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  • End of Watch di David Ayer

    Piacevole mockumentary sulle giornate di lavoro di una coppia di poliziotti. Sotto la confezione da mockumentary in realtà è un cop movie abbastanza classico che non esita a romanzare e a spuntare tutte le caselle tipiche del genere, ma intrattiene bene e si percepisce un buon lavoro di documentazione. Chapeu per il finale, non mi aspettavo si premesse il pedale del drammatico con tanta convinzione.



    Warrior di Gavin O'Connor

    Dramma sportivo dove nonstante la semplicità ed il non discostarsi troppo dagli stilemi del genere il risultato è da applausi scroscianti. Nick Nolte, Tom Hardy e Joel Edgerton tutti paiono crederci un botto e metterci il cuore nel film, Nick Nolte poi c'ha la faccia vissuta e non-belloccia giusta. Nei dialoghi c'è tutta una serie di non-detti e allusioni che colpisce duro (anche qui, sembra sia una storia particolarmente sentita da chi ci ha lavorato), ottimo lavoro di camera che coinvolge seguendo da vicino questi volti perfetti di gente segnata che non ha più nulla.
    Il finale mi ha sinceramente emozionato.

    Se ci sono un paio di appunti da fare sono che nelle scene di combattimento si percepiscono gli stunt (non è The Raid) e che i telecronisti parlano troppo troppo.
    Ultima modifica di Cooper96; 03 novembre 21, 22:44.
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    • L'Armata a Cavallo di Miklos Jancsò (1967).

      Il successo internazionale dei Disperati di Sandor (1966), unito alla falsa dichiarazione fatta da Miklos Jancsò relativamente all'insussistenza di parallelismi tra i contenuti del film e la soppressione della rivolta di Budapest del 1956 da parte dei sovietici, ha fatto si che la nascente avanguardia cinematografica ungherese venisse all'attenzione delle sfere politiche comuniste, che volevano immettere tale sperimentazione al servizio della propaganda, affidando così un lavoro al cineasta, che secondo le loro intenzioni avrebbe dovuto sia celebrare la rivoluzione bolscevica, di cui ricorreva il cinquantennio, sia cooptare all'interno del sistema cinematografico sovietico un regista emergente di talento, ma da grande artista, l'ungherese Jancsò prese i soldi e al tempo stesso fece beatamente i cazzi suoi, ottenendo con l'Armata a Cavallo (1967), un successo internazionale ancora più fragoroso, con tanto di uscita al cinema in Italia, prima volta per una sua pellicola (Sandor uscirà successivamente).
      Libero dagli asfissianti quanto opprimenti canoni del realismo socialista, Jancsò con il suo stile astratto-simbolico, mette in scena un altro pezzo di storia del suo paese, tramite l'appoggio da parte di molti ungheresi verso i bolscevichi nella guerra civile in Russia contro l'armata bianca, composta da sostenitori del defunto zar e forze reazionarie, appoggiate nella loro contro-rivoluzione dalle forze occidentali, che non vedevano di buon occhio un governo comunista, ma non avevano la forza di intervenire direttamente nel conflitto a causa dello sfinimento post-prima guerra mondiale. Non ci sono protagonisti, abbiamo volti anonimi di gente comune che entrano in scena dal fuori campo, per poi andarsene nei modi più disparati, spesso con morti sommarie o addirittura avvenute per circostanze fortuite del caso, che con più attenzione da parte di costoro, avrebbe potuto essere evitata, il che spoglia dell'atto estremo di ogni vestigia di eroismo per la causa ideologica (molte morti poi avvengono o in massa o in campo lungo, proprio per sfuggire a qualsiasi identificazione empatica che potrebbe far patteggiare per una parte), qui si presente come scontro tra le due fazioni, ma il distacco algido di Jancsò tramite la macchina da presa, spoglia di ogni sovrastruttura politica i singoli personaggi, per vestirli sono degli istinti di sopravvivenza e volontà di sfuggire alle violenze di una parte e dell'altra del conflitto, immersi in uno spazio infinito che in realtà è chiuso in sè, mettendo a nudo le loro anime come se fossero attori su un palcoscenico d'intimità teatrale..

      Più soldi, più possibilità espressive, i longtake ed il montaggio ancora presente nell'opera precedente, lasciano qui spazio alla tecnica del piano sequenza usata e sfruttata in modo estensivo, cominciando dagli iniziali cinque minuti dove due soldati dell'armata rossa cercano di sfuggire ad un inseguimento da parte dei bianchi, ma macchina da presa gestisce uno spazio vasto a perdita d'occhio, di cui solo un ruscello rompe la monotonia spaziale, ma esso non è fonte di alcuna vita (infatti è lì che viene ucciso uno dei due fuggitivi), ma accentua solo la desolazione ambientale della puszta, quelle pianure tipiche dell'est Europa, che si perdono a vista d'occhio, dove neanche la vastissima profondità di campo adoperata dal cineasta riesce a scorgere una fine.
      Il paesaggio sempre uguale a sè stesso, nonostante la vastità, risulta invece chiuso in sè stesso, l'orizzonte in cui si muovo in lungo ed in largo i personaggi viene precluso dall'impossibilità di trovare una via di fuga da esso; se il deserto americano è si ostile, ma al di là di esso c'è un eden in cui andare, la puszta è un inferno brullo ed anonimo senza fine, all'interno di essa si muove un caos di esseri umani in lotta tra loro, senza focus nè personaggi principali, solo un enorme confusione che poi secondo il regista dovrebbe coincidere con l'idea stessa della guerra, che ha si dei vincitori, ma senza superiorità morale di una parte verso l'altra (tranne la seconda guerra mondiale probabilmente), perchè l'opera parte con le violenze inflitte dalla parte dei bianchi, per poi presentare in luce per niente celebrativa l'armata bolscevica, che equivale la controparte in fatto di crudeltà; solo le donne non sono così oggettivate sfuggendo in parte alla follia del conflitto tramite le crocerossine che curano i soldati di entrambe le parti, pagando ciò con il divenire strumenti di possesso per le due armate in lotta.
      Secondo Jancsò la guerra non è altro che il secondo tempo della pace, una rottura degli equilibri che autorizza ancor più esplicitamente, chi detiene il potere ad usarlo per annichilire chi si ritrova al di sotto, infliggendo dapprima torture psicologiche, dando ai prigionieri una futile speranza di salvezza, per poi privare costoro improvvisamente di essa e passare alla tortura fisica ed infine infliggere la morte. Nell'Unione Sovietica una simile opera non potè che suscitare ostilità, dopo un veloce passaggio nei cinema giusto per recuperare i costi, venne proibita nel paese fino alla fine del comunismo, mentre in patria ottenne un buon successo, nonostante l'indubbia difficoltà richiesta da un film, che gioca di simbolismi e distacco, rompendo ogni canone narrativo classico.

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      • I Figli della Violenza di Luis Bunuel (1950).

        I figli della violenza, è una libera traduzione italiana che sposta il conflitto su un piano genitori-figli, quando con il termine "I dimenticati", traduzione ben più appropriata del primo capolavoro assoluto Bunueliano Los Olvidados (1950), il regista spagnolo focalizzava il problema su un piano social-antropologico, comune a tutte le esistenze ai margini delle megalopoli mondiali, che siano New York o Parigi come mostrate nei titoli di testa, o l'ancor più caotica Città del Messico, nella cui costruzione edilizia incontrollata, s'è formato un ammasso incontrollato di costruzioni, che avanza inesorabilmente per inghiottire dentro di sè le esistenze degli invisibili della società capitalista moderna.
        Etichettato come cineasta surrealista dati gli esordi che destarono scandalo e scalpore, tale definizione non tiene conto in alcun modo l'interesse poliedrico di un Bunuel, capace di essere molto più eclettico di quel che in tanti credevano sin dagli anni 30', tanto che questo Los Olvidados, nella sua concezione realista, provocò altrettanto sdegno, per lo squallore delle relazioni umane messe in scena nelle periferie della capitale del Messico, vere e proprie bidonville a cielo aperto, con edifici diroccati, tra cumuli di calcinacci e rifiuti che formano oramai vere e proprie collinette da segnare sulle mappe, per via dell'altitudine elevata raggiunta; in mezzo a ciò si muove un'umanità dimenticata, formata da ragazzi allo sbando, la cui unica modalità espressiva è la rabbia che presto sfocia in violenza cieco e distruttiva, quanto di adulti gretti e ciechi (non solo letteralmente), capaci di comunicare con i giovani solo tramite una bruta forza fatta di orecchie tirate, capelli strattonati, forti bastonate e ceffoni mollati in pieno viso, il tutto rimpiangendo come il cieco Don Carmelo i cari bei tempi quando i giovani rispettavano gli anziani. Un mondo adulto privo di qualsiasi amore nei confronti della loro prole, porta ad un cortocircuito affettivo dove i giovani alla disperata ricerca di una manifestazione di affetto da parte dei loro genitori, cercando un minimo segnale di compiacimento cercando una retta via da seguire, ma data l'assenza di una qualsiasi guida fanno ben presto a perdersi come Pedro, vittima delle avversità di una società basata su violenza e sopraffazione, dove si agirano dei novelli Caini come Jaibo, pronti a distruggere irrimediabilmente tutto ciò che incontrano, ma d'altronde Caino non uccise Abele, a causa dell'invida nei suoi confronti per la maggior preferenza di Dio accordata ai sacrifici fatti da quest'ultimo? Jaibo è un mostro con cui non si prova empatia alcuna, così come per gli altri dimenticati ritratti da Bunuel, eppure anche tali legni distorti, soffrono a causa di una vita priva di qualsiasi affetto, condotta per questo in una totale solitudine devastante, dove i rapporti umani sono regolati dal principio di Darwin, dove il forte schiaccia il debole.

        Ispirato pare dalla visione di Scuscia di Vittorio De Sica (1946), Bunuel pur facendo proprie molte istanze del neorealismo, se ne discosta sia ideologicamente, in quanto nella povertà cagionata dalla miseria non vede alcuna luce morale positiva, sia formale, dove la fotografia di Gabriel Figueroa non persegue un'estetica realistica, ma predilige un bianco e nero cupo negli interni, pregno di significati simbolico derivanti dalle superstiziose tradizioni popolari (la colomba bianca che dovrebbe fungere da transfert per guarire una malattia), che esplodono nelle due sequenze surrealista, di cui quella più importante riguarda il piccolo Pedro, il cui sogno è pregno di significati edipici (l'attaccamento alla madre), religiosi (Jaibo ritratto in tutto e per tutto come una creatura demoniaca) e coscienziosi (il senso di colpa per l'omicidio a cui ha fatto parte).
        Non è un film ottimista dice seccamente la voce narrate ad inizio film, Bunuel non si smentisce, nell'asciuttezza di una narrazione concisa di appena un'ora e venti, mette in scena non tanto un teatro di pessimismo esistenziale, che avrebbe portato l'opera ad un appesantimento per accumulo di avvenimenti negativi con effetti nefasti, ma solo la fredda crudeltà umana tanto cara al cineasta, che per me mesi ha studiato in prima persona le location urbane periferiche della megalopoli messicana e dei suoi abitanti, per niente umili nella loro povertà, in quanto mossi da una rabbia disperata pur di sopravvivere un giorno in più per garantirsi il pasto necessario nell'andare avanti, il regista frega lo spettatore facendolo credere ad un residuo di bontà nel profondo di tali personaggi, ma alla fine anche negli ultimi degli ultimi come il cieco Don Carmelo, il lato bestiale sarà sempre pronto ad emergere, cancellando all'istante qualsiasi empatia deleteria.
        Un briciolo di fiducia Bunuel sembra accordarla alle istituzioni statali, il riformatorio in cui temporaneamente si ritrova Pedro, sembra essere gestito da un borghese illuminato, personaggio molto contestato dagli anarchici e dai comunisti vicini a Bunuel, che evidentemente in quel periodo concedeva ancora fiducia alla possibilità dello stato di risolvere i problemi sociali se messo in condizioni di farlo, ma anche se il direttore è venuto a capo dei problemi di Pedro, la sua opera rieducativa verrà distrutta dai meccanismi sociali che muovono gli abitanti dei sobborghi periferici. Accolto inizialmente con tanta ostilità in Messico, solo la critiche positive di Andrè Bazin ed il premio per la miglior giuria a Cannes, contribuirono ad una mutata ricezione presso l'elite intellettuale mondiale, che a poco a poco, lo considererà il primo capolavoro assoluto di un Bunuel, che non smetterà mai di provocare le platee di tutto il mondo.

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        • Intolerance di David Wark Griffith (1916).

          Vituperato, infamato e forzatamente relegato in un angolo buio della storia da parte del moderno regime del politicamente corretto a causa del contenuto revisionista e razzista di Nascita di una Nazione (1915), David Wark Griffith ha comunque il merito di aver inventato il concetto moderno di film, compiendo le innovazioni tecniche nel montaggio, storytelling ed inquadrature, necessarie a far si che il cinema non fosse concepito più come mera attrazione, ma un'arte pienamente consapevole di sè stessa, con un proprio linguaggio narrativo; se nella precedente opera purtroppo il lato artistico cozza in parte con una visione pro-razzismo e molto imbarazzante se vista oggi, che gli preclude lo status di capolavoro assoluto, con Intolerance (1916), pure i detrattori sono costretti a togliersi il cappello, ammirando in silenziosa contemplazione la monumentale arte cinematografica del genio immane di Griffith.
          Su Intolerance, c'è una letteratura sterminata, su opere così storicizzate c'è poco da dire a livello di critica "amatoriale" su un forum su internet, ne parlo giusto per onore di cronaca, aggiungendolo così alla playlist dei capolavori assoluti con annesso link, per cui consiglio assolutamente di procurarsi la versione restaurata da parte della CG entertainement, uno spettacolo visivo assoluto (specie nell'episodio di Babilonia), con ricchi contenuti speciali e della durata di 160 minuti (ma in giro vi sono versioni con fino a mezz'ora in più di durata o quaranta minuti in meno). Liquidato da alcuni critici, come pellicola "riparatoria" nei confronti del messaggio razzista di Nascita di una Nazione, Griffith in realtà nella sua visionaria mente concepì tale progetto già anni addietro, girando tra il 1913 ed il 1914 il nucleo centrale della pellicola, l'episodio moderno intitolato "La madre e la legge", un melodramma a sfondo sociale tipico della produzione del regista, che se era un razzista, si dimostrava molto avanti per l'epoca nei confronti dei diritti delle donne e dei lavoratori, nonchè un certo sdegno nei confronti della pena capitale, il cui patibolo per le esecuzioni, viene filtrato in una luce estremamente tetra da parte del cineasta. Il successo senza precedenti di Nascita di una Nazione, fece ottenere al cineasta più fondi per girare ulteriori scene e produrre l'episodio babilonese, un kolossal di monumentale sfarzo e potenza visiva, che nello splendore dell'alta definizione, rende appieno la potenza del nascente cinema industriale Hollywoodiano, portando all'apice il concetto di barocchismo estetico, giocando con i movimenti di macchina, la lussuria tramite le figure femminili delle vestali e la profondità di campo, per abbagliare gli occhi dello spettatore, che anche dopo oltre un secolo dall'uscita del film (comparatela con la Babilonia di Oliver Stone in Alexander, che fa una figura barbina a confronto), non potrà che restarne estasiato fino alle lacrime, conscio di come sia impossibile vedere al giorno d'oggi una tale ricostruzione scenografica, non solo perchè il genere è fuori moda, ma anche per il fatto che richiederebbe un budget assurdo, quindi si andrebbe di green screen a palla fatto male e tanti saluti.
          Tutte le maestranze pensavano che Griffith stesse girando dei film differenti, incapaci di vedere il disegno di un genio visionario, capace di fare l'impossibile, prendere ben quattro episodi ambientati in contesti storici molto differenti (il presente, la caduta di Babilonia, la crocifissione di Gesù ed il massacro degli Ugonotti del 1572), utilizzando un montaggio parallelo, unificando il tutto dall'emblematica scena di una donna che fa dondolare una culla (Lillian Gish) e tre figure sullo sfondo, probabilmente le tre Parche che detengono tra le mani il filo del destino di ciascun uomo, perchè il protagonista di Intolerance, non è l'individuo, ma la storia.

          La donna con la culla è l'elemento simbolico che trasforma Intolerance in un'opera di poesia a detta di Griffith (differenziandosi dalla prosa della sua precedente opera), una metafora dello scorrere del tempo attraverso varie generazioni, vittime dell'odio scaturito dall'intolleranza nei vari contesti storici, cercando di contrastarla tramite un contraltare positivo; l'amore, il più puro sentimento che può provare l'essere umano, d'altronde nulla è più duraturo e potente dell'amore che una madre nutre verso il proprio figlio, un istinto materno sviluppatasi insieme all'odio attraverso numerose generazioni, tanto da essere parte del DNA umano.
          Non tutti gli episodi sono ovviamente al medesimo livello; la madre e la legge è quello puramente Griffithiano, un episodio che funge da apertura e chiusura della pellicola, in cui il trasporto emotivo del cineasta si sente in ogni singolo frame, dotato di una potenza emotiva molto forte, da rendere chiara la scelta del perchè privare i protagonisti di tale segmento narrativo e dei successivi, dei nomi a favore di perifrasi, in modo da renderli protagonisti di vicende e sentimenti di natura universale; l'episodio Babilonese si rifà in parte al cinema epico italiano sullo stile di Cabiria, ma con un apparato tecnico-monetario Hollywoodiano, tutt'oggi è il segmento migliore, per potenza ed impatto visivo, dove però la cornice non soffoca il quadro e la figura della ragazza di montagna (Costance Talmadge), ci regala momenti di comicità con il suo carattere ribelle (mettendo in luce tragicomica la condizione femminile nell'epoca antica), così che tale episodio non soccomba al gigantismo; l'episodio riguardante la crocifissione di Gesù colpisce meno perchè di opere con tale tema successivamente ne sono state fatte di migliori, oltre al fatto che il gigantismo non si lega troppo bene con un qualcosa di intimo come la fede; infine, l'episodio del massacro degli Ugonotti nel 1587 di impianto troppo da film in costume storico con venature teatrali, ma comunque vivacizzato nelle sequenze dove si mette in chiaro come certi elementi del popolo, siano vittime delle macchinazioni politiche dei grandi personaggi della storia, pronti a sfruttare le lotte religiose, per rafforzare il loro potere. Il tutto esplode nei minuti finali, dove le varie scene si legano tra di loro in modo sempre più incalzante (il treno in corsa su tutti), sfruttando la distruzione portata dall'intolleranza (la presa di Babilonia da parte di Ciro il Grande, il massacro della notte di San Bartolomeo e la crocifissione di Cristo), aprendosi alla speranza di una risoluzione positiva, solo nell'episodio del presente, confidando in un'utopia di pace ed amore, che distrugga le barriere ed incomprensioni tra gli uomini, ma destinata a naufragare con l'ingresso degli USA nella prima guerra mondiale. Costato 385.000 dollari (1/3 del budget solo per l'episodio di Babilonia), l'opera non fu il flop che si dice in giro, guadagnando circa 1 milione di dollari, molto meno di Nascita di una Nazione, che indubbiamente era una pellicola molto più fruibile, ma Intolerance và considerato un film di pura avanguardia per l'epoca (manco oggi è facile da vedere), che per via delle sue innovazioni tecnico-narrative, mise effettivamente in difficoltà lo spettatore medio americano, ieri come oggi, poco avvezzo a narrazioni strutturate in modo non lineare, con presenza di elementi simbolici, atti a farlo ragionare, invece di dargli il solito prodotto preconfezionato.
          Ultima modifica di Sensei; 06 novembre 21, 19:29.

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          • Petite maman, Céline Sciamma (2021)
            Dopo due film sul passaggio all'età adulta, la regista torna a raccontare i bambini con una favola sull'elaborazione del lutto per la scomparsa della nonna. Nel fare ciò, si avvale di una licenza poetica per far incontrare alla piccola Marion sua madre Nelly da bambina, a dire il vero la persona che più di tutti è rimasta segnata dalla perdita. Se da un lato le vicende raccontate portano ad un riavvicinamento tra Marion e sua madre, il colpo di genio sta nella casualità inversa, per cui, una volta che Marion e Nelly si riconoscono, quest'ultima trova nella protagonista la forza per superare le difficoltà che la attendono (un intervento imminente per risolvere un problema ereditario).

            Un sogno chiamato Florida, Sean Baker (2017)
            Non so perché ci ho dormito sopra tutto questo tempo... avevo adorato Tangerine ed ero a conoscenza delle critiche ultrapositive del "progetto Florida", ma l'ho visto solo ora. Aspettative per nulla disattese, perché si rivela persino superiore al film girato con l'iPhone. Il tipo di film a cui di solito partecipa Riley Keough, mentre qui hanno chiamato la sosia lituana ricoperta di tatuaggi. Anche qui si parla di bambini, ma in un film che per quanto solare ha una sua carica drammatica dovuta all'impossibilità di questi personaggi di emergere, nonostante il mondo dei sogni si trovi lì, a un tiro di schioppo.

            Riporto un post trovato qui sul forum, che trovo esaustivo sia sul contenuto del film sia sul contesto che gira intorno alla storia.
            https://forum.badtaste.it/forum/cine...65#post1916739

            Applausi!

            The Devil's Carnival, Darren Lynn Bousman (2012)
            Una specie di racconto horror che in realtà è un musical. Un'opera particolare a partire dall'esigua durata di una cinquantina di minuti. Non pienamente convincente in nessuno dei suoi registri, ma potrei dare comunque un'occhiata al sequel.
            Per ora il miglior film del regista trovo sia Abattoir.

            Terrore nello spazio, Mario Bava (1965)
            Gioiellino sci-fi che punta molto su ambientazioni e atmosfera. Magari un po' kitsch negli esterni, ma comunque incredibile. Bel finale!

            Detour - Deviazione per l'inferno, Edgar G. Ulmer (1945)
            Visto perché pensavo rientrasse tra i capolavori noir, in realtà scopro che si tratta di un b-movie. Ad ogni modo, molto buono. Interessante per le cose strane che accadono al protagonista e per l'effetto sorpresa di alcune scene, come Vera che lo smaschera così all'improvviso, tant'è che forse non la racconta giusta. Prova ne è che alla fine si ritrova dove si aspetta di essere senza che si capisca come mai.

            L'ombra del passato, Edward Dmytryk (1944)
            Purtroppo, devo dire che è una mezza delusione. Se ho trovato il romanzo di Chandler superiore a Il grande sonno, del film posso dire che ne riprende abbastanza rigidamente la trama ma privato dei guizzi visivi che caratterizzano i migliori film del genere. L'unica immagine memorabile è quella iniziale con Marlowe bendato agli occhi per via di una sparo ravvicinato. Una nota positiva la concedo per come è stato portato in scena in modo credibile un omone "mostruoso" come Moose Malloy.

            Sesso sfortunato o follie porno, Radu Jude (2021)
            Un film che vuole mettere alla berlina alcune contraddizioni della società in cui viviamo. Dopo un inizio scoppiettante con il video porno esplicito mostrato senza filtri, il film si presenta diviso in tre atti:
            1. una prima di attesa, in cui la malcapitata insegnante, il cui video è finito online, cerca di scaricare la tensione in attesa dell'assemblea convocata urgentemente dai genitori dei suoi alunni; girando per la città, il regista ci mostra come vengano accettati elementi espliciti, come statue antiche di uomini nudi, slogan dal doppio senso neanche troppo velato o passanti che imprecano a suon di "succhiamelo";
            2. il secondo capitolo, probabilmente il più coraggioso, vede il regista in veste di lessicografo darci la definizione di diversi termini e qualche nozione di storia, la più divertente quella che accomuna il pompino e l'empatia;
            3. dopo aver gigioneggiato, si arriva alla fatidica assemblea, in cui le due parti argomentano e controbattono in maniera simile a quanto si legge in giro per internet (con tanto di presa di fondelli per chi parla di dittatura sanitaria).
            Dopo questi tre capitoli si giunge ad un triplice finale che culmina, giusto per esasperare le contraddizioni dei genitori che vogliono "proteggere" i figli, con la sessualizzazione di Wonder Woman.
            'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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            • Originariamente inviato da p t r l s Visualizza il messaggio
              [
              Sesso sfortunato o follie porno, Radu Jude (2021)
              Un film che vuole mettere alla berlina alcune contraddizioni della società in cui viviamo. Dopo un inizio scoppiettante con il video porno esplicito mostrato senza filtri, il film si presenta diviso in tre atti:
              1. una prima di attesa, in cui la malcapitata insegnante, il cui video è finito online, cerca di scaricare la tensione in attesa dell'assemblea convocata urgentemente dai genitori dei suoi alunni; girando per la città, il regista ci mostra come vengano accettati elementi espliciti, come statue antiche di uomini nudi, slogan dal doppio senso neanche troppo velato o passanti che imprecano a suon di "succhiamelo";
              2. il secondo capitolo, probabilmente il più coraggioso, vede il regista in veste di lessicografo darci la definizione di diversi termini e qualche nozione di storia, la più divertente quella che accomuna il pompino e l'empatia;
              3. dopo aver gigioneggiato, si arriva alla fatidica assemblea, in cui le due parti argomentano e controbattono in maniera simile a quanto si legge in giro per internet (con tanto di presa di fondelli per chi parla di dittatura sanitaria).
              Dopo questi tre capitoli si giunge ad un triplice finale che culmina, giusto per esasperare le contraddizioni dei genitori che vogliono "proteggere" i figli, con la sessualizzazione di Wonder Woman.
              38hhh.jpg
              Per strada trovi pure gente come sopra. E da casa tutti a fare i martiri del "politicamente corretto". Vedi te se è il caso di essere "scoppiettanti" e "senza filtri (aka senza falsi pudori)". Se mi dici d'altro canto che chi parla di dittatura sanitaria è perculato dal film ne sono lieto (...e perciò divengo politicamente corretto?); ma per me è già una sconfitta che Liliana Segre debba essere scomodata per una risposta. Per altro è ormai diventato quasi un "format" mediatico prendersi cinque minuti di notorietà travestendosi pubblicamente con la simbologia nazi-fascistae subire la replica del "autorevole" commentatore che per altro probabilmente si affretta a dichiararsi antifascista ma-anche anticomunista.

              "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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              • The Harder They Fall.

                the-harder-thet-fall-netflix-film-691x1024.jpg

                graditissima sorpresa, un western perfetto, una piccola perla del 2021, attori tutti molto bravi.
                Ultima modifica di Sonny Crockett; 08 novembre 21, 12:52.

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                • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio

                  38hhh.jpg
                  Per strada trovi pure gente come sopra. E da casa tutti a fare i martiri del "politicamente corretto". Vedi te se è il caso di essere "scoppiettanti" e "senza filtri (aka senza falsi pudori)". Se mi dici d'altro canto che chi parla di dittatura sanitaria è perculato dal film ne sono lieto (...e perciò divengo politicamente corretto?); ma per me è già una sconfitta che Liliana Segre debba essere scomodata per una risposta. Per altro è ormai diventato quasi un "format" mediatico prendersi cinque minuti di notorietà travestendosi pubblicamente con la simbologia nazi-fascistae subire la replica del "autorevole" commentatore che per altro probabilmente si affretta a dichiararsi antifascista ma-anche anticomunista.
                  Il film non parla del dualismo politicamente corretto/scorretto, un modo decisamente limitante di vedere la vita, che è molto più della politica.
                  Il film guarda piuttosto al concetto di etica, notando come cose che vanno a parare nello stesso tema a volte sono accettate e altre volte no.
                  'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                  • Originariamente inviato da Sonny Crockett Visualizza il messaggio
                    The Harder They Fall.
                    graditissima sorpresa, un western perfetto, una piccola perla del 2021, attori tutti molto bravi.
                    Ah ma allora lo devo guardare!
                    Il trailer non mi aveva convinto.
                    "Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione...E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser...E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia... E' tempo di morire"

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                    • Originariamente inviato da p t r l s Visualizza il messaggio

                      Il film non parla del dualismo politicamente corretto/scorretto, un modo decisamente limitante di vedere la vita, che è molto più della politica.
                      Il film guarda piuttosto al concetto di etica, notando come cose che vanno a parare nello stesso tema a volte sono accettate e altre volte no.
                      Ma mettere in scena un "vero" filmetto porno sulla base che è moralmente lecito se rimane privato non è già una contraddizione? E proprio il regista che lo fa' poi sanzionerebbe moralmente chi rendesse volontariamente pubblico il video, bruciando ogni residuo di pudore? Immagino piuttosto che aprirebbe una corsa sbizzarrita a non scandalizzarsi più per niente e nessuno.

                      "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                      • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio

                        Ma mettere in scena un "vero" filmetto porno sulla base che è moralmente lecito se rimane privato non è già una contraddizione? E proprio il regista che lo fa' poi sanzionerebbe moralmente chi rendesse volontariamente pubblico il video, bruciando ogni residuo di pudore? Immagino piuttosto che aprirebbe una corsa sbizzarrita a non scandalizzarsi più per niente e nessuno.
                        Da ciò che scrivi, si evince che non hai visto il film.
                        Il video, a detta della protagonista, è pensato per il privato, così come può essere pensato a mo' di videoricordo un filmato di un concerto, di uno scampolo di un evento sportivo o il figlio neonato che gioca con le macchinine, ma nel terzo atto, quando si difende, basa tutte le sue argomentazioni sulle concezioni che i genitori fanno in altri contesti. Il video sta lì come memoria del loro periodo di maggior attività "fisica", ma gli altri non devono infastidirla se lo vedono. Peraltro un'altra contraddizione è data dai personaggi che sono scandalizzati dal video ma lo proiettano durante l'assemblea nella sua interezza.

                        Quindi, per rispondere alle tue due domande:
                        1. non è ciò che fa il regista;
                        2. non è ciò che fa il regista.
                        'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                        • Ok , non ho visto il film , ma non ne stavo scrivendo per dispetto, ma incuriosito dalle tematiche esposte nella tua recensione. Per altro la mia era una considerazione più meta-cinematografica : non prenderei il Conte Dracula a presiedere l'A.V.I.S, né Rocco Siffredi e il regista a Garanti della Privacy...Diffido in genere da chi si presenta "fuori-dal-coro" ma poi finisce col voler coprire tutti i ruoli in commedia .
                          Joe D'Amato nei suoi soft-porno magari metteva di quinta il "Pierino" che sgranava gli occhi guardando la bellona nuda sotto la doccia, e dunque lo spettatore prendeva lui come filtro /alibi per guardare le nudità... Che nessuno ti chiede in un film che dovrebbe accennare a video privati "hot". Piuttosto :come fai ad essere "davvero" rispettoso della privacy se poi giri porno?
                          "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                          • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio
                            Ok , non ho visto il film , ma non ne stavo scrivendo per dispetto, ma incuriosito dalle tematiche esposte nella tua recensione. Per altro la mia era una considerazione più meta-cinematografica : non prenderei il Conte Dracula a presiedere l'A.V.I.S, né Rocco Siffredi e il regista a Garanti della Privacy...Diffido in genere da chi si presenta "fuori-dal-coro" ma poi finisce col voler coprire tutti i ruoli in commedia .
                            Joe D'Amato nei suoi soft-porno magari metteva di quinta il "Pierino" che sgranava gli occhi guardando la bellona nuda sotto la doccia, e dunque lo spettatore prendeva lui come filtro /alibi per guardare le nudità... Che nessuno ti chiede in un film che dovrebbe accennare a video privati "hot". Piuttosto :come fai ad essere "davvero" rispettoso della privacy se poi giri porno?
                            La privacy non c’entra; viene messa in dubbio la questione etica per cui, secondo i genitori, l’insegnante dovrebbe dimettersi. Infatti, nel terzo atto, il regista vuole dimostrare che il “coro” è stonato.
                            'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                            • Ma perché lo devi fare un filmetto porno Tu regista se la tesi è che se rimane privato non c' è nulla di eticamente sbagliato nel farlo? Per argomentare che gli snuff movies sono riprovevoli allora ne devi girare Te uno dal vero?
                              "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                              • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio
                                Joe D'Amato nei suoi soft-porno magari metteva di quinta il "Pierino" che sgranava gli occhi guardando la bellona nuda sotto la doccia, e dunque lo spettatore prendeva lui come filtro /alibi per guardare le nudità... Che nessuno ti chiede in un film che dovrebbe accennare a video privati "hot". Piuttosto :come fai ad essere "davvero" rispettoso della privacy se poi giri porno?
                                Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio
                                Per argomentare che gli snuff movies sono riprovevoli allora ne devi girare Te uno dal vero?
                                Non entro nella questione del film di Radu Jude che non ho visto e quindi non posso esprimermi, ma se mi dici che d'Amato faceva "soft" in cui c'era il pierino di turno che semplicemente spiava la donna nuda che si fa la doccia, mi confermi semplicemente che non ha mai visto un film di d'Amato.
                                D'Amato era un un'anima libera che ha diretto la qualunque, film gialli, thriller cannibaleschi, horror zombeschi, slasher brutali, fantasy, horror sulla necrofilia, film post-apocalittici, western e in particolare aveva una predisposizione per i PORNO espliciti, veri e propri film hardcore in cui veniva mostrato tutto, altro che le commediole erotiche con il Pierino di turno e molto spesso (specie le sue pellicole anni '70) girava questi film hardcore inserendo forti elementi thriller, d'avventura o anche horror.
                                E tra l'altro, per fare un esempio, proprio nel suo "Emanulle in America" c'è una scena in cui la giornalista protagonista assiste schifata e indignata a degli snuff movies (che ha girato lo stesso d'Amato), quindi si, per rispondere alla tua domanda del secondo messaggio, è stato fatto anche quello e proprio dal d'Amato che tu citavi.
                                Ultima modifica di Darkrain; 10 novembre 21, 02:16.

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