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  • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
    Il fatto che Ennio sia un capolavoro non è la cosa più rilevante, in fondo anche oggi se ne fanno in un numero superiore a quanto molti credono.

    Ennio è un film necessario, e questo è un dono prezioso perché ben più raro, una lezione di vita profonda e commovente (e montata da dio!)

    PS: che bello vedere una sala piena di ventenni! Dai che forse c'è ancora speranza...
    È davvero così notevole?

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    • Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio

      È davvero così notevole?
      Assolutamente. Chi ha occhi, cuore e testa per vedere davvero i film, e non solo guardarli, capisce che il film non è solo la celebrazione di un genio, ma il racconto di un'abnegazione, di una tempra morale che ha saputo forgiarsi dentro le amarezze, le sottovalutazioni, le delusioni che fanno parte della vita. E quindi inevitabilmente guardandolo fai conti anche con te stesso, con la tua di vita e i tuoi rimpianti. Ben sapendo che non sei un genio

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      • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio

        Assolutamente. Chi ha occhi, cuore e testa per vedere davvero i film, e non solo guardarli, capisce che il film non è solo la celebrazione di un genio, ma il racconto di un'abnegazione, di una tempra morale che ha saputo forgiarsi dentro le amarezze, le sottovalutazioni, le delusioni che fanno parte della vita. E quindi inevitabilmente guardandolo fai conti anche con te stesso, con la tua di vita e i tuoi rimpianti. Ben sapendo che non sei un genio
        Bellissimo, a questo punto non vedo l'ora di vederlo. Devo informarmi se esce qui in Ticino.

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        • Nomadland (2020), di Chloé Zhao

          Recuperato ieri sera, devo dire che mi è piaciuto davvero molto. Al di là dell'eccellente prova di Frances McDormand, ho apprezzato molto l'approccio di Zhao, a metà tra un cinema-verità neo-neo-realista (che può ricordare una certa immediatezza del racconto come quella dei fratelli Dardenne) con però delle aperture liriche che elevano il discorso dalla semplice analisi sociale. In questo senso, trovo molto azzeccata la scelta di non dare troppo spazio alle aperture liriche verso il paesaggio: se ci fate caso, ogni volta che la Zhao si concede in momenti più estatici, con movimenti di macchina "à la Malick" e l'uso di Einaudi, questi momenti sono frammentari, e spesso interrotti bruscamente. La vita di Fern è dura e difficile e non può essere eccessivamente sublimata nel lirismo paesaggistico. Ma questi paesaggi, però, fanno parte della vita della protagonista, e non avrebbe senso toglierli solo per accentuare l'aspetto di cinema civile. Il film non si fa facilmente etichettare.

          Altrettanto azzeccata (e immagino, non rara come dinamica in quei contesti) la scelta di fornire una sorta di via di uscita a Fern, e il fatto che lei, per una miriade di motivi di cui potremmo discutere, decida di non abbracciarla.

          Benché non abbia visto Eternals (che magari sarà anche bellissimo,per carità), mi spiace che dopo un film del genere la Zhao sia andata in tutt'altra direzione.

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          • Belfast di Kenneth Branagh, delizioso, Caitriona anni '60 da innamoramento istantaneo
            In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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            • La Conversazione di Francis Ford Coppola (1974).

              Situato cronologicamente a metà tra il leggendario Il Padrino – Parte I (1972) ed un seguito all’altezza del suo capostipite, Il Padrino – Parte 2 (1974), il film La Conversazione (1974), non potè che uscirne oscurato nella fama in mezzo a quei due colossi, non perché non sia qualitativamente eccelso; anzi, ci si ritrova innanzi ad un capolavoro assoluto della storia del cinema, però per stile e produzione, siamo lontani dalle atmosfere epiche dei due film girati per la Paramount, dove Coppola aveva adottato una regia molto più classica, condensando tutto il lavoro di sperimentazione fatto nelle sue opere degli anni 60’, alle quali con quest’opera fa pieno ritorno sin dall’inquadratura totale posta in apertura di pellicola sulla Union Square di San Francisco, dove vediamo una multiforme umanità dedita al transito quotidiano, venendo di tanto in tanto fermata da un curioso mimo, che sembra farsi beffe dei passanti, i quali per lo più lo vedono con fastidio finendo con l’ignorarlo, tra cui una coppia di giovani, seguita furtivamente dall’investigatore privato Harry Caul (Gene Hackman), dedito a registrarne i discorsi mettendo in piedi una complessa operazione di spionaggio, documentando il tutto con delle fotografie, per conto di un misterioso committente chiamato “direttore” (Robert Duvall, stranamente non accreditato nonostante abbia anche delle parti dialogate), ma al momento di assemblare il materiale registrato, scoprirà un’inquietante risvolto tra le varie conversazioni avute dalla coppia in quel luogo, il che porterà Harry ad entrare in conflitto con la propria deontologia professionale, arrivando allo scontro con l’enigmatico Martin Stett (Harrison Ford), un tirapiedi del “direttore”.
              Sin da subito la Conversazione quindi, si pone come opera sul potere e la sua capacità di penetrare nei corpi delle persone, le quali si sentono nude innanzi ad esso, essendo prive di qualsiasi difesa, a meno che non si viva sempre in piena allerta come Caul, conducendo un’esistenza talmente paranoica, dove neanche nell’inconscio dei suoi sogni-incubi, si riesce a dissipare la coltre di mistero innalzata dall’uomo attorno alle informazioni riguardanti la propria esistenza.
              Coppola ritorna a dimensioni produttive molto più contenute, avvalendosi di un budget di 1,5 milioni di dollari, girando un thriller spionistico anomalo, dove la figura dell’investigatore Harry Caul, riflette quella di un’intera nazione smarrita nelle proprie certezze, scombussolata dallo scandalo Watergate, in cui il presidente Nixon fece intercettare i propri avversari politici, scoppiato proprio durante la lavorazione del film, mostrando in tal modo una sorprendente lettura della realtà nell’anticipare i tempi, costruendo un’opera intrisa di cupezza, claustrofobia e paranoia nello sfruttare al meglio gli stilemi sperimentalisti delle avanguardie degli anni 60’, con tanto di citazioni esplicite ad opere come Blow Up di Michelangelo Antonioni (1966), nella figura del mimo e nelle foto scattate nel furgone alle ragazze attraverso il vetro, solo che qui il surrealismo presente nel film del regista italiano, viene meno a favore di un’atmosfera sempre più straniante, che si mescola con una realtà indecifrabile da parte di un protagonista, totalmente alienato nel proprio lavoro, tanto da preferire la tecnologia e le macchine di registrazione dei suoni, ad una qualsiasi chiacchierata con il prossimo, verso i quali intrattiene rapporti esclusivamente professionali, rifiutando ogni trasporto emotivo, anche a causa di una socio fobia invalidante, che lo porta a parlare per lo più per monosillabi o poche frasi nette, come a voler troncare all’istante ogni domanda riguardante la propria persona, vista dall’uomo come un’invasione indebita della propria sfera privata (grossa ipocrisia per uno che vive spiando le vite altrui), portando di conseguenza a far naufragare miseramente, oltre alle amicizie, tra cui quella con il proprio partner lavorativo Stanley (John Cazale), anche le relazioni sentimentali con le donne, a causa della sua ritrosia a parlare di sé stesso; solo nel chiuso del proprio appartamento spartano, al riparo da ogni sguardo esterno e trincerato dietro ad una porta con ben tre serrature, si concede un briciolo di svago umano, abbandonandosi a suonare il sassofono, mettendo come colonna sonora di sottofondo dei dischi jazz.

              In una San Francisco verticistica, dove i grigi ed alti palazzoni di vetro sovrastano le piccole formichine umane sottostanti, Coppola in pieno scandalo piombato sull’amministrazione Nixon, si sofferma su tutte le forme di sorveglianza, da quelle più moderne tramite l’uso di apparecchi tecnologici sempre più sofisticati quanto complessi, con tanto di visita in fiera dove si è creato un inquietante commercio basato su tale professione, con vari macchinari intrusivi sempre più sofisticati, che hanno finito con il creare un vero e proprio “capitalismo della sorveglianza” (cit. Shoshana Zuboff), traendo ricchezza dal possesso di informazioni e dati personali altrui. Il regista analizza tramite il credo di Harry Caul, la prima forma di invadenza nelle vite altrui, tramite la confessione al prete, dove il sacramento cattolico e la devozione religiosa dell’uomo, sono usati dal protagonista mero palliativo per alleggerirsi la coscienza dalle conseguenze negative dei suoi atti spionistici, senza rendersi conto in realtà di essere soggiogato a quella che forse è stata una delle prime forme di sorveglianza creata dall’uomo, tramite l’uso della sovra-struttura religiosa dove il Dio-padre nel segreto del confessionale ascolta e sente tutti i peccati riportatagli dettagliatamente dal suo devoto fedele, soggiogandolo mentalmente, instillando nella loro psiche il senso di colpa derivante dalle azioni commesse, in modo da avere un continuo controllo sul proprio gregge; in sostanza una sorveglianza che punta sulle lacerazioni morali dell’individuo, scisso tra l’intimo desiderio di purificarsi e la necessità di cadere nuovamente nell’errore, per via della propria professione lavorativa con cui sopravvive; schiacciandolo in una claustrofobia sempre più accentuata, sensazione amplificata dalle numerose sequenze ambientate in interni, dove nei luoghi più insospettabili si nasconde una possibile violazione della sfera privata dell’essere umano.
              Privo di capacità conversative, quanto carente di empatia verso il prossimo, che sia una relazione con una donna oppure il rapporto lavorativo con il suo partner Stanley, con cui vive in professionale distacco, Gene Hackman è chiamato a caratterizzare il proprio personaggio tramite i suoi sguardi perennemente rivolti verso il basso o persi nel vuoto, plasmando un anaffettivo emotivo totalmente alienato dal contesto in cui vive, quanto costantemente attaccato ai feticci tecnologici del proprio lavoro, ascoltando ripetutamente in avanti ed indietro i suoi registrati dei nastri audio (eccellente il lavoro sul montaggio sonoro di Walter Murch candidato all’oscar), con brevi flashback focalizzati nell’ossessiva ricerca del dettaglio decisivo, atto a sbrogliare una matassa sempre più ingarbugliata, cercando ossessivamente una verità datagli dall’uso dell’oggettività degli strumenti spionistici (registrazioni e fotografie), per poi venire amaramente messo in scacco da quegli stessi oggetti sui quali ha fatto affidamento, poiché neanche delle fredde macchine sono in grado di svelare gli assurdi meccanismi che muovono la psiche e le azioni dell’essere umano, il che conduce Harry Caul ad un totale ripiego in sé stesso, spogliandosi di tutta la materialità delle cose, compresi anche gli altarini religiosi, raggiungendo dei picchi abissali di sofferenza umana nella recitazione minimale ed essenziale di un Gene Hackman, straziato e laconico, come il suono del sassofono al quale si abbandona, oramai unico fragile brandello di riservatezza, a cui resta saldamente ancorato in un residuo di umanità. Palma d’Oro al festival di Cannes del 1974, con ben tre candidature agli oscar tra cui miglior regia, ma nella sfida con sé stesso, Coppola vinse tutti i premi possibili con il Padrino – Parte II (1974).

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              • The Quick and the Dead di Sam Raimi

                B-movie western molto stilizzato. Nel complesso molto piacevole e interessante, in particolare per la regia di Raimi che non esita a spingere con soluzioni visive particolari. Il problema è che queste soluzioni (goduriose) sono così particolari che offuscano con la loro atipicità i momenti più seri e drammatici, così che l'amalgama a volte non è riuscita, oppure è così straniante da respingere (restando però sempre interessante).
                Comunque consigliato agli amanti del western, e a chi è stufo di vedere regie "convenzionali".
                Eccellente interpretazione di Gene Hackman.

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                • Originariamente inviato da trabant Visualizza il messaggio
                  Belfast di Kenneth Branagh, delizioso, Caitriona anni '60 da innamoramento istantaneo
                  Anche a me è piaciuto e sul finale mi sono inaspettatamente commosso.

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                  • Belfast di Kenneth Branagh (2022).

                    Per essere il ritorno tanto decantato alla forma migliore di Kenneth Branagh regista, tramite il suo personale amarcord tramite Belfast (2021), il risultato non è proprio da picco massimo della cinematografia, eppure Branagh punta sin da subito a far rivivere l'atmosfera della città dell'Irlanda del Nord e le tensioni di fine anni 60', passando dalla moderna città del 2021, con tanto di porto inquadrato in lontananza, alle sue radici storico-politiche, tramite un murales d'epoca, dietro il cui muro, si passa nel mondo in bianco e nero del piccolo Buddy (Jude Hill), alter-ego del regista, intento ad immaginare avventurose battaglie contro esseri immaginari, per ritrovarsi catapultato nella violenta realtà in cui vive, fatta di scontri tra i protestanti capitanati da Billy (Colin Morgan) contro i cattolici unionisti, questi ultimi oggetto di soprusi, violenze ed atti di squadrismo da parte dei primi, con l'aperta ostilità dei genitori di Buddy (Jamie Dornan e Cathriona Balfe), da sempre ligi alle regole quanto rispettosi di una pacifica convivenza con i vicini cattolici, verso i quali non hanno motivi di ostilità. Il punto di vista adottato da Branagh è quello del bambino di 9 anni Buddy, con le sue prime esperienze di amicizia, il rapporto con il fratello maggiore Will, la prima cotta per l'amica Catherine cattolica, ma molto brava a scuola, la passione per i film, l'idolatria verso un padre dai molti difetti (lavori saltuari, sempre assente da casa per questioni professionali ed un pessimo pagatore di tasse), che però a quell'età non può che essere il più grande eroe tra tutti e per finire ma non in ultimo per questioni d'importanza, il rapporto con i nonni fortemente ancorati alle radici storiche della città di Belfast, con uno spiccato senso dell'humor, che rompe con la claustrofobia sia della location (al 70% siamo sempre nella piccola stradina dove c'è la casa di Buddy) e sia delle barricate presenti ad ogni angolo di strada, facendo della città più una zona di guerra militarizzata, con veri e propri checkpoint d'ingresso e d'uscita nelle zone ad alto conflitto, dove più che il senso di sicurezza, predomina, il senso di oppressione, nonchè di ulteriore apartheid tra due comunità religiose sempre più distaccate; la teoria della predestinazione alla salvezza del protestantesimo d'altronde poco si concilia con il libero arbitrio concesso da Dio nel cattolicesimo, visto dai primi come un culto molto più permissivo, tanto che Buddy vorrebbe aderirvi, poichè a suo dire per quanto uno possa peccare, basta una confessione al prete per uscirne purificato da tutti i propri sbagli.
                    Branagh non innova niente a livello registico in questo ennesimo Amarcord, gli manca l'intensità quanto la sincerità di Fellini amabilmente perso nei suoi ricordi, a favore invece di un ricostruzione troppo calcolata, non nelle scenografie, ma nei toni quanto dei personaggi, giocando soprattutto con il posizionamento della macchina da presa, verso il basso, per dare un senso di potente autorità alle istituzioni (la chiesa e l'esercito), nonchè con l'angolazione delle inquadrature, ribaltando i punti di vista dei personaggi, nonchè gli sconvolgimenti sociali portati dalla guerra civile in atto, che spinge il padre (Jamie Dornan) a prendere sempre più in serie considerazione l'idea di lasciare Belfast, per trasferirsi altrove, vedendo in tale luogo un non futuro per sè ed i propri figli, sempre più influenzati dal fascino delle bande protestanti, alle quali per volontà, causa minacce dei capi o comunque per conformismo, vorrebbero unirsi, pur sapendo lo sbaglio di tale scelta, ma un padre assente ed una madre anch'essa impegnata in sua attività, prendere deviazioni sbagliate sull'autostrada è un attimo.

                    Nel pastoso bianco e nero della fotografia di Haris Zambarloukos, capace di ritrarre una società schierata su opposti, dove il grigio della conciliazione viene sempre meno, la fantasia scaturita dalle arti del teatro e soprattutto del cinema, sono un rifugio rassicurante per il piccolo Buddy, il cui sorriso in primo piano, illumina l'inquadratura molto di più della luce del proiettore, rifacendosi a GIuseppe Tornatore di Nuovo Cinema Paradiso (1990), facendo prendere vita ai colori sullo schermo; certo l'equazione è banalotta, semplicistica, così come la confusione di Branagh nel miscelare film trash con Raquel Welch (lei sempre un bel vedere) o musical ammuffiti su macchine volanti prodotti dalla Disney, con western capolavorici come L'Uomo che Uccise Liberty Valance (1962) o Mezzogiorno di Fuoco (1953), gettando qualche dubbio sulla formazione cinematografica infantile di Branagh, che tra l'altro usa in modo risaputo il meta-cinema, per sbrogliare l'ingarbugliato "stallo" nel momento decisivo in cui il padre, un novello James Stewart/Gary Cooper, deve abbandonare il suo neutralismo per affrontare la violenza di Billy, che minaccia la sua famiglia; il bianco e nero di questi due capolavori del cinema classico, sembra essere la risposta di Branagh alla risoluzione della guerra civile, in verità una tesi che lascia per lo meno sbigottiti, vista la complessità, nonchè la violenza della situazione in atto, dove una risoluzione all'americana stile sceriffo, non è proprio la soluzione più soddisfacente.
                    Il problema di Belfast, sta nel voler essere un film di estremi, tenuto insieme nel grigio dei toni dalla famiglia, ma al regista questo non riesce bene, con scene trash di dubbia qualità che servono solo per svolte brusche narrative, senza una costruzione progressiva alle spalle; non si può trattare uno scontro fratricida tra protestanti-cattolici, come se fosse una nostalgia da amarcord se non sei Federico Fellini, che comunque aveva mostrato il volto brutale del fascismo nonostante la rievocazione nostalgica dell'infanzia; il bambino che decanta il detersivo biologico appena rubato da un supermercato saccheggiato, con una madre più idiota di lui che in piena guerriglia urbana, gli impone di restituirlo, risultano entrambe da annali del ridicolo involontario, a causa delle sbandate di tono di un Branagh che seppur vorrebbe ritornare ad un cinema più personale, comunque non può cancellare la realtà, di essere un regista allo sbando da oltre 20 anni, perdendosi dietro a marchette e progetti di dubbia qualità a favore del vile denaro.
                    L'operazione sincerità, gli riesce meglio quando si affida ai veterani Hinds e Dench, nei ruoli dei nonni di Buddy, memorie storiche della città, capace di coniugare i molteplici toni di Branagh, scavalcando grazie alla loro recitazione con perizia le magagne di scrittura e le incertezze registiche, portando il vero "colore" (non solo letterale), in Belfast, facendo intravedere una nuova speranza, lontano da una città gloriosa, ma oramai sempre più imbarbarita da una faida religiosa ed oppressa da un occupazione militare, degna più di Beirut o Gerusalemme Est, che di una città europea, non è un caso che Branagh azzecca l'inquadratura finale sul volto e gli occhi di una Judi Dench, che invita a non voltarsi indietro, pur decidendo di restare nel luogo in cui è nata, cresciuta e probabilmente morirà, una conclusione ellitticamente poetica, che riassume possibili evoluzioni future.
                    Incensato alle stelle dalla critica anglo-americana, con svariati elogi come 5 stelle di Bradshaw e di un Paul Schrader, oramai però rincoglionitasi del tutto, gli oscar "dimmerda" hanno tributato all'opera ben 7 nomination, a dimostrazione della non eccelsa qualità dell'opera, che per lo meno ci ri-consegna un Kenneth Branagh regista in uno stato decente, per la rinascita decantata dai critici prezzolati ufficiali, non c'è traccia invece.
                    Ultima modifica di Sensei; 02 marzo 22, 21:26.

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                    • "Per essere il ritorno tanto decantato alla forma migliore di Kenneth Branagh regista, tramite il suo personale Amarcord tramite Belfast (2021), della quale punta a farne rivivere l'atmosfera e le tensioni di fine anni 60', passando dalla moderna città del 2021, alla sua connotazione storico-politica tramite un murales d'epoca, dietro il cui muro, si passa nel mondo in bianco e nero del piccolo Buddy (Jude Hill), alter-ego del regista, intento ad immaginare avventurose battaglie contro esseri immaginari, per ritrovarsi catapultato nella violenta realtà in cui vive, fatta di scontri tra i protestanti capitanati da Billy (Colin Morgan) contro i cattolici unionisti, questi ultimi oggetto di soprusi, violenze ed atti di squadrismo da parte dei primi, con l'aperta ostilità dei genitori di Buddy (Jamie Dornan e Cathriona Balfe), da sempre ligi alle regole quanto rispettosi di una pacifica convivenza con i vicini cattolici, verso i quali non hanno motivi di ostilità"

                      Mi sa che non ti rileggi quello che scrivi e sbagli, perché la forma è disastrosa Pare una supercazzola questo inizio.
                      Belfast è un bel film, da 7o 7,5 per me (giusto per semplificare e andare dritto al sodo). La critica statunitense spara 5 stelle a profusione, ormai fare "affidamento" su di essa per poi spernacchiarla nelle recensioni qui sul forum, è un po' come sparare sulla Croce Rossa. Esageri quando parli di trash così come non comprendo addirittura la critica alla "formazione cinematografica infantile" di Branagh Alla fine, Belfast è un film piccolo, intimo, molto umano, senza grosse velleità. Per la tua gioia, stanno preparando il loro rispettivo Amarcord anche Inarritu e Spielberg!
                      https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                      "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                      • Si, avevo cancellato interi pezzi che poi mi sono dimenticato di ripristinare non so perchè, comunque risolto. Poi capisco perchè un'analisi critica del sottoscritto possa risultare difficoltosa da leggere e capire, non perchè sia un genio, ma per il fatto che oramai su internet oltre il post da Instagram e Facebook, il cervello del 90% dei lettori non sia in grado di andare.

                        Bel film mi sembra esagerato, un film carino, sbilanciato nei toni e grossolano nel fare meta-cinema; insomma finisce lì, però nonostante di qua e là qualche cosa di personale riesca ad emergere, oramai Branagh è un cineasta che viene da decenni di cinema brutto, il che non può che ripercuotersi in questa opera. Amarcord di Fellini era su un altro pianeta paragonato a questo Belfast, basta anche vedere le questioni politiche spinose come vengono trattate; il fascismo lì veniva irriso (la corona di fiori parlante del Duce), ma al contempo ne emergeva il lato brutale anche, mentre qua praticamente Branagh risolve la questione alla sceriffo americano da film western, da bravo padre di famiglia (senza vittime però, sennò il papi non è abbastanza eroe).
                        Dici poi che sparo a zero sulla critica USA? Beh, loro hanno credito e vengono pagati per le loro analisi, quindi giustamente li bastono se sparano stronzate come spesso fanno (lo riconosci pure te).
                        Un film da 6-6,5 o comunque 3 stelle, secondo il voto dato da me su Filmtv.

                        Degli amarcord di quel pippone di Inarritu e di quell'esaltato di Spielberg, il mondo del cinema non credo sappia cosa farsene, arrivano fuori tempo massimo. Quanto sono egocentrici certi registi, da pensare che a qualcuno interessi della loro infanzia.
                        Ultima modifica di Sensei; 02 marzo 22, 14:20.

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                        • Del film di Inarritu si sa poco, tranne che sarà un film nostalgico, credo non tanto su sé stesso e sulla sua infanzia, ma più su un certo Messico. Invece il film di Spielberg si intitola The Fablemans, che già dice tutto.
                          Non è che fai male a sparare sulla critica USA, io sono d'accordo con te, è che ormai lo trovo proprio inutile. Sicuramente è una cosa soggettiva, ma non ho dato mai peso alla recensioni estere, specialmente dopo il fioccare di 5 stelle degli ultimi anni.
                          https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                          • Dr. Strangelove di Stanley Kubrick (1964)

                            Esiste un film più attuale?

                            Cito qui sotto l'ultima parte di una recensione rilasciata l'anno 2017 su lascimmiapensa.com

                            "Nel documentario di Oliver Stone, The Putin interviews, il regista chiede a Vladimir Putin se ha visto Dr. Strangelove. Non l’ha visto. Allora si siede con lui e lo guardano. Oltre alle risate Putin si lascia scappare come il rischio di un olocausto nucleare sia reale e molto più pericoloso oggi di quanto lo fosse ai tempi del film. Una pellicola che fa più riflettere oggi a causa delle continue tensioni tra Nord Corea e America, come se fosse una campanella d’allarme pronta a ricordarci cosa si rischia. Disastri causati dall’incompetenza e dalla follia di personaggi sconclusionati, capaci di “premere un bottone” dalla gigantesca forza distruttiva con un sorriso beffardo stampato in volto.
                            Soggetti che speriamo possano vivere solo nell’immaginario di Kubrick e grazie alla geniale satira del suo film."
                            Il Dottor Stranamore, una satira cult nata dal genio di Kubrick e dal camaleontico Peter Sellers che rispecchia i nostri tempi più di quanto vorremmo.

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                            • The Batman di Matt Reeves

                              Bella fotografia, buone atmosfere, buone interpretazioni e le tre ore passano abbastanza tranquillamente. Reeves dirige con piglio fermo (azzeccando belle inquadrature) ma senza particolare verve, l'ho preferito sia in Cloverfield che nell'ultimo episodio della trilogia scimmiesca. Il film poi non è divertente, non è "forte", non è epico, è un mix di tante cose senza riuscire ad avere una vera identità. La voice over di Batman se la potevano risparmiare, specialmente nel finale. Insomma, si può vedere, ma l'ho trovato peggiore sia di quelli di Nolan che di quelli di Burton, non mi ha entusiasmato.
                              https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                              "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                              • Ieri invece ho visto Belfast e l'ho trovato delizioso. Mi è piaciuto il mix di tenerezza e leggerezza con cui Branagh racconta un periodo della sua infanzia, chiaramente mettendosi a livello di bambino nel punto di vista (non a caso le uniche cose a colori sono i film e lo spettacolo teatrale, le due passioni del regista che evidentemente covava già da piccolo). Per carità, non sarà un capolavoro di film à la Amarcord, ma rispetto a blockbuster che sono inspiegabilmente incapaci di intrattenere ed emozionare perché devono darsi un tono, il film di ieri è stato un toccasana.

                                Cast meraviglioso, in particolare ho adorato il bimbo e il nonno.

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