenderlo troppo sul serio.
            Spoiler! Mostra

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            • Originariamente inviato da trabant Visualizza il messaggio
              Il gioco del destino e della fantasia di R. Hamaguchi

              davvero notevole, un film di soli dialoghi che riesce a tenerti incollato 2 ore senza un calo di tensione
              se avete la possibilità non perdetelo
              Sono riuscito a vederlo e mi è decisamente piaciuto, lo consiglio anch'io.

              Una volta fatto il callo alla messinscena minimale e al dialogame articolato e minuzioso (un po' alla Rohmer, ma senza particolari sovrastrutture filosofiche, quantomeno non esplicite) la vicenda scorre che è un piacere. Il rischio, coi racconti tendenti all'episodico, è la discontinuità, ma in questo caso mi è andata piuttosto bene, visto che il film per me va in crescendo: l'ultimo atto, con questo incontro virtuale e fantasmatico tra "quattro" compagne di classe perdutesi nello spazio e nel tempo, l'ho trovato davvero di rara delicatezza.
              Emblematica in tal senso l'idea della scomparsa delle comunicazioni virtuali, grosso ostacolo al coltivare quei rapporti personali di cui il film per l'appunto si nutre, così come al mantenimento delle distanze da cui nascono la fantasia, il rimpianto, la rimuginazione.

              Aggiungo che il regista, nell'intessere il suo intarsio narrativo a base di rime e rispecchiamenti interni, si giova benissimo del notorio fatto per cui i giappo, sostanzialmente, sono tutti uguali.

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              • Il cattivo poeta di Gianluca Jodice

                Semplice e un po' banale (cit. Mina & Celentano).
                https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                • The Kelly Gang di Justin Kurzel

                  Kurzel si fa perdonare Assassin's Creed con un western apocalittico dove violenza, sopravvivenza e amore perverso sono gli unici maestri nella formazione del protagonista, nonostante il regista riesca a sfaccettare la vicenda con sfumature di tenerezza che fissano l'umanità dei personaggi.

                  Il protagonista costruisce il proprio mito tra instintività e programmaticità, in reazione a un ambiente desolato che pare uscito da un'incubo post-atomico e ragala non pochi evocativi scorci (su tutti la bella immagine del cavaliere inghiottito dal buio della notte in una distesa di alberi scheletrici).
                  La sua fine è già scritta, come testimoniano anche le scelte di un montaggio "premonitorio" che sovrappongono i tempi della narrazione; il suo percorso già tracciato, come il treno fantasmatico (tra le migliori schegge visionarie del film) che non riuscirà a fermare.

                  Da antologia la sparatoria finale in cui le luci stroboscopiche extra-diegetiche allucinatorie che hanno punteggiato la narrazione diventano si trasformano nei lampi della moltitudine di spari nella notte.

                  Ultima modifica di Sir Dan Fortesque; 06 settembre 21, 09:15.
                  Luminous beings are we, not this crude matter.

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                  • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                    Il cattivo poeta di Gianluca Jodice

                    Semplice e un po' banale (cit. Mina & Celentano).
                    E la prova di Castellitto? Confesso che lo vedrei anche solo per curiosità verso la sua interpretazione.

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                    • Originariamente inviato da Mr. Babeido Visualizza il messaggio

                      E la prova di Castellitto? Confesso che lo vedrei anche solo per curiosità verso la sua interpretazione.
                      Castellitto è un grande attore che non lascia mai indifferenti, neanche in questo caso. Il problema è che il suo D'Annunzio dice quasi sempre cose importanti, è un personaggio molto/troppo carico, quindi si trova costretto ad un'interpretazione che sfiora (e qualche volta raggiunge) l'overacting. Lui fa quello che può, con un altro attore meno bravo sarebbe potuto essere un mezzo disastro. Comunque, alla fine ti lascia qualcosa, certi sguardi dicono più di mille parole.
                      Con un regista più esperto o semplicemente più convinto, sarebbe potuto essere davvero un bel film. Così, è poco più di un film per la tv confezionato bene. Ottime le scenografie, d'altronde poter girare direttamente nel Vittoriale non è da tutti.
                      https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                      "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                      • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio

                        Castellitto è un grande attore che non lascia mai indifferenti, neanche in questo caso. Il problema è che il suo D'Annunzio dice quasi sempre cose importanti, è un personaggio molto/troppo carico, quindi si trova costretto ad un'interpretazione che sfiora (e qualche volta raggiunge) l'overacting. Lui fa quello che può, con un altro attore meno bravo sarebbe potuto essere un mezzo disastro. Comunque, alla fine ti lascia qualcosa, certi sguardi dicono più di mille parole.
                        Con un regista più esperto o semplicemente più convinto, sarebbe potuto essere davvero un bel film. Così, è poco più di un film per la tv confezionato bene. Ottime le scenografie, d'altronde poter girare direttamente nel Vittoriale non è da tutti.
                        complessivamente sono d'accordo. In ogni caso la ricostruzione d'epoca è eccellente, anche grazie al fatto di aver girato le scene nel vero Vittoriale. Così come la resa dell'atmosfera opprimente in cui versava il popolo italiano "dubbioso" in quel periodo. E' un film antifascista che ammicca anche all'oggi, un'apologia dello scetticismo opposto al fanatismo ideologico delle oligarchie. Castellitto è impeccabile, grande classe e presenza scenica statuaria, un po' debole il coprotagonista sbarbatello di Francesco Patanè. Anche il film non affonda mai il colpo e manca del graffio decisivo, si mantiene sempre su una dignitosa critica storico politica ma non dice niente di nuovo sull'argomento.
                        "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                        Votazione Registi: link

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                        • Ronin di John Frankenheimer

                          Un thriller di rara eleganza. Storia lunghissima e articolatissima di un McGuffin (la solita valigetta) da rubare, intrisa di colpi di scena e col ritmo tenuto sempre alto, alterna bene momenti d'azione diretti benissimo con altri da spy movie. Per come miscela scene stilizzate, d'atmosfera, liriche con scene d'azione iperreali mi ha ricordato Heat di Mann (pur senza toccare quelle vette...ma arrivandoci vicino).
                          E poi c'è De Niro che è centratissimo.

                          L'ho scoperto per caso e leggo che è passato alla storia per avere fra le scene d'inseguimento automobilistico migliori di sempre e non posso che concordare. Certo sarà stato un bordello in termini di protocolli di sicurezza e strade bloccate, oltre al fatto che hanno fracassato un bel po' di auto e camion per realizzarle, specie l'ultimo inseguimento
                          Ultima modifica di Cooper96; 08 settembre 21, 21:06.
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                          • Il Corvo di Alex Proyas (1994).

                            Al di fuori dei cinefumetti della Disney/Marvel, definiti dal vecchio Scorsese come parchi a tema e quindi non cinema, c'è da dire che al di fuori delle pellicole seriali prodotte da tale agglomerato produttivo (quasi) monopolistico, sembra esserci vita pulsante qua e là nel genere, tanto che quasi quasi dispiace aver atteso così a lungo nell'aver recuperato Il Corvo di Alex Proyas (1994), tratto dal bel fumetto di James O'Barr, dai tratti auto-biografici, incentrato su Eric Draven (Brandon Lee), resuscitato dall'aldilà per vendicarsi degli assassini della sua persona e di quello della fidanzata, con la quale era in procinto di sposarsi, accompagnato nella missione da un sinistro corvo che funge da tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti, segnalando in anticipo alle malcapitate vittime l'arrivo della sua presenza.
                            La disperazione intimista di stampo nichilista, che pervadeva in modo angosciante le tavole dell'opera di O'Barr, conferendo al fumetto un chiaro tono dark intriso di lirismo poetico, depurato di ogni coordinata spaziale, nonchè con figure di contorno sbiadite ed evanescenti, viene in gran parte meno, per lasciar spazio solo al profondo dolore vendicativo di Eric, il quale nella trasposizione filmica non può che essere stemperato da Proyas, che sente l'esigenza di ancorare l'opera ad un tono gotico, ricercato nelle tonalità sature di un rosso infernale di una Detroit sub-urbana allo sbando, dai chiari rimandi noir-cyberpunk alla Blade Runner (1982), le cui violente pennellate colorimetriche, inquadrate con uno stile vicino alle tendenze videoclip dell'epoca, comunque non scade mai nel video musicale, poichè il montaggio cerca sempre di trovare una ricerca dello stato d'animo disperato e lacerato del protagonista, alquanto addolcito nella sua follia post-mortem rispetto al fumetto, a favore di una figura più malinconica, sofferente anche per i legami ancora esistenti nei confronti della piccola Sarah, molto legata alla sua ragazza Shelly ed attualmente allo sbando per via della madre prostituta Darla totalmente assente dalla sua vita quanto del poliziotto di colore Albrecht, inviso ai suoi colleghi corrotti e menefreghisti per la situazione oramai degenerata nella città.

                            Meno dannata e più malinconica, così come i personaggi di Sarah e Albrecht resi dei veri e propri co-protagonisti, per dare quel tocco di luce necessaria in una pellicola che sceglie di abbracciare il gotico al posto del dark, Proyas lavora molto di estetica, scenografie e luci, facendo poco uso della CGI, adoperando molto i modellini per le panoramiche dall'alto, costruendo una città decadente, lercia ed in pezzi, dove le piccole fiammelle di luce (Sarah e Albrecht) vengono soffocate dal rosso infernale degli incendi, che puntualmente divampano una volta all'anno nella notte del diavolo (il giorno di Halloween), scatenati dai criminali al servizio del boss Top Dollar (Michael Wincott), tra l'altro responsabile dell'omicidio di Eric e di Shelly.
                            Con la faccia truccata da clown, un look punk e un corvo che lo accompagna sinistramente, Brandon Lee trova il personaggio della vita e purtroppo anche ultimo, per via della nota morte avvenuta sul set per un incidente con una pistola di scena caricata male, trasportando sullo schermo la lacerazione tagliente di un amore impossibile da troncare, elemento base insieme alla "maledizione del protagonista" (in tutti i sensi) che contribuirà al successo ai botteghini della pellicola. Grazie al corvo, Eric è riuscito a trascendere la condizione di morto, diventando mietitore spietato dei suoi carnefici con dotte citazioni tratte dalle poesie di Poe, Blake e Baudlaire, diventando all'occasione una sorta di "angelo" protettore per Albrecht per Sarah, alla quale restituisce la madre Darla, facendole vedere allo specchio lo squallore della sua vita, con una citazione lapidaria di Thackeray; "Madre è il nome di Dio nelle labbra e nel cuore dei bambini", ben amalgamata nella narrazione rispetto alle altre negli omicidi, che spesso sono buttate un pò lì tanto per fare il protagonista un'icona di default, quando invece rende meglio se dà sfogo alla sua anima malinconica da musicista rock n'roll; "Non può piovere per sempre", epitaffio con cui si cerca una via di uscita da un diluvio torrenziale, che sembra solo ammorbare l'aria invece di pulirla.
                            Nonostante la trasformazione in anti-eroe nella trasposizione filmica della figura di Eric Draven rispetto a quella folle ed amorale del fumetto, risultano un pò troppo moraliste e fuori dal personaggio certe didascaliche prese di posizioni contro la droga ed il fumo, se per la madre di Sarah ciò è giustificato dal fatto che ella ha una figlia a cui badare, alla lunga però finiscono con il renderlo un salutista, cosa che cozza con il suo essere un musicista rock, visto che nell'ambiente di tali band tali sostanze sono all'ordine del giorno.

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                            • Coraggio... fatti ammazzare di Clint Eastwood (1983).

                              Chissà se tale recensione convincerà gli scettici a visionare tale film; certo, i pregiudizi sono duri a morire e le recensioni dell'epoca non lasciano molto spazio a rivalutazioni odierne su Coraggio... fatti ammazzare di Clint Eastwood (1983), quarto capitolo della saga dell'ispettore Harry Callaghan (Clint Eastwood), però liquidarlo come cagata fascistoide come fecero Canby e Grazzini, denota una certa superficialità intrisa di una miopia ideologica contro il cineasta, nonchè contro il genere poliziesco in generale, che hanno portato a liquidare velocemente un quarto capitolo invece interessante, nonchè pregno di elementi di interesse e forti ambiguità, come lo è sempre stata l'intera serie oltre al cinema di Eastwood in sè.
                              Il regista ritorna al suo personaggio più famoso dopo il fallimento di Honkytonk Man (1983), il deludente Firefox - Volpe di Fuoco (1982) ed il mezzo flop ai botteghini di Bronco Billy (1980), quindi per guadagnare nuovamente credito Eastwood ritorna sull'usato sicuro ed invece di fare disastri come altri suoi colleghi nei momenti di difficoltà (vedasi Stallone con Rocky V), incredibilmente rivitalizza una saga che dopo i primi due capitoli sembrava aver detto tutto ciò che aveva da dire, andando si incontro al massacro della critica da sempre avversa al regista, ma trovando fortunatamente il favore del pubblico che nonostante il Rated-R (è il capitolo più cupo e violento della serie), consentirà al film di guadagnare 160 milioni di dollari nel mondo, il risultato più alto della saga e di Eastwood sino ad allora.
                              Callaghan è sempre stato l'alter-ego di Eastwood, il suo personaggio più famoso negli USA, il suo lato più oscuro e quello pù Eastwood prima maniera, violento e spietato contro tutto e tutti, senza distinzione tra bianchi, borghesi, uomini di potere e minoranze; tutto il necessario per eliminare la spazzatura per il rispetto della legge, anche se perfettamente conscio di come il sistema per cui lavori lo detesti, perchè lo considera un uomo violento dai modi poco ortodossi, nonostante gli chieda di eliminare la criminalità per poi rinnegarne i metodi brutali adoperati, volendosene ipocritamente dissociarsi.
                              Da sempre giocato su tale equilibrio, anche il quarto capitolo torna su tale ambiguità scavando però più a fondo tramite una storia "rape e revenge" in tutti i sensi, con l'artista Jennifer (Sondra Locke), atta ad eliminare ad uno ad uno i sei stupratori, che anni prima l'avevano brutalmente violentata in un luna park, senza mai aver ottenuto una benchè minima giustizia (neanche andati a processo), quindi la donna decide di fare da sè tramite l'antica legge del taglione, in modo da dare la giusta punizione ai colpevoli impuniti per il gesto nei suoi confronti e della sorella, quest'ultima in uno stato catatonico da quel momento in poi.
                              Lo spettatore è portato a simpatizzare immediatamente per Jennifer visto il suo trauma, questo fa si che al film vengano rivolte accuse troppo facili di giustizialismo o fascismo come nel caso di Grazzini, che tra l'altro si lamenta dell'imbarbarimento del pubblico per il successo ai botteghini dell'opera, salvo poi dimostrare una vergognosa insensibilità nel definire dei meri "teppisti" quelli che a tutti gli effetti sono degli sporchi stupratori.

                              Grazzini usando infelicemente tale termine, non risulta in alcun modo diverso dal piccolo borghese Tyron, proprietario di un negozio, che vistasi puntata contro la pistola di Jennifer, chiede meschinamente di avere salva la vita in cambio di denaro, giustificando il suo gesto di anni prima come una mera "bravata"; ad Eastwood tutto si può dire sulle sue idee politiche se non il fatto di essere sin dagli esordi contro tutto e tutti, specie contro i benpensanti, la categoria che al cineasta (ed al sottoscritto) fa più schifo di tutti, come Tyron, che del gruppo dei sei stupratori, è colui che ne esce ritratto peggio, perchè almeno gli altri sono coerentemente consapevoli del male che hanno fatto senza voler cercare giustificazioni, mentre lui ritiene di non dover pagare per una cosa da "ragazzi" (a suo dire).
                              La violenza sessuale però è il peggior crimine che può subire una donna, Jennifer dal momento dell'accaduto è rimasta segnata da ciò, i suoi dipinti dilaniati, riflettono un grido d'angoscia interiore senza pace, perchè la donna nonostante il trascorrere degli anni vive in una prigione mentale, dove i neri profondi della fotografia di Bruce Surtees, l'avvolgono inesorabilmente come se fossero le sbarre di una prigione dalla quale è impossibilitata ad uscire, poichè il corpo può anche guarire, ma la mente resta alterata quanto tenacemente ancorata a quel violenti episodio. L'aspetto fragile e delicato di Sondra Locke, qui alla sua migliore interpretazione, nasconde una rabbia vendicativa per la denegata giustizia, che la trasforma, complice anche il trattamento fotografico, da apparente donna indifesa di bell'aspetto a dark lady uscita fuori da un noir anni 40', diventando così l'incarnazione del lato oscuro di un Callaghan, che comunque afferma di muoversi nei confini del rispetto della legge.
                              Il quarto capitolo di Callaghan, mostra per assurdo dei logorii in molte sequenze della prima metà di film riguardanti l'ispettore, in formule già viste con ripetizioni reiterate (tre volte tre individui cercano di ammazzarlo, si lo so sembra uno scioglilingua), gag di dubbio gusto (il cane Polpetta), riproposizioni solite (la 44 Magnum in primo piano, Pezzotta rivela che al cinema in molti applaudirono), criminali cattivissimi e la battuta cult "Coraggio... fatti ammazzare" (grossolana traduzione da parte di Kalamera di "Go Ahead, make my day", frase poi ripresa da Reagan fan del film, che la utilizzò in campagna elettorale nel 1984 stravincendo le elezioni). Indubbiamente tutti questi elementi sono triti e ritriti, ma sono sfruttati dalla mano sicura di chi sa come vincere e convincere il pubblico, però artisticamente la pellicola è al suo meglio, quando Callaghan interagisce con Jennifer, così come Eastwood con Locke (sua ex compagna di vita), brillando di un'oscurità profonda nei momenti in cui entrambi condividono lo schermo, perchè i due personaggi sono complementari nel loro lato nero, trovando l'apice artistico nella sparatoria finale nel luna park con tanto di inquadratura in controluce uscita da Sentieri Selvaggi di John Ford (1956), che trasfigura la figura dell'ispettore Callaghan in un sinistro demone pronto a trascinare tutti all'inferno, per poi prendere una decisione ambigua, dove mai la saga aveva osato prima, scatenando in ciò dei notevoli dibattiti sul concetto di giustizia nello spettatore, che a seconda della sua coscienza prima ancora della sua ideologia, sarà d'accordo o meno sul finale.

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                              • Gunny di Clint Eastwood (1986).

                                "Io sono il sergente Gunny Highway, ho bevuto più birra, pisciato più sangue, chiavato più mignotte e dato più cazzotti di tutti quanti voi stronzetti messi assieme!"

                                "Voi da soli non sapete farvi neanche le seghe"

                                "Qui è la mia volontà contro la vostra e voi avete giù perso"

                                "Il fatto che ci stiamo tenendo per mano non significa che dobbiamo fare lingua in bocca sotto alla doccia, vero?"

                                (Leggendarie parole da scolpire nelle tavole della legge della settima arte alla voce personaggio cazzuto).

                                Il cinema di Clint Eastwood ha sempre subito etichettature ideologiche, per quanto lo stesso regista in realtà se ne sia sempre fregato del pensiero altrui, per farsi beatamente il suo percorso cinematografico politicamente scorretto con tanto di ambiguità, i critici per lunghi anni hanno avuto da ridire, i produttori tremavano per la possibile cattiva pubblicità, ma il pubblico pagante che è l'unico elemento d'importanza nel paese più capitalista del mondo, per questo suo modo di fare strafottente lo ha sempre adorato.
                                Con il film Gunny, il regista tocca l'apice dell'ambiguità ideologica; militarista o presa in giro? Reazionario o satira estremizzata? Nonostante le molteplici visioni effettuate, la pellicola risulta più sfuggente del venire a capo del flusso di coscienza dell'Ulisse di Joyce, forse perchè non tutto è bianco o nero, nonchè uno che ha votato Nixon, Reagan e Trump, pur essendo iscritto nei registri elettorali americani come elettore repubblicano, non basta a far iscrivere tale opera alla voce reazionaria, specie dopo essere venuti a conoscenza del rifiuto netto da parte dell'esercito nei confronti della pellicola, che esso stesso aveva in qualche modo contribuito a finanziare, per poi rinnegarla per il linguaggio adoperato e per il ritratto disastrato del protagonista.
                                Nonostante il servizio eccellente nelle guerre di Corea e Vietnam, con tanto di decorazioni e prestigiosa Medal of Honor, la vita del sergente Gunny (Clint Eastwood) da tempo ha imboccato un sentiero discendente; l'ètà vicina alla pensione gli preclude il ritorno in servizio attivo, il carattere irascibile gli ha provocato continue noie con la legge ed i superiori, così come l'insofferenza all'autorità da lui percepita come incompetente ed infine l'incapacità di essere sincero nei sentimenti verso la ex-moglie ne fa una figura fragile dietro la maschera ultra-machista. L'esistenza del sergente sembra quindi destinata a concludersi con un pensionamento senza possibilità di rivedere l'amato fronte per poter servire ancora un'ultima volta il suo paese, ma il trasferimento in una base militare dei marines nelle vicinanze di casa sua, con il compito di addestrare il battaglione esploratori la cui disciplina è andata a farsi benedire, può essere l'occasione di ricominciare e rimettere a posto i cocci della propria vita, anche se il suo carattere non facile ed insofferente verso i superiori come il maggiore Powers, privo di esperienza sul campo, gli causano ulteriori noie, nonchè il difficile tentativo di riconciliarsi con l'ex-moglie che lo detesta ed infine l'insubordinazione dei suoi nuovi allievi, che vedono nell'uomo l'espressione di un residuato bellico di un'altra epoca, dai metodi di addestramento poco ortodossi per via di allenamenti a base di lacrime e sangue, molto lontani dall'approccio scientifico-tecnologico che si apprestava a fare ingresso nei metodi di insegnamento della guerra moderna.

                                "Andatevi a divertire in città stasera, ubriacatevi, sballatevi, strofinate il vostro uccello fra le coscie delle vostre ragazze oppure ficcatelo in un buco del muro per sfogarvi, perché da domani mattina, alle 6 in punto, le vostre chiappe appartengono a me"

                                (Qui ho pianto, che uomo, che classe, che stile, un modello di vita!)

                                La diplomazia non è il forte di Gunny, come potete vedere il suo linguaggio schietto e diretto, molto volgare sicuramente, disturba i benpensanti, ma la caratteristica dei personaggi di Eastwood è quella dell'essere sinceri fino in fondo, questa non è una qualità purtroppo molto apprezzata ai giorni nostri, specie dall'autorità, però non è un caso che i suoi metodi alla fine funzionino con i giovani ragazzi del corpo esploratori, i quali apprezzano a lungo andare i suoi modi spicci ma efficaci, diventando dei veri marines. Nelle frasi che leggerete sopra, si nota un certo stile alla sergente Hartman di Full Metal Jacket di Stanley Kubrick (1987), in effetti Eastwood sembra anticiparlo, anche se il tono qui è lontanissimo da quello glaciale ed asettico della pellicola kubriciakana, poichè Gunny è una pellicola che estremizza ogni situazione portandola all'eccesso sia nei dialoghi che nelle varie situazioni, si ride molto per certe espressioni politicamente scorrette non più possibili in un film odierno, si passa da frasi maschie e reazionarie ad adorabili quanto spassosi insulti sessisti/razzisti, body-shaming, di rigetto di ogni contro-cultura, anti-minoranze, anti-politici ed insulti omofobi, questi ultimi talmente numerosi ed eccessivi, da dover essere per forza letti in chiave di parodica denuncia, che si diverte a prendere in giro la virilità ostentata da questi militari, i cui corpi scolpiti sono inquadrati di frequente dalla macchina da presa di Eastwood, come volesse chiedersi dall'esterno di cosa abbiano paura questi omaccioni? Che qualche elemento omosessuale possa metterne in discussione la mascolinità? Eppure sono loro ad ostentarla così allegramente, quindi questi omaccioni fisicati vedono un "pericolo gay", che nei fatti non sussiste minimamente; a voler essere maliziosi sono loro stessi con tale esibizione fisica a veicolare un sottotesto "omoerotico", che poi per allontanarlo da loro, lo proiettano in un inesistente "nemico" esterno vedendo in ogni gesto "equivoco" una qualche espressione di omosessualità.
                                Tutta la pellicola di Gunny è costruita sull'eccesso delle ambiguità, che purtroppo viene in gran parte meno nella seconda parte ambientata nella missione di sbarco sull'isola di Grenada contro le forze comuniste, dove il manicheismo indotto dalla serietà della situazione indubbiamente ha maggior spazio, con critiche per la rappresentazione geopolitica e polemiche per talune scene considerate a favore dell'imperialismo USA, tra cui quella famosissima (ma ironica) del sigaro cubano, che Gunny preleva dal cadavere di un cubano per poi fumarselo beatamente, quando ad inizio film aveva redarguito un suo pari grado per un sigaro Avana di contrabbando.
                                Data la difficoltà della satira presentata nell'opera, il film venne accolto con una netta spaccatura da parte della critica, dove molti recensori lo presero molto più sul serio di quando non lo fosse in realtà (Pauline Kael lo atomizza di brutto nella sua analisi), ma il tempo degli elogi verrà più avanti, fortunatamente il pubblico fece guadagnare a questo buon film 121 milioni su 15 di budget.

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