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  • Originariamente inviato da Darkrain Visualizza il messaggio

    Ma di quella New York violenta, cupa e marcia abbiamo testimonianza in qualsiasi film ambientato lì negli anni '70 e '80, da Taxi Driver a Maniac, da Lo Squartatore di New York a Il giustiziere della Notte, da Vigilante a L'angelo della vendetta.
    Vero, non avevo fatto il collegamento di tutti questi allo stesso periodo, ottimo intervento.



    Intanto:

    The Karate Kid Part III di John G. Avildsen

    E' meno peggio di quel che temevo. Però va preso per quello che è: un cartone animato. Laddove il capostipite aveva un tot di ingenuità, qui sforiamo nel mondo di Tom&Jerry. In una scena c'è un milionario che si intrufola nelle case altrui e poi si nasconde su per la cappa del camino . Per il resto è un film noiosetto e iper "naive", ma non inguardabile, mi spiace però che la parte dell'allenamento e del torneo finale abbia così poco minutaggio. (Cioé nel capostippite la parte dell'allenamento è una delle più famose, "metti la cera togli la cera", in questo invece c'è quasi zero...).
    Menzione d'onore per Thomas Ian Griffith aka Terry Silver. Il film sta in piedi per merito suo, ci mette un entusiasmo ed un'energia nel ruolo davvero lodevoli che tengono su tutte le scene in cui c'è, nonostante il non-sense generale.

    Se negli anni '80 Terry Silver era nel business dello smaltimento rifiuti tossici chissà cosa gli faranno fare in Cobra Kai (?)


    E ho rivisto Gone Girl. Sarà che conoscevo già tutti i colpi di scena comunque mi sono discretamente annoiato...e oltre al fattore intrattenimento, m'è parso superficiale, me lo ricordavo con ben altro spessore.
    Invece riguardo l'impianto visivo è la perfezione, praticamente non c'è inquadratura che non sia geometricamente esatta, e non ti venga da esclamare "qualsiasi altro modo di girarlo sarebbe peggiore".
    Ultima modifica di Cooper96; 21 dicembre 21, 00:43.
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    • MADRES PARALELAS di P.Almodovar
      Me gustò mucho.
      Da tempo lontano da esibizionismi autoriali, P.Almodovar adotta una forma nitida, scarna, qua e là quasi da teleromanzo (benchè sempre curata dal punto di vista coloristico, scenografico, compositivo), restando il più vicino possibile alle attrici e creando uno spazio intimo a base di quadri d'interni e piani stretti con volti femminili e manine d'infanti. Sembra voler delimitare il territorio un po' magico e arcaico dell'accudimento, del prendersi cura, del farsi carico, territorio governato/presieduto da queste madri chiamate al duro compito di allevare una prole non richiesta e sempre e rischio di finire nel nulla, per infausti destini biologici o scarsa propensione. La dimensione narrativa privata e artificiosa della "soap" (a base di strane coincidenze, destini che s'incrociano, scambi di persona, agnizioni, catarsi) si muove però in parallelo con quella pubblica e tragica della Storia, cui si accenna in apertura lasciandola poi aleggiare fuori campo.
      L'una è inseparabile dall'altra, e solo quando il decennale rimosso ispanico verrà finalmente alla luce i nodi emotivi si scioglieranno, riallacciando la catena spezzata dell'accudimento, facendo dell'accudire un atto privato e pubblico insieme. E finendo, inevitabilmente, per ravvivarne il desiderio anche nel presente.
      Mi è parso questo, a sommi capi, il discorso morfocontenutistico di un piccolo/grande film che scalda davvero il cuore, semplice nel senso migliore del termine. Brava la Penelope.
      Ultima modifica di papermoon; 21 dicembre 21, 22:35.

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      • Originariamente inviato da Darkrain Visualizza il messaggio

        Bella e simbolica quella parte, da una parte la Manhattan bella e ricca, rappresentata da ragazzi con una tranquilla vita tutta casa, chiesa, scuola e discoteca e che vanno ogni sabato a divertirsi al The Tunnel nel quartiere Chelsea; dall'altra la New York della periferia, quella marcia, fatta di delinquenza e povertà, la New York del Bronx, del Queens o di Coney Island, dove i ragazzi (sopra)vivono nelle strade e vivono un vero e proprio inferno ogni giorno, tra guerriglie urbane e criminalità giornaliera.
        All'epoca questa differenza tra le classi si sentiva tutta e New York


        Scena davvero memorabile.


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        • Originariamente inviato da papermoon Visualizza il messaggio



          Scena davvero memorabile.

          Si capisce proprio che a volte nella vita basta nascere vicino alla giusta stazione del tram.
          LA fortuna esiste, eccome.
          Anche se è vero che con l'impegno uno se la crea o per lo meno non è una vita sprecata se si tenta.
          Ultima modifica di Waste Allocation Lifter; 21 dicembre 21, 15:08.

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          • Brooklyn (2015, John Crowley) Storia semplicissima che piú semplice non si può, il film parla di Eilis, ragazza irlandese che parte per l'America in cerca di fortuna a metà degli anni '50. Naturalmente i primi tempi saranno durissimi tra nostalgia di casa e acquisto di nuove abitudini..
            Un film piccolino che non alza mai la testa per sembrare piú alto di quello che è, ma fa tutto quello che si chiede ad un film, raccontare una trama con bei personaggi, con belle scene (chi è che non vorrebbe vedere piú cene del convitto femminile?? Strepitose) e colpi di scena ben messi, per quanto soffici alla fine.
            Sopra tutto, il tema dell'immigrazione, il che cosa si lascia quando si parte, le radice che a volte possono essere cosí pesanti e che cosa si trova una volta arrivati, al fatto che se ci si impegna qualcosa esce fuori dai nostri sforzi, che l'uomo è un animale adattivo.
            Ecco, forse fossi irlandese un attimo mi verrebbe da impermalosirmi, ma credo si possa rappresentare così anche qualsiasi paesino del centro sud italia.
            Nella sua piccolezza, un film impeccabile.

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            • Visti un pò di film del 2021, che l'anno scorso vedersi film consigliati nelle liste di fine anno fu abbastanza prolifico.
              Quest'anno no, ho visto poco perché poco disponibile nelle piattaforme in streaming.
              Diciamo che ancora l'industria non ha capito che difficilmente certi film saranno visti se non li metti (dopo almeno pochi mesi dall'uscita) in una piattaforma streaming, inutile fare i Don Chiscotte contro i mulini a vento.
              Anche perché puoi metterli a noleggio, ok, ma io personalmente continuo a preferire di vedermi prima i film disponibili inclusi nell'abbonamento che mi possono interessare (e sono tantissimi in qualsiasi piattaforma, per ora).
              Detto questo alla fine me ne sono visti 4 e basta. Uno è stato Il Potere Del Cane di cui ho già discusso. Non mi è piaciuto e credo che sia un film fatto e finito per colpire un certo tipo di pubblico e critica ammmericana. Obbiettivo riuscito, sicuramente, ma a me ha lasciato molte perplessità.
              Stessa sostanza sembra essere fatto Due Donne - Passing, storia di 2 donne che si rincontrano dopo molto tempo nell'America di metà '900. Tutte e due nere, una nasconde questo fatto e si è persino sposata un bianco razzista che gli ha concesso una vita di agi ma anche di timore di essere scoperta e nostalgia della vecchia vita.
              Quindi il film parla del suo rientrare nella comunità nera attraverso le feste e la vita familiare dell'altra.
              Il tutto in un bianco e nero francamente bruttarello, dove scompare tutta la profondità che un approccio del genere al cinema poteva dare (proprio come in The Artist).
              Una storia confusa, una scrittura un pò instabile e personaggi molto macchiettistici.
              Anche qui non necessariamente un brutto film (tra l'altro è un esordio, diamogli il beneficio del dubbio, suvvia) ma sicuramente imperfetto, fuori fuoco, che non riesce a dare il meglio di sè dalla storia che tratta.
              Menzioni di (dis)onore al finale che è veramente il non saper come concludere in maniera degna il tutto.

              Il secondo film è consigliato dalla lista di Players ed è sicuramente il migliore del lotto.
              The Trip (Tommy Wirkola, 2021) non è un capolavoro ma un film a cui non si può dire nulla, i pochi elementi che ha li sfrutta a dovere, creando un piccolo mondo coerente e credibile nell'incredulità del tutto.
              Commedia dark norvegese, la storia è di due coniugi che vanno a passare un weekend nella baita del padre di lui. E' una coppia visibilmente stanca, in profonda crisi e noia, ormai affossata dalle proprie abitudini e il consolidamento dei difetti dell'uno e dell'altro.
              Ma magari uno dei 2 ha intenzione di porre fine alla storia nel peggiore dei modi...
              Da qui parte una storia esaltante e divertentissima, piena di slatter fatto veramente bene e colpi di scena semplici ma riuscitissimi.
              In tutto questa azione descrive soprattutto i 2 protagonisti in maniera credibile, riuscendo con poche informazioni a farci capire i loro pensieri e cambiamenti.
              E' sul Netflix, perfetto per una visione divertita, lo consiglio fortemente.

              L'ultimo me lo sono andato a vedere al cinema, visto che un cinema in centro Firenze, La Compagnia, in questi giorni sta facendo una "best of " dell'anno.
              Ora, andare a vedere un film in centro Firenze è sempre un problema ma una volta l'anno me lo posso concedere.
              Eravcamo 5 che poi durante la visione siamo diventati 4. Tanto per farvi capire quanto la Regione Toscana scorre potente in questo cinema.
              Il film in questione è Petit Maman (Céline Sciamma, 2021), film francese piccolissimo (anche per la durata: 72 minuti) che narra di questa bambina che trascorre un periodo di estate alla casa ormai disabitata della nonna. Decide di voler costruire una capanna nel bosco durante la sua permanenza lì e, inoltrandosi nella foresta, incontra una bambina della solita età con il suo stesso obbiettivo.
              Allora, mi è sembrato il tipico film che non riesce fino in fondo a trarre il meglio dalla sua idea. Vuoi per anche la mancanza di mezzi (si parla di 4 attori in tutto, 4) ma certe cose si potevano fare anche senza il dispiego di chissà che mezzi. Penso per esempio all'ambiguità di usare il solito set per 2 diversi "scenari", idea forte ma poco usata.
              E a volte lascia dei non detti che, proprio per il fatto che dura pochissimo, potevano essere riempiti, anche senza fare chissà che spiegoni.
              Alla fine film carino, l'attrice bimba protagonista è formidabile e regala almeno un paio di scena molto belle.
              Rimane comunque un certo astio sul fatto che si poteva fare di più con una idea così bella a svilupparla di più.
              E infatti la scena della "musica del futuro" ce lo mostra.

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              • Come regalo di Natale per l'utenza di Badtaste cosa c'è di meglio di un capo Gucci?

                House of Gucci di Ridley Scott (2021).

                Innanzi all'invasore colonialista straniero del nostro sacro suol patrio, purtroppo ho dovuto sacrificare la visione di Diabolik dei Manetti (2021), a favore del prodotto americano che da uno sguardo estero vuole narrare un episodio di cronaca e marchio accaduto in Italia, House of Gucci di Ridley Scott (2021), sin dal titolo dal nome suadente, dolce e ricolmo di fascino, ha da subito le stimmate dell'istant cult, se ci mettiamo quel mignottone di Lady Gaga nel ruolo di Patrizia Reggiani, che ha scatenato apprezzamenti altrettanto spinto ed accesi quanto molto simili a quelle dei dipendenti nella fabbrica di autotrasporti, non poteva che far scegliere alla maggioranza del gruppo per la visione del suddetto film, girato da uno Scott ben lontano dalle ambizioni elevate dei suoi lavori più riusciti, così come del contemporaneo Last Duel (2021), ma specularmente a quest'ultimo abbiamo un nuovo ritratto femminile di donna forte, che si muove in un ambiente tipicamente maschile, nonchè conservatore, come quello dell'industria italiana, che nella moda ha la propria eccellenza da esportazione nel mondo, eppure così refrattario ad accettare al proprio interno la componente femminile in ruoli di comando, per via di differenti visioni della realtà capitalista nostrana, che preferisce il sicuro orticello da coltivare e mantenere, piuttosto che affrontare nuove sfide, di certo rischiose, ma potenzialmente remunerative.
                Ispirato ad una storia vera dice la didascalia iniziale, Scott gira un film indubbiamente minore, ma non privo di interesse e attrattiva spettacolare, anche se come suo solito il regista pare abbia usato la vicenda reale come mera traccia, per fare spesso una totale distorsione dei fatti (date cambiate, luoghi diversi, fatti alterati etc...), interpretandoli a modo suo, seppur il ritratto della famiglia Gucci sia connotato da grandi negatività per ognuno dei suoi membri (il che ha portato gli eredi ad esprimere ostilità nei confronti dell'opera), cominciando dai decani Rodolfo (Jeremy Irons) e Aldo (Al Pacino), chiusi nel loro piccolo giardino, incapaci di affrontare il rinnovamento degli anni 80', mentre i loro eredi non promettono nulla di nuovo; Paolo (Jared Leto) è un completo idiota, mentre Maurizio (Adam Driver), è introverso sino al limite della socio-fobia, trovandosi come sposa una Patrizia Reggiani, che è l'esatto opposto; arrivista, la definisce Rodolfo, ma nella pellicola emerge il ritratto di una donna che dietro la sua esuberanza, cela in realtà un'ambizione smisurata, mirando a vette sempre più alte, insofferente per questo sia al modo di gestire l'azienda da parte dei due anziani soci, sia dalla riluttanza del marito ad entravi a farne parte. Patrizia sogna l'America, il suo sguardo rivolto nel cielo temporalesco di una New York verticistica, anela il suo desiderio recondito di far parte di quel capitalismo movimentista sfrenato a stelle e strisce, cosa a suo dire negatale, perchè circondata da una famiglia di idioti, che si ritrova tra le mani un giocattolo oramai divenuto molto più grande rispetto alle loro mediocri capacità, così la donna manipola a fin di bene il marito, per fargli scalare posizioni nell'azienda e prendere decisioni innovative per il marchio, contribuendo così a traghettare Gucci nelle nuove sfide, che gli si pongono innanzi.

                Il ritratto di Patrizia Reggiani di Scott è quello della donna cinematografica post-metoo, per cui il regista mette la propria tecnica cinematografica totalmente al servizio del nutrito cast di volti noti, tutti gravitanti attorno alla star che campeggia al centro della locandina; Lady Gaga, cantante alla sua seconda esperienza come attrice, che centra il personaggio della Reggiani nei suoi eccessi kitsch-pacchiani e nei suoi modi di fare volgari, accentrando su di sè l'attenzione di una pellicola, che probabilmente avrebbe dovuto abbracciare appieno il suo lato pacchiano e pop, senza cercare dei bruschi contrasti seri nei toni, che finiscono solo con lo stonare nell’amalgama generale della pellicola, credendo così fino in fondo nelle potenzialità della sua protagonista, che negli eccessi valorizzati dalla fotografia di Wolski, ci sguazzava alla grande, puntando a fare di House of Gucci un’opera totalmente character driven (incredibile a dirsi da parte del sottoscritto, causa disistima nei confronti di Gaga), poichè quando il personaggio risulta troppo tempo lontano dallo schermo, il film perde molto di interesse, aprendosi così anche a tesi non felici nel risultato finale, poichè Scott finisce con il costruire una figura con cui il pubblico empatizza troppo, financo assolverla dal delitto commesso, con delle situazioni di fondo, che arrivano a giustificarne la follia omicida, tramite situazioni e letture di comodo eccessivamente distorsive della realtà dei fatti, trasformando una gelosa ossessiva, in una donna innamorata tradita del suo amore.
                Con una Gaga catalizzatrice, il Maurizio di Adam Driver ha un’ottima chimica con la propria partner, grazie all’ottimo mestiere dell'attore, uscendone alla fine come miglior interprete della pellicola valorizzando l'introversa immaturità del suo personaggio, nel suo cambiamento da innocente a mostro freddo, in pratica un Gucci; cosa non affermabile invece nè per Aldo Gucci, troppo caricato nella scrittura, seppur Al Pacino ne evidenzi bene il cinismo sottile, né soprattutto per il figlio Paolo, una macchietta patetica quanto ridicola, che distrugge il film ogni volta a cui assistiamo alla presenza in scena di Jared Leto, colpa di una combinazione letale tra pessima scrittura e attore incapace, esagitando come suo solito in mossette caricaturali eccessive, che vorrebbero tanto conferire un’aria maledetta ad un personaggio in effetti intriso di una tragicità patetica, la quale finisce solo con l’ammantare di ridicolaggine la sua prova, incapace a differenza di Lady Gaga di far propria la pacchianata ed uscire con naturalezza, anche dai notevoli scivoloni della messa in scena di uno Scott, che tante volte stride negli intenti finali, per via di accostamenti scult tra musica ed immagini, mettendo insieme in modo inusitato alto (La Traviata di Giuseppe Verdi) ed il basso (la scena di sesso nell’ufficio della Reggiani).
                Spiace la presenza inesistente nel cast di attori italiani, per una vicenda alla fine ambientata nel nostro paese, il che porta Scott ad uno sguardo con fin troppi stereotipi francamente risibili sull’Italia e le sue dinamiche (negli USA rompono tanto i coglioni sugli asiatici, indiani, latinos e persone di colore, ma sugli italiani nulla da dire?), ma critiche divisive a parte e dibattiti sugli accenti italiani dei personaggi (se reciti in inglese per me è una cosa che andrebbe non fatta, ma non posso giudicare avendolo visto doppiato), anche se i risultati ai botteghini innanzi all’uragano contemporaneo in sala di Spider-Man : No Way Home di Jon Watts (2021), sono gli unici ad essere più che dignitosi in questo periodo, dando conferma al brand Lady Gaga, capace di portare gente al cinema con la sua presenza, grazie all'intuito di scegliere progetti di non alto spessore artistico, ma alla fine dei conte, comunque opere in cui ci si trova bene, evitando destini cinematografici infausti alla Madonna per ora.

                Ultima modifica di Sensei; 25 dicembre 21, 10:50.

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                • The King di David Michod

                  Film molto molto bello sebbene ammetto che ho un grosso debole per i film ad ambientazione medievale. Un classico percorso di formazione con svolte telefonate ma l'esecuzione è di ottima fattura, gli attori ci credono, lo sguardo di Michod è abbastanza personale (nel modo anticlimatico in cui gira le battaglie e i duelli, e c'è un bel montaggio durante la parte dell'assedio con le catapulte). In paritcolare molto ben girata la battaglia finale. sporca e confusa, una rappresentazione semplice ma efficace: l'idea migliore del film.
                  Protagonista Chalamet, che quando si tratta di scene importanti è bravo (il discorso pre-battaglia, la sfuriata nel finale), mentre quando si tratta di convenzionali conversazioni continua a sembrarmi mezzo addormentato. Comunque una performance nettamente migliore che in Dune.
                  Chapeu per essere riusciti a girare questo film con solo 20 milioni.

                  Passando alle note dolenti, c'è una fotografia decisamente troppo scura negli interni e troppo ""riflettente"" (non so se rendo l'idea), che è davvero un peccato visto quant'è bello il film. Il film manca un po' di coesione: va bene che il focus è sul percorso del giovane Henry, ma è quasi come ci fosse uno scollamento fra il pre-incoronazione focalizzato sui ribelli ed il post-incoronazione focalizzato sulla Francia. In generale c'è troppa scarsità di approfondimento sullo scenario geo-politico iniziale. Dare una panoramica più approfondita e menzionare la Francia come big-baddie all'inizio avrebbe aiutato a dare più filo conduttore, ritmo, e reso la narrazione più scorrevole.

                  Infine c'è Nicholas Brittell alle musiche, di cui non avevo mai ascoltato nulla ed è stata folgorazone: una colonna sonora meravigliosa che da sola vale la visione.


                  Più passa il tempo più questo film mi sta crescendo. Vorrei facessero più film così. Michod ora che fa? Notizie recenti non ne trovo.
                  Ultima modifica di Cooper96; 26 dicembre 21, 20:57.
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                  • 38cc.jpg
                    LA SCELTA DI ANNE _ L’événement / Regia_Audrey Diwan
                    O l’aborto du cinema. Mah.
                    Imputtanita (…per dirla alla romagnola…)con due amiche compagne di corso , per la Facoltà di Lettere, 1963, Anne va’ a ballare e mi snobba un ragazzo caruccio ma pompiere ; Lei che _anche spronata da una madre barista ferma ma orgogliona_ mica vuol fare la casalinga, perdinci. Tuttavia ha già preso una “baguette” da un suo pari (vivaddio!)ed il “forno” sta lievitando , nell’inesorabile incedere dei giorni, un feto. Cosa che le peggiora decisamente l’umore e la rendita scolastica, dato che l’interruzione di gravidanza l’è giuridicamente preclusa . Così Anna si barcamena in penose soluzioni artigianali sempre più invasive , dove soffre assai. Alla tredicesima settimana o la va’ o la spacca; e già che c’è ci scappa una sveltina antistress col pomp…iere. Poi ancora dolore e forse un’occasione per rimettersi in pari col piano di studi.
                    Girato in 4:3, stile videogioco in terza persona, con qualche panoramica circolare e piano-sequenza stretti per cogliere elementi scabrosi nella giusta convinzione che reiterare cinquanta volte la stessa inquadratura e giocarsela tra fuori fuoco ‘gnoranti e cruderie pornografiche conferisca istantanee patenti autoriali. La cagneria registica dunque serve un personaggio, Anne, che non è altro che la proiezione delle influencer , celebrities, imbucate stronze a pedali summa delle due supreme passioni dei rotocalchi : ossia appunto le vip’s che calcano una qualsivoglia parvenza sponsorizzata di red carpet , e la muta di bastardini che hanno (purtroppo) messo al mondo. Questo “L’événement” è indice di un media che non sa offrire una visione del divenire e così si ripiega ad infliggerci ed addirittura premiare ‘sta sbobba antistorica, fuori dal dato inequivoco del calo demografico in atto. Avvilenti e fuori posto pure le citazioni di intellò e militanti comunisti, visto il,carattere smaccatamente classista, al più renziano, dell’infima operazione filmica.O di quello che è che che speriamo non rimanga (imho).

                    "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                    • Le quattro volte di Michelangelo Frammartino

                      Dico solo che rientra facilmente in una top 5 delle visioni più estenuanti della mia vita cinematografica, a risvegliarmi dal torpore giusto qualche movimento di macchina e un paio di momenti di cui sono riuscito a cogliere la poesia, per il resto un film insostenibile.
                      Personalmente non credo farò altri tentativi con questo regista.

                      Vi dovesse capitare non vi dico di starne alla larga ma sappiate che è una sfida, dura meno di un'ora e mezza ed è senza dialoghi, si vedono più animali che umani.

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                      • The story of film: a new generation (M. Cousins, 2021)

                        Dopo il monumentale An Odissey, Cousins prova a ragionare sul cinema contemporaneo, prendendo in considerazione la produzione più recente del nuovo millennio. Al netto delle assenze e delle mancanze che ognuno potrebbe rilevare in base alle proprie valutazioni, resta lo stile affabulatorio e fortemente coinvolgente su quanto viene raccontato e mostrato, che già aveva fatto apprezzare il lavoro precedente, e la capacità di assumere una prospettiva non esclusivamente anglo-americana ma guardando il cinema del mondo a 360 gradi (cosa che corrisponde pienamente al mio modo di essere spettatore). La vera criticità sta nel voler fare una riflessione di lungo respiro senza la necessaria distanza storica, per cui il discorso si fa nelle sue 2 ore e 40 più rapsodico, disorganico, sfilacciato - non a caso le parti migliori sono quelle in cui Cousins trova i raccordi fra il cinema del passato e quello contemporaneo - dove si possono trovare comunque alcune intuizioni illuminanti accanto a lacune ed approssimazioni inevitabili. E senza dubbio lo stop imposto dalla pandemia fa sembrare questa lunga coda di An Odissey una sorta di ponte tra ciò che è stato e ciò che inevitabilmente sarà. Cmq sono riuscito a segnarmi 3 - 4 film di cui ignoravo completamente l'esistenza, e già solo per questo assolve pienamente al suo compito.
                        Ultima modifica di Medeis; 28 dicembre 21, 21:03.

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                        • Originariamente inviato da Cooper96 Visualizza il messaggio
                          The King di David Michod

                          Film molto molto bello sebbene ammetto che ho un grosso debole per i film ad ambientazione medievale. Un classico percorso di formazione con svolte telefonate ma l'esecuzione è di ottima fattura, gli attori ci credono, lo sguardo di Michod è abbastanza personale (nel modo anticlimatico in cui gira le battaglie e i duelli, e c'è un bel montaggio durante la parte dell'assedio con le catapulte). In paritcolare molto ben girata la battaglia finale. sporca e confusa, una rappresentazione semplice ma efficace: l'idea migliore del film.
                          Protagonista Chalamet, che quando si tratta di scene importanti è bravo (il discorso pre-battaglia, la sfuriata nel finale), mentre quando si tratta di convenzionali conversazioni continua a sembrarmi mezzo addormentato. Comunque una performance nettamente migliore che in Dune.
                          Chapeu per essere riusciti a girare questo film con solo 20 milioni.

                          Passando alle note dolenti, c'è una fotografia decisamente troppo scura negli interni e troppo ""riflettente"" (non so se rendo l'idea), che è davvero un peccato visto quant'è bello il film. Il film manca un po' di coesione: va bene che il focus è sul percorso del giovane Henry, ma è quasi come ci fosse uno scollamento fra il pre-incoronazione focalizzato sui ribelli ed il post-incoronazione focalizzato sulla Francia. In generale c'è troppa scarsità di approfondimento sullo scenario geo-politico iniziale. Dare una panoramica più approfondita e menzionare la Francia come big-baddie all'inizio avrebbe aiutato a dare più filo conduttore, ritmo, e reso la narrazione più scorrevole.

                          Infine c'è Nicholas Brittell alle musiche, di cui non avevo mai ascoltato nulla ed è stata folgorazone: una colonna sonora meravigliosa che da sola vale la visione.


                          Più passa il tempo più questo film mi sta crescendo. Vorrei facessero più film così. Michod ora che fa? Notizie recenti non ne trovo.
                          Anche a me è piaciuto parecchio. Siamo una minoranza qua sul forum, pare che l'opinione generale non sia così positiva. Di Michod avevo apprezzato anche il buon The Rover, con Pattinson e Guy Pearce. Sui progetti futuri anche io non ho trovato nulla purtroppo.

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                          • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
                            The story of film: a new generation (M. Cousins, 2021)

                            [...]

                            sono riuscito a segnarmi 3 - 4 film di cui ignoravo completamente l'esistenza
                            Che sarebbero?
                            Luminous beings are we, not this crude matter.

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                            • Originariamente inviato da The Fool Visualizza il messaggio

                              Anche a me è piaciuto parecchio. Siamo una minoranza qua sul forum, pare che l'opinione generale non sia così positiva. Di Michod avevo apprezzato anche il buon The Rover, con Pattinson e Guy Pearce. Sui progetti futuri anche io non ho trovato nulla purtroppo.
                              Mi unisco anch'io alla schiera di quelli a cui è piaciuto. L'ho visto solo una volta e dovrei rivederlo, ma ad una prima visione mi è piaciuto molto.

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                              • Anche a me The King piaciuto molto.

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