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  • Originariamente inviato da Sir Dan Fortesque Visualizza il messaggio

    2 euro, grazie
    avevi ragione!

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    • L'occhio che uccide, Michael Powell (1960)
      Un film che definirei morboso, che prende l'estetica del musical e ne fa il soggetto delle fantasie malate e horror di un assassino.
      Un film in apparenza classico che porta all'estremo la curiosità di vedere.

      Agli ordini del Fuhrer e al servizio segreto di Sua Maestà, Terence Young (1966)
      Dopo aver fatto la storia del Cinema, Young rimane nel genere spionaggio cambiando però protagonista (ma portandosi dietro Gert Frobe [Missione Goldfinger, anche se non diretto da lui], Claudine Auger [Thunderball: operazione tuono] e Anthony Dawson [Licenza di uccidere]). Pur mantenendo la sua abilità nel dare charme all'eroe, i doppi e tripli giochi, risolti fatalità con il parteggiamento per la patria, lo rendono opportunista e poco carismatico; in aggiunta gli eventi sono abbastanza insignificanti. Occasione sprecata.

      L'anno del dragone, Michael Cimino (1985)
      Trovo invecchiato l'idealismo del protagonista, ma azzeccato tutto il contesto. Tesi e antitesi della storia delle Triadi che si risolve in una sanguinosa guerra immortalata da una graziosa giornalista.
      Dopo settimane non ho capito quanto mi sia piaciuto.

      Ashes of Time, Kar-wai Wong (1994)
      Un film dalle riprese particolari, in cui spicca la fotografia molto accesa. Il sicario protagonista si fa testimone dei turbini emotivi e passionali che si contrappongono al silenzioso e meditativo deserto in cui si è autocostretto a vivere. Leggo che è considerato un wuxia, ma il regista rifugge l'azione e anche quando la mette in scena è più interessato ad evidenziare l'azione dell'uccidere piuttosto che la componente spettacolare del combattimento.

      Santa Clause, John Pasquin (1994)
      Un film simpatico che si pone ad altezza bambino e ne esalta le capacità di sognatore. Non importa se lo si nega o se egli stesso cerca di nascondersi, Babbo Natale esiste, e non si tratta nemmeno di essere alticci, che le overdose per distorcere la realtà le lasciamo volentieri alla signora Wallace.

      L'ultima missione, Olivier Marchal (2008)
      Rispetto al precedente 36, questo è davvero brutale. Olivier Marchal, che considero un David Simon del Cinema, deve averne viste di tutti i colori in carriera. Dire che buoni e cattivi sono difficili da distinguere sarebbe banale; una cosa che si nota particolarmente nei suoi film però è come la cattura dei criminali non sia la preoccupazione principale dei poliziotti, sovrastata dalla voglia di fare carriera e dalle rivalità interne del dipartimento. Se 36, nel suo saliscendi emotivo, apriva ad un nuovo capitolo, forse non felice ma se non altro promettente, della vita del protagonista, ne L'ultima missione egli è spietato nel suo ergersi ad arbitro della vita.

      Casinò Royale, Martin Campbell (2006) / Quantum of Solace, Marc Forster (2008)
      Sul film di Campbell si sono spesi tantissimi elogi. A costo di risultare ripetitivo, lascio delle considerazioni sulla riuscita di questo riavvio.
      All'inizio del millennio, Jason Bourne e il Batman nolaniano hanno inaugurato un nuovo approccio verso il genere d'intrattenimento che mette in risalto il lato interiore del protagonista, l'uomo dietro quella maschera che può assumere la forma di un pipistrello o di un passaporto falso. La leggerezza e l'estetica videogiocosa del James Bond di Pierce Brosnan era superata. Giusto per differenziare un po' la mia opinione, mi sono sempre tenuto in disparte dalla totale acclamazione verso Martin Campbell e ho sempre trovato un po' sopravvalutato il suo GoldenEye, che non ha nulla più del successivo Il domani non muore mai e che, per quanto riguarda l'asticella dell'incredulità, si assesta su livelli non dissimili a La morte può attendere. Insomma, chiamato al suo primo riavvio - post guerra fredda - il risultato è discreto ma preferisco altro (preferisco di gran lunga i primi 4 film di John Glen). Chiamato al suo secondo riavvio - post 11 settembre - si concretizza un miracolo in cui tutto è al posto giusto: la modernizzazione del personaggio si fonde con il classicismo (il film è tratto dal primo libro di Ian Fleming), gli elementi più iconici sono rielaborati con successo (il gun barrel, integrato nella narrazione, ci rende testimoni oculari del secondo omicidio e certifica la (ri)nascita di 007/la Bond girl figurina che cede facilmente al fascino di James muore e viene rimpiazzata da una che lascia strascichi nella vita dell'agente) e quello che poteva risultare un brusco ribaltone nel mondo moderno mantiene la forma di un'Aston Martin classica. Il regista azzecca tutte le scene d'azione e in ognuna fa emergere delle sfaccettature di Bond, che si tratti della risolutezza e dello sprezzo del pericolo (e delle regole) nell'inseguire un campione di parkour, dell'ego smisurato messo in campo nella partita della vita con Le Chiffre o della dedizione verso la propria causa durante quella partita della vita (...che verrà) che è la scena della tortura. Oltre a questo, il film apre già le porte al futuro della saga, introducendo una nuova organizzazione, il Quantum.
      Il sequel non raggiunge gli stessi fasti, ma a dispetto delle critiche l'ho trovato sontuoso. Un intero film sulla vendetta (di James e della nuova arrivata Camille), in cui non c'è tempo per le lungaggini e deviazioni dal percorso principale: la regia delle scene d'azione si fa frenetica e quasi incomprensibile, in una scena nemmeno l'audio riesce a stare al passo di Bond, in un'altra anticipa le richieste di M dovute alla sua sospensione, il trattamento più dignitoso riservato ad un amico è la sepoltura nell'immondizia (preservando l'indispensabile: il denaro), il gun barrel viene spostato alla fine, a giochi chiusi. Lo sguardo verso il passato passa verso dei vaghi rimandi a situazioni memorabili, come l'inseguimento in barca di Dalla Russia con amore, lo sgancio del carico dall'aereo di Zona pericolo, qui solo accennato, la bara che si intravede in una strada caraibica, e una piacevole citazione a quella che era la copertura più usata nei libri, la Universal Exports, mentre il passaggio al nuovo viene sancito dall'assassinio di Miss Fields per soffocazione epidermica da oro nero, riproposizione della celeberrima scena di Missione Goldfinger). E' un film molto "polveroso", ma le emozioni che suscita sono vivide come l'acqua che Bond scorge nel deserto. Una piccola perla, con location formidabili e una co-protagonista vicina a Bond nell'ostinazione a compiere la sua missione e a cui il massimo che può concedere è un bacio fugace. L'unico rimpianto è il non aver rivisto un'attrice come Olga Kurylenko nei film successivi della saga.
      'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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      • Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio
        Jackie, di Pablo Larrain

        Mr.Carrey se ricordo bene anche tu alla prima visione ti eri annoiato, prova a dargli una seconda possibilità
        Si non mi aveva sicuramente trascinato più di tanto.
        Farò come dici.
        Adesso mettiti sotto con Ema. O hai paura che dopo aver usato la protagonista per anni come avatar il film ti faccia schifo ?

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        • Originariamente inviato da MrCarrey Visualizza il messaggio

          Si non mi aveva sicuramente trascinato più di tanto.
          Farò come dici.
          Adesso mettiti sotto con Ema. O hai paura che dopo aver usato la protagonista per anni come avatar il film ti faccia schifo ?
          Non so come trovarlo! dove lo trovo?

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          • Se hai una Smart TV o una PlayStation o Sky Q puoi noleggiarlo sull'app di YouTube e te lo godi sul televisore.


            Se no blu ray https://www.amazon.it/dp/B08XL2NH2T/...NSE4S1WPB29P5G

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            • Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio
              Non so come trovarlo! dove lo trovo?
              cioè tu hai l'avatar di Ema e non hai visto il film? pensavo che ne fossi un fan sfegatato

              ma guardalo subito! cosa stai aspettando ???

              "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


              Votazione Registi: link

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              • Originariamente inviato da p t r l s Visualizza il messaggio

                L'anno del dragone, Michael Cimino (1985)
                Trovo invecchiato l'idealismo del protagonista
                Era "invecchiato" già allora.

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                • Originariamente inviato da papermoon Visualizza il messaggio

                  Era "invecchiato" già allora.
                  A pensarci bene, potrebbe anche essere voluto, per evidenziare il contrasto tra il passato del protagonista, in cui il nemico era ben definito dagli occhi a mandorla, e un presente fatto di compromessi e accordi che vanno contro gli ideali di chi dovrebbe tutelare l'ordine. In questo senso, la relazione un po' turbolenta ma passionale con Tracy Tzu corrobora i sogni di convivenza pacifica di Mr. White.
                  'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                  • Ciao! Ho visto recentemente (via tubo) "Gli uomini, che mascalzoni!" (1932) - che non avevo mai visto prima - e la cosa che, personalmente, mi ha colpito di più è l'atteggiamento rilassato con cui viene raccontata una certa disinibizione sessuale dei personaggi femminili, soprattutto se confrontata coi film dei decenni successivi alla guerra. Non ho visto molti film italiani degli anni '30, forse la mia impressione è sbagliatissima, ma in questo film, aldilà del fatto che i due protagonisti sono presentati (anche se in modo non molto sistematico) come due ingenui e romantici in un mondo più furbo di loro (d'altra parte questo è comune a tutte le commedie sentimentali, anche di quelle di adesso), il fatto che le ragazze abbiano una vita sessuale indipendente non è presentato in una luce negativa, è un dato di fatto e basta. Voglio dire, in questo film ci sono ragazze che sono "compiacenti" con uomini ricchi e potenti: questo fatto è presentato come una loro scelta, non c'è nessun tipo di condanna. La protagonista è ingenua e romantica, e certe cose non le potrebbe mai fare (quasi), ma questo solo perchè il suo carattere è così. In un film degli anni '50 a una ragazza che era compiacente per interesse si aprivano davanti solo due strade: o fare una brutta fine e pentirsi delle sue colpe in capitulo mortis, o farsi suora (Anna). Insomma, la morale sessuale del ventennio, nonostante tutto, sembra, vedendo questo film, molto meno bigotta di quella dell'epoca democristiana.

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                    • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio
                      cioè tu hai l'avatar di Ema e non hai visto il film? pensavo che ne fossi un fan sfegatato

                      ma guardalo subito! cosa stai aspettando ???
                      Quoto e rispondo e anche a Mr.Carrey ... non so perché, ero convito che non esistesse ancora il bluray!! Appena mi entrano i soldi questo mese lo prendo
                      Il cambio di avatar risale all'uscita del trailer, ne ero rimasto davvero ammaliato, sia dallo stile che sembrava quasi opposto a quello di Jackie (dinamico e voluttuoso), sia per la carica erotica della protagonisa.

                      Tu cosa ne pensi, ti è piaciuto il film? E Spencer quanto ti incuriosisce?

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                      • Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio
                        Tu cosa ne pensi, ti è piaciuto il film? E Spencer quanto ti incuriosisce?
                        si, mi piace moltissimo, lo reputo il migliore del regista finora. E credo che se ti ha ammaliato il trailer il film ti farà un effetto di molto superiore.
                        Penso anche che ormai tu sia un cinefilo doc con tutte le carte in regola per poterlo apprezzare appieno

                        Spencer mi incuriosisce ovviamente, quando stimo un regista e lo reputo sopra la media mi incuriosiscono tutti i suoi lavori e li guardo a scatola chiusa e a prescindere.
                        Certo qui ci sono molte variabili in gioco: un personaggio molto popolare, amato e controverso in egual misura, ancora molto attuale e già rappresentato (male) in altre occasioni. Un'attrice come Kristen Stewart che cerca di trovare la propria strada nel cinema d'autore ma deve ancora liberarsi da certi pregiudizi altrui legati al suo passato nel cinema "sciocco".
                        Ci sono le condizioni per vedere un gran film o qualcosa di deludente. Finora non ho guardato nulla, nè letto nulla in merito, solo il poster (bello) e qualche foto di scena. Di solito mi piace agire in questo modo quando stimo un regista. Guardare il film "al buio" per non avere nessun tipo di influenza o condizionamento. Ormai ho l'età per sapere aspettare, senza ansie o enfasi particolari, ho superato da tempo l'epoca delle attese smaniose, della voracità di consumare trailer, immagini rubate e recensioni di tizio o caio. Personalmente, per la mia esperienza, credo che, col senno di poi, questo tipo di atteggiamento sia solo dannoso nel mio caso. So aspettare e mi piace anche farlo, senza fretta.

                        Poi dopo aver guardato e consolidato una mia opinione mi metto a leggere, mi documento e approfondisco i pareri altrui.
                        Ultima modifica di David.Bowman; 19 settembre 21, 17:39.
                        "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                        Votazione Registi: link

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                        • Firefox - Volpe di Fuoco di Clint Eastwood (1983).

                          Anche i miti deludono, in ogni filmografia, anche quella dei registi più grandi come dice il buon Stano79, c'è sempre nascosta una pecora nera (o di più), non importa se ti chiami Ford, Hitchcock, Scorsese o Coppola, scavando a fondo essa salta sempre fuori, fanno eccezione in pochissimi come ad esempio Kubrick o Welles, per via dell'esiguità della loro filmografia o Wilder, sia per il numero relativamente limitato di opere girate e sia per lo status divino che gli impediva di girare la merda, purtroppo però gli anni 80' per il cinema USA sono stati un netto regresso rispetto al decennio precedente, facendo vittime illustri tra cui anche Clint Eastwood, che con Firefox - Volpe di Fuoco (1982), gira indubbiamente il suo film peggiore sotto tutti i punti di vista, dove le ragioni della settima arte soccombono alla propaganda Reganiana, proiettata ad affermare la potenza americana nel mondo in tutti gli ambiti dopo la deriva post-Vietnam, alzando il livello dello scontro con l'Unione Sovietica a livelli mai toccati da inizio degli anni 60'.
                          Eastwood si allinea a ciò ed in questo vi è la sua più grande sconfitta, un uomo si di destra, però mai succube dei superiori e sempre fedele a sè stesso, all'ottavo film in carriera decide di tradire sè stesso e tentare il salto con un blockbuster a tutti gli effetti sia negli intenti che nel budget, ben 21 milioni, il più alto mai impiegato dalla Malpaso, per stare a passo con i tempi, per poi risultare irrimediabilmente stra-datato nel giro di qualche anno e visto oggi un residuato bellico, che puzza di vecchio in almeno metà dei frame.
                          A 50 anni Eastwood dal dettare le mode, decide di cavalcarle e vendersi come star per un pubblico giovanile, ma oramai i tempi sono cambiati, lui può sempre incassare il giusto, ma oramai il decennio è ad appannaggio di personalità come Schwarznegger e Stallone; i loro fisici pompati più che la recitazione annunciano i nuovi tempi, Eastwood è sempre stato un anti-eroe della frontiera e del poliziesco, diventare il paladino degli USA in una pellicola propagandistica, significa rinnegare il proprio motto di essere fedeli a sè stessi, quindi il fallimento, perchè prima di tutto, l'opera manca di autentica sincerità, quella presente in tutti i film precedenti e qui assente.
                          C'è poco e nulla dell'attore californiano in questo techno-thiller spionistico, dove è alle prese con un personaggio insulso come quello dell'ex maggiore dell'aereonatica Gant, avente il compito di infiltrarsi in una base sovietica e rubare il "Firefox", un'avanzatissimo aereo super veloce, preciso ed invisibile ai radar; insomma perfetto in tutto, averlo significa essere di nuovo alla pari dei sovietici nei cieli, peccato solo che Gant soffra di disturbi psichici per via del Vietnam (due flashback in croce appiccicati malamente al film e via, fine della loro rilevanza), però l'uomo è indispensabile perchè udite, udite... per pilotare il Firefox bisogna pensare in russo (si ho riso anche quando l'ho rivisto), ed avendo origini sovietiche, lui è l'unico preposto a tale missione.

                          Le premesse non sono buone per nulla, per tacere della ridicolaggine del pensare russo per guidare l'aereo (la neurologia se ne sbatte delle facoltà linguistiche dell'individuo), però per lo meno nella prima metà abbiamo un discreto B movie spionistico, dove la cappa di terrore nel venir scoperti è papabile, accentuati dalla credibilità conferita dal set di Vienna come ambientazione delle scene in Russia a Mosca, certo, i troppi scambi d'identità rendono il tutto ancor più traballante, ma finchè regge la mano dietro la regia, ci si passa sopra sulla scrittura; purtroppo la cesura a metà dell'opera termina una film e ne fa cominciare un altro terrificante (in senso qualitativo stavolta); dopo che i suoi vari aiutanti hanno volentieri dato la vita per aiutare questo ladro (cit. Pezzotta), Gant s'infiltra nella base militare, dove tra soldati semplici che parlano in russo ed alti ufficiali sovietici che dialogano in inglese, portando il film sempre più a puttane, finalmente arriviamo a lui; si, il pezzo forte del film, il famigerato "Firefox".
                          Uno giustamente si chiede chissà che cazzo di diavoleria volante avanno inventato i russi per dominare i cieli del mondo, quando finalmente assistiamo alla presentazione con tanto di musica minacciosa ed inquadratura, che sembra uno spot della nuova BMW con tanto di ripresa in circolo in bella vista, praticamente questo Firefox ha il design di un ferro da stiro gigante, a cui hanno appiccicato delle ali ed un motore che pare un condizionatore a ventola; in pratica una roba pronta per lo sfasciacarrozze, più che una macchina letale pronta a dominare i cieli, con tanto di carrozzeria pietosa (sti russi zero fantasia, tutto grigio e pesante, che pizza).
                          Da qua inizia un lungo e monotono videogame, con effetti speciali che si sono mangiati gran parte del budget a disposizione, ma visti oggi sembrano quelli della grafica di un videogioco cabinato dell'epoca (non scherzo), con questo aereo che zompetta qua e là sullo schermo, non interagendo affatto con l'ambiente (a poco conta l'inquadratura dal basso ad un certo punto, realizzata con un vero aereo) e reso ancor più ridicolo dai dialoghi stile telecronaca in prima persona da parte di un Eastwood all'apice del proprio ego, che si fa i complimenti da solo, ingannando al contempo i ridicoli e macchiettistici sovietici (che continuano a parlare inglese anche tra loro).
                          Non si può salvare molto in tale film, le ragioni della propaganda sono state il principale movente nella produzione del film, ciò si vede, ma a meno che uno non sia un fanatico pro USA, visto oggi sta roba puzza di cacca lontano un miglio; certo, non raggiunge per fortuna il fotonismo nelle riprese di un Top Gun di Tony Scott (1985), nè l'estetica giocattolo fumettosa di un Rambo 2-3 e nè l'apatia ritmica di un Topaz di Alfred Hitchcock (1968). però alla fine la mela non è caduta molto più lontano da quei film rispetto all'albero, pur restando a tutt'oggi il miglior film di propaganda reganiana, perchè comunque qua e là la regia Eastwood non se la scorda in qualche bel paesaggio o nel mascherare la Russia con riprese fatte in altri luoghi, anche se il risultato di 46 milioni su 21 di budget, fanno capire perchè oggi tale film sia relegato in un angolo oscuro dell'opera Eastwoodiana, d'altronde l'ho visto due volte (e credo mai più in futuro), solo per la sua presenza nel cofanetto Blu-ray dedicato al cineasta.

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                          • American Sniper di Clint Eastwood (2014).

                            Il mirino di un cecchino è l'occhio di Dio sul mondo, chi è all'interno di tale campo visivo perdere ogni facoltà di autodeterminazione sulla propria vita, posta interamente nelle mani altrui, può solo sperare che il soldato non prema il grilletto, preferendo concentrarsi su altri bersagli; l'inizio in medias res di American Sniper di Clint Eastwood (2014), è un esordio di rara potenza nella storia del cinema bellico, Chris Kyle (Bradley Cooper), arruolatasi nei Navy SEAL, è stato appena spedito in Iraq a Falluja nel 2004, come parte della prima ondata di invasione, nelle sue mani ha un fucile con mirino, nel quale vede avvicinarsi ad un convoglio dei marines una donna con un bambino, che probabilmente trasportano un ordigno pronto a far saltare in aria i soldati, la decisione di far fuoco è completamente nelle sue mani e se sbaglia la scelta, gli spetterà la corte marziale.
                            Riavvolgimento, American Sniper in origine doveva essere diretto da Steven Spielberg, ma nutrendo dubbi sul budget (60 milioni, troppo pochi per lui) e sul potenziale commerciale del film, molla tutto ed Eastwood salta a bordo senza alcun timore legato ai costi, al successo del film ai botteghini e soprattutto dalla materia ultra-controversa, riguardante Chris Kyle, ex-cecchino che ha detenuto il record di uccisioni di tutti i tempo, il regista ci presenta un uomo cresciuto dal padre con il motto Dio, patria e famiglia dividendo il mondo in pecore (civili indifesi), lupi (coloro che portano il male) e cani da pastore (coloro che in quanto forti scelgono di difendere le pecore dai lupi); tipici valori ultra-repubblicani, tanto che divenuto adulto e giunto a 30 anni, decide di dare una svolta netta alla sua vita arruolandosi nell'esercito a seguito delle immagini in TV sugli attentati alle ambasciate USA in Africa, mostrando notevoli doti come tiratore scelto, anche per via dell'infanzia trascorsa come cacciatore.
                            Kyle è un cane da pastore spedito a Fallujha, la nuova frontiera (sobria la citazione all'eterno Sentieri Selvaggi di Ford), a combattere il male per difendere le pecore, ma prendere la decisione corretta, non implica che la guerra secondo Eastwood risulti giusta, in tale ambiguità sottile, sussiste quindi l'operazione artistica posta alla base di American Sniper, che decide di affrontare un conflitto vicino nel tempo sul quale sono state espresse numerose critiche e riserve ideologiche sin dal suo scoppio anche in patria, ma Eastwood è fedele a sè stesso, ed incurante delle polemiche scatenate, è andato avanti per la propria strada.
                            Meno costruito intellettualmente rispetto ad Hurt Locker di Bigelow (2010), ma più diretto, secco ed incisivo, per questo più riuscito, Eastwood ci mostra l'alienazione cagionata dalla guerra su Kyle ed il suo bisogno di praticarla, fino a diventarne pienamente dipendente, ogni dubbio derivato dalla propria coscienza, come quello riguardante i primi suoi due bersagli perchè rappresentanti un male come non l'aveva mai visto, viene immediatamente spazzato via dall'inossidabile voglia di ritornare ad imbracciare il fucile per ammazzare meccanicamente quanti più nemici possibili, è in ciò che sussiste la critica di Eastwood alla guerra, che cattura ed imprigiona l'essere umano in una routine da una routine, che diventa sempre meno lavoro e sempre più dipendenza.

                            I potenziali toni agiografici (il film è tratto dalla stessa autobiografia di Kyle), vengono abilmente evitati dal cineasta, che poteva scadere facilmente in una becera propaganda (meno male che abbiamo avuto il più grande regista americano vivente a bordo, altrimenti erano cazzi amari in mani altrui), dalla quale esce, ribaltando con sagacia i valori con cui Kyle erano cresciuti, il tutto tramite la visione del mirino del cecchino, dove un bambino che imbraccia un bazooka, in realtà più che rappresentare il male, in realtà è un potenziale cane da pastore che dal suo punto di vista protegge la sua terra dai lupi invasori, tutte queste sfumature si devono oltre alla buona sceneggiatura di Jason Hall, alla maestria di Eastwood con la macchina da presa, capace di gestire l'immagine con i suoi molteplici differenti significati, adottando il punto di vista di Kyle (inevitabile se fai un biopic), che vede tutto bianco e nero, senza sfumature, eppure il suo cecchino rivale Mustafà ha anche lui una famiglia come Kyle, solo che il protagonista è talmente alienato ed estraniato dalla situazione in cui vive dal non vederle, portandosi la guerra anche nel fronte interno quando di tanto in tanto fa ritorno a casa, guardando a ripetizione i video dei morti americani causati dal cecchino nemico, oppure nella monumentale scena in cui seduto al divano sente nella propria testa i rumori della battaglia guardando una TV spenta, totalmente estraniato dalla sua famiglia, nonostante un figlio e la moglie Taya (una funzionale Sierra Miller). La violenza impera, così come il manicheismo visuale die soldati (tutti con i teschi di Punisher, senza aver capito una mazza del ciclo di Garth Ennis sul personaggio), mentre il politicamente corretto non trova cittadinanza per fortuna, poichè a nonno Clint poco frega delle critiche dei benpensanti (vaffanculo a Michael Moore, un grazie a "hanoi" Jane Fonda, che invece ha capito il film spiazzando tutti, lei sempre grande), perchè giustamente i tagliagole dell'esercito pro Al-Qaida, sono rappresentati come delle bestie retrogradi che si rivalgono contro la stessa popolazione che dovrebbero proteggere, con tanto di rappresaglie brutali, dove ci vanno di mezzo anche i bambini, con scene di trapanazione a gambe e testa, che non esitano a mostrare chiaramente la morte dei bambini al cinema, cosa a cui non si assiste quasi più, per colpa di uno spirito castrante di auto-censura, imperante nel cinema.
                            Clint è in forma smagliante, realizzando un' opera geniale e libera al pari dei suoi lavori migliori, un vero e proprio pugno nello stomaco dopo il primo terzo di film, una ennesima tragedia americana tragica quanto amara, con un Bradley Cooper monumentale nel ruolo di una vita (ha eseguito una dietra super proteica di oltre 5000 calorie al giorno per avere il fisico adeguato), chiudendo il cerchio in un finale finale con didascalia e titoli di coda in parata militare, dove si lascia intelligentemente libero ogni spettatore di riempire quelle immagini in base alla propria sensibilità.
                            Chi ci vuole vedere la retorica celebrativa di un buon americano, ha la stessa dignità di chi ci vede l'inferno di una società che eleva ad eroe un povero disgraziato risucchiato in un incubo, le cui cause non interessano nessuno, perchè subordinate alle esigenze della propaganda a-critica. Le previsioni di incasso dicevano 50 milioni, il film nonostante il Rated-R ed il flop di quasi tutte le opere di belliche di ambientazione contemporanea, ne incasserà quasi 550 in tutto il mondo su un budget di appena 60, portandosi come maggior successo di tutta la carriera del regista disintegrando Gran Torino (2008) e divenendo al contempo il più grande successo di sempre del cinema bellico ai botteghini, questo gli fece ottenere varie nomination agli oscar, tra cui miglior film, attore protagonista e sceneggiatura non originale, perdendo purtroppo contro quella bambocciata insignificante di Birdman di Alejandro Gonzales Inarritu (2014), d'altronde ci meritiamo certo cinemino.

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                            • Birdman di Alejandro Gonzales Inarritu (2014).

                              Maschere Nude è il titolo emblematicamente scelto da Luigi Pirandello per la propria raccolta di opere teatrali, l'uomo post-moderno de-privato della propria maschera, si ritrova ad essere privo di etichettature imposte da altri o da sè stesso, ma così facendo, risulta incapace di sopportare la propria condizione, poichè egli sente la necessità di cristalizzarsi in una forma ben precisa, data l'incapacità di vivere nel flusso della vita perchè impossibilitato ad un'esistenza a-schematica e quindi anti-sistema, predisposizione d'animo che ad Inarritu manca del tutto, come si vede in questo sopravvalutato Birdman (2014), dove il regista messicano dietro un flusso intricato di personaggi, parole e spacconate tecniche, con l'oramai famoso quanto osannatissimo piano sequenza tanto decantato quanto sterile a lungo andare, cerca di nascondere il vuoto concettuale alla base della sua opera, per la verità molto facilona e che sà di già visto in ogni sequenza per qualunque spettatore abbia letto qualche paginetta dei lavori di Pirandello.
                              Riggan Thomson (Michael Keaton) è lo stereotipo superficiale della figura pirandelliana, che vive un contrasto dilaniante tra vita e forma; ex-celebrità di successo grazie alla serie super-eroistica Birdman, ad inizio degli anni 90', oggi l'attore vive una fase di declino e cerca rispettabilità tramite l'adattamento teatrale di un'opera di Carver messa in scena a Broadway, che dovrebbe dargli consensi critici a cui aspira disperatamente in modo da occultare finalmente il personaggio di Birdman, oramai divenuto parte essenziale della sua persona e che invece lui tenta in ogni modo di cancellare dalla propria esistenza, se non fosse per un pubblico che oramai lo identifica come tale quanto lui stesso incapace di zittire le voci del proprio "alter-ego", che lo spinge ad accettare sè stesso e darsi alle offerte miliardarie per un Birdman 4, il che lo porta a vivere in un costante status mentale alterato per via della sua schizofrenia, che pregiudica sempre di più le varie anteprime dello spettacolo, facendo temere il disastro critico alla prima dello spettacolo.
                              Vedendolo e rivedendolo per capire dove si nasconda il capolavoro, si può giungere alla conclusione di come Birdman non sia altro che di una banalità tematica unica, poichè dietro l'abilità nel complicare inutilmente all'inverosimile le cose in modo artificioso e poco spontaneo, come è da sempre con i film di Inarritu, fatta eccezione il brillante quanto sincero esordio Amores Perros (2000), c'è sempre una sorta di scatola vuota contenutistica, anche se questa volta il messicano rivolge la sua attenzione al cinema, ma in modo trasversale, poichè si serve del teatro e del gioco meta-teatrale/cinematografico (facile l'assonanza Birdman-Batman, nonchè l'autobiografia di Keaton), per muovere la sua critica ad una settima arte americana da lui percepita sempre più in crisi e lontana dalle esigenze artistiche, per seguire le mode dettate dallo spettatore, il quale esige blockbuster rumorosi di stampo super-eroistico, con tanta azione, esplosioni ed effetti speciali, per poi vampirizzare tale filoni con sequel vari, facendo sempre più soldi nonostante la scarsità di idee. Riggan tra una situazione familiare allo sbando e le anteprime con sempre più problemi, cerca di sfruttare il palcoscenico come trampolino di rilancio, per fare ritorno alla settima arte, nella speranza di ottenere offerte di rilievo.

                              Posto così Birdman è stato incautamente salutato da qualche critico ignorante come un nuovo Eva contro Eva di J.L. Mankiewicz (1950), se non addirittura come un aggiornamento di Viale del Tramonto di Billy Wilder (1950), però il primo si concentrava sul teatro senza voler fare analogie con il cinema se non per la competizione attoriale, mentre la leggendaria pellicola Wilderiana affondava le radici della propria critica nella settima arte, di preciso al divismo della macchina industriale di Hollywood, nonchè nella sincera spontaneità di un'artista con la predisposizione d'animo veramente anti-sistema in ogni singolo frame del proprio capolavoro assoluto, che faceva a pezzi Hollywood, risultando impossibilitato a sottrarvisi solo perchè era impossibile un cinema fatto negli USA al di fuori degli studios in quel periodo lì, ma per questo suo attacco, il regista pagò l'ostilità di taluni produttori e la mancata vittoria dei premi pesanti agli oscar, troppo scottati dalla satira nerissima del film, quando invece con Inarritu, da bravi radical chic, hanno abboccato allo specchietto delle allodole di una superficiale critica ai cinefumetti miliardari (su cui loro campano e finanziano opere come quella del messicano, poi per inciso, ci sono cinefumetti che valgono 1000 volte Birdman), per riempire di oscar un'opera ruffiana e furba, che vuole tanto essere controcorrente, per poi entrare alla notte dei premi dalla porta principale, sancendo così il totale fallimento di tutta la baracconata. Inarritu straborda Birdman con il proprio ego registico, stra-riempie il film di steady-cam, con cui realizza il tanto decantato piano sequenza (tra l'altro falso, quindi inutile e farlocco), una tecnica che dovrebbe essere naturale ed armoniosa nell'utilizzo, come del resto ci hanno insegnato Renoir, Wyler, Welles, Hitchcok, ma anche un De Palma nei suoi ampi virtuosismi immersivi, così come Tarr o Sukurov nella sua sperimentazione, quindi oltre a non aver inventato nulla di nuovo arrivando in ritardo rispetto a tutti, il cineasta messicano cala dall'alto un artificioso barocchismo, magari interessante per metà film, grazie anche alle doti del direttore della fotografia Lubezki, con il quale però gratuitamente dà sfoggio ad un virtuosismo alla lunga sempre più fine a sè stesso (poi quando mai Inarritu ha diretto così? Sembra voler essere per forza originale a tutti i costi), poichè privo di un focus preciso, visto che la macchina da presa và un pò di qui ed un pò di là, poi decide di seguire il personaggio dell'attore del "metodo" alla Marlon Brando interpretato da un artificioso Edward Norton, che si dice sincero solo sul palcoscenico (ma anche lì la sua recitazione mi è parsa costruita), per poi focalizzarsi sull ex- tossicodipendente Emma Stone (sfatta al punto giusto), per poi eclissarli per concentrarsi sul solo protagonista e le sue paturnie mentali, con tanto di critica alla critica, che però fa cascare le braccia fatta in quel modo, visto che così da bravo paraculo Inarritu cerca di rispedire al mittente le critiche di eventuali detrattori alla sua opera, rivelando così la propria natura di opera ideologicamente inaccettabile, perchè alla fine ad Inarritu manca proprio questo; la capacità di fare auto-critica delle proprie posizioni, tramite un film che critica ma non critica, cercando approvazione alla pari di un Riggan, vero e forse sincero solo quella sequenza in cui con solo una mutanda si aggira tra la folla di Broadway, un barlume di vera vita, una scena autenticamente Pirandelliana, che purtroppo viene cassata in un'inutile appendice finale inutilmente buonista, che rivela la disonestà intellettuale nell'utilizzare il pensiero anarcoide dello scrittore italiano, in chiave conciliatoria per l'approvazione critica, il che fa concludere che è vero che come dice Inarritu il cinema americano mainstream sia in crisi, ma lui lungi dall'essere la soluzione, in realtà è parte del problema.


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                              • 1997 : Fuga da New York di John Carpenter (1981).

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                                Jena Plissken (Kurt Russell), in originale Snake per via del tatuaggio, ex-eroe di guerra datasi al crimine, ma prossimo ad essere rinchiuso in tale struttura, a seguito di una condanna per rapina in banca, però ha dalla sua un evento fortunato che potrebbe garantirgli la libertà immediata; partecipare al salvataggio del presidente rapito dal Duca di New York (Isaac Hayes), poichè precipitato all'interno della struttura a seguito di incidente aereo a seguito di dirottamento. Il presidenti ha dei documenti top-secret che trasportava per l'importante vertice USA-URSS-Cina, Plissken ha solo 24 ore di tempo per farcela in tempo per l'inizio del vertice, se fallisce, le capsule iniettate nel suo collo esploderanno, uccidendolo all'istante.
                                Carpenter è un regista che a dispetto della liquidazione di "genere", ha sempre proposto interessanti riflessioni provocatorie sul male, non è un caso d'altronde che a Manhattan, simbolo economico per eccellenza del capitalismo USA nel suo presente come oggi, decida di porvi il carcere; che in fondo gli operatori economici per Carpenter non sono per niente differenti dai criminali comuni? Vedere il luogo più splendido di New York ridotto ad una fogna oscura a cielo aperto cadente in pezzi, risulta devastante come critica sociale da parte del cineasta, che non risparmia neanche le alte sfere del potere impersonificate dall'alto commissario di polizia Hauk (Lee Van Cleef), ben poco interessato alla vita del presidente quanto a quella di Plissken, poichè mira principalmente al recupero dei documenti che egli trasportava, poichè vitali per l'imminente vertice internazionale, in pratica farebbe di tutto per il mantenimento della potenza del suo paese, anche giungere al sacrificio dello stesso presidente, ritenuto poco indispensabile in fin dei conti, per via di un sistema politico-economico, che sovrasta la sua stessa figura, d'altronde se Ronald Reagan ex- attore, potè fare il presidente per 8 anni, vuol dire che tale carica di per sè non è che conti molto alla fine, poichè il sistema che c'è dietro và avanti comunque, d'altronde nel film lo interpreta uno perfettamente spaesato Donald Pleasance, che non sà manco che costa gli stia accadendo attorno.

                                In questi sottili giochi di potere imperanti in questa cupissima america simil distopia nazistoide militarista, Carpenter ha ben più simpatia per i personaggi posti ai margini di tutto questo, più di tutti Jena Plissken, un anti-eroe anarchico menefreghista perchè ha capito tutto lo schifo del sistema per cui lavorava (ed in cui suo malgrado continua a vivere) e dal quale scientemente ha deciso di tirarsi fuori, ogni suo gesto, ogni suo movimento ed ogni sua battuta, rimarca il suo comportamento anti-sociale quanto il suo odio nichilista per lo stato attuale in cui è ridotto il mondo, per cui non vede alcuna possibilità di salvezza, quindi tanto vale agire per proprio conto, non tanto per un individualismo sfrenato, ma come mero atto di idealistica resistenza, per la quale il personaggio anche nella sua negatività verso il contesto in cui vive, non vedrà mai vacillare.
                                Plissken in superficie è il tipico eroe muscolare anni 80', modellato sulla corporatura di Kurt Russell, pronto a sfidare qualsiasi nemico, ma al contempo, sia nel look che nel pensiero ne ribalta tutta la concezione iconografica positivistica anni 80', che di lì a poco i vari Stallone e Schwarzegger su tutti, ne avrebbero fatto vere e proprie icone di patriottismo, con esiti sempre più roboanti e ridicoli a livello artistico, ma con enormi introiti ai botteghini, mentre qui nel monumentale finale Carpenter fa compiere un gesto inaspettato al suo protagonista, che potendo far trionfare l'america come ci si aspetterebbe da un film con un eroe muscolare come lui, alla fine di tutta la baraonda ed i morti per portare a termine la missione, capisce che il sistema USA non merita alcun riscatto e quindi compie l'ennesimo atto anarchico, che nel suo estremo menefreghismo, dimostra comunque una moralità ben più alta di tutti gli altri uomini di potere che lo circondano e gestiscono le sorti del paese.
                                Funzionante sia come film artistico di critica sociale, che come puro genere di thriller fantascientifico in salsa action (ciò fu il fatto del suo successo ai botteghini), oltre a creare un'icona cult copiata da molti, è da lodare per le notevoli scenografie cupe combinate alla fotografia con quei neri profondi ed ultra-cupi di Cundey, che conferiscono un carattere quasi post-atomico alla messa in scena, con un tono volutamente fumettistico, sopra le righe per dare senso a certi comportamenti di taluni dei criminali della prigione, che altrimenti non tornerebbero per niente.
                                Non è il capolavoro che i fan di John Carpenter vorrebbero (quelli arriveranno nei film successivi, più posati e più scazzati ancora verso l'uomo e la società), perchè forse qua e là soffre di invecchiamento e nel ritmo della seconda parte nonostante sia più d'azione, però è un cult giustificato, che per fortuna è riuscito ad incassare (su 6 milioni di budget 25 milioni ai botteghini), nonostante non si pieghi alle mode commerciali-artistiche imperanti nel cinema americano anni 80', risultando in questo un'opera da ricordare.

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