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  • La forma della voce - A Silent Voice

    Bellissimo e toccante film d'animazione sul bullismo. Storia di un bambino bullo che tormenta una compagna di classe sorda (con buona parte della classe connivente), per poi essere a sua volta isolato e bullizzato quando viene considerato l'unico carnefice. Crescerà isolato, apatico e con forti sensi di colpa, per poi cercare di farsi perdonare facendo amicizia proprio con la ragazza che aveva bullizzato.
    E' stato molto commovente. Nonostante i buoni sentimenti abbondino, c'è più di qualche passaggio aspro e feroce su come il protagonista non possa riparare ad un bel niente. A volte non solo è difficile essere perdonati, ma è difficile anche perdonare a se stessi gli errori fatti e andare avanti. E' anche una storia di come sia difficile aprirsi verso le altre persone ed uscire dall'isolamento.
    Rispetto al manga il film ha il pregio di asciugare varie lungaggini. Dispiace solo che abbiano accorciato un pezzo del manga dove veniva mostrato come percepisce il mondo la ragazza sorda (o forse sono io che lo ricordo più lungo nel manga). L'animazione è di livello altissimo.
    Ultima modifica di Cooper96; 17 novembre 21, 17:45.
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    • Originariamente inviato da Admiral Ackbar Visualizza il messaggio
      Shiva Baby, film d'esordio di una giovanissima regista ambientata durante un party ebraico tenuto dopo una cerimonia funebre. La protagonista è una ragazza "sbandata", giovane e per questo ancora incerta sul suo futuro, che alla cerimonia deve fronteggiare l'inattesa presenza del suo amante/sugar daddy (con relativa famiglia), le pressioni della famiglia e dei parenti, il confronto con i suoi coetanei e la sua ex. Non è una commedia che fa ridere a crepapelle, ma è ben congeniata ed ha un buon ritmo. Per certi versi, seppur sia un film completamente molto diverso, mi ha ricordato Uncut Gems per la pressione non-stop indotta da situazioni e dialoghi e per la cornice ebraica della storia.
      L'ho visto qualche tempo fa e mi era piaciuto, anche se per ottenere l'aspetto ansiogeno abusava un po' troppo dell'espediente stridenti musiche assordanti e altre cosette alla lunga stancavano (e non erano necessario abusarne visto che già la scrittura e la recitazione di per sé funzionavano benissimo); e la durata molto ridotta non permetteva di sviluppare tutte le ramificazioni dei conflitti al massimo.

      L'attrice è davvero particolare, ho visto che fa proprio la comica di professione.

      Sono curioso di vedere la regista alle prese con un film un po' più "completo".
      Luminous beings are we, not this crude matter.

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      • Cleopatra (1963)
        Kolossal dalle scenografie e costumi sontuosissimi , con alcune sequenze che risultano di impatto anche a distanza di decenni (su tutte, l arrivo di Cleopatra a Roma). Peccato però che il melodramma alla base sia alquanto modesto. Non sorprende che non abbia lasciato nella cultura popolare la stessa impronta di titoli più meritevoli come Ben Hur o Spartacus e che anzi oggi si ricordi più la produzione travagliata che il film in sé.

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        • Originariamente inviato da Lord casco nero Visualizza il messaggio
          Cleopatra (1963)
          Kolossal dalle scenografie e costumi sontuosissimi , con alcune sequenze che risultano di impatto anche a distanza di decenni (su tutte, l arrivo di Cleopatra a Roma). Peccato però che il melodramma alla base sia alquanto modesto. Non sorprende che non abbia lasciato nella cultura popolare la stessa impronta di titoli più meritevoli come Ben Hur o Spartacus e che anzi oggi si ricordi più la produzione travagliata che il film in sé.
          I problemi produttivi hanno inficiato molto sulla lavorazione, compresi i diversi cambi di registi ed una produzione trascinatasi per anni. Spartacus, Ben-Hur ed i Dieci Comandamenti sono chiaramente superiori e fissati nella memoria.
          Mio nonno faceva la comparsa come legionario nelle scene girate ad Ischia della battaglia, Elizabeth Taylor gli fece l'autografo (vanitosa com'era li faceva a tutti coloro che glielo chiedevano in realtà, quindi era tutt'altro che la mezza missione impossibile spacciata da lui), idem Richard Burton (nonna contenta pure lei), del quale ha sempre detto che beveva come una spugna ma stava sempre in piedi.
          Poi fece la comparsa anche in Waterloo e Gangs of New York, altri due flop, che misero fine alla sua carriera come comparsa, lui amava il cinema, ma evidentemente il cinema non amava lui .
          Ultima modifica di Sensei; 20 novembre 21, 11:04.

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          • Ema, di Pablo Larrain

            Finalmente sono riuscito a recuperare questo film e devo dire che mi è piaciuto davvero tantissimo.

            Ho apprezzato molto come Larrain abbia raccontato questo personaggio selvaggio di Ema, soffermandosi su una serie di personaggi decisamente "boderline" e carichi di animalesca energia (nel bene e nel male).

            In tutto questo, lo stile di Larrain è meno "costretto" e più liberatorio rispetto al precedente Jackie (certo questo è dovuto anche ai due soggetti molto differenti) e il film ha una carica, un'energia (anche erotica) davvero notevole.

            Bello, bello, bello. Maria Di Girolamo bravissima e straordinariamente sensuale.

            David.Bowman e MrCarrey alla fine ce l'ho fatta
            Ultima modifica di Tom Doniphon; 20 novembre 21, 13:51.

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            • C'hai messo talmente tanto che la Di Girolamo nel tuo avatar si è trasformata in Batman nel frattempo.

              Contento ti sia piaciuto, sì filmone e devo dire che mi è venuta anche voglia di rivederlo.

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              • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio

                I problemi produttivi hanno inficiato molto sulla lavorazione, compresi i diversi cambi di registi ed una produzione trascinatasi per anni. Spartacus, Ben-Hur ed i Dieci Comandamenti sono chiaramente superiori e fissati nella memoria.
                Mio nonno faceva la comparsa come legionario nelle scene girate ad Ischia della battaglia, Elizabeth Taylor gli fece l'autografo (vanitosa com'era li faceva a tutti coloro che glielo chiedevano in realtà, quindi era tutt'altro che la mezza missione impossibile spacciata da lui), idem Richard Burton (nonna contenta pure lei), del quale ha sempre detto che beveva come una spugna ma stava sempre in piedi.
                Poi fece la comparsa anche in Waterloo e Gangs of New York, altri due flop, che misero fine alla sua carriera come comparsa, lui amava il cinema, ma evidentemente il cinema non amava lui .
                Caspita, incredibile la storia di tuo nonno, quanta invidia per gli autografi!

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                • Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio
                  Ema, di Pablo Larrain

                  Finalmente sono riuscito a recuperare questo film e devo dire che mi è piaciuto davvero tantissimo.

                  Ho apprezzato molto come Larrain abbia raccontato questo personaggio selvaggio di Ema, soffermandosi su una serie di personaggi decisamente "boderline" e carichi di animalesca energia (nel bene e nel male).

                  In tutto questo, lo stile di Larrain è meno "costretto" e più liberatorio rispetto al precedente Jackie (certo questo è dovuto anche ai due soggetti molto differenti) e il film ha una carica, un'energia (anche erotica) davvero notevole.

                  Bello, bello, bello. Maria Di Girolamo bravissima e straordinariamente sensuale.

                  David.Bowman e MrCarrey alla fine ce l'ho fatta
                  bene, mi fa piacere che tu lo abbia apprezzato

                  "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                  Votazione Registi: link

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                  • Alcune visioni recenti:

                    Vita da Carlo di Carlo Verdone

                    Probabilmente è la miglior cosa fatta da Verdone negli ultimi 20 anni. Finalmente torna il giusto mix di commedia e malinconia, dopo che gli ultimi suoi film avevano avuto una virata verso il basso e il triviale. Dopo il suo peggior film in assoluto (Si vive una volta sola) un'inaspettata rinascita.

                    Strappare lungo i bordi di Zerocalcare

                    Divertente miniserie, un flusso di coscienza ininterrotto dove si spazia tra gli argomenti più disparati. Non tutte le cose sono riuscite bene, anzi, però ci si fanno due risate se si riesce a sopportare la voce del protagonista In giro ne sto leggendo parlare benissimo, termini come "genio" e "capolavoro" si sprecano. Per me è una cosa "buona" e basta, giocata anche su singoli sketch abbastanza facili da portare a casa (la casa in disordine, la ruota che si sgonfia, la disoccupazione, il treno con l'aria condizionata a palla, tutti argomenti da stand up comedian), con la nota finale drammatica che farà contento il pubblico femminile.

                    Un altro giro di Thomas Vinterberg

                    Ecco, questa è una piccola delusione. Il soggetto di partenza è assai intrigante, Mikkelsen sforna una prova di altissimo livello (in ottica Bad Awards credo sia il favorito al momento), ma lo sviluppo della trama è abbastanza piatto e lineare, senza guizzi di nessun tipo se non giusto un minimo la sequenza finale. Pienamente sufficiente, ma mi aspettavo sinceramente qualcosa di ben altro spessore, mentre è stata una visione senza sussulti emotivi (tranne la scena a cena ad inizio film, con un Mikkelsen eccezionale) un filo anche noiosa.
                    https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                    "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                    • The Firm di Sydney Pollack

                      Solido ed elegante legal thriller. La prima metà costruisce una tensione, mista a surrealismo, da applausi, di quelle che pensavo "qui c'è profumo di capolavoro", ed è accompagnato da una colonna sonora favolosa con deliziosi sprazzi jazz.
                      E poi c'è un gran cast. Non parlo solo dei protagonisti Tom Cruise e un grande Gene Hackman (il personaggio scritto e interpretato meglio, quello che rimmarrà alla fine della visione). C'è una fila di caratteristi "prima che diventassero famosi":
                      - ci sono Tobin Bell (aka Jigsaw di Saw) e Dean Norris (aka Hank Schrader di Breaking Bad) che fanno una coppia di sicari;
                      - c'è Jerry Hardin aka il Gola Profonda di X-Files che fa un avvocato;
                      - c'è Gary Busey (che nella mia testa è il buddy di Keanu Reeves in Point Break) che fa il detective strambo;
                      - Margo Martindale che fa la segretaria di Tom.

                      E sicuramente me ne sono persi altri che non ho riconosciuto. Tutti concentrati in unico film, per la gioia dei cinefili.

                      Ahimè quello che lo frena dal diventare un gioiello sono alcune implausibilità di troppo (su tutte: il modo in cui il protagonista "mette nel sacco" l'agente dell'FBI che lo sorveglia), che hanno messo alla prova la mia sospensione dell'incredulità. Detto questo rimane comunque un gran film.
                      Ultima modifica di Cooper96; 23 novembre 21, 21:34.
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                      • Pollack dopo Tootsie è andato calando, il fondo lo tocca negli anni 90', si riprenderà solo con il film finale, The Interpreter.

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                        • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                          Pollack dopo Tootsie è andato calando, il fondo lo tocca negli anni 90', si riprenderà solo con il film finale, The Interpreter.
                          Se The Firm ('93) è il fondo mi aspetto che quello che viene prima sia oro massiccio...
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                          • Il Potere del Cane di Jane Campion (2021).

                            Una guerra esterna ed un conflitto interiore lacerante, sono i poli emotivi sfruttati da Jane Campion nel suo ritorno al cinema con il Potere del Cane (2021) dopo ben dodici anni di assenza dal grande schermo, andando indietro nel tempo e nello spazio, nel lontano Montana del 1925, con due fratelli proprietari di un grandissimo ranch; Philip (Benedict Cumberbact), un rozzo, bifolco e dispotico padrone che manda avanti l'attività con il pugno di ferro con estrema insensibilità nei confronti di ogni etichetta del buon vivere sociale, suo fratello George (Jesse Plemons), un pingue e mite uomo, più adatto a tenere la contabilità dell'attività che a gestirne il lato pratico, sentendo però la necessità ad un certo punto di sposarsi, trovando l'occasione tramite la vedova di mezza età Rose (Kirsten Dunst), con il giovane figlio a carico Peter (Kodi Smith-McPhee), un ragazzo efebico schernito da tutti, per via dei suoi modi di fare gentili e ben poco rozzi, in sostanza paga essere l'esatto contrario di ciò che ci si aspetterebbe da un uomo della frontiera.
                            Philip instaura immediatamente una guerra aperta con Rose, per poi mano a mano sfumare in un conflitto psicologico, mirato ad annientare ed annichilire quotidianamente la donna, tramite sfide sonore (piano contro banjo), occhiate indiscrete, commenti inopportuni e così via, tanto da rendere tramite la regia della Campion uno spazio vastissimo a perdita d'occhio, iper-claustrofobico, dove anche al di fuori dell'immensa dimora, il senso di oppressione non svanisce, facendo sprofondare la donna in una spirale alcolica autodistruttiva, che poco a poco ne logora sottilmente la salute.
                            La logrante guerra a senso unico tra Philip e Rose, rende quest'ultima vittima della mascolinità tossica del primo, incapace di reagire ed impossibilitata ad essere difesa da un marito affettuoso quanto imbelle, ha provocato le reazioni entusiastiche della critica anglosassone da oramai qualche anno facile ad andare in visibilio per prodotto che rivisitano le figure celebrate per oltre un secolo dal cinema, per farne denuncia contro le donne e le minoranze oppresse a lungo, intento lodevole, ma c'è un problema; Rose e George sono personaggi di una banalità sconcertante a livello di scrittura, figure a tesi che vivono solo in funzione del messaggio da lanciare e non come veri e propri esseri umani con una propria psicologia, come d'altronde è molto pigra e debole tutta la prima parte che li vede protagonisti, dove solo la notevole confezione visiva della Campion capace di dare concretezza materica al desolato paesaggio infinito (altro che la Zhao, con i suoi paesaggi del niente), trovando fiammate di luce nelle sporadiche apparizioni di un Philip intrigante, ma che avrebbe bisogno di un contraltare per poter dispiegare tutta la propria potenza umana.

                            A metà film arriva Peter al ranch, personaggio che in un melodramma sarebbe stato di mero supporto alla madre contro le angherie di Philip, quando invece la Campion fa inversione ad "U" nella narrazione, trasformandola in una parabola umana di rara potenza emotiva, dove il rozzo Philip contro ogni pronostico decide di cooptare il giovane al proprio servizio, che oltre a spiazzare lo spettatore rompendo il monolitico stereotipo del rozzo bovaro, dona una nuova quanto desolante chiave prettamente interiore nella lettura al personaggio, molto oltre le sfuriate iniziali riprese in modo vanagloriosamente virtuosista, riuscendo così ad aprire nuove ed interessanti prospettive.
                            L'esibito orgoglio dell'odore del ranch, la virulenza nel porsi con gli altri, gli sguardi lontani verso i corpi dei cowboy al suo servizio mentre si lavano (anche se Campion non ci mostra i loro organi genitali, grosso errore; vediamo si e no mezzo pene di Cumberbatch), i bagni solitari nel ruscello per reprimere la carica sessuale, la castrazione compiaciuta del bestiame compiuta a mani nude e la pulizia della sella con annessa corda intrecciata, come se fossero feticci erotici di cui godere, gettano una luce differente sul modo di leggere il comportamento dell'uomo, nonchè donano una profondità psicologia ben più interessante di quella che si prospettava all'inizio del film, con annesso sguardo sulla sessualità dell'uomo, incapace di poter esprimere un benchè minimo affetto verso qualcuno, fino a quando non scopre di potersi innamorare di qualcuno e quell'individuo è Peter, per il quale intreccia la corda per fargli una fune, gli insegna a cavalcare e sempre più spesso lo porta con sè per fargli da mentore, ma ben sa che oltre un cameratismo spinto a livelli elevatissimi non potrà andare (inoltre poi è lo zio acquisito), vista la costruzione da macho che s'è fatta ed il discredito che ne deriverebbe dal portare ciò alla luce in un luogo iper machista come la frontiera, gli è impossibile di andare, così per tenere a bada gli istinti sessuali repressi, agisce per eccesso di esibizioni di mascolinità, predicando spesso i suoi ricordi per il maestro defunto di vista, il vecchio Bronco Henry, verso il quale ha una cura dei suoi oggetti ai limiti dl maniacale.
                            Molto più convincente nella seconda parte, aprendosi a prospettivo emotivo-comunicative ben più interessanti, del banalotto dramma che si prospettava nella prima metà di film, il Leone d'Argento a Venezia per la miglior regia ed i tributi critici stellari della critica anglosassone, paiono prospettare valanghe di premi per un'opera troppo gonfia e carica, che indubbiamente ha la sua dignità effettiva nel ritratto di Philip fattane Benedict Cumberbacht, abbastanza lontano dai soliti stereotipi omosessuali di certo cinema moderno, nonchè nella sorpresa Kodi Smith-McPhee, nel celare una natura spietatamente vendicativa, nonostante il carattere e l'indole efebica.

                            Originariamente inviato da Cooper96 Visualizza il messaggio

                            Se The Firm ('93) è il fondo mi aspetto che quello che viene prima sia oro massiccio...

                            ... dopo per tua informazione viene il remake di Sabrina di Billy Wilder, con quello Pollack sfonda il fondo del barile. Il nucleo del cinema di Pollack sta dal 1969 al 1975 (in pratica da Non si uccidono così anche i cavalli? fino ai Tre Giorni del Condor).

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                            • Visto anch'io Il Potere Del Cane: mi è piaciuto molto, e senza particolari riserve. I due personaggi di cui si lamenta Sensei non mi son parsi certo memorabili, ok, ma tutto sommato fanno il loro nel contesto di un racconto essenzialmente duale.
                              Inizialmente la Campion sembra puntare forte su una narrazione decisamente manichea e ben centrata su canonici conflitti di carattere (da un lato il capobranco ruvido e mascolino, dall'altro il ragazzetto femmineo, virginale, esile come un giunco, sostenuto dalla madre e dal patrigno civilizzatori. J.Wayen e B.Keaton, figurativamente), ma pian piano, a passettini lenti ma inesorabili, sfuma certi dualismi caratteriali e certe asperità drammatiche, e fa sì che i personaggi si vengano sommessamente incontro. Il conflitto impostato in apertura in pratica non sembra accendersi mai, ma in modo tale che l'intero racconto, dal passo calcolatamente blando e divagante, venga gradatamente "caricato" dal perdurare, sottotraccia, di una tensione morbosamente irrisolta. Un po' come se il profilo drammatico del film, pur solido, si intradevedesse a stento come quello del cane disegnato dal crinale dei monti.
                              Quando i due opposti finalmente s'incrociano, lo scontro tanto atteso non si risolve come previsto, ma con una sorta di adozione vicaria nutrita di sommesse attrazioni omoerotiche, tanto che il giovane figlioccio si ritrova alla lunga con un'identità fratturata, in cui si condensano epoche e stili di vita irriducibili: i guanti di pelle indiana, il lazo da cowboy, e la modernità domesticata che incombe alla finestra. D'altro canto siamo già nel l925, le auto gironzolano qua e là, e i vecchi eroi frontiereschi sono passati da tempo alla Storia. B.Cumberbacht - che, verremo a sapere quasi per caso, ha studiato, conosce greco e latino, e domina con eloquenza la Parola, benchè da tempo abbia smesso di lavarsi - non è realmente l'ultimo buscadero - magari uno dei tanti partoriti dal genere nella sua variante crepuscolare - ma più che altro l'ultimo a volerli ricordare, a mantenerne viva la memoria. Non arrivo a dire che reciti una parte, ma in lui si indovina presto l'inquietudine e la vaghezza identitaria della figura modernamente sfuggente ed enigmatica. Un grosso personaggio, e ben calzato da un interprete che lascia avvertire subliminalmente l'inquietudine dietro le incrostazioni di ostentato lerciume.
                              Ottimi gli attori in generale, ritmo lento ma mai slavato, elegante benchè aliena da leziosità la regia, che vive spesso di un'attenzione - tipica della Campion - per il dettaglio, al tempo stesso ruvido-materico e poetico-simbolico (si vedano le schiene "sensuali" dei cavalli, o il cadavere brevemente inquadrato come una statua antica in marmo bianco).
                              Ultima modifica di papermoon; 29 novembre 21, 11:17.

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                              • per essere il suo debutto alla regia, Halle se la cava benissimo
                                promosso, 7 pieno

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