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  • Sensei ancora con Birdman? Ma basta! La tua lettura del film è assai superficiale comunque. Non dico che debba piacerti per forza, anzi, ma non mi pare proprio che tu abbia cercato di approfondire il lavoro di Inarritu. Ti passo una lettura interessante: https://specchioscuro.it/birdman/
    In questa analisi c'è più o meno tutto, alcuni spunti non li avevo valutati neanche io.
    https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

    "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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    • RIFKIN'S FESTIVAL, di W.Allen
      Un film leggerino, relativamente innocuo, "minore" anche rispetto alla produzione tarda, ma non per questo sgradevole, anzi.
      Allen ci propina più o meno il solito alter-ego (qui curiosamente cicciottello), lo dota senza ritegno delle solite ossessioni e dei soliti pareri su vita/cinema/tutto quanto, e si diverte a pigliare un po' in giro l'ambiente cinefilo-festivaliero contemporaneo. Nel mentre si gode la vacanza e fa spudorata promozione turistica, risultando d'altra parte perfettamente efficace, visto che mi è venuta voglia di visitare S.Sebastian. Le ricostruzione delle scenette tratte da noti classici d'antan è veppiù simpatica, e certe punzecchiature cinefile vanno tutto sommato a segno (chissà se nel tratteggiare il suo regista francese pretenziosetto, vanitosetto, leziosamente charmante, comicamente sordo alla voce di certo passato, il nostro pensava a qualcuno oppure no). Piacevole.

      ESPERAME EN EL CIELO, di A.Mercero (1988)
      A proposito di Spagna: ultimamente sto rovistando un po' a caso tra i meandri della cinematografia spagnola, che conosco poco o nulla. Tra le cose carine mi va di segnalare questo film (pescabile smanettando un po', credo). Si tratta di una storiella ambientata in terra iberica in epoca franchista: un omino buffo ed innocuo, ma casualmente somigliante al celebre dittatore, viene rapito dai cattivi e costretto a fingersi per l'appunto Francisco Franco. Ne diventerà il sosia per motivi di sicurezza. Ne seguiranno, equivoci, scambi di persona, vertigini identitarie, moti di rivalsa. Tra vaghi echi chapliniani la buffa parabola si sviluppa con amabile umorismo deadpan, intridendosi di lunare malinconia, stralunata rassegnazione filosofica, obliqua tensione oppositiva. Davvero un gioiellino.
      Ultima modifica di papermoon; 23 settembre 21, 14:01.

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      • Jackie Brown di Quentin Tarantino (1997).

        Il terzo film risulta con un margine di certezza del 90%, quello più importante per la carriera un regista, poichè grossomodo ci dice che direzione prenderà; Quentin Tarantino dopo gli strepitosi successi delle Iene (1992) e soprattutto di Pulp Fiction (1994), coronato con la Palma d'oro a Cannes, oltre 200 milioni ai botteghini di tutto il mondo e svariate nomination agli oscar, andate purtroppo a vuoto poichè i giurati preferirono premiare quel film reazionario di Forrest Gump di Robert Zemeckis (1994), era il regista più quotato negli USA tra i nuovi talenti, creandosi un folto gruppo di sostenitori e fans adoranti, nonchè una schiera di registi che hanno subito cominciato ad imitare il suo stile, spesso con risultati carenti. Nel Natale 1997, Tarantino esce con Jackie Brown al cinema, spiazzando la critica e soprattutto la baraonda di fanboy della prima ora, con una pellicola compassata nel ritmo, diluita nelle sequenze, levigata nei dialoghi, priva di qualsiasi ironia o personaggi sopra le righe; in sostanza, il cineasta si piega intelligentemente agli stilemi neo-noir senza forzare il genere, rinnegando in apparenza tutto ciò che lo aveva reso famoso nelle sue prime due opere, in ciò bisogna riconoscergli del coraggio, poichè Tarantino si è dimostrato un cineasta molto più intelligente, colto e raffinato rispetto a ciò che tutti pensavano, sbaragliando le attese di tutti per girare un'opera che solo in apparenza nega sè stesso, quando la pellicola è puro Tarantino distillato 100%. Stavolta il regista guarda agli anni 70', al cinema di Blaxploitation, fenomeno prettamente B-moviesco, poco noto qui in Italia, anche perchè poche opere sono giunte nel nostro paese, traendo spunto da un libro di Elmore Leonard, girando a tutti gli effetti un anti-Pulp Fiction, sia nel ritmo, che nel tono narrativo, rinunciando alla struttura a blocchi del suo precedente capolavoro, a favore di una storia più lineare, ma in realtà intricata e ramificata per via dei numerosi personaggi, toccando l'apice del virtuosismo nella sequenza dello scambio delle buste nel centro commerciale, realizzata con ben tre punti di vista differenti, che poco a poco sveleranno con singole tessere un puzzle chiarificatore. Lineare e con un ritmo sempre tenuto a freno, Tarantino punta quindi tutti sulla scrittura solida dei suoi personaggi, scegliendo come protagonista Pam Grier come Jackie Brown, una hostess ultra 40enne, che per arrotondare il magro stipendio, svolge il ruolo di corriere di denaro sporco dal Messico all'aeroporto di Los Angeles, per conto di Ordell Robbie (Samuel Jackson), trafficante d'armi che vive con la giovane bionda Melanie (Bridget Fonda) ed il suo braccio destro Louis Gara (Robert De Niro); Jacke però viene intercettata all'aeroporto dagli agenti dell'anti-frode capitanati da Ray (Michael Keaton); la soluzione è semplice, farsi due anni di galera perdendo il lavoro ricominciando di nuovo tutto dall'inizio, oppure collaborare con loro per incastrare Ordell; Jackie sa benissimo che a 44 anni rifarsi nuovamente una vita per una come lei già stata dentro una volta risulti praticamente impossibile, così decide di architettare un piano di doppi e tripli giochi, sperando che se le andrà bene, potrà rifarsi una nuova esistenza avendo a disposizione un bel pò di soldi.
        Pam Grier ha una gamma micro-espressiva molto vasta, il peso dei suoi 44 anni se li porta tutti dietro, senza però perdere fascino, meritando il ruolo di protagonista a tutti gli effetti della pellicola, che si avvale di facce Tarantiniane già note come Samuel Jackson (Orso d'oro a Berlino), sempre più badass ma ferocemente inquietante, così come di tante new entry; l'erotica Bridget Fonda i cui piedi sono oggetto di feticismo da parte del regista, un sotto le righe Robert Forster nei panni del paga cauzioni, che risulta complementare a Jackie ed un Robert De Niro (sua ultima grande interpretazione prima della crisi infinita) sempre nei panni di un mafioso, ma totalmente differente dai ruoli con Scorsese, per via del suo carattere taciturno e paranoico, che si becca la scena super-cult della scopata in tre minuti con Bridget Fonda.

        Come si può vedere, sono tutto tranne che personaggi iconici di default, come potevano essere i due killer di Pulp Fiction o Mr.Wolff il risolvi problemi, quest'ultimo paragonato con il "similare" nel ruolo Robert Forster, il paga-cauzioni, segna tutta la differenza tra le due opere, tanto sopra le righe ed accelerato il primo, quanto sotto le righe e soprattutto "triste" il secondo.
        Tarantino adotta un ritmo sincopato, non raggiunge mai in alcun momento un tono "over the top", in effetti questo Jackie Brown potrebbe essere a tutti gli effetti un film totalmente realistico, con dialoghi sempre credibili, dove l'eccesso viene totalmente meno così come l'ironia sopra le righe (tranne nella trasmissione TV donne con le armi, divertentissima), se quest'ultima è presente qua e là, risulta interna ai personaggi in talune situazioni, ciò segna quindi una maturità artistica, che si riscontra in una regia oramai perfetta, fatta di longtake orizzontali infiniti, che arrivano a distillare le scene come nella miglior tradizione noir, perchè i personaggi hanno quasi tutti un passato disastrato fatto di galera ed occasioni mancate, cercando un orizzonte futuro verso il quale proiettarsi (tutti cercano di sistemarsi per ritirarsi da ciò che fanno attualmente).Tarantino così raggiunge la perfezione stilistica senza cercare virtuosismi inutili, non per questo però disdegna nel creare nuove inquadrature come quella oramai celebre del bagagliaio, riprendendo dal basso il dialogo tra Ordell ed un suo scagnozzo, per convincere quest'ultimo ad infilarsi lì dentro, mentre nelle citazioni il regista risulta essere molto più armonico, meno urlato e quindi amalgamato sotto-traccia nella narrazione, richiedendo uno sforzo di decodifica maggiore da parte dello spettatore, non più guidato dalle parole dei personaggi nel trovare i riferimenti come in Pulp Fiction, cercando quindi uno spettatore più dotto ed acculturato, magari più recettivo nel trovare da sè i film o la musica inserita nella pellicola, facendo un lavoro di ricerca da sè.
        Jackie Brown dimostra il coraggio di Tarantino, che atteso al suo banco di prova definitivo, spiazza tutti, dimostrando di essere molto più eclettico e sorprendente di quanto si potesse immaginare, rispetto all'etichetta di "post-moderno"; ciò causò estrema freddezza nei confronti dell'opera da parte della critica e la delusione del pubblico, che si aspettava l'ennesimo intricato mosaico narrativo, dialoghi sparati a mille e violenza ketchup, tutti elementi che vengono a meno, tanto che gl unici omicidi presenti, sono tutti in lontananza, fuori campo o al buio, con un finale anti-climatico e malinconico, in netto contrasto rispetto a Pulp Fiction. Jackie Brown è un capolavoro che segna la fine più creativa dal cinema di Tarantino, quella degli anni 90', con quest'ultimo film che prende la serie B e la relega ai margini del sistema (quanti film alla Jackie Brown abbiamo avuto? Zero, perchè qui il regista non cercava di lanciare mode, come nei precedenti film anche se ultra-creativi); il cineasta ritornerà all'opera con Kill Bill (2003), segnando però un ritorno alle atmosfere delle prime due film, con ripetizione di roba già vista, di tanto in tanto il genio riaffiorerà come in The Hatefull Eight (2015), però è indubbio come l'originalità sia venuta meno a favore del brand cinematografico.

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        • Quei Bravi Raagazzi di Martin Scorsese (1990).

          Vedere e rivedere una pellicola può aiutare nel corso del tempo, non che Martin Scorsese abbia bisogno di rivalutazioni, avendo il suo posto nella storia del cinema ben saldo, quanto per il fatto che per almeno oltre trent'anni di carriera sia riuscito a rinnovarsi sempre, trovando spunti di originalità, anche quando il filone del cinema mafioso-gangster per cui era più noto (e quando non erano tali, infilava spesso l'argomento in modo collaterale), pareva aver raggiunto la saturazione, ecco che tira fuori Quei Bravi Ragazzi (1990), scorgendo nel romanzo di Pilleggi "Il Delitto Paga Bene", una possibilità mai esplorata prima per narrare un film di tale genere, tanto da sceneggiarlo insieme allo scrittore, realizzando così uno dei più grandi film della storia del cinema, ed il migliore del decennio anni 90' per quasi tutta la critica cinematografica, in cui si scorge sicuramente una vena autobiografica da parte del regista italo-americano, il quale essendo cresciuto nei quartieri malfamati e poveri di New York, conosceva benissimo l'ambiente criminale ed i suoi riti, nei quali si addentra sin dall'infanzia il mezzo irlandese e mezzo italiano Henry Hill (Ray Liotta), che si occupa di roba di contrabbando al servizio del boss locale Paul Cicero, il quale lo prende in simpatia iniziandolo all'attività ed immettendolo nelle sue conoscenze, tra cui la più importante si rivelerà quella del rampante irlandese Jimmy Conway (Robert De Niro) e del suo compare Tommy DeVito (Joe Pesci), che sono nel giro di furti di merce di valore dall'aeroporto JFK, grazie agli agganci con la vigilanza, diventando in breve tempo estremamente ricchi ed influenti nel giro. L'originalità del film consiste però nello straordinario lavoro del "worldbuilding" del sottobosco mafioso con i suoi riti, taciti accordi, modi di dire e soprattutto rispetto, perchè se fai parte di una famiglia, tutti ti vedono in modo differente e da una nullità che eri, finisci con l'avere il vialetto libero dalle macchine dei vicini, se c'è una fila in un negozio tutti ti fanno passare davanti senza fiatare e tutti ti salutano e chiedono favori, perchè percepiscono la tua autorità al pari di quella delle istituzioni; forse anche più efficiente di loro, visto che sei radicato in pieno nel territorio a differenza della legge dello stato, così aliena dalla vita quotidiana di queste realtà.
          Scorsese descrive la dicotomia tra questi due mondi che sono vicinissimi tra di loro, eppure distanti, basta una porta aperta sul retro del locale più in come il Copacabana, per introdurti tramite un piano sequenza tra i vari luoghi "nascosti" di un ristorante, per poi servirti il tavolo migliore con tanto di posto in prima fila; certo, dovrai sganciare 20 e passa dollari ad ogni membro del locale, però questo è il prezzo da pagare per la tua influenza, d'altronde tutti devono mangiare e se vuoi fare colpo sugli altri, special modo sulla tua ragazza, questo è l'effetto scenico migliore che si possa avere, con tanto di macchina da presa che si focalizza sui volti in primo piano dei vari mafiosi, in segno di tacita approvazione per il tutto.

          Quei Bravi Ragazzi destruttura la narrazione, la ricompone in un flusso armonico di piani sequenza, cold frame che fissano i singoli dettagli dell'attimo, rottura della quarta parete, una voice over fluviale (troppo forse) che trascina la storia per poi scomporre il racconto con un monumentale lavoro di montaggio da parte della Schoonmaker, combaciando le scene con un'onnipresente colonna sonora che getta hit continue nella narrazione come fosse un juke-box, per passare tramite ellissi calibrate al millimetro dal paradiso ad un inferno espressionista rosso acceso da incubo; un giorno sei tutto, l'altro sei niente e gli amici di una vita ti voltano le spalle, nonostante tu abbia fatto di tutto per loro dedicandogli l'intera esistenza; grazie a ciò Scorsese condensa oltre 30 anni di epopea mafiosa di Henry Hill con l'ascesa e cadute varie, dando un ritratto per niente edulcorato di tali organizzazioni mafiose, che ti accolgono con il sorriso e quando poi sei più debole ti colpiscono alle spalle, per tacere poi dell'omertà e dei loro codici di valori ipocriti, come l'unità della famiglia a qualsiasi costo, poco importa se poi il giorno precedente al giorno da dedicare alle mogli, ce la si spassa con le proprie amanti portandole in giro fino a tarda notte.
          Il riferimento più naturale del lato bestiale della mafia è sicuramente il personaggio di Joe Pesci, un collerico ed irascibile criminale, sempre pronto a tirar fuori la pistola contro chiunque minimamente gli stia sulle palle quel giorno, per una battuta scambiata per un insulto, oppure per una ripicca come quella di Spider dopo le tante infamità dette contro dall'uomo; l'omicidio a sangue freddo senza neanche pensarci troppo sopra, rivela l'istinto primitivo e brutale di Tommy, un'animale senza rispetto per la vita altrui e totalmente incosciente nell'usare la pistola, che agita in giro come se fosse un giocattolo con cui spassarsela per una sera. Ma il vero terrore lo incute Jimmy Conway, elemento decisivo per l'ascesa economica del gruppo dei "bravi ragazzi" come si chiamano tra loro, spesso in disparte, pur essendo la mente dietro i colpi fruttuosi del gruppo all'aeroporto, ma pronto a pugnalare il prossimo alle spalle pur di avere una fetta di torta in più, mostrando in ciò un cinismo calcolatore spaventoso, nel fare terra bruciata attorno a lui, per garantire il proprio esclusivo benessere e tornaconto personale, celato dietro la sua aria affabile con il sorriso sulle labbra; dice una cosa con la bocca, ma in realtà pensa l'opposto, celando così la sua vera natura meglio di un qualsiasi giocatore di poker al tavolo da gioco, un essere meschino, perfetto rappresentante di una mafia che si dice dotata di codici precisi, ma in realtà senza alcun onore (sempre che ve ne sia nell'essere uno schifoso mafioso di merda).
          Una vita in quel mondo ed un attimo per uscirne, costatando amaramente al mattino, come l'essere un cittadino comune sia quasi più mortifero che vivere come un mafioso, rischiando la morte per una pistolettata in ogni momento. Quei Bravi Ragazzi rappresenta il compendio di oltre un sessantennio di cinema mafioso, nonostante gli incassi non alti ai botteghini, il consenso critico e premi come il Leone d'Argento per miglior regia e varie nomine agli oscar (anche se vinse solo Joe Pesci come non protagonista), hanno fatto fiorire per un ventennio una marea di epigoni, che hanno cercato di imitarne i virtuosismi, lo stile o prenderne spunto nei singoli spezzoni (magari focalizzandosi sull'ascesa o gli eccessi oppure i legami tra i membri del mondo criminale), quando in meno di tre ore Scorsese era riuscito nell'impresa titanica nel rappresentare l'intero universo mafioso.



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          • Qui Rido Io di Mario Martone (2021).

            Il teatro di Napoli non è solo il mero palcoscenico, ma l'intera città, tramite la quale Mario Martone esprime la sua visione del presente rifacendosi al passato, di cui il regista da molti decenni si propone come custode della sua memoria storica.
            Aprendosi con i filmati in bianco e nero dei fratelli Lumiere, che ripresero scorci della città partenopea ad inizio 900', la nascita del cinematografo, segna anche il declino del teatro comico portato avanti da Eduardo Scarpetta (Toni Servillo), tramite la riuscitissima maschera di Felice Sciosciammocca, che tanto divertiva sia il popolino che la borghesia napoletana, nel cui personaggio evidentemente si riconoscevano appieno in tutti i difetti e le virtù, arrivando a riderne di ciò.
            Scarpetta di Qui Rido Io (2021) è ritratto cominciando dal punto di vista professionale con la sua perfomance sul palcoscenico, nella sua opera più riuscita Miseria e Nobiltà, che tante soddisfazioni materiali gli aveva procurato, poichè grazie al tutto esaurito ogni volta, è riuscito a condurre una vita di agi e lusso, dopo anni di povertà; ma ciò non ha fatto di lui un uomo migliore nell'elevazione sociale, poichè alla fine Martone nel ritratto per niente agiografico della sua figura, emerge come in realtà non sia altro che un cafone arricchito, dedito al culto di sè stesso e della sua maschera creata, che ha soppiantato si Pulcinella, ma vorrebbe vedere perpetrata in eterno dai suoi discendenti, a cominciare dal figlio Vincenzo (Eduardo Scarpetta), il quale però ha altre ambizioni.
            La linfa del teatro di Scarpetta, risiede però nella sua disastrata quanto contorta situazione famigliare, sposato legittimamente con Rosa (Maria Nazionale) e con tre figli, Maria, Vincenzo (da lui continuamente vilipeso e sminuito) e Domenico, nessuno dei tre eredita l'ambizione al palcoscenico del padre (se non il secondo, ma con tutt'altre finalità), mentre i figli illegittimi, che per salvare le apparenze lo chiamano "zio", avuti con la sua amante Luisa De Filippo (Cristiana dell'Anna); Titina, Eduardo (Alessandro Manna) e Peppino, ereditano invece il talento e la passione per il teatro, il secondo in particolare diventerà il più grande scrittore teatrale dopo Pirandello e Brecht, quanto in probabilità il più grande attore sul palcoscenico di tutto il novecento, tramite quella famiglia che metterà costantemente in scena in tutte le sua sfumature miserevoli ed ipocrite, proprio perchè originanti dalla situazione personale, dove è costretto a "recitare" con i suoi fratelli ogni giorno della sua vita, nel chiamare zio quell'uomo che sa benissimo essere padre, ruolo che invece gli riconosce il piccolo Peppino, che si dimostra ostile a tale farsa. Una grande famiglia allargata, che si ritrova nei fine settimana e durante le feste organizzate da Scarpetta, alla medesima tavola, tutti fratelli e sorelle, generati dal medesimo padre, un uomo titanico, cafone, brutale a tratti e vanaglorioso, magari affettuoso a suo modo con tutti i figli sia legittimi che non, senza effettuare distinzioni di sorta, però manovratore delle loro vite, poichè per lui utili al solo scopo di "carne da macello" teatrale, in ruoli sottopagati scritti apposta per loro, in modo da accattivarsi le simpatie del pubblico.

            La ricostruzione dell'atmosfera socio-culturale della Napoli da "belle epoque" risulta perfetta, così come il contesto letterario dell'Italia di inizio 900', con quel vate D'Annunzio, messo in scena nei suoi modi effemminati e kitsch, circondato da uno stuolo di prostitute, dove ogni suo gesto e movimento, risulta finalizzato ad un calcolato scandalo, che lungi dall'andargli contro, alla fine procura enorme successo alle sue opere, tra cui l'ultimo suo dramma teatrale La Figlia di Iorio, pomposa tragedia di forti passioni e pulsioni arcaiche, tipica dell'ultima fase letteraria di un poeta, percepito da Martone come una sorta di doppio di Scarpetta, solo che a differenza di quest'ultimo si prende tremendamente sul serio nella costruzione del suo immaginario, mentre le ambizioni di Eduardo sono molto più terrene e materiali, la parodia Il Figlio di Iorio, è solo il modo di vampirizzare il successo dell'opera principale, prendendone in giro gli aspetti più enfatici e pomposi, tipici della poetica del vate, ma questo è un sacrilegio, perchè Scarpetta non può competere con D'Annunzio (piccola parentesi, il poeta compose alcune opere in versi in napoletano, quindi avrebbe dovuto saper leggere la poesia datagli come omaggio da Scarpetta) secondo i soloni intellettuali che giudicano tutto dall'alto in basso, considerando la tragedia ben superiore al comico, così di default, condannando così all'oblio tante opere interessanti invece, solo perchè non conformi ai canoni della "bella letteratura" imperanti.
            A seguito del fiasco della parodia con conseguente causa da parte degli avvocati del vate e della nascente SIAE presso il tribunale di Napoli, Scarpetta dovrà affrontare tre anni di lungo e tortuoso processo, con sempre meno appoggi da parte di un elite culturale napoletana, che lo disprezza apertamente per via del successo di botteghino (ma il popolo si sa, è sempre stato bue per i soloni), avendo dalla sua solamente l'appoggio del filosofo (futuro anti-fascista) Benedetto Croce, il quale come un ante-litteram critico dei cahiers du cinema, incurante della differenza tra stile alto e basso, pur giudicando mediocre Il Figlio di Iorio di Scarpetta (ma un'opera letteraria brutta non può essere ovviamente passibile di giudizio in un tribunale), nella sua consulenza critico-letteraria, ne difende la sostanziale differenza con l'opera d'annunziana, applicando la sua nota filosofia dello spirito, dando così dignità autonoma alla parodia messa in scena dal teatrante napoletano. E' la sconfitta finale di Scarpetta, destinato a non vedere mai riconosciute le proprie ambizioni artistiche, ma per lo meno evita la sconfitta in tribunale, tanto vale quindi usare l'aula come proprio ultimo palcoscenico, che prendendo spunto dalla propria vita, mette in scena il ridicolo di una società quanto di un uomo, con un'esibizione dove prende in giro il diritto d'autore che soffoca l'inventiva e l'arte di arrangiarsi di un'artista come lui, che non diventerà mai un peso massimo della letteratura italiana, ma anche il suo teatro comico ha la sua dignità e la maschera Scarpetto-Servillo-Sciosciamocca, nel corto-circuito realtà-finzione scenica, come in un film di Jean Renoir, riesce a rappresentare il vissuto vivido della città di Napoli, molto di più di opere di genere e forma letteraria migliore; un peccato che a Venezia non abbia ricevuto alcun premio e nè sia stata riconosciuta alla perfomance di Toni Servillo, alcun riconoscimento artistico, evidentemente lo sconosciuto filippino godeva di un traino migliore.

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            • Tre Donne di Robert Altman.
              Bellissimo, una perla nascosta (almeno per me, probabilmente voi lo conoscevate già). Un film avvolto in un'atmosfera onirica e per niente rassicurante - anche grazie all'accompagnamento sonoro - che ispirandosi a Persona di Bergman affronta il tema dell'identità attraverso il racconto di un rapporto quasi ossessivo e tutto al femminile, con un ampio uso di simbolismi (penso ai nomi delle protagoniste; alla presenza di due gemelle che rafforzano il tema del doppio insieme a certi riflessi sulle vetrate; al leitmotiv dell'acqua che permea tutto il film; ai dipinti che raffigurano strani animali antropomorfi sempre in lotta, evidenziandone il sesso). Le identità delle protagoniste si mescolano e si confondono, i loro ruoli di figure femminili vengono ridefiniti, e tutto avviene in uno scenario sociale apparentemente solare ma desolante. È un'opera colma di livelli di lettura che in un certo senso anticipa il Lynch di Mulholland Drive padroneggiando quell'atmosfera al limite tra sogno e incubo, e anche un paio di personaggi minori mi son sembrati non lontani da alcune strampalate figure secondarie dei suoi film.

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              • Originariamente inviato da Admiral Ackbar Visualizza il messaggio
                Tre Donne di Robert Altman.
                Bellissimo, una perla nascosta (almeno per me, probabilmente voi lo conoscevate già).
                Un grandissimo film, forse il mio preferito del grande Robert A.


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                • Più di MASH, Nashville, Protagonisti ed America Oggi?

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                  • Ma quanto vergognosa è qua in Italia la situazione home video di Altman??!!

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                    • Originariamente inviato da Bone Machine Visualizza il messaggio
                      Ma quanto vergognosa è qua in Italia la situazione home video di Altman??!!
                      Lascia perdere guarda. Dvd per soli 3-4 film suoi e come BD solo i Protagonisti. Opere fondamentali come Nashville e America Oggi non reperibili.

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                      • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                        Più di MASH, Nashville, Protagonisti ed America Oggi?
                        Sì.

                        Parlo di gusto personale, al di là di valutazioni pseudo-oggettive circa il valore e l'importanza storica della tale o talaltra pellicola.
                        Un inquietante ed enigmatico capolavoro, leggibile (come nota Admiral) da vari punti di vista, sociale, metaforico, psicologico.
                        Lo vidi molti anni fa e ne rimasi incantato.
                        Mi è quasi venuta voglia di rivedere un altro Altman dedito a sondare "lynchianamente" certi meandri piscotico-borderline della psicologia femminile, ossia "Images".

                        La situazione home video qui da noi è in effetti penosa, per il sommo Robert A..
                        Ultima modifica di papermoon; 29 settembre 21, 12:34.

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                        • Bac Nord (C. Jimenez, 2020)

                          Teso e duro poliziesco, ambientato in una Marsiglia mai così d'attualità come oggi, meno schematico nelle psicologie dei protagonisti rispetto al sopravvalutato Les Miserables. Meriterebbe solo per la lunga, convulsa scena dell'assedio nella banlieu. Come tipologia di film simile forse gli ho leggermente preferito il danese Shorta della scorsa stagione, ma cmq un titolo pregevole che vale - si sarebbe detto una volta - il prezzo del biglietto. E invece tocca vederlo su un computer

                          Le lame implacabili di Rondine d'oro (King Hu, 1966)

                          Credo che i wuxiapian di Zhang Yimou debbano moltissimo a questo classico del genere firmato dal maestro King Hu, con una protagonista femminile che all'epoca era abbastanza inusuale. Azione vorticosa con qualche punta gore/splatter sorprendente, e ricercatezze fotografiche qui e là rendono il film una visione imprescindibile per gli amanti del cinema in lingua cantonese.

                          Pioggia opportuna sulla montagna vuota (King Hu, 1978)

                          Questo secondo titolo è invece decisamente il più sperimentale del Nostro, di azione ce ne sta poca ed è intriso di spiritualità e misticismo. Il filo narrativo della "caccia al tesoro" è solo un espediente per il regista di uscire dalle gabbie di schemi drammaturgici e topos formali troppo rigidi, dando vita a un titolo personale e unico nel suo genere. All'epoca fu un insuccesso e considerato il canto del cigno del wuxia, oggi è giustamente considerato un caposaldo ineludibile per gli appassionati.

                          Grandi manovre (R. Clair, 1955)

                          Delizioso film vaudeville che giostra su equivoci, sentimenti e giochi di coppia come un Rohmer ante litteram. Primo film a colori del regista francese, il lavoro del dop Lefebvre è in effetti magnifico, simile alla pittura d'epoca, considerando che è ambientato all'alba della Grande Guerra. Cinema di grande classe, dal valore eterno, recitato divinamente e con un gusto dell'artificio scenico d'altri tempi. Sublimi le panoramiche a schiaffo che sintetizzano gli eventi uno dietro l'altro in un paio di sequenze
                          Ultima modifica di Medeis; 30 settembre 21, 07:02.

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                          • Skyfall / Spectre, Sam Mendes (2012, 2015)

                            In attesa di No Time to Die, ho proseguito con il rewatch del dittico di Sam Mendes, di cui in passato avevo apprezzato in maniera decisa solo un capitolo.
                            L'idea di Skyfall nasce probabilmente dal precedente Quantum of Solace e, precisamente, da una conversazione tra James Bond e Camille Montes in cui, discutendo sulle motivazioni delle loro vendette, 007 ironicamente paragona M a una sorta di madre. E' un film che guarda più alle dinamiche interne dell'MI6 - ambientato in buona parte in UK, - che definisce per bene le gerarchie facendo comprendere a Bond che non si può aspettare più di tanta umanità a discapito della sicurezza nazionale e facendolo scontrare con un suo doppio che esperienze del genere le ha vissute. La ricostruzione della saga prosegue con l'ingresso di una brava Moneypenny, i cui cenni sul suo passato non guastano mica.
                            Visto in lingua originale, devo dire che l'ho apprezzato di più, con un citazionismo meno invasivo (a memoria, dialoghi come "solo per i tuoi occhi" e "bersaglio mobile" ci vengono risparmiati). Ciò nonostante, devo ammettere che dal tempo della sua uscita mi è un po' calato e che ora non lo trovo così lontano dal rivalutato Spectre, film che prosegue la rinascita di Bond mettendolo per la prima volta in una posizione di vantaggio e non più succube degli eventi. Poco male, perché il nemico questa volta è la storica organizzazione di Ernst Stavro Blofeld, che torna nella saga dopo più di 40 (ma diciamo anche 50) anni dall'ultima apparizione. Questo Bond, alla luce di quanto visto in Casino Royale, si conferma desideroso di farsi una vita propria e con uno sguardo rivolto alla pensione, cadendo questa volta tra le braccia della dottoressa Madeleine. Ho apprezzato anche quegli scorci dedicati al rapporto con Moneypenny, che collabora con lui in maniera più attiva ed è ormai lontana parente della segretaria protagonista di quei simpatici siparietti a inizio film lamentandosi delle sue avances inconcludenti.
                            In definitiva, molto soddisfatto di entrambi i film.
                            'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                            • The Town di Ben Affleck

                              Solido film di rapine. L'interesse amoroso al centro del film mette a dura prova la sospensione dell'incredulità ma la rappresentazione di tutto il resto (le scene d'azione, il contesto urbano) è così convincente da compensare. Un po' perplesso verso il finale ottimista.

                              Una nota sugli attori. In generale sono tutti bravi peccato che 1) Affleck si sforza ma non ce la fa a recitare, sfigura rispetto agli altri 2) dispiace che Jon Hamm sia sprecato ad interpretare uno sbirro banalotto 3) menzione d'onore per sto tizio, quello del cast che ci mette la faccia non hollywoodiana, fa il personaggio più singolare (laddove il resto non si discosta troppo dagli stereotipi) e infine regala la scena più intensa del film:


                              Ultima modifica di Cooper96; 04 ottobre 21, 21:18.
                              Spoiler! Mostra

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                              • Tre Piani di Nanni Moretti (2021).

                                Alcune volte è meglio fermarsi prima, grazie ad un possibile colpo di genio che poteva contribuire a mantenere in piedi un palazzo traballante, piuttosto che proseguire contribuendo al crollo dell'edificio come fa Moretti, decidendo di andare purtroppo oltre la registrazione della segreteria telefonica; conclusione in sospeso ma estremamente poetica, quanto perfettamente in linea con lo stile del regista, dove con Tre Piani (2021), decide per la prima volta di prestarsi ad un adattamento di un soggetto non originale, trovando spunto dal libro dell'israeliano Eshkol Nievo, trasportando l'ambientazione a Roma, cosa non felice perchè l'opera è profondamente radicata nella realtà del suo paese, dove i condomini residenti nel palazzo di tre piani vivono in una condizione radicalmente isolata dal mondo, posto in costante assedio esterno (una metafora dei palestinesi) tramite una costruzione psicanalitica nei classici tre topoi dell'Es, Io e Super-Io, quasi del tutto tralasciata da un Nanni Moretti, che traspone su pellicola solo la superficie narrativa, tralasciando il substrato freudiano, il risultato non può che tradursi in una banalizzazione del risultato per scelte narrative infelici, per via di una scrittura mai così debole sin dai tempi dell'interlocutorio Aprile (1997).
                                La morte per tamponamento d'auto di una donna incita da parte dell'ubriaco Andrea, figlio di una coppia di giudici, dà il via ad una serie di nefasti eventi a catena per gli abitanti del palazzo di tre piani dove risiedono varie personalità borghesi, alle prese con drammi interiori, radicati fin nell'incomunicabilità tra esseri umani, chiusi in sè stessi nelle proprie torri d'avorio di potere, nei tarli di un possibile avvenimento increscioso e di traumi del passato nascosti nel profondo del proprio subconscio, però questa volta Moretti zoppica soprattutto nel tono della messa in scena, abbastanza lontano dal suo modo di fare cinema e così vicino a certo cinemino d'analisi borghese tipico di tanti film pseudo-autoriali nostrani, fallace nelle implicazioni psicologiche dei propri personaggi ed estremamente "vecchio" nel modo di pensare quanto nello sguardo nei confronti dell'attualità, della quale non gli sfiora per nulla il pensiero di focalizzarsi su essa, fermandosi ancora agli scontri tra estrema destra e migranti, che di questi tempi pandemici, sono roba lontanissima nelle preoccupazioni delle persone rispetto alla martellante propaganda salviniana, tra l'altro con un tono totalmente sbagliato, optando per una messa in scena tipica delle rivolte degli anni 70', in sostanza il Moretti che anticipava le cose, adesso non solo non insegue, ma sembra fermo ad anni addietro.

                                Il libro non era facile da adattare, la realtà italiana è tutt'altra cosa rispetto a quella israeliana, ma Moretti ci mette del suo nel peggiorare le cose con la sua ridicola interpretazione del giudice Vittorio, padre padrone impositore di concetti divieto/permesso, sostrato psichico a cui poco sembra interessato il cineasta, scadendo così in semplificazioni univoche, poco adatte alla sua recitazione mediocre, scadendo nel ridicolo nel confronto-scontro con il figlio Andrea, con sedie lanciate contro e calci sferrati in modo furente, dove solo la bontà della madre Dora (Margherita Buy) tenta di mediare tra due posizioni inconciliabili tra loro. Il montaggio non aiuta, le tre storie riguardanti una la coppia di giudici, la seconda di Lucio (Riccardo Scamarcio) alle prese di un tarlo di una presunta violenza avvenuta ai danni di sue figlia Francesca da parte dell'anziano vicino Renato e la terza ed ultima riguardante Monica (Alba Rohrwacher), una giovane madre di due figli, alle prese con un marito quasi sempre lontano per lavoro e la paura di possibili problemi psichici come accaduto alla propria madre. L'amalgama tra i racconti non è riuscito, i toni sono troppo esasperati talvolta, le situazioni talvolta buttate lì (il rapporto sessuale tra Lucio e la giovane Charlotte, nipote dei due anziani) così come gli incroci di raccordo risultano troppo meccanici, farraginosi e poco fluidi, disperdendo il potenziale umano delle storie, che talvolta in taluni segmenti mostrano la miglior forza del cinema morettiano, su tutti il blackout nel palazzo, chiara metafora del subconscio dal quale Monica porta in superficie il vissuto interiore rimosso nel profondo della psiche; ma sono attimi che divampano in fiammate subito auto-estintasi, per colpa di una scrittura superficiale e sprecona del potenziale umano derivante da tali situazione, rifugiando da soluzioni interessanti per concludere la vicenda con un finale morettiano (quando sarebbe stato efficace una chiusura al momento della registrazione della segreteria da parte di Vittorio?) che avrebbe lasciato delle praterie possibiliste ai personaggi, quando invece annulla tutto con uno sciagurato e diluito terzo atto, con una conclusione troppo consolatoria, optando per facili risoluzioni semplicistiche deludenti di apertura esterna al mondo, grazie soprattutto alle giovani generazioni, ma con conclusioni deboli per lo più (su tutte il rapporto Dora-Andrea e soprattutto il dubbio terrorizzante di Lucio, messo da parte dopo il primo time-skip e ripreso solo nella sua domanda alla figlia nel finale, con una risposta già nota allo spettatore). Moretti ha sempre compensato i valori tecnici con una scrittura di molto sopra la media, cosa qui per lo più assente, la critica italiana ed americana lo hanno massacrato malamente, anche i francesi gli hanno voltato le spalle stavolta in modo forse troppo cattivo ed astioso, ma siamo lontani dalla gestione del dolore mostrata nella Stanza del Figlio (2001), chissà se il pubblico invece sarà generoso ai botteghini oppure no.

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