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  • Originariamente inviato da Fish_seeks_water Visualizza il messaggio
    Per me è l'opposto. Formalmente Never Rarely Sometimes Always mi era piaciuto molto, mentre i contenuti li avevo trovati schematici e piattamente ideologici (con le donne vittime dei maschi porci). E formalmente NRSA mi sembra meglio de L'evenement semplicemente perché l'approccio stilistico è personale, laddove invece ne L'evenement si limita ad essere la copia dei Dardenne (né più né meno), come tanto altro cinema giovane recente, del resto.
    Ugualmente lo stile la Hittman la trovo una versione buona di quello tipico indie americano, e questa cosa si notava ancora di più nel suo esordio It Felt Like Love. Il suo lavoro di regia più interessante per ora per me resta Beach Rats.

    Di Rarely preferivo le sfumature del rapporto tra le due amiche.

    Poi, in effetti, ora che me lo ricordi, c'era tutto quel sub-plot sul ragazzo viscido che non mi aveva fatto impazzire.

    Comunque globalmente, tra pregi e difetti, per me i due film stanno sullo stesso livello, se proprio dovessi quantificare numericamente.
    Luminous beings are we, not this crude matter.

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    • Originariamente inviato da Cooper96 Visualizza il messaggio
      A Most Violent Year di J.C. Chandor

      Tra questo e Margin Call Chandor ha fatto un'ottima doppietta, mi parte un filo (piccolo) di curiosità per il film Sony/Marvel su Kraven.
      Considerato il livello infimo degli spin-off precedenti , sarebbe già miracoloso se riuscisse a tirare fuori un film decente con quella produzione alla spalle.

      Di Chandor ho apprezzato molto anche All Is Lost con Robert Redford.

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      • Originariamente inviato da Sir Dan Fortesque Visualizza il messaggio

        Non vorrei sbagliare, ma anche ne La vita di Adele la famosa, infinita, spettacolare scopata non era prima volta con una ragazza per la protagonista?
        Non c'entra nulla in realtà, ma mi hai fatto venire il dubbio.

        Comunque sulla disinvoltura, per il carattere deciso e monolitico che ha lei (si fa come dico io), non ci ho visto troppo di strano, anche perché non è che abbia fatto chissà che, se l'è semplicemente messo dentro mentre stavano in piedi.

        Comunque se ci penso è proprio una storia dove lei non viene minimamente toccata dall'aborto in sé quanto dalla fatica che deve fare per ottenerlo, e mi chiedo in un Paese come la Francia, tra i più liberali in questo argomento (proprio di quest'anno una nuova legge per aumentare il limite di settimane), con un tasso più o meno stabile anche di aborti volontari ripetuti, e in una società dove ti tirano dietro le forme più varie di anticoncezionali, quanta vita avrà negli anni questo film, considerando anche che i risvolti socio-culturali e lo scavo psicologico, a differenza del film di Mungiu, sono prossimi all'irrilevanza.

        Trovo più interessante e "onesto" "Mai raramente a volte sempre" che prende di petto l'argomento nel presente, per quanto formalmente di minor rilievo.
        E' per l'appunto un film inattuale, ma se ci tiene a mostrare che nel '64 i ginecologi di provincia sono pavidi o bacchettoni; le compagne di classe di A. delle contadinotte ripulite; quello che l'ha ingravidata un proto radical chic parolaio; il pompiere bellino senza palle per uscire dal seminato; e pure la mamma barista c'ha del patetico nel suo sogno di riscatto delegato alla figliuola...La scena hot guarda allo spettatore del 2021 e non è fatta certo come il cinema nel 1964. Come se l'autrice avesse voluto tenere fuori i colleghi cineasti dalla critica sociale retrodatata agli anni '60 e presentare una protagonista "moderna" , anche nella sua ansia di affermazione.

        Le sverginate delle telenovelas non abortiscono ; quelle delle fiction italiane cinema e tv anche , ma magari sono minorenni ed apparentemente ben inserite nel loro contesto sociale prima di rimanere incinte. Anne magari si colloca a metà strada tra queste opzioni narrative fermo restando però che è in "deficit" rispetto all'attualità sociologica ,che vede _per fortuna_ ragazze anche di cultura medio-bassa mediamente provvedute nell'evitare gravidanze non volute.
        "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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        • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio
          La scena hot guarda allo spettatore del 2021 e non è fatta certo come il cinema nel 1964.
          Be', qua potrebbe essere interessante leggere il libro autobiografico su cui è basato il film e vedere se quell'episodio c'è e come viene descritto, ammesso e non concesso che l'autrice l'abbia raccontato in maniera autentica.
          Luminous beings are we, not this crude matter.

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          • ho visto Lunana e mi ha dato la sensazione del filmettino confezionato apposta per tentare la scalata a qualche premio, in qualche momento mi è sembrato quasi propagandistico - non conosco la situazione politica del Bhutan - però i bambini sono fenomenali e da soli valgono il film

            a seguire Una vita in fuga di S. Penn, sul quale stenderei un velo impietoso ...
            In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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            • Spiderman - No Way Home

              Oh Sam… non ci fossi stato tu con quei personaggi così ben costruiti e lontani dal cartace, non sarebbero bastati nemmeno tutti gli effetti speciali e luci stroboscopiche del mondo e nemmeno il richiamo di 2000 villain o cast dalle varie iterazioni a smuovere dal solito piattume siderale un simile carrozzone.


              "Spesso contraddiciamo una opinione, mentre ci è antipatico soltanto il tono con cui essa è stata espressa."

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              • Drive My Car


                ATTENZIONE FORSE CI STANNO SPOILER NEL MUCCHIO



                Di Hamaguchi avevo già visto qualche mese fa e apprezzato “Il gioco del destino e della fantasia”, nel quale già sembrava evidente un amore del regista per la parola, al punto che il film in più di un momento mi aveva trasmesso vibrazioni rohmeriane e di Hong Sang-soo (ma ho avuto anche qualche flash del Kiarostami ultimo periodo, tipo quello di “Qualcuno da amare” per il primo episodio e quello di “Copia conforme” per il terzo). Tra l’altro poi ho verificato che sono tutte influenze che Hamaguchi cita esplicitamente senza alcun problema.

                A questo giro (di auto) si conferma l’importanza del verbo, anche se stavolta l’ho trovato più vicino al cinema del coterraneo Koreeda (tra l’altro, quasi superfluo dirlo, l’ombra di Ozu si allunga grande su tutti i registi citati, non sarà un caso).

                Al di là dell’impressionante stratificazione significante dell’auto “protagonista”, a seconda dei casi “arma del delitto”, tomba in cui ascoltare la voce della moglie, luogo di confessioni, di nuovi legami, veicolo di successione, riverbero del punto cieco del protagonista (la guida è a sinistra, solo nell’ultima scena, in Corea e con alla guida la ragazza, va nel “senso giusto di marcia”) e via dicendo, ciò che mi ha colpito è proprio l’ambiguità del ruolo della parola nella vicenda.

                Apparentemente i dialoghi sembrano essere la forma preferenziale per l’esprimersi dei personaggi e del film (e per molti versi è così), ma sono talmente preponderanti da dare ancora più risalto a ciò che invece non può essere detto o spiegato senza contare i bellissimi silenzi di cui il film è generoso (penso, su tutti, al viaggio tra giorno e notte verso la terra d’origine dell’autista).

                E così lo “spiegone” che protagonista rigurgita all’autista in mezzo alla neve sembra più un suo bisogno naturale del momento (lui che per tutto il film si è tenuto dentro tutto) che non un servizio allo spettatore.

                Il protagonista deve elaborare a parole per poter accettare ciò che non può esserlo, deve conoscere sé stesso per poter intravedere ciò che non potrà mai completamente (come dice il giovane attore in auto): il mistero della moglie che resta tale sino alla fine, ciò che lei voleva dirgli può restare solo una supposizione, ciò che lei provava in seguito alla morte della figlia, la sua supposta felicità in realtà era solo un riflesso nella mente del marito (a sua volta presumibilmente autoingannevole). A fine film resta questo enorme buco che nessuna parola può riempire, può solo sforzarsi di farlo per approssimazione (come il momento che passa tra le due attrici che provano al parco).

                Per questo la forza di recitare Cechov tra lingue che non si comprendono necessita di qualcosa che trascende lo scambio verbale.

                Le stesse parole vengono usate in maniera ambigua in diversi punti. Mi viene in mente in particolare una delle scene clou, quando protagonista e ragazzo si calano le maschere in auto.

                Spoiler! Mostra


                Le interpretazioni restano aperte (come nel finale: lei ha l’auto perché lui gliel’ha regalata a prescindere o perché è ormai così cieco da un occhio da non poter più guidare?).

                Comunque cui tre ore di durata sono volate nonostante il ritmo apparentemente compassato ed è un film che rivedrò con piacere.

                Fa impressione pensare al divario che separa questo film dal “compagno di miglior film da Oscar” CODA, al punto che mi chiedo, peccando probabilmente di sovrapposizione del mio pensiero, quanto la regista di quel film sia realmente soddisfatta di aver vinto contro questo e altri film.

                Ultima modifica di Sir Dan Fortesque; 09 aprile 22, 00:45.
                Luminous beings are we, not this crude matter.

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                • Originariamente inviato da Sir Dan Fortesque Visualizza il messaggio
                  Fa impressione pensare al divario che separa questo film dal “compagno di miglior film da Oscar” CODA, al punto che mi chiedo, peccando probabilmente di sovrapposizione del mio pensiero, quanto la regista di quel film sia realmente soddisfatta di aver vinto contro questo e altri film.
                  Secondo me è contentissima perché anche in Drive My Car c'è un personaggio che parla la lingua dei segni, per loro è come aver vinto un derby.
                  A parte gli scherzi penso che tutto sommato è già qualcosa che l'opera di Hamaguchi sia stata nominata in Miglior Film, considerando i gusti dell'Academy. Mi chiedo però se il trionfo di Parasite abbia spalancato le porte a questa nomination o se invece ne abbia compromesso le possibilità di vittoria visto che due film asiatici premiati in tre anni forse qualcuno ad Hollywood non li avrebbe mandati giù.

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                  • I Don't Feel at Home in This World Anymore di Macon Blair

                    Commedia nera da Sundance. La premessa (coeniana) è valida ma il film non incalza, non prende mai lo slancio, e i dialoghi banalotti non aiutano. Imho non si spinge abbastanza sul pedale dell'assurdo. Recupera un po' nel finale, dove c'è una sterzata netta di tono, ma non basta per arrivare alla sufficienza.

                    Spoiler! Mostra

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                    • Originariamente inviato da Admiral Ackbar Visualizza il messaggio
                      Secondo me è contentissima perché anche in Drive My Car c'è un personaggio che parla la lingua dei segni, per loro è come aver vinto un derby.
                      Io ho pensato "ma visto che c'è pure più la muta (non sorda) potevate premiare questo".

                      A parte gli scherzi penso che tutto sommato è già qualcosa che l'opera di Hamaguchi sia stata nominata in Miglior Film, considerando i gusti dell'Academy. Mi chiedo però se il trionfo di Parasite abbia spalancato le porte a questa nomination o se invece ne abbia compromesso le possibilità di vittoria visto che due film asiatici premiati in tre anni forse qualcuno ad Hollywood non li avrebbe mandati giù.
                      Ci ho pensato anch'io, l'uomo bianco teme l'uomo giallo (e l'uomo giallo mi pare che tema l'uomo nero mentre l'uomo nero teme quello bianco, un cerchio perfetto).
                      Luminous beings are we, not this crude matter.

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                      • Ho recuperato l'ultimo di Schrader, qua dentro meglio conosciuto come "Il Vecchio Puzzone", e anche questa messa è finita.


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                        • Drive My Car di Ryosuke Hamaguchi (2021).

                          L'eterointegrazione viene vista con una certa ostilità da parte della critica, poichè una pellicola dovrebbe essere autosufficiente nel proprio significante, senza dover far uso di elementi esterni all'opera per la decriptazione di essa; ma dopo oltre 125 anni di storia del cinema, la stragrande maggioranza delle strade sono state battute, quindi è difficile fare o dire cose nuove, men che meno basare un film come Drive My Car (2021), partendo dal tema iper-sfruttato dell'elaborazione del lutto; ma il regista Ryosuke Hamaguchi, partendo dal verbo, ampiamente narrato, dibattuto e ripetuto ossessivamente, riesce a plasmare un nuovo flusso di immagini, trovando così una strada originale, nel girare un’opera difficile, complessa, quanto stratificata nei significati, ma dal ritmo cadenzato opportunamente, donando nuova originalità ad un qualcosa di già visto, con risultati oltremodo graditi dalla critica mondiale, che ha tributato enormi elogi a tale opera, nonché i numerosi riconoscimenti raccolti in tutto il mondo tra cui il premio miglior sceneggiatura a Cannes (ma avrebbe nettamente meritato quello principale), per non tacere quello di miglior film internazionale, condite da altre tre nomination, tra cui miglior sceneggiatura, regia e miglior film nella categoria principale (purtroppo persi tutti e tre).
                          Ryosuke Hamaguchi adatta l'omonimo racconto breve di appena 25 pagine di Haruki Murakami, espandendone il soggetto base, attraverso una narrazione fluviale dalla durata di ben tre ore, mettendo in scena la perdita della moglie Oto (Reika Kirishima), da parte del regista ed attore teatrale Yusuke Kafuku (Hidetoshi Nishijima), dipartita accentuata dai tradimenti coniugali della moglie quanto dall’incapacità del merito nell’affrontarli, fino a che il tragico evento mette fine ad ogni suo proposito, provocandogli una crisi così forte devastante, impedirgli di proseguire come attore nello spettacolo Zio Vanja di Cechov. Trascorsi due anni dall’accaduto, Yusuke è ancora scosso dalla perdita, accetta di mettere in scena come solo regista un adattamento multilingue di Zio Vanja, tramite un cast eterogeneo, composto da attori di varia nazionalità, dovendo subire l’imposizione della giovane autista Watari (Toko Miura), da parte della compagnia teatrale.

                          Drive My Car è un film apparentemente costruito sul potere della parola, dove essa riesce ad aprire nuove possibilità espressivo-comunicative, invece di creare della barriere, come invece si potrebbe pensare, perchè qui lo Zio Vanja di Cechov, viene rappresentato in versione multilingue, aprendo in tal modo nuove possibilità non basate sul verbo, ma sulla sensorialità scaturenti da esso, come novella via comunicativa; una dichiarazione d’intenti enunciata nei primi quaranta minuti, sin dalla scena d’apertura, dove Ota, inquadrata in controluce mentre sta facendo sesso con Kafuku, ne crea l’atmosfera intima tramite un racconto erotico, la cui prosecuzione narrativa più volte ritornerà nel corso della narrazione, concludendosi con il racconto fattane da Koji Takatsuki (Masaki Okada), attore scelto per la parte di Vanja, una sua versione della storia, veritiera o meno, come del resto è il mestiere dell’attore, che non si limita alla memorizzazione del testo, ma deve introiettare dentro di sé un complesso di relazioni, sentimenti e rapporti umani. Drive My Car tramite l’impianto meta-narrativo dell’opera di Cechov, mette in scena l’amarezza del tempo trascorso ed i rimpianti per le occasioni mancate, facendo emergere nei suoi interpreti gli istinti più viscerali, dando così nuova vita ai lavori del maestro russo, tramite una coralità di attori internazionali e relative maestranze, le quali, con le loro esperienze, nonché le cicatrici, si muovono nel palcoscenico di Hiroshima, la città ferita per antonomasia, protagonista del primo bombardamento atomico della storia dell’umanità, dove solo uno spettrale edificio, testimonia silente il devastante accaduto; una cicatrice che scava in profondità il volto della moderna metropoli, sorta dalle ceneri dell’apocalisse.
                          Si parte da Tokyo, si arriva ad Hiroshima, concedendosi un’escursione nel profondo nord, nell’ex-residenza natia dell’autista Watari, donna con la quale il diffidente Kafuku, entrerà sempre di più in contatto umano, grazie ai lunghi tragitti percorsi nella Saab 900 di colore rosso, donando nuova vita ad un veicolo, che prima era poco più che una sinistra bara in movimento, dove l’uomo ripeteva le battute dei testi teatrali, tramite la registrazione fattane dalla defunta moglie Ota.

                          Negli sguardi e nelle lunghissime pause tipiche del teatro di Cechov a cui la macchina da presa di Hamaguchi aderisce appieno, attraverso una regia minimalista, che lungo il procedere della narrazione lascia fluire su di sé ed i propri personaggi, un fiume di parole e frasi, specie nel prologo iniziale, per poi puntare a far emergere da esse le sensazioni dei personaggi, che si legano appieno con i propri sentimenti, facendo emergere una simbiosi perfetta tra forma e contenuto, dove le letture apatiche, nonché prive di emozioni fatte nelle prove dagli attori, si aprono a momenti di sincera confessione, sull’arte dell’attore, in cui Kafuku dichiara con estrema schiettezza, su come Cechov sia terribile, poiché seppe ben mettere in scena la complessità degli stati d’animo dell’essere umano nel proprio vivere quotidiano. Carenza d’azione, poco dinamismo e mancanza di drammaticità esibita, furono (quanto tutt’ora sono), difetti che i detrattori hanno da sempre imputato a Cechov, tutte qualità invece che Hamaguchi fa proprie, donando ulteriore vita al suo Zio Vanja, dove il valore della parola viene mano a mano meno, sino alle battute finali nel profondo nord innevato del Giappone, concludendosi nello spettacolo teatrale con il celebre monologo finale sul bisogno di vivere da parte di Sonja, interpretata nello spettacolo da un’attrice sordo-muta, la quale, nell’impossibilità di parlare, tramite l’ausilio del linguaggio dei segni, finisce con l’amplificare la potenza del testo Cechoviano di partenza, che da sempre ha fatto si, che il personaggio-interprete, guardi a fondo dentro di sé, per trovare le risposte necessarie, innanzi all’impossibilità di comprendersi con il prossimo, elemento qui accentuato come detto, dal cast multilingue scelto.
                          Nell’arco di tre ore di narrazione, con numerose sotto-trame incentrare sui vari componenti dello spettacolo, qualche elemento potrà sembrare meno riuscito rispetto o addirittura futile nel peso dell’economia della narrazione (critiche vi sono state a proposito della glaucomia all’occhio sinistro di Kafuku, la quale ovviamente deve essere letta in modo simbolica, sulla scelta consapevole di non voler vedere ed affrontare la questione dei tradimenti della moglie), senza tacere dell’impossibilità di fruire appieno l’opera, perdendo una marea di riferimenti, senza una conoscenza preliminare di Zio Vanja, che funge da impalcatura di tutto il film, con la necessità di comprendere le complesse modalità interpretative da parte degli attori quando affrontano i suoi lavori sul palcoscenico (in primis le lunghe pause), strumenti necessari, per comprendere la potenza stilistica di un film indubbiamente elitario e lontano da qualsiasi moda contemporanea, ma capace di trovare in questo modo nel nuovo millennio la strada necessaria, per offrire alla settima arte un nuovo (e sempre oramai più unici che rari) capolavoro assoluto del cinema.

                          Ultima modifica di Sensei; 15 aprile 22, 16:19.

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                          • Sundown (M. Franco, 2021)

                            A volte capita di imbatterti in film che ti lasciano dentro qualcosa e a cui ripensi, al di là dei meriti o demeriti artistici. Per quanto mi riguarda Sundown è uno di questi: mi ci sono imbattuto un mesetto fa e mi aveva lasciato uno strano senso di malessere, uno dei quei sinistri pensieri di gettare la spugna che ti attraversano talora di questi tempi, tra una catastrofe sanitaria e l'anticipo di una nuova guerra mondiale. E dire che Franco è un regista che non mi piace particolarmente - anzi a dirla tutta un paio di sue opere le detesto proprio. E allora mi son deciso a rivederlo in sala, un po' per vedere come l'avevano doppiato (neanche malaccio, tra l'altro) e un po' per avere delle conferme, in una sala semi-deserta che tanto stanno tutti a rincoglionirsi dietro gli animali fantastici.

                            Il protagonista Neil è in vacanza ad Acapulco col parentado stretto, ma dopo un quarto d'ora resterà lui solo. A non voler raccontare altro non è che si vuole occultare chissà quali mirabolanti spoiler, e che la trama di questi 70 minuti scarsi è davvero poca cosa, tanto che si immagina il regista scrivere il soggetto su un tovagliolo bisunto mentre si ingozza di tacos e burritos. Ma tanto più la drammaturgia si assottiglia ai limiti dell'inconsistenza, quanto più il protagonista si carica di echi e riverberi ancestrali, e allora ho avuto la conferma avevo ipotizzato: ci troviamo davanti a uno dei personaggi filosoficamente più densi e complessi di questi anni. Tim Roth mi è parso straordinario nel suo minimalismo, in quel ciondolare apatico, in quegli sguardi fissi di inebetito torpore, in quei gesti rallentati che arrivano sempre con un attimo di ritardo ci ho visto tutta la pesantezza dell'esistenza, la stanchezza di vivere assoluta, il nichilismo che non ha bisogno chissà di quali gesti enfatici. Come nella prima visione mi ha riportato a letture giovanili, Sartre, Camus, e forse a farne incarnazione metaforica di un opulento Occidente che non ha più stimoli si eccede in speculazione, ma non è poi così essenziale. Basta guardarlo crogiolarsi al sole, come quei rettili o anfibi in Natura, per leggerci tutta la disillusione di chi non ha più niente da chiedere alla vita. Solo determinismo biologico, finché dura.

                            Verso la conclusione il regista sembra quasi voler dare una giustificazione al modus vivendi del protagonista, che quasi ne smorza un po' lo spessore. Ma poi arriva quella sequenza finale, l'ennesima fuga dai problemi, e allora ti verrebbe da chiedergli: "Ma buon vecchio Neil, cosa diamine vuoi?". E ti sembrerebbe quasi di sentire quella vocina strascicata rispondere: "Assolutamente niente".
                            Solo un'ultima birra, un'ultima scopata. L'ultimo sguardo verso il tramonto. In attesa della Fine.
                            Ultima modifica di Medeis; 15 aprile 22, 18:59.

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                            • Non conoscevo questo Franco, vedo è relativamente giovane ma con diverse opere all'attivo, discretamente accolte ma senza entusiasmi negli USA e malmenate in Italia.

                              Dando uno sguardo rapidissimo sembra che sia un provocatore, bravo come regista nudo e puro ma che nel concreto si sgonfia e si perde nonostante interessanti idee di base.

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                              Luminous beings are we, not this crude matter.

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                              • Originariamente inviato da Sir Dan Fortesque Visualizza il messaggio
                                Non conoscevo questo Franco, vedo è relativamente giovane ma con diverse opere all'attivo, discretamente accolte ma senza entusiasmi negli USA e malmenate in Italia.

                                Dando uno sguardo rapidissimo sembra che sia un provocatore, bravo come regista nudo e puro ma che nel concreto si sgonfia e si perde nonostante interessanti idee di base.

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