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  • Allied di Robert Zemeckis

    Mi è piaciuto molto. Non capisco le critiche: la chimica fra Pitt e la Cotillard non è come quella fra Pitt e Angelina (Mr. and Mrs. Smith), nè come quella fra Depp e la Cotillard (Public Enemies) ma non è affatto da buttare. Ed entrambi danno una ottima performance.
    Ci sono alcune soluzioni di messinscena pregevoli (esempio: la scena in auto nel deserto), e le scene d'azione sono molto ben dirette e coinvolgenti.
    La prima parte nel deserto è ottima, magari sarebbe stato utile chiarire da subito l'obiettivo della missione e la posta in gioco per incrementare il coinvolgimento. (Nota di demerito per i primi 30 secondi, l'apertura è carina ma quando Pitt atterra sulla duna c'è una sorta di "ragdoll" poco credibile e stonatissimo).
    La seconda ha lo svantaggio che l'ambientazione è meno fascinosa, poi ci mette un po' troppo ad ingranare ma quando lo fa riesce a tenere alta la tensione e il coinvolgimento emotivo. Peccato solo per un tot di forzature: è poco credibile che Pitt agisca così indisturbatamente. Menzione d'onore per la scena del parto.

    Ribadisco: è ottimo.
    Ultima modifica di Cooper96; 22 gennaio 22, 10:56.
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    • Belfast di Kennet Branagh

      Mi è piaciuto. Tutto sommato è un film piccolo, ambientato in pochi ambienti. Branagh evita di adottare un tono epico od enfatico, realizzando un film di vita quotidiana, circostanziata ad uno specifico momento della sua infanzia. Non è originale ed alcune scelte di scrittura sono risapute e non sortiscono l'effetto sperato
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      ma il film funziona. Non succedono cose clamorose in Belfast, ma la forza della pellicola sta proprio in questo, nel suo tono intimo ed ironico allo stesso tempo, senza pretese di grande affresco storico. Bravissimi gli attori.
      https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

      "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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      • Memoria di Apitchapong Weerasethakul

        Bellissimo. Ipnotico, suggestivo, ermetico. Una sorta di Blow Up "mistico", che può essere interpretato come manifesto di una poetica personale. Probabilmente non un capolavoro, ma un film notevolissimo, 2-3 spanne sopra agli altri film di Cannes 2021 che ho visto (si, anche Titane e Drive my car). Per molti può risultare una mattonata indigeribile, io invece - dopo un inizio dove sono dovuto entrare in sintonia col film - devo dire che le 2 ore e 15 non le ho proprio accusate.
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        "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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        • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
          Memoria di Apitchapong Weerasethakul

          Bellissimo. Ipnotico, suggestivo, ermetico. Una sorta di Blow Up "mistico", che può essere interpretato come manifesto di una poetica personale. Probabilmente non un capolavoro, ma un film notevolissimo, 2-3 spanne sopra agli altri film di Cannes 2021 che ho visto (si, anche Titane e Drive my car). Per molti può risultare una mattonata indigeribile, io invece - dopo un inizio dove sono dovuto entrare in sintonia col film - devo dire che le 2 ore e 15 non le ho proprio accusate.
          Meno male

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          • La Scelta di Anne - L'Evenement di Audrey Diwan (2021).

            Vincitore a sorpresa del Leone d'oro a Venezia, sbaragliando la concorrenza dei più quotati Potere del Cane di Jane Campion e soprattutto del miglior film della mostra E' Stata la Mano di Dio di Paolo Sorrentino, bisogna dire che nonostante il massimo riconoscimento immeritato, La Scelta di Anne - L'Evenement di Audrey Diwan (2021), ha i suoi motivi d'interesse, nonostante il nome sconosciuto della regista in cabina di regia, con alle spalle solo un'altra pellicola, anche se aveva già sceneggiato diverse opere, mettendo a frutto la sua abilità nella scrittura, nel ritrarre la giovane Anne (Anamaria Vartolomei), studentessa di lettere di modesta estrazione sociale, alle prese con un evento inaspettato, cioè la scoperta di essere incinta a seguito di un rapporto sessuale occasionale, del quale non vediamo l'atto sullo schermo, volendo con tale scelta sottolineare una sorta di "ignoranza" di una giovane ragazza del 1963 su come avvenga il concepimento, visto che all'epoca non c'erano nè i mezzi digitali odierni con cui venire a conoscenza di tali argomenti tabù e nè le dovute informazioni in tale ambito da parte dello stato tramite un'educazione apposita; tra ragazze si parla del piacere derivante dal rapporto sessuale, ma con una certa discrezione, senza andare troppo oltre, protezioni non sono contemplate, così come eventuali conseguenze da gravidanza indesiderata, la quale ha solo fine la nascita del bambino, reagendo con grande sdegno alla parola aborto, di cui si fa enorme fatica anche a pronunciarne la parola, come se fosse portatrice di un grande disvalore sociale.
            La presa di posizione della regista, sposa appieno il punto di vista netto di Anne, la ragazza non vuole portare avanti la gravidanza, non perchè non voglia essere una madre, magari in futuro con una stabilità economico-professionale sicuramente, ma a 20 anni di certo non sente il bisogno di rovinarsi l'intera vita, diventando una mamma single in tale giovane età dovendo rinunciare ad ogni sogno e possibili aspirazione personale. Il desiderio da parte di Anne nel non voler portare avanti la gravidanza è ribadito in ogni frame, non venendo mai meno al proposito, pur sapendo benissimo che nella Francia del 1963 tale scelta non solo è tabù, ma anche penalmente punibile (lo sarà fino a metà degli anni 70'), ma il corpo è di Anne, lei ha il diritto di decidere come gestire il tutto e cosa voglia farne.
            Mescolando l'essenzialità spartana del cinema di Bresson, al rigore asciutto dei Dardenne nell'uso della macchina a mano, Diwan elide l'inessenziale, fondendo tali ispirazioni in uno sguardo femminile abbastanza personale, che non può ripercuotersi nel modo di affrontare l'argomento, molto più netto e senza sfumature di dubbio, come lo sono stati tanti film sull'argomento girati dagli uomini.

            Tutto questo può dare adito ad accuse di scarsa empatia nei confronti di Anne, come riportato in svariate recensioni da parte della critica, perchè la ragazza non ha mai dei dubbi morali sulla propria scelta (e neanche interessa in realtà), però è anche vero che una scelta di campo così netta è rarissima in tale tipologia di cinema, ma Diwan nel togliere da una parte, dona profondità alla sua Anne nelle relazioni con chi le sta attorno, tramite un ritratto impietoso di amicizie femminili venute meno, maschi irriverenti nei confronti dell'accaduto dimostrandosi più interessati a conoscere l'antefatto più che dare una mano, così come i dottori ne escono devastati, se il medico di fiducia almeno si dimostra onesto nel dirle che, non vuole per convinzioni personali in materia di embrione interrompere la gravidanza, nè può farlo perchè rischierebbe la prigione, ma tacitamente ha compreso le motivazioni della ragazza, mentre molto più infame si dimostra essere un altro dottore a cui Anne si rivolge, che mette egocentricamente le proprie convinzioni innanzi alle richieste del paziente, giungendo anche ad un deprecabile inganno nei suoi confronti, cosa inaccettabile, poichè si può essere o meno concordi sulla volontà della protagonista, ma ancora più infame è colui che non ha il coraggio di portare avanti le proprie idee in modo scoperto ricorrendo all'ignoranza della paziente in ambito medico.
            Fuori Fuoco, primissimi piani claustrofobici e soprattutto gli sguardi persi nel vuoto, con una dissociazione mente-corpo resa perfettamente a livello recitativo, con ben pochi eguali nella storia del cinema, confermando la scelta azzeccata da parte di Diwan, sulla scelta della giovane interprete Anamaria Vartolomei, migliore della stragrande maggioranza delle sopravvalutate colleghe che lavorano ad Hollywood, e la cui presenza umana riecheggia in ogni singolo frame del film, "in una via crucis laica" (cit. Marzia Gandolfi), dove se la regista elide le questioni morali in merito all'aborto, sceglie invece di mettere in campo il calvario fisico della ragazza, che dovrà soffrire psicologicamente e fisicamente per raggiungere il proprio intento, tra siringhe, spilloni di ferro, terapie clandestine, sino alla scena clue sbattuta in faccia allo spettatore in tutto il suo tonfo sordo nel cuore della notte, nello squallore di un bagno; non raggiunge sicuramente la potenza espressivo-metaforica del ben più riuscito e capolavorico 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni di Christian Mungiu (2007), che univa tale tematica ad una dimensione politica di un regime dittatoriale, che rendeva opprimente anche un fatto morale prettamente privato. Un ottimo film, però un Leone d'Oro generoso, dato all'unanimità da una giuria piegatasi ai dettami metoo d'oltreoceano a scapito del miglior film della mostra di Paolo Sorrentino (con buona pace dei soliti rompicoglioni liberal che hanno scambiato l'arte del cinema per il ministero delle pari opportunità), quando sarebbe stato sicuramente meglio premiare l'opera con la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile, sicuramente ben più meritevole rispetto alla vincitrice Penelope Cruz.

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            • Molto più coraggioso un leone d'oro a un film del genere, rispetto all'ultimo e bellissimo di Sorrentino. Per fortuna i premi artistici sono ancora il frutto di posizioni e idee, non meri campionati per il eleggere il film "più bello". Quando ciò accadrà beh smetterò di seguirli e tanti saluti.

              A me ha colpito soprattutto (oltre all'interpretazione della protagonista - e comunque non vedo il senso del paragone con lo star system, ma vabbè ormai sembra che per parlare bene di una cosa bisogna affossarne un'altra...) la frattura totale fra i pensieri che una comune studentessa francese di lettere poteva già avere a inizio Sessanta (idee modernissime, la libertà sul proprio corpo, lei cita se non sbaglio Il Muro di Sartre), confrontate con tutto il resto della società, famiglia, sanità... Questo scontro frontale crea un fortissimo senso di claustrofobia, si sarebbe potuto addirittura optare per scelte di regia meno asciutte (in questi casi la macchina a mano mi sembra sempre più spesso un cliché).
              Insomma la scrittura mi è parsa di altissimo livello, la messa in scena canonica per questo tipo di cinema.
              ​​​​​​

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              • Il film definitivo sull'argomento è stato 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, credo oltre quello non si possa andare, non comprendo perchè eleggere il film effettivamente più bello sia una cosa sbagliata (!). Si, Sarte viene citato nella discussione alla mensa, ovviamente la protagonista ha una certa formazione culturale, come anche le sue coetanee, però queste ultime sono molto più conservatrici, se non dire contrarie addirittura a nominare la parola aborto, che le inorridisce, solo una delle due amiche, nelle battute finali, cercherà di parlare dell'argomento con l'amica, ma solo in una dimensione esclusivamente privata. La regia a me è piaciuta, la scrittura è superiore però concordo.
                I paragoni vengono naturali, non è che si affossa una cosa per esaltare la propria, semplicemente si constata la realtà dei fatti.

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                • Batman Returns (1992) diretto da Tim Burton

                  Film molto sopravvalutato proprio come il suo regista. Burton non ha capito bene chi è Batman non avendo letto i fumetti e ha voluto fare il suo film alla fine.

                  Non è un film di Batman con uno sforzo di immaginazione, non è un film su Batman su qualunque aspetto. È un film che sembra quasi interamente dedicato ai suoi due cattivi (con risultati pessimi).

                  Il razzie per DeVito parla da solo, per Catwoman invece ho capito dove voleva andare a parare ma non ha comunque impedito alla sua performance di essere odiosa, forzata e priva di qualsiasi tipo di sfumatura. Non è nemmeno lontanamente complessa, è un nemico con una sola nota che Burton ha appena introdotto in una scena, perché per Burton, una scena = personaggio tragico dovrebbe fregarsene senza riguardo alla recitazione o all'approccio alla regia.

                  Ogni scena del film, è così falsa e artificiosa che non riesco a credere che siano mai arrivate a un montaggio finale su QUALSIASI film. Il set design, la messa in scena e la scenografia sono assolutamente atroci, sembrano di plastica. Le scene d'azione sono legnose e assolutamente non memorabili.

                  Umorismo debole, recitazione scadente, protesi e trucco rozzi/brutti/sgradevoli e un modo strano e casuale di morire per il pinguino, che non si capisce se è dark o campy visto che usa i razzi tramite animali e poi gioca a una macchina nel film.

                  Batman nel film ha zero sviluppo del personaggio, non riesce ad avere carisma, e il suo rapporto con Alfred è al minimo, pochissima emozione, pochissimi dialoghi. Semplicemente perchè quello non è Batman ma il solito personaggio emo-freak di Burton che cozza con la personalita del personaggio.

                  Non mi va nemmeno di continuare, visto che il film era stato molto criticato al tempo e rimane un film pessimo, forse qualcuno che si è visto qualche video di YouTube di troppo o qualche fan di Burton, ha dovuto far risalire questo film pensando che regia = film migliore. (e in tutto sto film non c'è una singola scena che mi è rimasta in mente).

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                  • Come direbbe Eduardo De Filippo, con questo post ti sei proprio immortalato!
                    https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                    "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                    • E' un gran film, sopravvalutato questo è vero e messo in contrapposizione dagli anti-nolaniani, che lo hanno resuscitato dalla tomba, dopo il mega successo del Cavaliere Oscuro, per darsi un tono di contrapposizione e portare la sfida su un duello cinema commerciale (Nolan) e cinema d'autore (Burton), ma prima del 2008 era un film poco considerato e massacrato da molti (basta leggere le recensioni prima di tale data sparse su internet, tutte molto fredde).

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                      • Originariamente inviato da Prof. Laurana Visualizza il messaggio
                        Molto più coraggioso un leone d'oro a un film del genere, rispetto all'ultimo e bellissimo di Sorrentino. Per fortuna i premi artistici sono ancora il frutto di posizioni e idee, non meri campionati per il eleggere il film "più bello". Quando ciò accadrà beh smetterò di seguirli e tanti saluti.

                        A me ha colpito soprattutto (oltre all'interpretazione della protagonista - e comunque non vedo il senso del paragone con lo star system, ma vabbè ormai sembra che per parlare bene di una cosa bisogna affossarne un'altra...) la frattura totale fra i pensieri che una comune studentessa francese di lettere poteva già avere a inizio Sessanta (idee modernissime, la libertà sul proprio corpo, lei cita se non sbaglio Il Muro di Sartre), confrontate con tutto il resto della società, famiglia, sanità... Questo scontro frontale crea un fortissimo senso di claustrofobia, si sarebbe potuto addirittura optare per scelte di regia meno asciutte (in questi casi la macchina a mano mi sembra sempre più spesso un cliché).
                        Insomma la scrittura mi è parsa di altissimo livello, la messa in scena canonica per questo tipo di cinema.
                        ​​​​​​
                        Ma anche no:
                        Spoiler! Mostra

                        "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                        • Magnolia di Paul Thomas Anderson (1999).

                          Altman dei poveri o semplicemente omaggio non riuscito? Magnolia (1999) a distanza di oltre 20 anni dalla sua uscita, suscita ancora reazioni contrastanti, tra estimatori e detrattori, probabilmente hanno ragione entrambi, forse più i secondi a dire la verità, poichè Paul Thomas Anderson giunto al suo terzo film dopo il magnifico Boogie Nights - L'Altra Hollywood (1997), decide di mirare in ambizione ancora più in alto, oramai si considera un novello Orson Welles, girando una pellicola fluviale di oltre 3 ore di durata, con una narrazione di stampo corale, nel mettere in luce le devastanti contraddizione di Los Angeles e quindi di riflesso di tutta l'america, alla fine del secondo millennio, cercando il colpo grosso, tra una regia palesemente ispirata ai movimenti di macchina iper-virtuosi negli edifici, con costanti rotazioni attorno agli attori rubando "a bestia" le intuizioni tecniche di Martin Scorsese, sin dal prologo con tanto di voice over tipico del regista di New York, imbastendo una narrazione corale alla Robert Altman, sulla scia di America Oggi (1993), cercando un raffronto diretto, dal quale non può che uscirne perdente, visto che quest'ultimo era riuscito a gestire con mano sicura oltre il doppio delle linee narrative presenti in Magnolia, con una sceneggiatura, regia ed un montaggio dal ritmo semplicemente perfetto.
                          Paul Thomas Anderson sin dal titolo Magnolia, fiore che rimanda all'ideale di purezza, scava nel marcio delle vite di svariati personaggi della Los Angeles di fine millennio, tutti accumunati da un totale fallimento nei rapporti umani; tra un ricco magnante Earl (Jason Robards) divorato dal cancro, assistiti da infermieri come Phil (Philip Seymour Hoffman) e dalla moglie Linda (Julianne Moore) dipendente da farmaci, presentatori di Quiz per bambini come Jimmy (Philip Baker Hall), malato di tumore osseo portatori di segreti orribili nei confronti della moglie (Rose Melinda Dillon) e della figlia Claudia (Walters), agenti di polizia sopra le righe perchè devastati come Jim Kurring (John C. Reilly) un padre ossessionato dal senso di vittoria proiettandolo nei confronti di figlio Stanley (Jeremy Blackman), al cui show assiste in TV da un bar l'appena licenziato Donnie Smith (William H. Mancy) ossessionato dalla sua igiene orale per fare colpo su altri, ed infine la star e guru della televisione Frank Mackey (Tom Cruise), che nonostante l'indole estroversa nei show su pratiche sessuali maschili, ha un legame inesistente nei confronti di suo padre, a causa dell'abbandono in passato, da parte di quest'ultimo, nei confronti della madre.
                          La strada dell'imperfezione è segnata di netto, per cercare una possibile riconciliazione pro-sistema, a fratture insanabili risalenti indietro nel tempo, oppure per segreti a lungo celati tanto da perdere la cognizione della realtà dei fatti accaduti dei vari avvenimenti; Paul Thomas Anderson, a differenza di Robert Altman, che non giudicava i suoi personaggi, poichè non si reputava in alcun modo migliore di loro, dà uno sguardo più empatico alle loro vite, cercando per forza di cose di ottenere una chiusura del cerchio con un insegnamento di fondo basato sul perdono, cercando così nel mare del pessimismo, una conciliazione francamente forzosa quanto accomodante alla luce di ciò che nelle oltre due ore e mezza precedenti è avvenuto, tutto questo non può che fare di Magnolia, uno dei film minori di Anderson, l'unico assieme probabilmente all'esordio Sydney (1996), di cui però mi manca la visione, anche se un'opera minore di tale regista, và sempre detto che vale come intere filmografie del 90% dei registi esistenti.

                          Magnolia per guadagnare in potenza, più che allo scheletro, avrebbe dovuto avrebbe dovuto mirare all'essenza vera anti-sistemica di America Oggi, la cui potenza risiedeva in una visione della natura umana accettata da Altman come dato di fatto, senza esprimere giudizi o cercare delle conclusioni definitive, cosa fatta da Anderson con delle metafore di grana grossa come la pioggia di rane, cercando di darne un senso purificatorio-espiatorio alle colpe dei personaggi, andando contro le sue stesse tesi concettuali poste ad inizio del film, nonchè nella frase del quadro a casa di Claudia "but it did happen", volendo dare un senso compiuto all'irrazionale caos degli avvenimenti, rendendo così privo ancor più privo di significato il prologo iniziale, tra l'altro comunque gravato da una sensazione auto-masturbatoria eccessiva, la quale non viene di certo meno durante le fluviali tre ore di pellicola, pervase da un barocchismo auto-indulgente quanto a tratti troppo compiaciuto, sia a livello registico-stilistico, quanto nella scrittura, alla ricerca troppo spesso di numerosi climax drammatici, che aprono giustamente dei varchi ai detrattori nell'accusare l'opera di calcare troppo la mano sul dramma a tutti i costi, finendo nella retorica dell'anti-retorica, nonchè etichettature varie di opera vuota e pretenziosa, come quella affibbiatagli dal grande scrittore post-moderno David Forster Wallace, che probabilmente ci è andato giù troppo pesante, ma indubbiamente ha capito come il sottoscritto, il fatto che Magnolia risulti un netto passo indietro rispetto a Boogie Nights, nella quale la coralità dei personaggi era gestita molto meglio da una narrazione comunque tenuta dalla linearità dell'evoluzione cinema porno tra gli anni 70' ed 80', che guarda un pò, si sfilacciava leggermente proprio quando le linee narrative dei personaggi divergevano in alcune fasi del terzo atto in blocchi autonomi, difetto che Paul Thomas Anderson in Magnolia, non ha saputo tenere a bada, a cui va aggiunto l'aumentato egocentrismo di un regista, che proietta sè stesso nella debordante prova di un Tom Cruise, caricato a palla, come voler satirizzare il suo sex appeal da star, manca quel senso di unione tra alto e basso, che fece la fortuna artistica di quel capolavoro di Boogie Nights, quando qui invece cerca esclusivamente l'alto, mirando molto ad una costruzione soverchiante il tutto, a scapito della sincerità, che si ravvisa comunque nella riuscitissima sequenza della canzone collettiva Wise Up, dove i personaggi mettono a nudo la propria anima interiore lacerata, in cerca di una redenzione emozionale quanto sentita, cercando una via di fuga nell'interiorità del proprio sentimento, da una società chiusa in sè stessa, che non perdona nulla a nessuno.
                          Piani-sequenza a tutta forza, virtuosismi a rotta di collo, carrellate in avvicinamento ai volti e moltiplicazione dei punti di vista, sfruttando anche l'invasività della televisione commerciale di massa, che oramai a fine degli anni 90 aveva preso piede, mirando ad anestetizzare le persone innanzi agli schermi, ma alla fine di certo non lenisce il dolore, perchè possiamo lasciarci il passato alle spalle, ma quest'ultimo comunque tornerà sempre a bussare alla porta, che vogliamo tener chiusa, perchè incapaci di affrontarlo; probabilmente a Magnolia avrebbe giovato una durata minore (circa mezz'ora in meno) e dei cambiamenti nell'ultima ora finale, dove indubbiamente dopo la canzone Wise Up, il film finisce con l'avvitarsi troppo su sè stesso, alla ricerca di una sentenza definitiva e speranzosa, lo stesso regista che reputava l'opera come la migliore fatta a distanza di anni, sembra averne riconosciuti i difetti intrinsechi, dovuti probabilmente alla volontà di voler dire e fare troppo, senza la necessaria auto-disciplina, che nonostante tutto, nonostante i magri guadagni (48 milioni a fronte di un budget di 37), gli ha fruttato un Orso d'oro a Berlino, nonchè tre candidature agli oscar (miglior attore non protagonista per Tom Cruise, sceneggiatura e canzone per Save Me), alimentandone lo status di regista di culto, che però raggiungerà la sua vera maturità solamente dal Petroliere (2007) in poi.

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                          • Dopo la recensione di Sensei voglio solo sperare che anche Licorice pizza sia un film "minore" come Magnolia.

                            Ovviamente per me è tutto tranne che un film minore nella sua filmografia (concordo comunque che i suoi minori valgano quanto l'intera opera di altri), personalmente lo ritengo anche superiore ad America oggi, passano pochi anni tra uno e l'altro ma il film di PTA lo vedo più proiettato nella modernità, quello di Altman piú ancorato al passato, forse mi era anche già capitato di scriverlo qualche tempo fa.

                            Non parlo tanto dei contenuti ma di Magnolia sono stato sorpreso dal montaggio perfetto con cui si alternano le varie storie, rendendole tutte coinvolgenti e passando da una all'altra nel momento più adatto.
                            Ultima modifica di aldo.raine89; 30 gennaio 22, 19:52.

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                            • Rispetto il giudizio altrui, però America oggi di Altman m'è parso un altro piano di realtà rispetto a Magnolia, avendo per di più molti più personaggi e linee narrative, inoltre lo scossone finale (letteralmente) è più incisivo della metaforica pioggia di rane di Anderson.
                              Il recedente Boogie Nights invece è un vero capolavoro, il regista aveva dosato meglio gli ingredienti e la tecnica, qua è strabordato troppo.

                              Ora di suo mi mancano Sydney, Ubriaco d'Amore, Vizio di Forma e Pizza.
                              Ultima modifica di Sensei; 30 gennaio 22, 19:52.

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                              • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                                Rispetto il giudizio altrui, però America oggi di Altman m'è parso un altro piano di realtà rispetto a Magnolia, avendo per di più molti più personaggi e linee narrative, inoltre lo scossone finale (letteralmente) è più incisivo della metaforica pioggia di rane di Anderson.
                                Il recedente Boogie Nights invece è un vero capolavoro, il regista aveva dosato meglio gli ingredienti e la tecnica, qua è strabordato troppo.

                                Ora di suo mi mancano Sydney, Ubriaco d'Amore, Vizio di Forma e Pizza.
                                Praticamente ti mancano quelli che molti considerano i suoi veri film minori (escludo Licorice Pizza che ovviamente non ho ancora visto), anche se Punch-Drunk Love in realtà è molto amato e Vizio di Forma pur non essendo il vertice del regista è comunque un ottimo film che apprezzo sempre di più ad ogni revisione.

                                Comunque il PTA odierno avrebbe fatto durare Magnolia una mezz'ora in meno (lo ha proprio dichiarato lui), ma per me la durata monstre è coerente con l'essenza da tour de force che è il film. America Oggi l'ho visto dopo Magnolia e non ho potuto fare a meno di riconoscere le similitudini, ma per quanto mi sia piaciuto credo anch'io che il film di Anderson sia più moderno nonostante sia uscito a pochi anni di distanza da quello. Ma capisco che possa anche risultare debordante.
                                Non sapevo del commento di David Foster Wallace sul film, avevo letto invece che Anderson fu suo studente quando insegnava.

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