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  • Everything Everywhere All At Once

    Dato che ancora non si sa nulla dell'uscita italiana e quasi sicuramente da noi non passerà comunque per la sala, me lo sono visto. Sono andato con i piedi di piombo perché quando mi approccio a un film di cui ho sentito parlare solo bene magari alzo le aspettative e poi non me lo godo. Dopo un'iniziale mezz'ora di rodaggio (se non qualcosa in più) in cui ci vengono spiegate per filo e per segno le regole "del gioco", il film ingrana alla grande e si trasforma in un calderone delirante al cui interno possiamo scorgere ingredienti come i film d'arti marziali, Scott Pilgrim, la Pixar, Terry Gilliam, Spiderverse, Matrix, Rick and Morty, i Looney Tunes, Wong Kar-Wai (ok quest'ultimo ce l'ho messo solo perché c'è un riferimento evidente).
    Per adesso è sicuramente il film di quest'anno che ho più apprezzato, anche chi non lo amerà non potrà negarne la freschezza.

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    • The Halt (L.Diaz, 2019)

      Il miglior film sul Covid? Lo ha girato Lav Diaz prima che il bubbone scoppiasse, ambientando nelle Filippine del 2030 l'ennesimo atto d'accusa sulla dittatura nel suo Paese alle prese con un'epidemia mondiale di influenza. Come sempre vi è una moltitudine di personaggi e storie che si tengono insieme nell'affresco, che da questo spunto iniziale "profetico" arriva come spesso nel cinema di Diaz ad indagare la memoria, il rapporto tra passato e presente, ma rispetto ai film precedenti c'è più montaggio - seppur abbondi il long take - il b/n è più estetizzante, cesellando penombre e chiaroscuri da antologia, e inserisce una vena grottesca nel ritratto del dittatore, sintesi suppongo di uno o più veri capi di stato del suo Paese, un personaggio affetto da infantilismo nella sua folle violenza sadica. Presentato alla Quinzaine, dura 4 e 40. Ah, è l'ennesimo fottuto grande film di uno dei registi più necessari di quest'era, appassionante e ipnotico nella sua strabordante ma giustificata lunghezza.

      La nera di... (O. Sembene, 1966)

      59 minuti di film che sono una fucilata nel petto, non solo per come evidenzia il razzismo sistemico nella società occidentale, ma anche per la secchezza di alcune sequenza cruciali - come il crudo pre-finale, privo di ogni retorica e che lascia senza fiato lo spettatore - che bilanciano il lirismo con cui la mdp si muove in linea con le Nouvelle Vagues dell'epoca. La storia di una giovane donna africana che va a fare la cameriera presso una famiglia della Costa Azzurra è ritratta dal futuro Maestro Sembene nelle sue linee narrative essenziali, con uso del simbolismo efficace e mai pedante, e un inserimento dei flashback ottimamente calibrati. Capolavoro vero, e non solo per motivi intrinsecamente storici.

      La doppia vita di Madeleine Collins (A. Barraud, 2021)

      Ogni tanto in sala si vedono film di genere vecchio stampo che funzionano ancora egregiamente: la soddisfazione già provata con Operazione Mincemeat, viene replicata con questo thriller/noir classicheggiante, presentato alle Giornate degli Autori. Soluzioni eleganti di regia e un'ottima interpretazione di Virginie Efira, al massimo della sua gamma espressiva, fanno volare alto la prima mezz'ora, poi il film si assesta rimanendo sempre sul filo della sospensione dell'incredulità, ma nonostante un finale forse un po' debole resta il piacere della visione complessiva, in cui il gioco dei colpi di scena è abbastanza riuscito, e l'unghiata sulle tenebre dell'anima celate dietro il bisogno di affettività a tutti i costi lascia il segno.
      Ultima modifica di Medeis; 05 giugno 22, 11:35.

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      • Ogni tanto mi ricordo che esiste questo topic

        Cose sparse recenti viste e apprezzate nelle ultime settimane, soprattutto su MUBI.

        Prima di tutto ho scoperto l'esistenza di un regista chiamato Patrick Wang, americano di origine taiwanese, regista indipendente ma non indie, quasi completamente alieno al circuito festivaliero, sconosciuto in Italia ma apprezzato negli USA.

        Autore dall'anima teatrale (è anche regista teatrale), ha esordito con un drama di quasi tre ore, In the Family, seguito da un altro drama, The Grief of Others, entrambi storia di un'elaborazione del lutto che passa attraverso la messa a repentaglio dell'unità familiare.
        Cinema umanista, dove ai buoni sentimenti non si arriva mai con leggerezza, guadagnandoseli attraverso un attento e non banale scavo dei personaggi.
        Predilige l'uso del piano-sequenza (il più delle volte fisso), spesso di durata anche molto elevata. Nel secondo film in particolare c'è un uso interessante delle dissolvenze e della sovrimpressione, che ha un che dell'innocenza e semplicità del cinema delle origini, ma al servizio di un elaborato discorso visivo sullo spazio e sul tempo che dà alla casa dei protagonisti una vita propria in quanto teatro dei loro dolori e delle loro catarsi.




        Seguono A Bread Factory: Part 1 e 2, che, a dispetto del nome, sono storie autosufficienti.
        Qua si vira sulla commedia satirica in un curioso equilibrio tra assurdo e lo stesso realismo che animava i suoi drammi, nella parte 1 una piccola circolo culturale deve vedersela con l'invasione di artisti cinesi all'avanguardia che vogliono fregarsi i loro finanziamenti comunali.
        Nonostante la parte 1 mi sia piaciuta, la parte 2 l'ho mollata quando ho capito che sarebbe stata costellata di numeri musicali per me inascoltabili.




        After Love

        Eesordio dell'inglese di origini pakistane Aleem Khan, dramma dalla premessa che permette all'autore di lavorare su un costante sotto-testo quasi da thriller (senza però mai incorporarne le dinamiche come su succede per registi come Farhadi), forse il film perde un poco quando le carte vengono svelate.
        Per coincidenza anche qua, come nei primi film del succitato Wang, la morte di un caro diventa opportunità per risanare il vecchio nucleo familiare o costruirne di nuovi passando attraverso gli spettri del rimosso e del nascosto.




        Noche de fuego (meglio conosciuto come Prayers for the Stolen)

        Esordio della salvadoregna/messicana Tatiana Huezo, coming of age duro ed ellittico che trova nicchie di gioia e gioco nel contesto spietato di un villaggio sotto il gioco dei cartelli della droga, girato benissimo e interpretato con trasporto da 6 giovani attrici per 3 personaggi in due differenti fasi della gioventù.




        Luminous beings are we, not this crude matter.

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        • Top Gun (1986)
          Arrivo con colpevole ritardo, specie per uno che possiede un HOTAS e ogni tanto prova pure qualche simulatore serio oltre agli spacesim.
          Aerei che fanno woosh belli, resto dimenticabile e spesso ridicolo in maniera involontaria per tutti i cliché che affastella uno dietro l'altro senza una minima consapevolezza (c'è pure il token, ma quello vero che dice al massimo due battute in croce e sta principalemente sullo sfondo non col significato moderno di "m'hanno cambiato la razza/sesso di uno dei personaggi principali!ONE!!111!") specie se si ha un attimo presente che Maverick verrebbe buttato fuori anche solo per le cazzate che fa nella sequenza iniziale.
          È chiaro che nuKirk è in parte basato su Maverick e per certi versi mi fa odiare ancora di più gli Star Trek di Abrams perché ha essenzialmente preso un tipo di Gary Stu reaganiano e lo ha ficcato a forza in un franchise come Star Trek che idealmente ne sarebbe agli antipodi.
          Ultima modifica di Det. Bullock; 06 giugno 22, 21:31.
          "Compatisco quelle povere ombre confinate in quella prigione euclidea che è la sanità mentale." - Grant Morrison
          "People assume that time is a strict progression of cause to effect, but *actually* from a non-linear, non-subjective viewpoint - it's more like a big ball of wibbly wobbly... time-y wimey... stuff." - The Doctor

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          • Nostalgia di Mario Martone (2022).

            L'ultra cinquantenne Felice (Pierfrancesco Favino) dopo ben quarant'anni, ritorna nella natia Napoli, nel rione Sanità in cui viveva un tempo, prima che dovette lasciare tali luoghi per oscuri motivi, tentando la fortuna all'estero, in Africa, barcamenandosi tra Egitto e Libano, prima assieme allo zio, poi da solo; forse per questo motivo è riuscito a fare fortuna, assimilando gli usi e costumi locali, convertendosi all'islam, trovando inoltre una donna con la quale è in procinto di sposarsi.
            Nel rione gli edifici, i posti e persino la gente sono rimasti gli stessi, più invecchiati ed acciaccati, ma quarant'anni, non sono nulla per una città con oltre due millenni di storia alle spalle; ma Felice al suo arrivo, nel luogo della sua infanzia persa tra le pieghe del tempo, percepisce tutto sfocato, il panorama di quella Napoli quando si affaccia dal terrazzo, oramai è un qualcosa di estraneo alla sua percezione dei sensi; i vicoli non sono cambiati, ma oramai li percepisce per lo più estranei sue passeggiate, un posto vale l'altro, arrivando a consumare la sua prima pizza del ritorno in un locale turistico di basso livello, quando avrebbe potuto trovare nelle vicinanze dei locali infinitamente migliori per tale alimento.
            Felice vaga per la città natia, che oramai non gli appartiene più, cercando di diseppellire i ricordi di un tempo lontano, che celano al loro interno i terribili fantasmi sulla verità della sua fuga. Il ritorno alla madre Teresa (Quattrocchi), oramai ultra-anziana, malata e cieca, diviene un tentativo di ristabilire un contatto con quelle radici appartenutagli in passato, in un gioco psicanalitico in cui la mamma diviene un catalizzatore di ricordi, odori e sensazioni, che iniziano finalmente a sbloccarsi poco a poco nella sequenza del lavaggio, in cui il figlio ritornato, immerge la nuda genitrice in una vasca di legno, illuminata a stento dalla fioca luce di uno squallido quanto piccolo appartamento, attraverso un'operazione affettiva, di riappropriazione di un'identità originaria lasciatasi alle spalle, che necessità di partire dall'essenziale legame genitore-figlio, per poter ri-sviluppare un albero dalle radici forti. Martone in Nostalgia (2022), tratto dal romano di Ermanno Rea, muove il suo discorso filmico sulla direttiva ricordi-parlata.

            Felice spiccica un'italiano grossolanamente stentato, con un fortissimo accento arabo; uno straniero in patria quindi, visto come tale da qualche conoscente, che resta interdetto dal suo parlato, visto che l'italiano nei quarant'anni di lontananza, lo avrà utilizzato quelle pochissime volte solo nella scrittura delle lettere alla madre, senza poterne far uso nella conversazione quotidiana, dove l'arabo per anni ha predominato, seppellendo quasi totalmente l'humus culturale originario dell'uomo.
            Mano a mano che procede la narrazione, in coerenza con la poetica di Martone sulla storia portatrice di un forte carico di passioni, che influenza la vita degli individuo, veniamo introdotti nell'architettura urbana di una Napoli sviluppata verticalmente, dove però quando si sale verso l'alto, non si è mai liberi, per via della conformazione claustrofobica della struttura, dove c'è sempre qualcuno più in alto di te, nell'atto di osservarti, rendendoti di fatto un prigioniero all'aria aperta.
            Il legame con il prete anti-mafia don Luigi Rega (Francesco Di Leva), contribuisce a dissipare quell'aura di mistero audio-visivo, che si era increspata attorno alla mente di Felice, facendo però ritornare dal passato, ostilità che si pensava di essersi lasciati alle spalle, trasformate dall'alterazione dei ricordi in bravate da risaputo filmino in Super 8, de-privando con tale modalità visiva, dell'intrinseca essenza di tali gesti compiuti.
            Il regista, alle prese con una prima parte di una storia che ricalca in parte l'Amore Molesto (1995), film che lo lanciò come talento da tenere d'occhio, è padrone della materia sia dal punto di vista narrativo, che tecnico, restituendoci tramite la fotografia di Paolo Camera, lo spirito autentico di una Napoli, per nulla da cartolina. Martone purtroppo cala alla distanza, con la parte prettamente romanzesca, tra ripetizioni e didascalismi insiti in una gestione di una componente romanzesca di impegno civile in chiave "presente", abbastanza lontana dal modo di concepire il proprio cinema, con un confronto alquanto deludente con il boss Oreste (Tommaso Ragno), anche lui invecchiatissimo, a cui non basta di certo una felpa con cappuccio per farne un tipo "tosto" quanto minaccioso, servendo solamente nel più didascalico dei modi, a far riappropriare la parlata vernacolare a Felice, concludendo anzitempo tutto ciò che la pellicola aveva da dire, chiudendo il tutto con una conclusione ultra-scontata e già vista molte volte nella costruzione cinematografica in passato. Opera minore di Martone indubbiamente, snobbata a Cannes dai premi, quando almeno meritava di portarsi a casa il premio miglior attore per un Pierfrancesco Favino superlativo, sconfitto ancora una volta dopo Banderas nel 2019, dalla moda asiatico-sud-coreana rappresentata da Song Kang-oh.

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            • Senseihanno pensato a te.



              Christoph Waltz is to lead Stephen Frears and Christopher Hampton's adaptation of Billy Wilder & Me. 

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              • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
                Senseihanno pensato a te.


                Ottimo, il romanzo mi è piaciuto assai, per un fan di Wilder come me una delizia assoluta, Coe ha fatto molto bene i compiti a casa. Wallace Swan è l'attore da ingaggiare, è identico a Wilder.

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                • 3ab532deee25108d2fd5e3e58c3c37b0-shiva_baby_ver2.jpg

                  Opera prima per il cinema di una giovane neo-regista (Emma Seligman) sulla base di un precedente cortometraggio da lei stesso diretto, "Shiva Baby" è un film d'interni, che flirta col genere della commedia degli equivoci e mumblecore, dipinge un microcosmo sociale che gravita intorno alla protagonista, una ragazza intrappolata ad uno "shiva ", ovvero un rinfresco funerario di tradizione ebraica. Tutto il bestiario di parenti è fin da subito fisicamente e umanamente ingombrante, un vortice che scaglia sulla povera vittima osservazioni impertinenti, consigli non richiesti, domande e constatazioni asfissianti. Lei cerca di stringere i denti, di sopportare le ammaccature all'autostima e mantenere alta la testa, tentando di vendersi al meglio, al cospetto delle insensate richieste di una società tanto esigente quanto falsa e ipocrita.
                  "Shiva Baby" evoca la pressione e il disorientamento delle nuove generazioni (ma anche un malessere esistenziale tipico di chiunque sia chiamato a gettare lo sguardo all'orizzonte), tesse la sua sceneggiatura affilata giocando sul contrasto tra tradizione e modernità e sul conflitto tra inadeguatezza interiore e aspettative esterne. La struttura del racconto trova la complicità di soluzioni registiche che sono in grado di esplicitare per immagini la tensione psicologica della protagonista, una pentola a pressione che accumula situazioni con momenti alterati dove prospettiva interiore ed esteriore coesistono, momenti in cui i parenti mettono in scena il disagio interiore della protagonista, appropriandosi e discutendo pensieri e segreti di lei mai raccontati, oppure, mettendole fisicamente le mani addosso a voler palesare concretamente l'invadenza del privato. A fare da giunzione tra le immagini ci pensa l'isterica colonna sonora, il cui compositore si diverte a distorcere e maltrattare le corde di un violino.
                  Come si diceva: sull'orlo del suicidio sociale diventa necessario stringere i denti, per uscirne, poi, con un'integrità morale che tutto sommato ci permetta ancora di sentirci in pace con noi stessi nonostante tutto.
                  Una rielaborazione horror sarebbe interessante, sempre con gli stessi violini molestati di sottofondo.
                  ​​​​

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                  • The-Girl-and-the-Spider-3.jpg

                    Film svizzero firmato da un duetto di registi gemelli, ancora cinema d'interni, questa volta lo scenario di un trasloco diventa l'occasione per addentrarsi nella "psicologia dell'addio". Due studentesse hanno condiviso un appartamento per anni, forse non solo la quotidianità studentesca ma qualcosa di più profondo e simile all'amore, ma non c'è dato saperlo. Il film si apre quando il trasloco è già in corso, Lisa (una delle due ragazze) deve cambiare casa, l'altra (Mara) rimane. Una separazione è in atto, un senso di angoscia si diffonde e riempie le stanze, ed è quella di Mara (la protagonista dai bellissimi occhi al centro della maggiorparte delle inquadrature).
                    I registi costruiscono un microcosmo sociale, un manipolo di persone vortica intorno alle ragazze, facciamo la conoscenza del vicinato, c'è la madre civettuola, gli operai che effettuano i lavori, i coinquilini che aiutano, gli amici alla festa, tutti si aggirano all'interno degli appartamenti (vecchio e nuovo), tutti sono sempre in scena e si frappongono come ostacoli nella comunicazione tra le due ragazze.
                    Mara sta vivendo un confuso stato di isolamento a causa della partenza dell'amica e gli eventi concomitanti, non riesce ad esprimere verbalmente i sentimenti che prova per Lisa e allora causa piccoli incidenti domestici per sabotare la partenza dell'amica, gli sguardi sono lunghi e allusivi, i non-detto si sprecano, i dialoghi quando innescati sono più simili a delle vere e proprie allegorie. La non-comunicazione sembra colpire non solo Mara ma anche le altre persone nella stanza, chi nutre un interesse nei confronti dell'altro non riesce ad esprimerlo, ed è così che l'operaio invaghito di Mara finisce a letto non con una ma ben due vicine piuttosto che con lei, perché di contro i rapporti più marginali e imprevisti si fanno più intensi e comunicativi. Anche qui (come in "Shiva Baby") abbiamo un caos interiore che si manifesta sul piano esteriore attraverso la distorsione della realtà.
                    Una separazione può essere vissuta come un lutto ma a fare ancora più paura è il cambiamento, soprattutto quando si ha la sensazione di essere diventati degli osservatori, non più agenti nella propria vita ma spettatori delle esistenze altrui che procedono impetuose, si ha l'angoscia di venire dimenticati, di diventare invisibili e rimanere bloccati all'interno di un vecchio appartamento come un fantasma. L'ultima inquadratura del film è abbastanza emblematica in tal senso.
                    'The Girl and the Spider" ha un ritmo abbastanza anti-strutturale, ha un incedere lento, gli ambienti sono asettici, da catalogo Ikea, così come le interpretazione degli attori, la fotografia è luminosissima e pulita e apprezza i contrasti di piccoli oggetti colore pastello vividissimi in ambienti in cui domina il bianco.
                    Il lavoro della coppia di registi non è privo di personalità e possiede connotazioni piuttosto ermetiche, disseminano incognite lungo tutta la durata, che probabilmente sono spunti lasciati alla libera riflessione/interpretazione dello spettatore.
                    Non mi è piaciuto particolarmente, il ritmo sonnambulo, il senso di alienazione e l'aspetto asettico di ambienti, corpi e rapporti non sono propriamente affini al mio gusto cinematografico, preferisco un cinema più vorace, ormonale ed emotivamente carico e non un cinema geometrico e lambiccato nella forma, per quanto comprenda che essa sia spesso funzionale ai suoi contenuti. Ed è questo il caso.

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                    • "The Batman" di Matt Reeves

                      Spettacolino anche piacevole e piacevolmente stolido, messo in scena con spudorata ruffianeria, che scivola senza particolari sussulti ma pure senza la fatica inizialmente paventata.
                      Un cinecomic tutto patina e pilota automatico, con quest'aura edgy-noir-grunge-emo-dark invero inoffensiva e pure un po' fasulla, che riesce ad accattivare solo occasionalmente (bene il ritratto livido di Gotham, tra Miller, Seven e The Crow).
                      Male i personaggi: Farrel/Pinguino e Dano/Enigmista un po' Jigsaw un po' influencer di Stormfront (i suoi enigmi son quanto di più dozzinale) fanno ridere i polli, Turturro presenzia per gentile concessione, gli altri di una vacuità pressoché impalpabile.
                      Qualche scivolone nel patetico e nel retorico, tra tanta pomposità e tanto apparente turgore, a ricordarci che siam pur sempre al cospetto di una robina di pronto consumo.
                      Da immani fumi, minimali arrosti, e va bene così.

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                      • Originariamente inviato da MrCarrey Visualizza il messaggio
                        L'ha visto su MUBI?

                        Appena mi è scaduto l'abbonamento in quattro giorni hanno messo tre film che avevo in watchlist

                        Pleasure, The Girl and the Spider e We the Animals.
                        Luminous beings are we, not this crude matter.

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                        • Pleasure l'ho sentito in un paragone con Red Rocket e, pur essendo più scontato nell'approccio al tema, l'ho trovato riuscito. Ho in particolare apprezzato l'interpretazione di Sofia Kappel e il suo outfit, a metà film, molto trendy e che richiama le sue origini.
                          'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                          • Originariamente inviato da Sir Dan Fortesque Visualizza il messaggio

                            L'ha visto su MUBI?

                            Appena mi è scaduto l'abbonamento in quattro giorni hanno messo tre film che avevo in watchlist

                            Pleasure, The Girl and the Spider e We the Animals.
                            Proprio lì
                            Ti tocca pagare un altro mese!

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                            • Originariamente inviato da p t r l s Visualizza il messaggio
                              Pleasure l'ho sentito in un paragone con Red Rocket e, pur essendo più scontato nell'approccio al tema, l'ho trovato riuscito. Ho in particolare apprezzato l'interpretazione di Sofia Kappel e il suo outfit, a metà film, molto trendy e che richiama le sue origini.
                              No, l'approccio è proprio opposto. Sean Baker è pro-sex (o come si dice, sex-positive) lui non giudica niente, non fa la morale... quello di Ninja Thyberg, invece, è tutto un: "Ah, questo è giusto, questo non è giusto, questo non si fa, questo è degradante, ah come sono vittime le donne di questa industria maschilista sessista che le degrada e umilia". Io l'ho mollato dopo un'ora, dopo la scena del rough sex, girata come se fosse un horror, con le soggettive di lei e le facce urlanti in macchina, per farla passare come una cosa negativa (e invece non lo è, se qualcuno nel forum ha un feticismo della sottomissione/'umiliazione ecc. lo sa).

                              Sulla protagonista, di primo acchito pensavo fosse un miscast, visto che ha sempre quella faccia depressa, sull'orlo del suicidio, in un film che si chiama "Piacere"... invece no, andando avanti si capisce che l'intenzione era proprio quella, un atto di accusa nei confronti dell'industra del porno da una regista femminista. Tutti gli attori e le attrici porno veri che si sono fatti imbarcare in questa cosa si saranno sicuramente pentiti di aver preso parte a questa visione profondamente "anti-porno" della Thyberg.

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                              • Sono curioso, anche perché so che molti attori e attrici del mondo del porno hanno spesso denunciato un ambiente molto poco salubre (per usare un eufemismo), che ovviamente non vale per tutti ma sicuramente per molti, specie quelli che non hanno davvero sfondato.

                                Si vede che la regista ha voluto evidenziare questo lato dell'industria (non ho visto ancora l'ultimo di Baker ma ricordo che in Starlet questi aspetti non gli interessavano).
                                Luminous beings are we, not this crude matter.

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