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  • Tutto su mia madre di Pedro Almodovar (1999).

    Incisivo e profondo, Pedro Almodovar si dimostra un grande conoscitore a tutto campo della settima arte in grado di usarne i film del passato che l'hanno resa grande, per fonderli armonicamente in una storia, che sembra produrre un vero e proprio crossover tra Eva contro Eva di Mankiewicz (1950) ed Un Tram Chiamato Desiderio di Tennessee Williams, in modo armonico e naturale, con un meccanismo prettamente cinematografico, molto più riuscito rispetto all'universo condiviso Marvel/Disney dei giorni nostri, dove tale scelta puzza solo di prodotto preconfezionato industriale di stampo seriale.
    Ad Almodovar la serie Tv non piace, tutto ciò che muove i suoi personaggi viene dalla settima arte o dal teatro, da quest'ultimo scaturisce la tragica morte del giovane Esteban (Eloy Azorin), nel tentativo di ottenere l'autografo della prima attrice dello spettacolo Huma (Marisa Paredes); la madre Manuela (Cecilia Roth), avendo per anni nascosto l'identità del padre al ragazzo, che era desideroso di conoscerlo, decide di partire per Barcellona per comunicargli la tragica notizia, andando alla sua ricerca con l'aiuto della sua vecchia amica Agrado (Antonia San Juan), una transessuale che per campare si prostituisce.
    Il cinema di Almodovar è terra sconosciuta per il sottoscritto, Volver (2006) era un gran film certo, ma Dolor y Gloria (2019) seppur riuscito, comunque era parso troppo sopravvalutato ed osannato dalla critica, con tanto di generoso premio a Banderas; Tutto su mia madre (1999( aveva tutte le carte in regola per replicare la delusione dela sua ultima fatica, non tanto per il premio per la miglior regia a Cannes, quanto per l'oscar miglior film straniero, che sappiamo essere spesso fonte di cantonate, mentre qui risulta essere meritato, poichè il coutè citazionista tanto caro ad Hollywood, è dosato con molta intelligenza e tanta lontananza dal post-modernismo Tarantiniano imperante ieri come oggi. Partendo da un inizio potenzialmente da lacrima movie, Almodovar in regia dimostra una mano da veterano riuscendo a bilanciare il dolore comprensibile di Manuela, con l'ironia dei personaggi che le gravitano attorno, capaci di discutere liberamente di sesso e sessualità, con fare diretto, un pò sboccato, ma senza alcun freno morale, senza però scadere in volgarità; anzi, sequenze come l'arrivo del taxi a Barcellona nella radura delle prostitute, diventa un momento di eccellente costruzione cinematografica, stemperando lo squallore con un'immagine che potrebbe essere uscita da una pellicola di Fellini.

    Improbabile in talune scelta narrative, Almodovar sembra rifarsi al cinema di Douglas Sirk, non molto realistico nelle tonalità estetiche scelte, così come nella verosimiglianza narrativa, ma enfasi estrema è concentrata sui personaggi femminili, i cui ritratti sembrano tutti interessanti, anche se compiono cose poco credibili (su tutti Rosa, una suora che và a letto con una transessuale), l'ironia e la commedia stempera gli eccessi in agrodolci dialoghi, scritti con rara intelligenza e pungente sarcasmo, specie quelli riguardanti la transessuale Agrado, autrice anche di un delizioso monologo teatrale durante il quale prende in giro con fare molto auto-ironico la propria scelta di vita, suscitando l'ilarità degli spettatori in sala, che alla fine si saranno fatti un'opinione totalmente normalizzante della questione, cosa che resterà preclusa ai genitori di Rosa, che liquidano invece tali soggetti come dei mostri.
    Almodovar ritorna quindi alle origini del teatro greco, un noto quanto divertente aneddoto riporta le reazioni confuse degli spettatori provenienti al di fuori di Atene riguardanti il personaggio di Socrate preso in giro nella commedia "Le Nuvole" di Aristofane chiedendosi chi egli fosse, il filosofo presente in platea, per nulla seccato dalla parodia fatta in scena, si alzò in piedi per farsi riconoscere dagli stranieri come colui che era schernito nell'opera teatrale; quindi Almodovar diventa Socrate, dimostrando un certo senso di auto-ironia, in modo che la presunta anormalità diventi perfetta normalità, neanche tolleranza, poichè quest'ultima comunque implica un giudizio morale di un qualcosa percepito come distorto, il teatro quindi diviene mezzo di espressione civile messo in scena con sagace ironia ed profonda abilità tecnica nella conoscenza del mezzo cinematografico, abbinato al palcoscenico.
    Genitorialità, rapporto genitori-figli, la possibilità di compiere nuove scelte, la normalizzazione della condizione sessuale di ogni individuo, il legame tra cinema-teatro e vita, sono solamente alcuni delle molteplici e numerose tematiche affrontate dal cineasta, che ama stare dietro l'intreccio creato dalle sue amate donne, che piangono, si disperano, soffrono e si struggono, senza però mai perdere quella sottile speranza nei confronti di un domani, che possa aggiustare in parte le ferite del passato; estremamente moderno nella gestione dell'elemento melodrammatico in tutte le sue forme, tutt'oggi in Italia una pellicola del genere sarebbe fantascienza vederla, visto che il cinema di stampo LGBT nostrano sembri ancora fermo al mero coming out dei gay (lesbiche, transessuali etc... non sembrano esistere, se non il primo caso talvolta per compiacere però la libido dello spettatore eterosessuale maschile), senza essere capace di affrontare tutta una serie molteplice di temi e possibilità, che invece la materia offre.

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    • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
      Gunny di Clint Eastwood (1986).


      Il cinema di Clint Eastwood ha sempre subito etichettature ideologiche, per quanto lo stesso regista in realtà se ne sia sempre fregato del pensiero altrui, per farsi beatamente il suo percorso cinematografico politicamente scorretto con tanto di ambiguità, i critici per lunghi anni hanno avuto da ridire, i produttori tremavano per la possibile cattiva pubblicità, ma il pubblico pagante che è l'unico elemento d'importanza nel paese più capitalista del mondo, per questo suo modo di fare strafottente lo ha sempre adorato.

      Data la difficoltà della satira presentata nell'opera, il film venne accolto con una netta spaccatura da parte della critica, dove molti recensori lo presero molto più sul serio di quando non lo fosse in realtà (Pauline Kael lo atomizza di brutto nella sua analisi), ma il tempo degli elogi verrà più avanti, fortunatamente il pubblico fece guadagnare a questo buon film 121 milioni su 15 di budget.
      Messa giù così però sembra proprio fuffa reazionaria; di quello che millanta di stare "fuori dal coro" intanto che incassa (la maggioranza dei consensi) , che quando ne ha diventano senz'altro oggettivi, religiosamente rispettati ed accuditi dall'invidia delle minoranze perdenti e pezzenti. Gli "strafottenti" sono i primi a cercare consenso e riconoscimento negli altri , magari già scremati per contingenza ideologica ( vedi gli energumeni col megafono alle manifestazioni no-vax; dove, quando non se li fila quasi nessuno se la prendono grottescamente coi giornalisti che sbavano per coglierli in fallo. Li ignori : gridano al complotto. Impossibile averne ragione). Poi , quello di fare la sparata per sentire il feedback , e se è negativo fare quello incompreso/equivocato è una furbizia da fascio-leghisti che rimando volentieri agli interessati.



      "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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      • LA RAGAZZA DI STILLWATER di T.McCarthy

        L'ho visto quasi per caso e senza alcuna aspettativa, e mi è piaciuto moltissimo. Mi è parsa - di gran lunga - l'opera migliore del simpatico ma finora non eccelso T.McCarthy.

        E' come se certo classicismo americano incentrato sulla figura di grossi omoni un po' stolidi provenienti da remote contrade oltreoceaniche si fosse ibridato felicemente con certo cinema realista all'europea (Guediguian, Kechiche...), riuscendo a conservare un sommesso respiro epico e una robusta ma non rigida tensione narrativa (l'indagine, vieppiù un preteso, divaga e si sospende pur senza farsi mai dimenticare), ma abbracciando senza remore la trasparenza, la naturalezza, la tendenza a divagare e perdersi nell'affresco d'ambiente tipica appunto di certà francesità contemporanea.
        Di rado un film statunitense aveva rappresentato con questa veromiglianza rilassata e aliena da fascinazioni turistiche la Marsiglia degli appartamentini sul mare, delle stradicciuole qualunque, delle suburbie un po' infide, dei cantieri, degli stadi; cogliendo insomma di riflesso la sua ricca architettura sociale e urbana. Ovviamente ci troviamo nella Francia proletaria ed equivoca della costa, non nella sfiziosa Parigi.

        Ma si tratta soprattutto dello studio di un personaggio, calzato come un guanto da un lodevolissimo M.Damon, che lavora tutto e solo di sottrazione.
        Il tratteggio del suo emblematico ragazzone di poche parole è fine, sfumato, intimamente contraddittorio, tutto scosse minimali e smottamenti leggeri che pian piano sgretolano certezze e ne arricchiscono il carattere: nel suo cercare una mediazione umanizzante tra mondi lontani che non semplifichi o esasperi le differenze (culturali, giudiziarie, linguistiche), il regista dà modo al nostro eroe di cedere terreno e di lasciarsi compenetrare dall'ambiente, fin quasi a perdercisi dentro.
        E' un discorso che scorre comunque tra le righe di un racconto ricco e articolato in cui nulla di tutto ciò viene messo retoricamente "a tema", sacrificando magari altre cose - come capita altrove nello stesso McCarthy, o in tanti altri filmetti più o meno impegnati. E infatti, al di là delle chiacchiere, vorresti in fondo che il film non finisse mai anche solo per non doverne abbandonare i personaggi, in primis la vispa bimbetta calciofila con cui il nostro intesse un tenero e struggente rapporto.
        Quanto alla regia, il miglior elogio che posso fargli è che questo cinefilo non ci ha mai - e dico mai - pensato per le due ore e spiccioli di durata.
        Unica eccezione l'ultimissima scena, ma in quel caso - direbbe J.Burton - è una semplice questione di riflessi.

        Lo consiglio vivamente.
        Se ci andate e vi fa schifo prendetevela pure con me, ma con charme e savoir faire.
        Ultima modifica di papermoon; 10 settembre 21, 22:35.

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        • The Nest di Sean Durkin

          A 10 anni di distanza dall'esordio La fuga di Martha (e con nel mezzo una mini-serie in 4 episodi), Durkin torna con un secondo lungometraggio che corrode lentamente e senza grossi sensazionalismi una famiglia consumata dalle ambizioni di posizionamento sociale del marito.

          Forse proprio la mancanza di rilevanti esplosioni della tensione, con un finale che arriva più come una candela che si spegne dopo che si è consumata piuttosto che con una secchiata d'acqua gelida, è il motivo per cui sul momento mi ha lasciato un po' insoddisfatto ma che, a distanza di oltre una settimana, me lo sta facendo crescere.

          Come nel suo primo film Durkin arriva a tangere una grammatica da film horror, nello specifico il gotico nel delineare i grandi spazi della villa entro cui i personaggi deambulano, e mi fa sperare che in futuro dia una prova nuda e pura in quell'ambito.

          Il finale mi ha ricordato molto quello di
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          Ottima Carrie Coon, che resta tra le migliori attrici in ascesa.

          Luminous beings are we, not this crude matter.

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          • Preso da sana bulimia cinefila sono riuscito, deo gratias, a vedere in sala anche:

            IL COLLEZIONISTA DI CARTE, di P.Schrader
            In estrema e banale sintesi, mi è parso un classicissimo distillato della poetica del regista, qui fascinosamente applicata a certe tragiche miserie contemporanee.
            Il racconto, a lenta carburazione, intriga più o meno sempre, ma la parte conclusiva è davvero efficace e perturbante, e se l'esito ultimo per certi versi è "atteso", suona comunque come il naturale e fatale sbocco di un dramma attentamente preparato, che ci conduce all'inevitabile per vie divaganti ed oblique ma inesorabili.
            Non so bene cosa pensare, invece, delle violente distorsioni visive nelle scene carcerarie, che le sformano in un incubo acido e grottesco - mi son parse un po' eccessive.
            Il finale-finale, in ogni caso, non potrebbe essere più schraderiano, ed è singolarmente chiuso da un'immagine simbolica tanto smaccata quanto potente, che unisce e divide allo stesso tempo.

            Curiose e affascinanti le analogie con lo "Stillwater" mccarthyano di cui sopra.

            Spoiler! Mostra


            Due film molto belli visti a breve distanza di tempo che di certo mi rimarrano dentro a lungo.
            Ultima modifica di papermoon; 11 settembre 21, 19:37.

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            • Originariamente inviato da papermoon Visualizza il messaggio
              Preso da sana bulmia cinefila sono riuscito, deo gratias, a vedere in sala anche:

              IL COLLEZIONISTA DI CARTE, di P.Schrader
              In estrema e banale sintesi, mi è parso un classicissimo distillato della poetica del regista, qui fascinosamente applicata a certe tragiche miserie contemporanee.
              Il racconto, a lenta carburazione, intriga più o meno sempre, ma la parte conclusiva è davvero efficace e perturbante, e se l'esito ultimo per certi versi è "atteso", suona comunque come il naturale e fatale sbocco di un dramma attentamente preparato, che ci conduce all'inevitabile per via divaganti ed oblique ma inesorabili.
              Non so bene cosa pensare, invece, delle violente distorsoni visive nelle scene carcerarie, che le sformano in un incubo acido e grottesco - mi son parse un po' eccessive.
              Il finale-finale, in ogni caso, non potrebbe essere più schraderiano, ed è singolarmetne chiuso da un'immagine simbolica tanto smaccata quanto potente, che unisce e divide allo stesso tempo.

              Curiose e affascinanti le analogie con lo "Stillwater" mccarthyano di cui sopra.

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              Due film molto belli visti a breve distanza di tempo che di certo mi rimarrano dentro a lungo.
              Curioso, ho scritto la stessa cosa del film di Schrader quando l'ho brevemente commentato nel topic veneziano. Io l'ho trovato veramente potentissimo. Quelle scene carcerarie forse sono "necessarie" nel momento in cui ristabilisce, in maniera bressonianamente morale, l'importanza del fuori campo nel finale. Gran gran film

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              • Ah, così tanto per visto che son qua: un'altra cosa (cosuccia) che non ho granchè capito è la faccenda di Guglielmo Tell...il nostro è un fan del mitico eroe svizzero?
                Why?
                Per la sua freddezza "pokeristica" nel centrar le mele collocate sulla capoccia altrui?
                Mi è sfuggito qualcosa o si tratta del classico tocco di caratterizzazione lasciato volutamente nel vago per indurre lo spettatore a ponzare sui retroscena personali dell'eroe (come sto facendo io or ora) e renderlo in cotal guisa più "vivo"?
                Boh.

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                • Originariamente inviato da papermoon Visualizza il messaggio
                  Ah, così tanto per visto che son qua: un'altra cosa (cosuccia) che non ho granchè capito è la faccenda di Guglielmo Tell...il nostro è un fan del mitico eroe svizzero?
                  Why?
                  Per la sua freddezza "pokeristica" nel centrar le mele collocate sulla capoccia altrui?
                  Mi è sfuggito qualcosa o si tratta del classico tocco di caratterizzazione lasciato volutamente nel vago per indurre lo spettatore a ponzare sui retroscena personali dell'eroe (come sto facendo io or ora) e renderlo in cotal guisa più "vivo"?
                  Boh.
                  Probabilmente sì Al di là del gioco di parole con l'elvetico personaggio, a me ha fatto pensare che il suo cognome, tell, significa dire. E in effetti Isaacs in tutto il film non fa altro che usare la parola per cercare di convincere il suo giovane nuovo amico a non fare quel che ha in testa, a volte con la gentilezza, a volte con metodi più "persuasivi" - penso alla tesissima scena nella sua stanza d'albergo. Ma è solo una mia riflessione, of course

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                  • Non ho visto il film, ad ogni modo nel linguaggio del poker i tell sono quei segnali involontari che rivelano e/o permettono di capire il punto di un giocatore.
                    ​​​​​​

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                    • Visto anch'io il film di Schrader iersera, piaciuto assai. Purtroppo pensieri avulsi intralciavano la mia volontà di concentrarmi e immergermi appieno nella visione (ad un certo punto mi son fissato sul fatto che Oscar Isaac in certi sguardi di sguincio pareva Alberto Barbera, sarà anche per quello che l'ha voluto al Festival con ben tre film), ma queste derive che dite permeano tutta la pellicola, è un film pieno di binari morti, o meglio di binari che non conducono dove in altri contesti ci si aspetterebbe di arrivare. La vaghezza, a tratti la sensazione di non riuscire ad afferrare i collegamenti e le suggestioni, anche l'incoerenza stilistica (numeri e parole che compaiono a tutto schermo ma non diventano mai cifra peculiare): Schrader è uno sceneggiatore sopraffino con un'esperienza quarantennale, che ve lo dico a fare, e a mio avviso questa libertà se la piglia con naturalezza, come fosse passato ad una fase in cui non tutto deve tornare, una visione disagevole per la fregola escapista ma che compensa in una sorta di enigmatica sfuggevolezza. In qualsiasi altro film il ragazzo avrebbe seguito il protagonista in carcere, qua si devia in una scena a bordo piscina, stupenda con quella coppietta di adolescenti in amore a margine dell'inquadratura, mentre ad un passo, ma nell'intima natura ci sta di mezzo un oceano, si chiacchiera di strazio passato e morte futura. La camminata di Haddish e Isaac in cui si manifesta l'attrazione ma senza dirsi granché che devia in questo parco illuminato in maniera tale che non serve manco strafarsi per avvertire il tripudio di dissolvenze incrociate da cinema novantesco, PRANZO!

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                      • Originariamente inviato da papermoon Visualizza il messaggio
                        Curiose e affascinanti le analogie con lo "Stillwater" mccarthyano di cui sopra.

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                        Due film molto belli visti a breve distanza di tempo che di certo mi rimarrano dentro a lungo.
                        ottimo parallelo, per completare ci metterei anche un riferimento a Gran Torino

                        due ottimi film in sala, se devo proprio dare una preferenza va a Schrader che ha osato di più

                        In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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                        • Stanno tutti bene di Giuseppe Tornatore

                          Film disastroso, che neanche un grande Marcello Mastroianni è riuscito a salvare. Sceneggiatura schematica e ripetitiva, momenti didascalici inutili ed imbarazzanti, location da cartolina giusto per piacere agli americani, finale bruttissimo, insomma direi che non mi è piaciuto nulla ... se non Mastroianni!

                          https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                          • Scott Pilgrim vs the World di Edgar Wright (2010).

                            "I cinecomics sono veleno, un genocidio culturale che tartassa il pubblico di esplosioni e cazzate simili" (Alejandro Gonzales Inarritu).

                            "Cosa c’è di sbagliato nei film dei supereroi? Davvero non saprei. Stai parlando con uno che ama guardare quel genere di film. La gente avrebbe bisogno di farsi una vita, se sta seriamente tenendo discussioni simili. Penso che quei film abbiano una cattiva reputazione" (Paul Thomas Anderson).

                            Pochi dubbi su chi tra i due cineasti abbia ragione, tutta la vita Paul Thomas Anderson, il più grande regista americano sorto negli ultimi 30 anni, che evidentemente ha compreso come il problema non sia il genere cinecomics in sè, ma dalla saturazione fatta e dalla nefasta idea di andare avanti con l'universo condiviso che lungi dal dare linfa vitale a tale filone, ne ha decretato la morte artistica, per via di una concezione seriale e non cinematografica verso il genere.
                            Le parole di Inarritu sono sintomo di snobberia intellettuale, non suffragata neanche da una filmografia all'altezza di poter criticare tali opere, poichè fatta di pellicole sopravvalutate, tra cui l'osannatissimo Birdman (2014), che prendeva di mira i cinecomics in modo imbarazzante, quando poi con il suo film mirava al riconoscimento dell'industria da lui presa di mira (oscar puntualmente arrivati), purtroppo per lui molti cinefumetti sono superiori alla sua sbobba osannata, tra cui Scott Pilgrim vs the World (2010) di Edgar Wright, che segna anche dei passi in avanti dal punto di vista della messa in scene, miscelando influenze che vanno dal fumetto, al cinema, all'animazione orientale, ai videogame anni 80', alla musica indie-rock fino ad un ritratto caustico dei post-adolescenti contemporanei, una generazione che ha subito la crisi del 2008 in pieno, così come il mondo globalizzato per via dell'avvento della digitalizzazione, rifugiandosi in subculture, poco capite dagli adulti (nel film non è un caso che siano totalmente assenti) quanto dalla società.
                            Scott Pilgrim (Michale Cera), 22enne canadese di Toronto, suona il basso in una band indie-rock assieme ai suoi amici e vive in un monolocale condividendo l'affitto con il coinquilino gay Wallace (Kieran Culkin). Porta avanti una pigra relazione sentimentale con Knives Chau, una liceale sino-americano, con grande sconcerto dei suoi amici e della sorella, finchè non incontra la ragazza dei suoi sogni (letteralmente), la misteriosa Ramona Flowers (Mary Elizabeth Winstead) 24enne americana fattorina di Amazon, con la quale riesce a mettersi insieme scaricando senza tanti complimenti Knives; purtroppo per Scott per continuare a stare assieme a Ramona, dovrà affrontare e sconfiggere ad uno ad uno i suoi 7 malvagi ex fidanzati, una lega fondata da Gideon (Jason Schwarztman), uno dei ragazzi scaricati da Ramona in passato.
                            Struttura tipica di un picchia-duro a livelli come se fosse un videogioco cabinato anni 80', con tanto di premi in "monetine" quando Scott sconfigge il suo avversario, narrato attraverso livelli di difficoltà negli scontri sempre maggiori, Wright riscatta la ripetitività insita nello schema, con numerose idee visive differenti in ogni singolo combattimento, spaziando da scontri fisici, a vere e proprie battaglie sonore, dimostrando una fantasia estrema nella messa in scena ed enorme abilità tecnica, nell'uso dei carrelli digitali, negli split-screen stile tavole fumetto e nell'adozione di un montaggio prettamente sull'asse, per rappresentare i tanto cari "versus"; un videogioco che diventa cinema, che si trasforma in cartoon, un Raimi, ma spinto all'estremo grazie alle tecnologie digitali, con un'anima ultra-pop e fieramente nerd, con citazioni musicali e fumettistiche spesso non banali, godibili appieno solo da uno spettatore che indubbiamente ha una conoscenza di tale mondo, perchè Scott Pilgrim vs the World, è un'opera rivolta in primis alla generazione terdi- anni 80'-inizio 90', che hanno quindi l'età dei personaggi della pellicola.

                            Per nulla agiografico, Wright cattura appieno lo spirito del fumetti indipendente di Brian Lee O'Malley da cui è tratto il film, ritraendo in modo anche negativo i suoi personaggi, Scott Pilgrim complice anche la "faccia da schiaffi" del suo interprete Michael Cera, è un essere che si crede chissà chi, con tratti di superiorità nei confronti delle ragazze che frequenta, in fin dei conti immotivata, visto il suo comportamento patetico nei confronti di Knives e poi verso la stessa Ramona della quale non accetta la sua volubilità, indipendenza e nè il suo cambiar colore dei capelli una volta a settimana (troppo impulsiva secondo lui), così come la stessa ragazza è meno innocente e "vittima" di come ella appaia inizialmente, anche perchè tutti i suoi ex-ragazzi sono stati scaricati beatamente da Ramona in modo repentino e brutale, tanto che la rabbia nei suoi confronti risulta in fin dei conti giustificata.
                            Commedia, sentimentale, azione e coming of age, una mescolanza di generi che corrispondono ad altrettante soluzioni visive che faranno impazzire coloro che sono dentro tale mondo, tramite l'utilizzo della barra del livello della vita che si accorcia, attivazione della modalità a due giocatori, punti vita, didascalie ironiche, onomatopee fumettistiche, ruota della fortuna mentale etc… soluzioni che talvolta sfociano in situazioni di umorismo un pò non-sense e troppo geek (ma è un film da vedere in lingua originale, l'adattamento in italiano ha banalizzato molto), ma indubbiamente la pellicola diverte molto, l'azione è inventiva al massimo, ci sono delle battute e dei dialoghi molto gustosi e si diverte molto nella presa in giro dei suoi personaggi e di certe mode imperanti (la presa per il culo ai Vegani ed il loro sentirsi superiori per via della loro alimentazione è una satira riuscitissima). Lo stesso Scott non ne esce immune, vista la sua timidezza, con cui si approccia per la prima volta a Ramona, tramite l'imbarazzante (ma al tempo stesso interessante nella sua storia) racconto sulle origini del nome di Pac-man, che giustamente lascia interdetta la ragazza, che finisce per vederlo come un mero sfigato imbranato, liquidandolo così alla festa; ma la perseveranza paga e alla fine ottiene un appuntamento; quei momenti di intimità tra i due nella profonda notte bianco-nera scenografica di Toronto, conferisce un carattere singolare alla componente sentimentale, che si sviluppa in modo originale tramite la sovra-struttura videoludica, che finisce per cementificare il legame tra Scott e Ramona, nato da basi frettolose e superficiali, che vengono superate tramite una simbiosi tra i due protagonisti, Scott per la prima volta lotta per una persona che mette prima del proprio egocentrismo e Ramona arriverà a combattere a suon di martellate e spadate, per un legame che percepisce come totalmente differente dai suoi precedenti.
                            La natura mista di Scott Pilgrim vs the World, lo pone in una nicchia al di fuori di ogni schema precostituito, i suoi personaggi non sono macchiette bidimensionali, nè vivono di stereotipi, ma sono tutti caratterizzati, ma non tramite la dialettica, ma attraverso le idee visive di look e messa in scena, questa bizzarria nel linguaggio visivo e l'uso di attori non incapsulabili in un preciso standard come Michael Cera che è si un geek credibile, ma ha anche caratteristiche che lo rendono a suo modo un figo altezzoso, così come Mary Elizabeth Winstead, diventata l'oggetto di culto dei nerd con la sua Ramona, non ha le caratteristiche nerd e nè della finto alternativa, perchè tale film ribalta le aspettative dello spettatore, venendo per questo motivo punito con un sonoro flop ai botteghini con 45 milioni di incassi a fronte di un budget di 85 milioni, evidentemente la narrativa transmediale ha spiazzato il pubblico, che poi ha visto un ritratto nerd totalmente atipico rispetto alle stereotipate idee comuni, per fortuna la critica gli ha tributato elogi immensi, contribuendo a trasformarlo a 10 anni di distanza dalla sua uscita uno dei pochi flop del nuovo millennio ad essere divenuti un cult, risultato notevole per una società che fagocita e dimentica il tutto alla velocità della luce.


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                            • Kate di Cedric Nicholas Troyan (2021).

                              Il famigerato algoritmo di Netflix che tutto decide e tutto consiglia, sulla base dei presunti gusti del singolo spettatore in base alle previsioni, mi ha suggerito tale Kate di Cedric Nicholas Troyan, perchè lo abbia fatto lo posso desumere perchè ho rivisto Scott Pilgrim vs the World di Edgar Wright (2010) e siccome Mary Elizabeth Winstead era la co-protagonista di quel film, hanno pensato bene di mettere in evidenza come prossimo film da vedere sta roba dove l'attrice prima menzionata è il personaggio principale.
                              Ora, che un algoritmo suggerisca cosa vedere lo trovo inquietante, però credo che Netflix lo sfrutti soprattutto come metodo di indagine conoscitiva dei gusti del suo pubblico, sarà un caso che in manco due anni abbiamo oltre una decina di titoli tutti uguali con una donna che spacca tutto e tutti a suon di mazzate? Evidentemente al pubblico piace molto tale roba, ma ad ognuno le sue conclusioni, fatto sta che tale sovra-saturazione ha fatto si che abbiamo una marea di titoli tutti uguali e questo Kate con protagonista Kate (uao che originalità!!!) sembra essere stato scritto rimescolando le tessere del gioco Scarabeo, perchè nessun minuto del film non sà di già visto per chiunque abbia visto anche solo 2-3 pellicole di tale filone, tanto che Netflix nella sua sinossi non sembra sprecarsi molto:

                              "Una spietata assassina viene avvelenata durante il suo ultimo incarico a Tokyo e ha meno di 24 ore per scoprire chi ha ordinato il suo omicidio e vendicarsi"

                              Roba forte vero? Mi hanno anche risparmiato la fatica di redigere un mini-riassunto, di mio aggiungo solo il fatto che alla fine m'è sembrato il tutto un mescolone di influenze evidenti da Kill Bill, Nikita, Collateral, Sipario Strappato, qualsiasi altro titolo del genere, più John Wick e Atomica Bionda (ma questi ultimi due non li ho visti, li riporto sulla fiducia, perchè sono citati ovunque praticamente).
                              Però ho scelto scientemente di visionarlo pur sapendo della quasi certa qualità infima del film, la quale pur sapendo di già visto, voglio comunque parlarne per dire la mia su come Netflix spenda in tali produzioni i soldi sudati del mio abbonamento; certo, film simili come Ava e Sweet Girl erano ancora peggio, così come le fascistate di Pierre Morel sono lontane, però alla fine la mela non è che cada molto lontano dall'albero e questo Kate alla fine è l'emblema di tutto ciò che non và nella politica produttiva di Netflix, oramai ridotta un altro pò, peggio della roba per l'Home Video anni 80'-90'. Oramai non si regge più una protagonista che svolge il lavoro di killer per conto di un'agenzia (governativa? Non è dato sapere), per poi avere rimorsi perchè durante una missione c'è una bambina di mezzo (perchè? Se ammazzi il bersaglio senza la loro presenza cambia qualcosa? Li rendi comunque orfani), arrivando a concludere che loro sono cattivi perchè uccidono la gente (la psicologia non esiste), ed alla fine questa pellicola come molte altre si riduce sull'andare da un set all'altro di Tokyo, con "Ramona Flowers" che spacca e devasta tutto.
                              Il pezzo forte su cui puntare in questo Kate, sarebbe la location di Tokyo, peccato che non sia il film a valorizzare la megalopoli nipponica, ma quest'ultima a dare un sussulto di interesse a tale operetta; a Tokyo ci sono stato, così come in altri metropoli Giapponesi (Fukuoka, Kyoto e Osaka), l'estetica neon con colori improponibili è una loro caratteristica, se uno è schizzato di suo o soffre di epilessia, con tutta quella roba cromatica sparata qua e là, finirà prima o poi per compiere una strage.
                              Se un regista riesce ad usare tale estetica (vedasi Scott in Blade Runner o Refn nei suoi ultimi lavori), può uscire una roba stordente ed alienante in cui piacevolmente ci si lascia catturare, però come nel 95% dei casi, se non la sai usare, scivoli subito nella videoclappata cafona para-televisiva, complice un uso mediocre degli stilemi nipponici qui usati in chiave superficiale.

                              L'apice dell'inguardabile, lo si raggiunge nella scena della fuga di Kate con la macchina con luci al neon e colore rosa shocking, una roba bruttissima a vedersi per come girata, con tanto di stacchi netti tra primi piani di lei e la ripresa della macchina, fortunatamente l'unica derapata visiva del film assieme all'ingresso di Kate con maglietta improponibile nell'edificio nell'atto finale, però quel poco è veramente devastante.
                              Il tempo limitato ci sta come espediente narrativo, un film veloce come un proiettile, però perché non diluire il tutto in 2-3 giorni? In modo da far assaporare ogni minuto che passa in vita prima di morire di questa Kate? Troppo difficile? Perché non trovare un'attrice giapponese migliore di quella scelta per Ani? Una cagna maledetta; speri che crepi dopo 20 secondi anche per sbaglio, ma ovviamente nulla, perchè oramai in questi film per contratto crepano solo i maschi, le donne mai, quindi ce la dobbiamo tenere fino alla fine seppur risulti scritta malissimo, oltre a fare una figura barbina accanto a Mary Elizabeth Winstead, alla quale però continuano a dare progetti deludenti in cui apparire, eppure lei sa fare vari generi mah... Hollywood oramai è finita.
                              Non si può dire molto di una pellicola, dove tutto è telefonato da mille telefonini ad uno sin dal primo minuto, i colpi di scena non esistono ed ogni dialogo lo hai sentito almeno in altri 20 film Netflix ed il personaggio dello yakuza omosessuale è di un kitsch pazzesco con scontro in cucina con la protagonista che vorrebbe citare quello del Sipario Strappato di Hitchcock? Perdonali maestro, non sanno quello che fanno (poi che i miei amici abbiano esultato quando è morto, questo resta alle loro coscienze bigotte ed intolleranti).
                              Cosa si può salvare con spirito crocerossino... vediamo, per l'80% del film Mary Elizabeth Winstead è sanguinante e sciatta fisicamente per via dell'avvelenamento da Polonio 204, non puntano sul facile sex appeal dell'attrice per una volta ed inoltre combatte con abiti adatti alla situazione, non con improponibili vestiti da sera con tanto di tacco 12 cm (vero Jessica Chastain? Si parlo del tuo Ava, ma anche di tanta altra roba), ma con indumenti funzionali; disgustoso vedere gli effetti del Polonio 204 sul suo fisico quando si leva i vestiti, così come l'azione ben coreografata, diretta e soprattutto molto brutale (le forbici la cui punta trapassa in parte la guancia, una "fredda" intuizione gradevole).
                              Se questo Leitch di cui tanti parlano invece di produrlo solamente, lo avesse diretto lui, poiché qui si è occupato poi concretamente solo delle coreografie delle scene d'azione, arrivando poi a diluire l'orizzonte temporale della vicenda da 24 ore a 2-3 giorni, rendendo così tangibile il legame instaurato tra Kate e Ani, giungendo poi a mettere maggiormente in difficoltà fisica ed emotiva la protagonista dovuto dall'avvelenamento da Polonio 204, sfruttando poi meglio lo scenario alienante di Tokyo legandolo alla malattia di Kate, già con queste quattro cose, sarebbe potuto essere un film discreto, così com'è, risulta insufficiente, ma tra Ava, Sweet Girl e le fascistate di Morel, diciamo che questo almeno è innocuo politicamente (ho letto accuse di razzismo in qualche recensione, ma non approvo, visto comunque con chi fa squadra alla fine, che toglie ogni dubbio). Quindi Netflix per piacere, non producete più sta roba che dopo 200 pellicole così, può anche bastare e cagate i denari per altro, oppure se non potete farne a meno, ingaggiate sceneggiatori con inventiva (si lo so merce rara), perchè avete rotto il cazzo con sti film con donne protagoniste spacca-tutto uguali tra loro.
                              Ultima modifica di Sensei; 15 settembre 21, 23:38.

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                              • Jackie, di Pablo Larrain

                                Visto per la seconda volta il film ieri sera. Alla prima visione non ero riuscito a entrare nel mood del film e mi ero un po' annoiato. Ieri invece devo dire che sono rimasto molto contento della visione (così come anche la mia compagna). Certo, è un film assolutamente anomalo, un "biopic" che non ha nulla del tradizionale biopic, ma mi è piaciuto molto come Larrain riesca a mostrare lo smarrimento di Jackie, quanto devono essere stati confusi, burrascosi e surreali i giorni successivi alla morte di suo marito. Più che raccontare la storia (e la Storia), mostra il rapportarsi con essa di un'appartenente alla classe di élite, con tutte le contraddizioni, le ingenuità e la distanza dalle persone normali di chi sta al potere.

                                Bravissima la Portman, fantastico il tono visivo del film. Non sarà un film perfetto, ma ad una seconda visione sono riuscito a coglierne il valore. A questo punto, sono decisamente motivato a vedere Spencer.
                                Sir Dan Fortesque avevi ragione sul fatto che ad una seconda visione risalta meglio.
                                Mr.Carrey se ricordo bene anche tu alla prima visione ti eri annoiato, prova a dargli una seconda possibilità
                                Ultima modifica di Tom Doniphon; 16 settembre 21, 09:41.

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