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  • Signs di Night M Shyamalan (2002).

    Night M.Shyamalan è una personalità molto strana, avrebbe potuto campare per tutta la carriera con film sullo stile del Sesto Senso, con accuse di ripetitività sicuramente, senza però subire l'ostilità sempre più crescente da parte della critica, che mano a mano, ha accolto sempre con meno entusiasmo le opere del cineasta, con varie accuse sui buchi di sceneggiatura, dialoghi imbarazzanti, ironia fuori luogo etc... non che tutto questo non vi sia, ma spesso tali imperfezioni servono al cineasta per imbastire un discorso meta-cinematografico, che qui in Signs (2002), mai come prima nei film del regista, risulta preponderante.
    Signs si sviluppa in un'unica narrazione, che corre su due binari tematici paralleli; l'invasione degli alieni e la perdita della fede da parte di Graham Hess (Mel Gibson), ex pastore protestante, che ha rinunciato ad esercitare il ministero causa morte della moglie per incidente stradale, decidendo di ritirarsi in una fattoria di campagna assieme al fratello Merrill (Joaquin Phoenix), ex giocatore di baseball, con i piccoli Morgan (Rory Culkin), affetto da attacchi d'asma e Bo (Abigail Breslin), avuti con la defunta consorte; la routine viene sconvolta dal ritrovamento di un misterioso cerchio nel grano, nel campo di mais all'interno della sua proprietà, gettando ancora più confusione in un uomo lacerato da una profonda crisi, che ha smarrito il proprio posto nel mondo.
    Dico subito le cose come stanno, seppur davanti ad un film come il Sesto Senso (1999), sicuramente è un passo indietro rispetto ad Unbreakable (2000), dove il cineasta era riuscito a portare avanti la propria idea di cinema con maggiore rigore nel controllo della messa in scena e più equilibrio tra le varie anime del racconto meglio amalgamate tra loro, rispetto a Signs, dove Shayamalan resta si assolutamente fedele al proprio cinema, ma estremizza forse un pò troppo la propria componente "wired", con sequenze involontariamente comiche (su tutte l'incidente mortale della moglie di Graham, con annesso dialogo tra i due), in una storia alla fine molto densa e drammatica in fin dei conti, con esiti stridenti; forse la scelta di Mel Gibson non è stata la migliore nel portare avanti quella che a conti fatti risulta essere una vera e propria linea parallela tematica, che s'incrocia solo nelle fasi conclusive con quella dell'invasione aliena, dove Joaquin Phoenix gli fa fare la figura del fessacchiotto, dimostrandosi un'attore di razza sin dalla sua giovane età, sfruttando appieno quel suo sguardo si gelido, ma tremendamente adatto alla stranezza di un'opera come Signs, che spesso scade nel ridicolo (cercato devo presumere) e nell'involontariamente comico, dove però tale attore con la sua recitazione, ci sta alla grandissima, rendendo cinematograficamente interessante, tale segmento narrativo.

    Signs sembra un B-movie fantascientifico anni 50' e 60', che ama satirizzare quel genere di opere, perchè mai come prima Shyamalan gioca con il meccanismo meta-cinematografico in modo scoperto, buttando nel mezzo un libro comprato da Morgan, riguardante il modo di affrontare una possibile invasione aliena ed i suoi possibili esiti, con tanto di trovate assurde come la carta stagnola in testa perchè essa non dovrebbe far leggere nel pensiero dagli alieni (un cult quella scena), la cui raffigurazione come effetto speciale ha fatto inorridire gran parte degli spettatori, quando a dire il vero pare che il regista resti coerente con i suoi riferimenti anche nella loro rappresentazione, volutamente mal fatta e sgraziata a vedersi (con oltre 70 milioni a disposizione come budget è stata una scelta sicuramente voluta), ma messa in scena con una fantasia registica unica, tra fuori-fuoco, inquadrature attraverso i bicchieri ed un utilizzo di un Joaquin Phoenix assolutamente in parte, poichè sembra aver capito più di tutti intenti ed il tono dell'opera, con una prestazione recitativa improntata schiettamente sulla satira, risultando però sempre convinto di stare affrontando un'alieno in uno scontro all'ultimo sangue per la salvezza dei suoi familiari.
    C'è da dire che vedere Signs dopo aver visto come il sottoscritto all'infinito Scary Movie 3 di Zucker (2003), non gli ha fatto un favore, perchè pensando alla parodia fattane scena per scena, si capisce come l'opera di Shyamalan in effetti sia facile da perculare e schernire, ma al tempo stesso rafforza in modo lampante il suo essere schiettamente una satira ironica sul cinema di invasione aliena, ma girata con un tono posato ed una gestione della tensione per gran aprte dell'opera, praticamente sul nulla, visto che poi l'alieno a conti fatti come detto prima, saggiamente lo si vede soltanto per pochi minuti nel finale; pensandoci sopra verrebbe da dire che in fondo tale aspetto volutamente ridicolo non sia altro che un ulteriore presa in giro su come l'umanità percepisca minacce a livelli così alti, che poi in realtà si risolvono con il più innocuo ed impensabile dei metodi, portando lo spettatore a sentirsi preso in giro, perchè rivede in tali personaggi sè stesso. Lo so, ero partito con il dare una certa valutazione all'opera, ma nel momento stesso in cui sto scrivendo una recensione in proposito, in effetti viene da pensare che sia molto più intelligente e meno stupida di come sia stata liquidata velocemente da molti spettatori; ma in effetti se uno amava i vari film da invasione aliena della seconda metà degli anni 90', Signs non si può che rigettarlo totalmente. Un'opera stramba, "wired" all'eccesso come lo sarà di qui in poi molto spesso il cinema di Shyamalan, eppure nonostante le critiche tiepide e le prese per il culo da parte di molti, capace di incassare ai botteghini più di 400 milioni, un altro colpo in buca per lo sciamano.


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    • The Village di Night M Shyamalan (2004).

      Proseguendo nel percorso della scoperta o revisione del cinema di Night M Shyamalan, si giunge a questo fatidico The Village (2004), un film atteso letteralmente da tutta la vita, fin quando da piccolo vidi il trailer in televisione e volevo andarlo a vederlo, ovviamente mi fu proibito dai miei perchè era un horror (o comunque il trailer lo pubblicizzava in quanto tale), ci andarono i miei da bravi ipocriti e al loro ritorno a casa ricordo che sentenziarono in proposito che era una mezza cagata, di lì per anni persi l'occasione di vederlo e anche nei numerosi passaggi televisivi, alla fine non mi è mai capitato di vederlo, in soccorso m'è venuto Disney +, che ha vari film del regista in catalogo avendoli prodotti a suo tempo, compreso questo, colmando finalmente questa lacuna che trascinatasi per quasi 20 anni, con un risultato che a conti fatti ne è valsa l'attesa, confermando ancora di più di come la critica americana non abbia mai capito nulla del cinema di Shyamalan (ma probabilmente di tutto il cinema in generale anche, ma non voglio andare troppo fuori tema).
      Un villaggio circondato da un fitto bosco da tutti i lati ad inizio 1800, così citano le date sulle tombe dei defunti, che ci aiutano a capire immediatamente l'ambientazione dove si svolge la vicenda, The Village è un'opera con una cesura in due parti, dove nella prima facciamo conoscenza della comunità del luogo, tra cui la giovane non vedente Ivy (Bryce Dallas Howard), il ribelle anticonformista Lucius (Joaquin Phoenix ed il matto del villaggio Noah (Adren Brody) affetto da patologie mentali, venendo introdotti alle tradizioni, i simbolismi, il significato di taluni colori (rosso e giallo) e la regola tabù; ovvero l'impossibilità da parte di ogni abitanti del posto di poter attraversare il bosco per poter andare nella città vicina, causa esseri mostruosi che dimorano in esso, da loro chiamati le "creature innominabili", con cui gli anziani del villaggio sembrano aver stretto anni addietro un patto con tali entità, promettendo di non addentrarsi nel bosco in cambio della non aggressione da parte di costoro verso il villaggio, mentre nella seconda parte assistiamo alla messa in discussione di tale tabù, dopo che dapprima Lucius varie volte aveva chiesto invano agli anziano il permesso di poter attraversare il bosco e poi da parte di Ivy, decisa a procurarsi le medicine necessarie per poter salvare l'amato promesso sposo.
      Il tono gotico-fiabesco si evince sin dalle prime battute e dalla costruzione scenografico-costumistica perfetta di tale luogo, Shyamalan con The Village trova le radici della propria opera, nelle fiabe dei fratelli Grimm, con l'archetipo del mostro come elemento pauroso da instillare nelle menti dei più giovani, per forzarli inconsciamente a restare per sempre in quel villaggio, senza che possa nascere in loro alcun desiderio di evadere da tale realtà, cosa che Lucius constata con gran perplessità, essendo a conti fatti poi l'unico per gran parte del film a voler infrangere tale tabù, per l'intrinseco desidero umano di voler uscire dal proprio luogo natio e far parte della vastità del mondo, indole che invece gli anziani sin dall'infanzia tramite gli insengamenti scolastici, vogliono reprimere strenuamente.

      E' molto complicato parlare di The Village, senza fare menzione dei twist plot e soprattutto dell'eccellente finale, che funge da chiave di lettura ulteriore dell'intera pellicola, ponendosi come metafora della nazione americana post-11 Settembre (ma con una lettura evolutiva può essere la paura contro la globalizzazione, lo straniero, il male di vivere etc...), chiusa in sè stessa ed ostile ad ogni influsso esterno, visto come minaccia al proprio status quo, scegliendo consciamente di farsi togliere vari diritti e libertà (Patriot Act), pur di vivere serenamente in tranquillità contro ogni tipo di potenziale minaccia esterna; un ignoto che il sistema ci dice essere pericoloso, un'assioma calataci dall'alto senza che possa venire messo in discussione in alcun modo, in un prendere o lasciare senza possibilità di replica alcuna.
      L'arma psicologica è la più potente, questo basta a spiegare del perchè la figura dei mostri, riesca benissimo a paralizzare l'indole umana, ma il bisogno di trovare un proprio posto nel mondo quanto soprattutto l'amore di una giovane ragazza nei confronti del proprio amato, che rischia di morire, risulta superiore ad ogni condizionamento, non è un caso che Ivy, la ragazza cieca, sia quella colei che sfida frontalmente il divieto, perchè ha una percezione alternativa della realtà, tramite il suo handicap. Shyamalan con The Village tocca l'apice di tutto il suo cinema, con una regia oramai perfetta e depurata da tutti gli elementi commerciali nella costruzione della tensione, palpabile e latente in tutto il film, dove gli basta anche l'ignoto buio a perdita d'occhio con sole le torce del villaggio a fare da luce, per creare la paura nello spettatore, perchè l'archetipo del bosco è un'immagine che in mano ad un regista capace, genera inquietudine perchè cela la vista, solo la spinta di una forza ancora più forte come l'amore per l'altro da parte di Ivy, può fungere da contraltare per affrontare apertamente il terrore, scoprendo che quello di cui abbiamo paura è solo l'idea stessa del terrore, tra l'altro esasperato ed alimentato in modo esasperato da fonti esterne, ritornando quindi al discorso fatto in Signs in chiave più satirica, mentre qui il registro da dramma in costume non viene mai meno da parte del cineasta, che depura il suo stile ed il suo estro, senza rinunciare alla manipolazione nei confronti dei personaggi e dello stesso spettatore, che identificandosi con il punto di vista di Ivy, per 3/4 di film crede come lei a tutto ciò che gli viene detto, per questo motivo non può che restare spiazzato dal ribaltamento finale, che gli sbatte in faccia non solo il meccanismo horror-non horror, ma anche la propria stupidità nel lasciarsi ingannare, per poi rifiutare la realtà delle cose perchè non corrispondente ai desiderata filmici-reali fattasi nella propria testa, quindi il twist plot del regista ha varie chiavi di lettura, partendo da quella meta-cinematografica oramai assurta totalmente in primo piano, già da The Signs; se Ivy per via della sua condizione di handicap perpetuerà l'inganno inconsapevolmente, un filo di speranza finale per uno scopo effettivo nel mondo, permane, perchè lo sguardo di Shyamalan è sempre fortemente umanista.


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      • Split di Night M Shyamalan (2017).

        Una delle 23 personalità di Kevin Wendell Crumb (James McAvoy), affetto da disturbo dissociativo dell'identità, conduce Casey Cooke (Anya Taylor Joy), una delle tre ragazze da lui rapite nel parcheggio di un centro commerciale, in una delle sue stanze, nella fattispecie quella di Hedwing, personalità di un bambino di 9 anni, il quale improvvisa un'assurda danza, mentre la macchina da presa tra carrellate in avanti ed indietro, intervalla tale esibizione alternandola tramite il montaggio, con le stranite reazioni del volto di un'Anya Taylor Joy dapprima spaventata, poi perplessa, infine dubbiosa per l'assurdità della situazione, concludendo il campionario espressivo con un semi-serio "wow" nel commentare il ballo dell'uomo; tale scena ironica, di forte matrice meta-cinematografica, racchiude alla perfezione le molteplici sensazioni, che il cinema di Shyamalan è capace di generare nello spettatore, tutte coesistenti nello stesso modo, come le personalità di Kevin, in una sensazione di eterna sfuggenza, che impedisce qualsiasi catalogazione o definizione perentoria sul suo lavoro, sensazioni in continuo mutamento anche all'interno del medesimo film, dove il personaggio della dottoressa Fletcher (Betty Buckley), per l'intero film cerca di tenere sotto controllo tramite la razionalità scientifica della psicanalisi Freudiana le varie personalità dell'uomo, cercando di tener celate quelle più dannose per il prossimo e far emergere quelle più innocue, come quella di Barry (Ego), capace di decidere in base al suo equilibrio, mano a mano quali tra di esse devono venire alla "luce" di volta in volta (cioè il controllo del corpo).
        Ma un incidente sul lavoro, ha risvegliato le personalità iperprotettive di Dennis (che ama vedere le ragazze nude danzare), Patricia (una donna dai modi affabili, ma dall'indole pericolosa) che insieme a quella di Hedwing, hanno formato la super-coalizione chiamata l'Orda (Super-Ego), la quale ha deciso di rapire due ragazze Claire (Haley Lu), Marcia (Jessica Sula), due adolescenti popolari di estrazione borghese, insieme alla più problematica ed introversa Casey Cooke, che si trovava casualmente con loro, con l'intento di attendere il risveglio della "Bestia" (Es) a cui sacrificare le tre fanciulle come cibo come parte del rituale. Fanta thriller-psicologico, dove il numero tre ritorna numerose volte (tre personalità dominanti, tre ragazze, tre stanze etc...) che molto deve nella costruzione della figura del suo protagonista a pellicole come Psycho di Alfred Hitchcock (1960), alla quale tra l'altro la personalità di Patricia sembra in parte richiamarsi al Norman Bates di Anthony Perkins, Shyamalan partendo da un thriller per lo più ambientato in un sotterraneo dove sono rinchiuse le tre ragazze, costruisce un'interessante architettura teorica sulle 23 personalità di Kevin Wendell Crumb, dove ognuna di esse è indipendente l'una dall'alta e portatrice di specifiche caratteristiche peculiari; una violenza marcata (Dennis e Patricia), l'infantilismo (Hedwing), la cultura storica (Orwell) etc... in pratica lungi dall'essere un qualcosa di debilitante, se tenute sotto controllo ed adeguatamente gestite dal paziente, egli potrebbe tramite esse rappresentare un ulteriore nuovo stadio evolutivo della razza umana, arrivando così a poter sfruttare pienamente le potenzialità dell'Es celate completamente nell'inconscio, varcando cancelli inesplorati.

        Ma il cinema di Shyamalan non regge mai sulla sola realtà empirica, la pretesa della dottoressa nel racchiudere il tutto in un ordine psicanalitico razionale, non può che essere sconfitta innanzi all'irrazionalità della Bestia, entità super-muscolosa e spaventosa, originatasi nelle profondità abissali dell'Es dove tra l'altro sono sepolti le notevoli problematiche subite durante l'infanzia da Kevin, non è un caso che lo scontro effettivo sia tra quest'ultimo con Casey Cooke, che diventerà subito leader del gruppo delle ragazze rapite, grazie alla sua capacità di saper analizzare con estremo raziocinio la situazione e decidere mano a mano le mosse più adeguate per agire, sfruttando gli insegnamenti avuti durante l'infanzia da suo padre nella caccia, trasformando così l'incontro-scontro in un dualismo cacciatore-preda, dove numerose volte le due parti verranno a scambiarsi i ruoli, sino all'ottimo finale perfettamente coerente con il cinema di Shyamalan, di trovare un proprio scopo e posto nel mondo, giungendo a trovarlo dopo essere sprofondati nell'abisso della sofferenza più profonda, ma questo ben lungi dall'essere un handicap, rende l'essere "puro" e pronto ad un possibile salto nella scala evolutiva; infondo Casey ha molte più cose in comune con la "Bestia", che con il resto dell'umanità verso la quale nutre un profondo distacco emotivo, perchè accanto al percorso di Kevin, parallelamente il regista costruisce una sotto-trama secondaria riguardante il vissuto della ragazza, con consueto scontro finale, dove i reciproci percorsi verranno ad incrociarsi in numerosi ribaltamenti di ruolo e di luoghi, Casey stavolta dovrà salvarsi con le proprie mani, se ella troverà nella disperazione totale la forza per continuare a restare aggrappata alla vita e lottare, liberando la sua mente da quei cunicoli labirintici senza via d'uscita in cui la mdp del regista si muove in avanti ed indietro, allora potrà uscire da quella gabbia erettasi e sopravvivere. Casey magari nella semi-cesura finale chissà che non possa anch'ella trascendere la propria condizione, trasformandosi da preda, che per quanto possa agitarsi alla fine soccombe sempre, a cacciatrice, che detiene con fermezza il fucile in mano e fautrice quindi del proprio destino.
        I piccoli budget al regista fanno bene, dopo il tracollo subito con i due blockbuster, con Split (2017), il cineasta ritorna a nuova vita, con una regia di alto livello, potente sin dal rapimento iniziale dove le immagini annichiliscono, risultando abilissimo nel costruire la tensione, il meta-cinema e sopperire con illuminazione ed angolazioni della mdp alle carenze di budget per rappresentare le fattezze della "Bestia", generando inquietudine, poichè non vediamo mai chiaramente la sua forma (il nostro punto di vista in quel momento coincide con quello della terrorizzata Casey), merito grande và dato a James McAvoy, che sostituisce senza alcun rimpianto la prima scelta Joaquin Phoenix, mettendo in scena ben 6-7 personalità differenti, senza scadere nel ridicolo, tenendo ben distinte e chiare ciascuna di esse, risultando credibile nel tratteggio psicologico quanto nel dialogo e poi nella prestanza fisica; mentre Anya Taylor Joy conferma il talento mostrato con The Witch (2015), con una prova recitativa molto buona, sfruttando il lato forte del personaggio senza mai smarrire la fragilità psicologica che accompagnerà sempre Casey, scostandosi quindi dal ritratto scontato della final girl tipica del genere, senza però diventare un Rambo al femminile, insomma dona equilibrio alla propria recitazione (ad intuito credo che parte della direzione attoriale se la sia fatta da sola, visto come Shyamalan la gestisce), riuscendo quindi a non sfigurare innanzi al proprio collega maschile, donandoci un personaggio da enormi potenzialità nel finale, che il regista però con Glass (2019), butterà beatamente nel cesso, il che verrebbe da dire, nonostante tutto di fermarsi con quest'ottima pellicola, accolta dalla critica americana con le migliori recensioni dai tempi del Sesto Senso (1999) ed incassi super di oltre 270 milioni, sancendo la definitiva rinascita del regista.



        Facendo una classifica direi :

        The Village 4.5/5
        Unbreakable - Il Predestinato 4/5
        Old 4/5
        Split 4/5
        Signs 3.5/5
        Lady in the Water 3.5/5
        Il Sesto Senso 3.5/5
        The Visit 3/5
        E Venne il Giorno 3/5
        Glass 2.5/5
        Afther Earth 2/5
        L'Ultimo Dominatore dell'Aria 1.5/5
        Ultima modifica di Sensei; 20 gennaio 22, 00:31.

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        • The Visit non l'hai recuperato perché non ti piacciono i "found footage"?

          Cmq Shyamalan come Carpenter è sempre stato molto più compreso e apprezzato dalla critica europea, ma per sua fortuna, a differenza di Carpenter, ha quasi sempre incassato bene.
          Luminous beings are we, not this crude matter.

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          • Originariamente inviato da Sir Dan Fortesque Visualizza il messaggio
            The Visit non l'hai recuperato perché non ti piacciono i "found footage"?

            Cmq Shyamalan come Carpenter è sempre stato molto più compreso e apprezzato dalla critica europea, ma per sua fortuna, a differenza di Carpenter, ha quasi sempre incassato bene.
            No, l'ho recuperato, solo che mi sono scordato di inserirlo in classifica, lo faccio subito. E' uno di quelli che mi ha colpito di meno, magari rivedendolo (sta su Netflix) cambio parere, con Old e Split è servito ad esempio, perchè gli ho alzato il voto ad entrambi.

            in generale non ho pregiudizio con nessun tipologia di ripresa. Qua tra l'altro la ragazzina volendo fare la regista, ha una mano più ferma, sicura e posata quando ha la mdp in mano, ho detestato quando la maneggiava il fratellino invece, che infatti come dice la sorella è una capra in fatto di cinema.

            Per il momento ho recensito, Sesto Senso, Unbreakable, Signs, The Village e Split.
            Ultima modifica di Sensei; 19 gennaio 22, 22:52.

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            • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
              No, l'ho recuperato, solo che mi sono scordato di inserirlo in classifica, lo faccio subito. E' uno di quelli che mi ha colpito di meno, magari rivedendolo (sta su Netflix) cambio parere, con Old e Split è servito ad esempio, perchè gli ho alzato il voto ad entrambi.
              Piccole curiosità: con quel film si è rilanciato impegnandosi la casa ed è riuscito a fare una cosa che ha sempre sognato, ovvero un film senza colonna sonora.

              Secondo me, come già detto altre volte, è il suo lavoro più riuscito nel far convivere orrore e commedia nella stessa inquadratura.

              Oltre che a funzionare come "ritorno alle basi" dopo la disastrosa esperienza blockbuster, da cui una giovane regista protagonista che deve realizzare un piccolo film con pochi mezzi, dedicandosi a una piccola e intima storia per riscoprire se stessa (notevole, ad esempio, la scena allo specchio che rivela il mostro "della vecchiaia" ansimante alle sue spalle). Un'altra giovinezza, per dirla alla Coppola.

              Luminous beings are we, not this crude matter.

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              • Originariamente inviato da Sir Dan Fortesque Visualizza il messaggio

                Piccole curiosità: con quel film si è rilanciato impegnandosi la casa ed è riuscito a fare una cosa che ha sempre sognato, ovvero un film senza colonna sonora.

                Secondo me, come già detto altre volte, è il suo lavoro più riuscito nel far convivere orrore e commedia nella stessa inquadratura.

                Oltre che a funzionare come "ritorno alle basi" dopo la disastrosa esperienza blockbuster, da cui una giovane regista protagonista che deve realizzare un piccolo film con pochi mezzi, dedicandosi a una piccola e intima storia per riscoprire se stessa (notevole, ad esempio, la scena allo specchio che rivela il mostro "della vecchiaia" ansimante alle sue spalle). Un'altra giovinezza, per dirla alla Coppola.
                Questa sensazione ce l'ho avuta durante tutta la visione, nulla mi ha tolto dalla testa che il cineasta dopo le esperienze filmiche disastrose precedenti, abbia optato per l'usato sicuro... forse troppo, però pare che sia servito, perché dopo s'è ripreso sul serio. Forse è più da valutare nell'ottica di rinascita, che come film in sé, nonostante l'interesse non manchi e segni un deciso interesse per la componente grottesca nella filmografia del regista.

                Il fatto della casa impegnata non lo sapevo, ha rischiato molto quindi, anche se mi chiedo perché non avesse i milioni con i super guadagni di inizio carriera.

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                • The Purge di James DeMonaco

                  Lo spunto sarebbe anche interessante, peccato che 1) la regia è molto, molto media 2) la scrittura è esile e clichè 3) il pg della figlia fa un tot di cose non-sense 4) i villain sono così invasati ed esagerati da risultare ridicoli, ad una certa ho pensato ci fosse una volontaria svolta verso la commedia nera, ed invece non è volontaria. (Prima che mi si risponda che è una satira...a me pare che il film si prende molto molto sul serio).
                  Nonstante tutte queste cose, si lascia guardare e la sufficienza la strappa.



                  The Purge: Anarchy di James DeMonaco

                  Un buon passo in avanti. Dall' home invasion si passa al thriller d'azione nelle strade. La regia rimane molto media e la scrittura elementare. Ma c'è Frank Grillo col carisma a palla che regge il film sulle sue spalle e lo porta a casa.
                  Ho apprezzato come rispetto al predecessore il film ha un tono più netto: si prende molto meno sul serio e preme senza vergogna sul pedale dell'esagerazione ridicola (l'apice del trash è la cecchina fanatica).
                  Ultima modifica di Cooper96; 20 gennaio 22, 11:04.
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                  • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                    The Village di Night M Shyamalan (2004).

                    Proseguendo nel percorso della scoperta o revisione del cinema di Night M Shyamalan, si giunge a questo fatidico The Village (2004), un film atteso letteralmente da tutta la vita, fin quando da piccolo vidi il trailer in televisione e volevo andarlo a vederlo, ovviamente mi fu proibito dai miei perchè era un horror (o comunque il trailer lo pubblicizzava in quanto tale), ci andarono i miei da bravi ipocriti e al loro ritorno a casa ricordo che sentenziarono in proposito che era una mezza cagata, di lì per anni persi l'occasione di vederlo e anche nei numerosi passaggi televisivi, alla fine non mi è mai capitato di vederlo, in soccorso m'è venuto Disney +, che ha vari film del regista in catalogo avendoli prodotti a suo tempo, compreso questo, colmando finalmente questa lacuna che trascinatasi per quasi 20 anni, con un risultato che a conti fatti ne è valsa l'attesa, confermando ancora di più di come la critica americana non abbia mai capito nulla del cinema di Shyamalan (ma probabilmente di tutto il cinema in generale anche, ma non voglio andare troppo fuori tema).
                    Un villaggio circondato da un fitto bosco da tutti i lati ad inizio 1800, così citano le date sulle tombe dei defunti, che ci aiutano a capire immediatamente l'ambientazione dove si svolge la vicenda, The Village è un'opera con una cesura in due parti, dove nella prima facciamo conoscenza della comunità del luogo, tra cui la giovane non vedente Ivy (Bryce Dallas Howard), il ribelle anticonformista Lucius (Joaquin Phoenix ed il matto del villaggio Noah (Adren Brody) affetto da patologie mentali, venendo introdotti alle tradizioni, i simbolismi, il significato di taluni colori (rosso e giallo) e la regola tabù; ovvero l'impossibilità da parte di ogni abitanti del posto di poter attraversare il bosco per poter andare nella città vicina, causa esseri mostruosi che dimorano in esso, da loro chiamati le "creature innominabili", con cui gli anziani del villaggio sembrano aver stretto anni addietro un patto con tali entità, promettendo di non addentrarsi nel bosco in cambio della non aggressione da parte di costoro verso il villaggio, mentre nella seconda parte assistiamo alla messa in discussione di tale tabù, dopo che dapprima Lucius varie volte aveva chiesto invano agli anziano il permesso di poter attraversare il bosco e poi da parte di Ivy, decisa a procurarsi le medicine necessarie per poter salvare l'amato promesso sposo.
                    Il tono gotico-fiabesco si evince sin dalle prime battute e dalla costruzione scenografico-costumistica perfetta di tale luogo, Shyamalan con The Village trova le radici della propria opera, nelle fiabe dei fratelli Grimm, con l'archetipo del mostro come elemento pauroso da instillare nelle menti dei più giovani, per forzarli inconsciamente a restare per sempre in quel villaggio, senza che possa nascere in loro alcun desiderio di evadere da tale realtà, cosa che Lucius constata con gran perplessità, essendo a conti fatti poi l'unico per gran parte del film a voler infrangere tale tabù, per l'intrinseco desidero umano di voler uscire dal proprio luogo natio e far parte della vastità del mondo, indole che invece gli anziani sin dall'infanzia tramite gli insengamenti scolastici, vogliono reprimere strenuamente.

                    E' molto complicato parlare di The Village, senza fare menzione dei twist plot e soprattutto dell'eccellente finale, che funge da chiave di lettura ulteriore dell'intera pellicola, ponendosi come metafora della nazione americana post-11 Settembre (ma con una lettura evolutiva può essere la paura contro la globalizzazione, lo straniero, il male di vivere etc...), chiusa in sè stessa ed ostile ad ogni influsso esterno, visto come minaccia al proprio status quo, scegliendo consciamente di farsi togliere vari diritti e libertà (Patriot Act), pur di vivere serenamente in tranquillità contro ogni tipo di potenziale minaccia esterna; un ignoto che il sistema ci dice essere pericoloso, un'assioma calataci dall'alto senza che possa venire messo in discussione in alcun modo, in un prendere o lasciare senza possibilità di replica alcuna.
                    L'arma psicologica è la più potente, questo basta a spiegare del perchè la figura dei mostri, riesca benissimo a paralizzare l'indole umana, ma il bisogno di trovare un proprio posto nel mondo quanto soprattutto l'amore di una giovane ragazza nei confronti del proprio amato, che rischia di morire, risulta superiore ad ogni condizionamento, non è un caso che Ivy, la ragazza cieca, sia quella colei che sfida frontalmente il divieto, perchè ha una percezione alternativa della realtà, tramite il suo handicap. Shyamalan con The Village tocca l'apice di tutto il suo cinema, con una regia oramai perfetta e depurata da tutti gli elementi commerciali nella costruzione della tensione, palpabile e latente in tutto il film, dove gli basta anche l'ignoto buio a perdita d'occhio con sole le torce del villaggio a fare da luce, per creare la paura nello spettatore, perchè l'archetipo del bosco è un'immagine che in mano ad un regista capace, genera inquietudine perchè cela la vista, solo la spinta di una forza ancora più forte come l'amore per l'altro da parte di Ivy, può fungere da contraltare per affrontare apertamente il terrore, scoprendo che quello di cui abbiamo paura è solo l'idea stessa del terrore, tra l'altro esasperato ed alimentato in modo esasperato da fonti esterne, ritornando quindi al discorso fatto in Signs in chiave più satirica, mentre qui il registro da dramma in costume non viene mai meno da parte del cineasta, che depura il suo stile ed il suo estro, senza rinunciare alla manipolazione nei confronti dei personaggi e dello stesso spettatore, che identificandosi con il punto di vista di Ivy, per 3/4 di film crede come lei a tutto ciò che gli viene detto, per questo motivo non può che restare spiazzato dal ribaltamento finale, che gli sbatte in faccia non solo il meccanismo horror-non horror, ma anche la propria stupidità nel lasciarsi ingannare, per poi rifiutare la realtà delle cose perchè non corrispondente ai desiderata filmici-reali fattasi nella propria testa, quindi il twist plot del regista ha varie chiavi di lettura, partendo da quella meta-cinematografica oramai assurta totalmente in primo piano, già da The Signs; se Ivy per via della sua condizione di handicap perpetuerà l'inganno inconsapevolmente, un filo di speranza finale per uno scopo effettivo nel mondo, permane, perchè lo sguardo di Shyamalan è sempre fortemente umanista.

                    Rivisto anch'io pochi giorni fa,all'epoca andai al cinema. Si, é un film bellissimo anche per come gioca con i colori (la scena iniziale sintetizza il film usando solo il bianco e il nero) e la prova attoriale di lei é meravigliosa, anche se poco credibile (per le mie limitate conoscenze), direi pittoresca ma ci sta nel clima generale e nella sua caratterizzazione.
                    CErto, se lo hai già visto la prima parte rimane stupenda ma certi pezzi della seconda parte risultano debolucci , ovvero dove si spiega il film, con tanto di apparizione del regista che sarà meta quanto volete ma mi sembra proprio poca roba, salutiamo Hitchcock.
                    Cmq a me sembra che l'intento di raccontare una storia sia piú di quello di voler lanciare un messaggio, anche per la generalità del tema (come gli amish) anche per il finale che ho trovato pó incerto, anche seva benissimo cosí.

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                    • @sensi belle le tue analisi sui film di Shyamalan. Le ho lette con piacere,anzi mi aspettavo di trovarne altre soprattutto quello su Lady in the Water

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                      • Rivisto anch'io pochi giorni fa,all'epoca andai al cinema. Si, é un film bellissimo anche per come gioca con i colori (la scena iniziale sintetizza il film usando solo il bianco e il nero) e la prova attoriale di lei é meravigliosa, anche se poco credibile (per le mie limitate conoscenze), direi pittoresca ma ci sta nel clima generale e nella sua caratterizzazione.
                        CErto, se lo hai già visto la prima parte rimane stupenda ma certi pezzi della seconda parte risultano debolucci , ovvero dove si spiega il film, con tanto di apparizione del regista che sarà meta quanto volete ma mi sembra proprio poca roba, salutiamo Hitchcock.
                        Cmq a me sembra che l'intento di raccontare una storia sia piú di quello di voler lanciare un messaggio, anche per la generalità del tema (come gli amish) anche per il finale che ho trovato pó incerto, anche seva benissimo cosí.
                        A livello di forzature il cinema di Shyamalan, nè è sempre stato pieno o quasi, ora dipende come ci si approccia al cinema, mi stanno bene se il cineasta imbastisce un discorso proprio personale, tematico, originale o tecnico-estetico, tutto suo, che mi faccia benissimo andare oltre, insomma, mi togli qualcosa per darmi altro.
                        La cosa dei buchi di sceneggiatura sinceramente è tra le cose più noiose per il sottoscritto, il quale è annoiato a morte dai discorsi in proposito, che per carità ci stanno anche, ma solo a mio avviso se alla fine il film ti da la solita roba omologata.
                        La sovrastruttura tematica in the Village è evidente, ma il regista comunque a mio avviso non perde mai di vista la propria opera, facendola fagocitare dal messaggio.


                        @sensi belle le tue analisi sui film di Shyamalan. Le ho lette con piacere, anzi mi aspettavo di trovarne altre soprattutto quello su Lady in the Water
                        Grazie, si per Lady in the Water, se mi viene voglia ed ispirazione, due parole le dico, perchè pur essendo un film colmo di problemi, ha una forza ondivaga e sfuggente tipica delle favole, ed essendone poi un appassionato, non si può dire che il film non mi abbia a suo modo conquistato.

                        Glass di Night M Shyamalan (2019).

                        Era necessario un sequel di Unbreakable-Il Predestinato (2000), dopo aver fomentato l'hype tramite l'ultimissima scena di Split (2017)? Sicuramente, non ho vissuto l'esasperata attesa che pare vi sia stata per quasi 2 anni da parte dei fan, visto che alla fine ho recuperato il tutto quando la bolla mediatica era bella che dissipata, più che altro la prima perplessità venutami in mente, riguardava il fatto se fosse ideologicamente corretto collegare le due opere, anche perchè Unbreakable, l'ho letto come un'opera riguardante un borghese apatico e depresso, che nella routine mortifera della propria esistenza, scopre dentro di sè di essere un supereroe, in una parabola alla Miracleman di Alan Moore, dove Shyamalan però sfrutta il topoi del supereroe, non per esaltare l'individualismo, ma come metafora del potenziale inespresso in ogni essere umano, che se non ci crede lui stesso in primis, non potrà mai uscire dalla propria mediocre condizione sociale, mentre in Split, il dolore stesso in un duplice percorso parallelo tra Kevin e Casey, consente all'essere umano di evolvere e trascendere la propria condizione, rompendo ogni costrizione razionale imposta dalla scienza; due conclusioni identiche quindi, ma partendo da tesi opposte, che farle collimare nel supereroismo di Glass (2019), non può che portare ad un fallimento ideologico dell'opera di Night M. Shyamalan sin dalle premesse base.
                        Il cineasta ha detto che il progetto lo aveva coltivato da anni, progetti sui seguiti di Unbreakable in effetti per anni si sono avvicendati, ma solo il cameo finale di Bruce Willis in Split, ha dato il via al progetto complice il successo del film ed il fatto che il supereroe al cinema oramai è ampiamente sdoganato come genere, oltre che molto remunerativo, quindi Shyamalan, rimette insieme la banda in questa grande ammucchiata, della quale potrei solo dire che era meglio se alla fine se ne fossero stati tutti a casa.
                        Sequel diretto di Split con dei riferimenti ad Unbreakable, con Glass il regista vorrebbe portare a termine il proprio discorso sull'evoluzione umana, la quale consente di uscire dalle problematiche della propria vita, consentendo di trovare un proprio posto nel mondo; dopo i primi minuti dove David Dunn (Bruce Willis) è divenuto a tutti gli effetti un supereroe urbano a Filadelfia, tramite l'aiuto del figlio Joseph (Spencer Treat Clark), combatte il crimine ed è alla ricerca di Kevin Crumb (James McAvoy) sopranominato da tutti come l'Orda; dopo essere riuscito a trovarlo, i due combattono, ma vengono fermati e catturati dalle autorità locali, venendo rinchiusi nell'ospedale psichiatrico cittadino, dove da anni vi si ritrova rinchiuso Elijiah (Samuel Jackson) in perenne stato catatonico da farmaci, il tutto dalla dottoressa Ellie Staphie (Sarah Paulson).
                        Buttare i tre protagonisti all'interno di una struttura del genere sarebbe un'idea niente male, se solo il cineasta avesse idea di cosa farne, perchè non sembra avere molte cartucce da sparare, se non insistere ancora una volta al terzo film, come se già le due intere opere precedenti non fossero bastati, che David, Kevin e Elijah, sono semplicemente persone normali affetti da disturbi mentali o semplicemente auto-convintasi in base ad episodi della loro vita, di essere dei supereroi (l'Orda comunque non ha mai considerato sè stessa come un supereroe, Shyamalan quindi opta per una retcon non proprio felice).

                        Oltre metà film, la si perde in questa struttura per fare un gigantesco recap delle puntate precedenti (potrei capire per Unbreakable, visti i quasi 20 anni passati, ma per Split no) e l'ennesima messa in dubbio dei loro poteri, questa è una cosa inaccettabile, non basta una mezza faccia perplessa di un Bruce Willis stra-imbolsito e scoglionato nelle espressioni facciali, per insinuare nello spettatore il fatto che la dottoressa possa avere ragione, non dopo aver assistito per due film ed i primi 10-15 minuti a dei fatti tangibili, che dicano il contrario al di là di ogni ragionevole dubbio, ma anche se il regista volesse tornare nuovamente sul punto, fallisce nell'esposizione, per il venir meno della componente umanista del proprio cinema, perchè sono loro stessi a non avere poi molti dubbi in proposito (le spiegazioni della dottoressa poi riguardano solo pochi avvenimenti e non tutti), quindi alla fine i personaggi in Glass, agiscono solo funzionalmente e non come soggetti attivi con una propria identità; nel seguire un meta-cinema estremista per quanto iper-didascalico tramite l'alter-ego demiurgo Elijah, Shyamalan smarrisce il sentiero della propria strada, di questa perdita ne fanno le spese gli attori, dove tranne Samuel Jackson, sono tutti sotto-tono e dispersi; Bruce Willis non è mai stato granchè nella recitazione, ma oramai fa solo pietà come attore, Spencer Clark invece non mostra abbastanza crisi di fede nei confronti dei superpoteri del padre (ma dopo 20 anni di attività, come possono i due avere dubbi in proposito?), mentre James McAvoy risulta meccanico quanto schematico nei suoi cambi di personalità perdendo la gran parte della carica di fascino ignoto mostrata nel precedente film, mentre Anya Taylor Joy è forse la più grande delusione alla luce del potenziale mostrato nel finale di Split, uscendone praticamente devastata in negativo da una risoluzione dei suoi problemi in un paio di battute pronunciate al suo ingresso in scena, arrivando a banalizzare sè stessa insieme a McAvoy, in una reazione duale di una "Bella" che deve domare la "Bestia"; basta vedere la fine della carica espressiva nei suoi occhi, per comprendere come la sua recitazione qui risulti appiattita... molto "borghese" oserei dire, avrebbe potuto esserci qualsiasi altra attricetta in sostanza (una Zendaya qualunque tipo), non sarebbe cambiato nulla.
                        Umanesimo fallito da parte, anche a livello estetico-fotografico, il film dice poco, con metà del budget il regista in Split aveva ottenuto risultati nettamente superiori, ma per lo meno comunque mostra di avere qua e là la sua verve registica, specie negli scontri action, penalizzati dal budget di appena 20 milioni, ma girato con delle soggettive interessanti, che danno un tocco "wired" ad una pellicola, che in ogni frame avrebbe dovuto vivere di questo, quando invece risulta essere relegato a pochissime scene, come quando Casey legge il fumetto, comprendendo come la nona arte non sia altro che una moderna espressione di antichi miti storici tramandati o lo stesso finale che porta avanti il discorso del cineasta sul "found footage", ma la regia soccombe alla banalità riflessiva del regista; che la Metropolis di Superman sia ispirata a New York cara Casey non è un segreto per nessuno, potevi benissimo leggerlo sulla pagina Wikipedia, non è di certo il terzo segreto di Fatima e ti risparmiavi pure di dare i soldi al fumettaro, così come la potenza liberatoria del finale, viene attenuata dalla scelta di usare il mezzo video, quando nell'epoca odierna, gran parte della popolazione mondiale lo bollerebbe facilmente come un fake, il che renderebbe privo di ogni ragion d'essere la macchinazione cervellotica e francamente farraginosa messa in piedi da Elijah (nessuna sorveglianza seria quando hai tre supertizi nello stesso istituto?). Etichettata come opera epica, in realtà qui manca il mito alla base a favore del digrignare dei denti (cit. Mauro Gervasini), volendo ci si accontenta, ma alla luce del modo in cui Shayamalan aveva detto le medesime cose in Unbrekable, con un male di vivere rappresentato in modo inedito e del finale di Split che aveva lasciato allo spettatore le proprie conclusioni, non ci si capacita come si porti banalmente a conclusione un discorso che avrebbe meritato ben altra potenza, se proprio lo si voleva portare avanti, ma l'analisi della società nella pellicola del 2000 e della razionalità in quella del 2017, dove il cineasta aveva avuto ben altra capacità analitica, qui praticamente ne esce svilita a favore in un qualcosa di stupidamente piccolo, che verrebbe da chiedersi, se veramente ciò fosse sufficiente ad impedire all'essere umano di trovare il proprio scopo. La critica USA ha devastato l'opera forse troppo severamente, però la sensazione di opera fallita permane, ma nonostante ciò, gli oltre 200 milioni di incassi se li porta a casa, quindi buon per il regista.
                        Ultima modifica di Sensei; 20 gennaio 22, 14:53.

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                        • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio

                          A livello di forzature il cinema di Shyamalan, nè è sempre stato pieno o quasi, ora dipende come ci si approccia al cinema, mi stanno bene se il cineasta imbastisce un discorso proprio personale, tematico, originale o tecnico-estetico, tutto suo, che mi faccia benissimo andare oltre, insomma, mi togli qualcosa per darmi altro.
                          La cosa dei buchi di sceneggiatura sinceramente è tra le cose più noiose per il sottoscritto, il quale è annoiato a morte dai discorsi in proposito, che per carità ci stanno anche, ma solo a mio avviso se alla fine il film ti da la solita roba omologata.
                          La sovrastruttura tematica in the Village è evidente, ma il regista comunque a mio avviso non perde mai di vista la propria opera, facendola fagocitare dal messaggio.
                          .
                          Non ho parlato di forzature o di buchi, anzi la mia filosofia é la stessa tua su questo tema.
                          Dico solo che la scena di Ivy e il padre fuori dalla "rimessa proibita" dove si spiega il film é brutta rispetto alla costruzione delle altre scene e lo stesso vale per la scena dove appare il regista.
                          ​​​​​

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                          • Lady in the Water di Night M Shyamalan (2006).

                            Prima pellicola vista di Night M Shyamalan in home video a suo tempo, quindi è giusto che tale opera, funga da punto di chiusura momentaneo di quest'analisi riguardante il cinema del regista indiano, che con Lady in the Water (2006), gira indubbiamente la sua opera più sentita e personale, ispirandosi alle favole della buonanotte, con le quali era solerte addormentare le proprie figlie; le critiche di The Village (2004), furono negative, ma nonostante tutto, la sequela di quattro super incassi ai botteghini, dovrebbe essere una garanzia per la Disney, la quale invece teme l'insuccesso dell'opera, costringendo il cineasta a rivolgersi alla Warner, ben lieta di finanziare tale opera, che invece sarà il più grande disastro finanziario, oltre che critico, della carriera del cineasta, se si escludono i due blockbuster fatti dopo.

                            Indubbiamente Lady in the Water è un'opera personalissima, ma non perchè il regista lo abbia dichiarato in interviste per fare pubblicità, quanto semplicemente, perchè l'intera opera è concepita in una chiave meta-filmica e meta-linguistica, con un andamento narrativo sfuggente quanto ondivago nel ritmo, come lo sono le favole migliori.
                            Ambientato tutto in un luogo, un condominio di varia umanità al cui centro vi è una piscina, Cleveland (Paul Giamatti) è il custode solitario di tale posto, per cui ha abbandonato la professione di medico a causa della perdita di tutti i propri cari, svolgendo il lavoro con dovizia, entrando in contatto con le varie esistenze delle persone in tale luogo, ma senza farsi trascinare troppo, per evitare un nuovo dolore, ma il ritrovamento nella piscina di una ragazza dai capelli rossi di nome Story (Bryce Dallas Howard), una Narf che afferma di venire dal Mondo Azzurro per consentire ad uno scrittore lì presente di portare a compimento la propria opera, decisiva per le sorti future del mondo; ma la sua missione è ostacolata da uno Scrunt, una misteriosa belva dall'indole feroce, la quale dovrà essere affrontata necessariamente, visto che Story dovrà far ritorno al suo mondo, dopo aver svolto la propria missione, per questo motivo Cleveland, cercherà l'aiuto degli inquilini.
                            Lady in the Water parte da un sostrato favolistico, che oramai sempre meno ricordano (infatti solo l'inquilina orientale anziana conosce la storia), che come per il fumetto in Unbreakable (2000), altro non è che un veicolo per tramandare antiche storie, oramai considerati miti persi nel flusso del tempo, messe sottoforma di favole archetipe, dalle quali estrapolare i significati dai simboli in esse presenti, per trovare la corrispondenza nella realtà, visto che Cleveland, cerca di decriptarne il senso, per trovare tra i vari inquilini del complesso residenziale (alcuni molto strambi, tra cui uno scrittore, un critico cinematografico, un ragazzo che allena un braccio solo etc...), coloro che abbiano le necessarie caratteristiche, per poter aiutare Story nello svolgimento del proprio compito; qui si ritorna quindi al nucleo fondamentale del cinema del cineasta indiano, la necessità da parte dell'essere umano di trovare uno scopo in questo modo grigio, anonimo e privo di senso, dove Cleveland dovrà ritrovare il proprio vero scopo e comprendere quale possa essere quello altrui, tra le varie personalità.

                            Sfuggente, strambo financo ridicolo probabilmente, si può comprendere la perplessità di uno spettatore non preparato innanzi ad un'opera difettosa come Lady in the Water, magari fallace, troppo sfilacciato per le lunghe e magari l'aspetto fantasy-irrazionale subito messo in scena e non svelato poco a poco come di consueto nelle altre opere del regista, magari toglie qualcosa al fascino dell'opera, alla quale però non gli si può riconoscere la presenza di una tensione costante verso un mistero continuo, che rende comunque il film sempre interessante, legandosi alla perfezione con il tono delle favole a cui il cineasta fa riferimento, inoltre la componente metacinematografica mai come prima, qui risulta così evidente da essere probabilmente un pò troppo eccessiva, quasi come se il regista stufo di certe critiche ed incomprensioni verso il proprio cinema sin dai tempi del Sesto Senso (1999), avesse deciso di mettere bene in chiaro le basi su cui esso si fonda, trovando il bersaglio messimo della propria invettiva nel personaggio di Harry Farber (Balaban), critico cinematografico, il quale dall'alto della suo egocentrismo, crede di aver capito tutti i meccanismi del racconto quanto del suo svolgimento, inserendo il tutto all'interno di un ordine razionale delle cose, che puntualmente nel cinema del regista naufraga innanzi ad un salvifico elemento fantastico, scheggia impazzita, capace di liberare l'uomo delle proprie sofferenze e renderlo finalmente libero, non è un caso che Farber alla fine sarà colui che ne uscirà sconfitto, mentre Cleveland trovando nelle profondità del proprio dolore la forza di esternarlo, riuscirà tramite il suo atto di fede a trovare nuovamente il proprio scopo.

                            Il personaggio di Harry, chiara ed aperta sfida ai critici da parte del regista, non poteva che far catalizzare sull'opera, l'ingiusto odio di una critica sentitasi colpita in pieno nel proprio orgoglio, riservando all'opera le peggiori stroncature appigliandosi ad ogni cosa (dal ritmo, alla storia, passando per la recitazione fino all'uso dell'ironia); in fondo costoro non sono proprio come quell'umanità descritta ad inizio film dalla voce narrante, che per secoli ha perso ogni capacità di ascolto nei confronti delle Narf come la nostra Story? Lady in the Water è un puro atto di fede, come quello compiuto da Cleveland nei confronti di Story, accettandone con assoluta limpidezza, tutto ciò che la ragazza gli ha detto (così come lo stesso bambino, che accetta di buon grado di essere un personaggio della fiaba senza fare domande ed indicando agli adulti cosa fare), senza battere un ciglio, il tutto coadiuvato dall'ottima recitazione di Paul Giamatti, finalmente promosso a protagonista e presto ritornato a fare il caratterista dopo il floppone del film, così come Bryce Dallas Howard, che sprigiona un fascino etereo e pudico, proprio di un essere di un altro mondo, numerosi sono gli sguardi in camera concessi da parte del cineasta, che rende il proprio stile più sobrio, creando però un'amalgama unico tra fiaba moderna e sit-com (che a me in gran parte hanno divertito, ma forse sto trovando una certa sintonia con il regista), con riprese visivamente interessanti, partendo da quelle inquadratura a pelo d'acqua dotate di un fascino onirico tutto loro. Devastato al box office e letteralmente atomizzato dalla critica, Lady in the Water merita una riscoperta, a patto che lo si affronti come detto sopra, altrimenti, sarete solo degli ennesimi Farber.


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                            • Malcom e Marie di Sam Levinson (2021).

                              Non ci spreco molto tempo, perchè praticamente è tutto un inutilissimo bla bla bla bla, carrellata laterale destra e sinistra 4-5 volte, bla bla bla bla, Zendaya fuma, bla bla Spike Lee no, perchè io sono William Wyler (poi magari se i suoi film qualcuno se li fosse visti sarebbe stato meglio) , bla bla bla bla bla, mangiati la pasta al formaggio bla bla bla, non mi hai citato nei 112 ringraziamenti bla bla bla bla, macchina a mano e montaggio alla nouvelle vague, Goddard sei na pippa, bla bla bla bla bla, adesso facciamo Virginia Wolff, ma senza Elizabeth Taylor e Richard Burton, ma con i due pacchi Zendaya e Washington jr, quindi siamo fregati, bla bla bla bla bla bla, finalmente silenzio ah no, era solo una pausa di ripresa momentanea in questo match di boxe che può riprendere, bla bla bla bla bla, bla, Zendaya vuol far capire che lei è una grande attrice quindi và giù di ginnastica facciale ad un certo punto a tutta forza non risparmiandoci nulla, bla bla bla bla bla bla bla bla Washington jr. per lo meno ha la decenza di non strafare, anche se quando vuole imporsi fa la figura del pischello e non degna del personaggio che interpreta, ennesimi bla bla bla bla bla, arriva la recensione! Ma no! la critica bianca non ha capito, nulla, non è perchè sono nero allora ogni mio film deve avere un significato politico (unica vera intuizione di scrittura su cui si poteva imbastire un discorso sensato ed invece...), ma è meglio inquadrare le chiappe di Zendaya che intanto s'è messa in biancheria intima, perchè sennò lo spettatore rischiava di dormire (però Washington jr. sempre in pantaloni neri e camicia abbottonata, sessisti!!!Il pubblico femminile merita rispetto!!) e vai di altri bla bla bla bla bla, buttiamo nel mucchio delle citazioni un altro nome... e dal mazzo spunta... Gillo Pontecorvo scelgo te! Perchè ehi! Noi siamo esperti ed alternativi!! Bla bla bla bla bla bla dovevi scegliere me come protagonista anche se ho fatto un video di merda su youtube e basta bla bla bla bla bla bla bla perchè non mi hai scelto? bla bla bla bla bla bla andiamo a letto, ma rigorosamente separati, finalmente Washington jt. si leva i vestiti e delizia pure il pubblico femminile!!! Bla bla bla bla bla bla bla ripresa finale in campo largo, come finirà? FINE.
                              Recensioni del cinefilo della Domenica : Fotografia pazzesca ragazzi!!!! Interpretazioni della vita per Zendaya (che avrà fatto si e no 4-5 film al momento e tutti di merda, vabbè), Washington dimostra il talento del padre (What!!), il cinema nella sua forma pura, guardando a Truffaut, Goddard e Berolucci, depurando dagli effetti speciali e dalla grandeur Hollywoodiana (poi William Wyler faceva la stessa cosa 80 anni orsono con una perizia cinematografica infinitamente superiore, ma vabbè)!!!

                              In poche parole è un film di merda, che per un'ora e quaranta praticamente gira intorno al proprio ombellico rimirandosi su quanto sia fico, intelligente, alternativo e bravissimo. Poi per carità può piacere anche, ma non capisco il clamore, vedo tra l'altro che pure la stessa critica giustamente lo ha accolto con molta freddezza. neanche le interpretazioni dei due attori sono chissà cosa, chi ha gridato alla nomination agli oscar per Zendaya aveva bevuto pesante o si era fatto di roba, datela anche a me a questo punto, perchè deve essere roba buona forte. Però in effetti agli oscar ci vanno da sempre cani e porci, perchè quindi un giro in giostra è stato negato anche a leI? Cattivi!!!


                              Ultima modifica di Sensei; 21 gennaio 22, 20:42.

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                              • Heat La Sfida di Michael Mann (1995).


                                Chissà se quel genio di Michael Mann prima o poi deciderà di pubblicare una raccolta di poesie dal titolo "Metropolitan City", visto che tanto per un suo nuovo film non ci sarà tempo, quindi tanto vale mettere su carta la sua indubbia sensibilità di poeta urbano, capace di trovare il lato più poetico nell'ammasso verticale e metallico all'interno della metropoli alienante, dove le vite più disparate s'incontrano e s'incrociano, in questa fiumana di gente che và e viene a Los Angeles, dove la polizia capitanata dal tenente Vincent Hanna (Al Pacino), cerca di catturare una banda di rapinatori il cui leader è Neil McCauley (Robert De Niro), autore insieme ai suoi complici di un furto di titoli al portatore in cui ci sono andati di mezzo tre agenti, ma non pago di ciò, per conto del suo committente Nate (Jon Vought), decide di pianificare un colpo sensazionale di oltre 12 milioni di dollari, la cui spartizione lo sistemerebbe a vita.
                                La macchina da presa è lo sguardo privilegiato del regista sul palcoscenico metropolitano, in cui si muovono le varie pedine tra le varie vie ed edifici, Mann si prende i suoi tempi, codifica ai massimi livelli il ritmo e le cadenze del thriller metropolitano, dall'andatura di una partitura jazz, senza mai sparare la tensione alle stelle, ma mantenendola sempre sotto il picco massimo, per evitare di scadere nell'azione, genere che a lui interessa meno, a scapito del thriller-noir, il quale gli consente nell'arco di tre ore di esplorare le esistenze dei molteplici personaggi, tutti caratterizzati senza sviolinature eccessive o sbavature di tono, dove la scenografia e la composizione estetica di Dante Spinotti, penetrano all'interno delle vite disastrate dei protagonisti, con dei tocchi visivi che restituiscono sin dall'arredamento le loro psicologia, cominciando dalla sistemazione dei mobili tutta post-moderna di Vincent Hanna, tenente efficace nel suo lavoro, ma al terzo matrimonio, di cui quest'ultimo in procinto di naufragare, preferendo più che la compagnia della moglie o della figliastra adottiva Lauren (Natalie Portman), quella dei corpi brutalmente fatti a pezzi dai vari psicopatici della città, mentre il suo alter-ego Neil, ad una relazione fissa c'ha rinunciato del tutto, preferendo un'esistenza senza legami di cui in 30 secondi può farne a meno se sente puzza di sbirri dietro l'angolo, conducendo una vita errabonda, con una casa perennemente vuota ed incompleta, alla domanda di Chris (Val Kilmer), membro della su banda, sul perchè non compri dei mobili, l'uomo risponde seccamente di non avere tempo; sia a Vincent che a Neil, dei legami affettivi frega fino ad un certo punto, non che non sentano il bisogno di averne, ma anche se cercano di coltivarli, per le contingenze del caso e per via del loro lavoro in cui mettono tutto loro stessi, finiscono con l'essere in secondo piano.
                                Entrambi gli uomini seduti al tavolo di un bar rigettano contro l'un con l'altro la colpa dei rispettivi problemi, ma la verità è che nessuno dei due vuole lasciare la propria professione, perchè altrimenti la loro stessa esistenza diventerebbe un qualcosa priva di significato in una megalopoli come Los Angeles, pronta a disperdere per poi fagocitare i singoli atomi, incapaci di farsi molecole , se non attaccati ad un qualcosa, che per Vincent e Neil, non potrà mai coincidere con i legami affettivi, perchè in fondo sono proprio due facce opposte della stessa medaglia, cosa sottolineata nel più classico dei campi e controcampi, ma mai come in Heat capace di assurgere ad emblema per via della scelta dei due interpreti principali Al Pacino e De Niro, i più grandi attori della Nuova Hollywood, che brillano al massimo del potenziale nel loro ultimo canto del cigno.

                                Caricato, senza strafare il personaggio di Al Pacino, per mascherare i fallimenti umani, mentre De Niro risulta sottile ed essenziale nella recitazione, proprio come richiede la propria filosofia di vita sul vivi e fuggi via al minimo segnale di pericolo.
                                Michael Mann però penetra lo sguardo nelle vite di tanti altri personaggi, di cui sicuramente dopo la coppia protagonista, quello più carico di significati è il Chris di Val Kilmer, con sua moglie Charlene (Ashley Judd), ai ferri corti da tempo, eppure quest'ultima capace di fare il più grande sacrificio per la salvezza di tutti e del loro figlio, senza pronunciare una parola, mimando un piccolo gesto, comprensibile solo per una coppia che a dispetto di ciò che entrambi dicono, in realtà ha ancora una grande complicità, ma costretta a dover far i conti dolorosi con la legge della metropoli.
                                Ma sarebbe un torto non citare l'essenzialità del committente interpretato Jon Voight, l'egocentrismo saccente di un uomo d'affari che non vuole perdere come il Van Zant di Feitcher, ma anche la voglia di voler sfondare nonostante un lavoro sottopagato come quello di Haysbert, l'ammissione dei propri limiti di Trejo, l'irruenza della furia omicida di Kevin Cage, senza dimenticare di citare le donne, portatrici di una componente romantica per nulla banale, ultime avanguardie di un cinema sempre più anemico e privo di ogni sentimento, perchè le donne in Mann, concedono e sacrificano sotto silenzio molto di loro stesse, dai tradimenti per farsi ascoltare da parte della Justine di Venora, al già citato personaggio di Ashley Judd, fino alla confusione nell'affrontare una possibile vita alternativa da parte del personaggio interpretato da Any Brennemann, la quale vorrebbe far cambiare filosofia di vita a Neil, subendone la sua contraddittorietà, sin dalla loro stupenda conoscenza in un bar.
                                Quasi tre ore belle piene di una durata mai pesante, perchè il regista gestisce sapientemente il ritmo ed il montaggio, senza fasi di stanca e piazzando precisamente i climax al momento opportuno, dimostrandosi adattissimo dal passare dalle relazioni umane, al lato thriller con estrema disinvoltura, scolpendo dialoghi e sequenze, che sono la storia del cinema; dalla rapina iniziale al furgone (Nolan gli deve molto come da lui stesso ammesso nel Cavaliere Oscuro, ma forse l'interno film ,visto che come disse il defunto nonno, la pellicola del cineasta inglese infondo non è che una trasfigurazione in chiave cinecomics di Heat, solo che al posto di Al Pacino e De Niro, abbiamo Batman contro Joker), il furto nella banca nazionale, la sparatoria in strada, le scene di omicidi etc... sono troppe per mettersele ad elencare una ad una, perchè Heat è un'opera corale perfetta, nella quale non riesco a trovare difetti di sorta o comunque se ve ne sono secondo alcuni, vi prego di dirmi quali sono, perchè io non li vedo, se non forse che Michael Mann con il passaggio al digitale nei primi anni 2000, probabilmente cattura l'atmosfera metropolitana con una poesia ancora maggiore, senza quei contorni netti dovuti alla pellicola, cercando un'astrazione narrativa sempre maggiore, che in effetti dopo Collateral (2004), diventeranno sempre più tracce su cui costruire delle sensazioni urbane, più che narrare delle storie, ma in realtà anche nella compiutezza narrativa di Heat - la Sfida, tutto questo è perfettamente presente. Fortunatamente l'opera fu un grande successo ai botteghini, su 60 milioni, ne realizzò oltre 180, ricevendo numerosi elogi da parte della critica (tranne Moretti, ma vabbè lui non ci arriva di suo), che però non le hanno portato questo capolavoro assoluto ad alcun premio e nè nomination agli oscar (era il miglior film dell'anno), nonostante l'indubbia influenza su tutto il cinema successivo.

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