annuncio

Comprimi
Ancora nessun annuncio.

L'ultimo film che hai visto?

Comprimi
X
 
  • Filtro
  • Ora
  • Visualizza
Elimina tutto
nuovi messaggi

  • Trash Humpers
    Un film disgustoso. Il film mette in scena la vita di tre personaggi che hanno deciso di rifiutare il modo di vivere comune e le convenzioni sociali e di adottare uno stile di vita violento, volgare, distruttivo e poco rispettoso verso ciò che li circonda. Ideologicamente mi piace, perché è un film che si fa poche remore a criticare questi reietti, che si sentono liberi ma in realtà sono solo edgy (con tanto di comico che fa battute sceme, ma dato che ci infila dentro qualche termine scurrile fa ridere), trattandoli come spazzatura (trombandoti un bidone della spazzatura puoi far nascere solo immondizia, come quel bambino che, educato da loro, già da piccolo sogna di uccidere il bambolotto), ma allo stesso tempo si tratta di una visione difficile da digerire. Il regista ce la mette tutta per rendere la visione difficile da sostenere, reiterando le allusioni sessuali (oltre alle scopate con i bidoni, la masturbazione di canne da bambù e altri rami), imbruttendo le facce dei protagonisti (pare che una di loro fosse sua moglie) ma soprattutto inserendo dei ripetuti versi fastidiosi e dando al tutto una confezione amatoriale che fa tanto filmino masturbatorio dei protagonisti. In sè non mi è piaciuto, ma sento che in futuro cambierò completamente opinione… solo, dubito che lo riguarderei.

    Per i fan di Korine, aggiungo che pare che sia in arrivo un suo nuovo film legato al nuovo album di Travis Scott, Utopia.

    https://ktt2.com/thread-32517454
    Ultima modifica di p t r l s; 15 agosto 22, 17:31.
    'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

    Commenta


    • Un po' di tempo libero in questi giorni:

      Copshop di Joe Carnahan

      Quello che ci si può aspettare da un film di Carnahan. Violenza, personaggi sopra le righe e una buona mano registica. Scivola via bene ma allo stesso tempo non è particolarmente memorabile. Un film usa e getta in pieno stile Netflix. Un punto in più per Gerard Butler che mi fa da sempre molta simpatia e quindi dove lo metti a me sta bene. Aspetto con impazienza il ritorno del buon Joe a film sullo stile di The Grey.

      Day Shift di J.J. Perry

      Ennesimo stuntman e stunt coordinator (uno dei migliori al mondo, tra l'altro) che si converte a regista. E come i suoi colleghi confeziona un film dove le mazzate sono belle a vedersi (piccola particina di Scott Adkins assolutamente gradita) ma c'è veramente pochissimo altro da dire. Altro film che si perde nel mare magnum della grande N rossa.

      Caccia Spietata di David von Ancken

      Caccia all'uomo ambientata dopo la guerra di secessione americana. Visivamente un toccasana dopo i due patinatissimi film precedenti, con questa bellissima fotografia curata da John Toll che dipinge il bellissimo e spietato mondo di frontiera del Nord America. La prima metà del film è più ritmata e avvincente, si sgonfia un pochino nella parte centrale e si riprende nel finale dove il confronto tra i due protagonisti è calato in una dimensione quasi surreale, una sorta di limbo terreno rappresentato dall'arido deserto del Nevada e dall'apparizione di personaggi ambigui. A livello di sceneggiatura forse si poteva fare un lavoro migliore ma il film in generale regge bene ed è graziato da delle ottime interpretazione (specialmente Brosnan).

      Commenta


      • Iersera per ovviare alla lacuna del marito di un'amica che, quando uscì in sala skippò la visione in spregio alle masse che s'affollavano dicaprioditalineggiandosi e célindiongarrendo in nome di un anticonformismo da cinefilo talebano che malcelava lo snobismo fesso dell'adolescente che fa l'amleto col teschio in mano, ho rimesso su Titanic. Bene così per festeggiare i suoi 25 anni, e i 68 appena compiuti da J. Cameron, auguri. Ero preoccupato perché tempo fa facendo zapping in tv avevo beccato una scena e, così lordato il quadro dal marchio di canale 5 e forse pure da una scritta che scorreva in sovrimpressione, mi parve tutto distante e farlocco. E invece no. Il gigantone tiene ancora botta, e l'amleto si è dato del pirla da solo, perché va bene lo schermo di 65 pollici e l'impianto audio all'altezza ma al cinema era meglio, e non solo per le dimensioni. Ovviamente le convenzioni, le ingenuità, le forzature sono ancora lì da additare se si vuole ma è una goduria riscontrare una volta di più come una sceneggiatura farraginosa (per quanto scaltra) venga rivitalizzata da due interpreti toccati dalla grazia dei superni dell'olimpo, Kate è bellissima, sontuosa ed espressivissima senza mai scadere nell'esibizionismo da secchiona (lo sguardo annichilito che allunga alla passeggera bionda, a cui pocanzi aveva sorriso, prima che questa piombi giù dalla poppa ormai inpinnacolata), Leo calza il personaggio con un agio soggiogante (lui poi è cresciuto, maturato, la voce del suo doppiatore no). E tutta la seconda parte sfolgora di pathos proprio grazie alla contestata prima parte, perché Cameron riesce da demoniaco imbonitore ad avviluppare la tragica realtà dei fatti avvenuti agli ammiccamenti e ai fremiti di un romanzo d'appendice con un efficacia che ho trovato ieri quasi straniante. E comunque va bene la fotografia patinata degli anni novanta, la consapevole plasticosità delle luci al tramonto quando Rose e Jack s'abbracciano sulla prua proliferando meme nei decenni a venire e la voce femminile ansima il tema d'amore, ma poi non manca mai che l'intelligenza perfida subito in dissolvenza incrociata non riconduca tutta quella bellezza e quella giovinezza, da morale veterotestamentaria, al destino di oblio in fondo all'oceano, lo smalto si ossida, le gote polpute si aggrinziscono, i pesci mangiano gli occhi.
        Poi vabbè da quando l'iceberg sbrega la fiancata della nave (e pensare che se non avessero virato e ci fossero andati addosso di muso il Titanic non sarebbe affondato) che gli vuoi dire, va in scena la Padronanza Assoluta in parole, opere ed emozioni.

        Commenta


        • 15qqqq.jpg
          TAKEAWAY Regia di Renzo Carbonera
          Ex atleta medagliato ma radiato a vita per doping, Johnny, segue la giovane morosa Maria, promettente marciatrice; ed intanto, come uno di famiglia aiuta i quasi suoceri nella gestione di un albergo di montagna con distributore di benzina; un’attività che ha visto tempi migliori, e con l’assunzione di un operaio edile di poche pretese, Tomas, tenta un improbabile rilancio. Ma anche per ritoccare i risultati sportivi della (sua) ragazza Johnny prende di nuovo contatto con un “amico” Chimico che si dedica a sintetizzare sostanze…Mettendo a disposizione un costoso ciclo di “trattamenti”,al momento non visibile alla certificazione di divieto d’uso. Arrivano così sostanziali miglioramenti cronometrici nelle prestazioni in allenamento,ed in vista di una iscrizione ad una competizione regionale; ma pure si fanno sentire sgradevoli effetti collaterali, di fatto testati in tempo reale sul fisico di Maria che (…).
          Detto della valenza “didattica” del soggetto, ossia la denunzia di come perfino a livello competitivo amatoriale e locale in alcuni sport si produca un consistente flusso economico che imbarca la pericolosa assunzione di stimolanti (…che non manca d’altronde anche in altre forme di dipendenza , nei restanti aspetti di vite non particolarmente grate…), onde primeggiare e goderne il relativo riconoscimento pubblico, che alla peggio diverrebbe censura indelebile. Del film garba l’atmosfera nebbiosa e decadente dentro cui in ogni senso “marciano” i protagonisti , moralmente inclini al “aiutino” sentendosi d’altronde in credito e sottostimati nella piramide sociale puntata per loro in esecrata discesa. Ad un certo punto il detonatore della storia (Spoiler ?) diventa l’Eros, con Johnny e Maria che vivono già come “vecchi “ marito e moglie, Tomas che diventa confidente della coetanea e terzo incomodo e con la somministrazione (o meno ;-) ) delle pillole “miracolose” quasi una questione sado-masochista tra i due fidanzati, che invero arrivano a mettere in gioco una ulteriore “risorsa”. Che ne valga la pena è la chiave del finale.
          Ultima , profetica (?) interpretazione di Libero Di Rienzo ( con dedica finale…),un Johnny barbuto, irsuto e cinico; la Carlotta Antonelli di “Bangla” è Maria , che non sembra avere la “spudoratezza” di una De Angelis o di una Gioli nell’esibire il corpo, anche se si concede alla talvolta ineleganza dello sforzo fisico richiesto dalla disciplina entro cui è costantemente impegnata, rd “impregnata” da una regia ariosa, carezzevole nel seguirla sui falsopiani ( Salvo farsi più irrigidita e nervosa nella penombra di alcuni interni casalinghi). Primo Reggiani è il dolente e caruccio Tomas, mentre Paolo Calabresi fa’ il babbo di Maria un po’ gnorri nella sua cal(c)ata romanesca. Mi pare un film che si lascia vedere , non imponendo _dura novanta minuti_ divaganti sottotrame o bruschi cambiamenti di registro drammatico (imho).
          "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

          Commenta


          • La serie originale non era fra le mie preferite da ragazzino, quindi si ... ho aspettato finora a recuperare, approfittando di Prime, il Miami Vice di Mann, con Colin Farrell e Jamie Foxx.

            Molto bello e particolare, un pò differente da quanto mi aspettassi e chiaramente distante dal telefim anni '80 sotto vari aspetti.

            Vi sono alcuni momenti della trama non proprio chiarissimi, ma per il resto nulla da dire se non applausi per Mann.
            Ex utente Matt80 dall'autunno 2007

            Commenta


            • Ho recuperato il nuovo Irma Vep di Assayas (non ricordando nulla del film originale), che all'inizio sembra un remake, poi si palesa anche come pseudo-sequel, con tanto di footage dal film originale, nello specifico la scena sui tetti sotto la pioggia:



              Bella storia di cinema, dei suoi fantasmi (della memoria, dei morti, dell'immagine, dei personaggi, dei luoghi) e della sua industria, che si abbandona sempre più alle sue metafisiche e metafilmiche logiche interne fino a inscenare situazioni impossibili e dialoghi tra spettri.
              Ho apprezzato la levità che riesce a mantenere per tutta la durata, senza mai lasciare indietro il suo spirito di commedia, dai risvolti anche profondi, ma sempre commedia.

              La Vikander non sarà la divina Maggie ma mi è piaciuta molto, sexy e spontanea allo stesso tempo.

              Ps: mi piace immaginare che il misterioso regista senza nome menzionato nell'ultimo episodio sia Malick o un suo equivalente immaginario.
              Luminous beings are we, not this crude matter.

              Commenta


              • Rimini di Ulrich Seidl, devastante, non si salva nessuno, vecchi e giovani, europei o migranti, "a ognuno quello che si merita", gran film
                In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

                Commenta


                • Bravo Trabant che va a vedere Seidl al cinema.

                  Commenta


                  • L'Ora di Religione di Marco Bellocchio (2002).

                    Dio, Patria e Famiglia, i tre Totem colonne portanti dell'Italia e della mentalità italiana, tanto avversati da Marco Bellocchio sin dal folgorante esordio I Pugni in Tasca (1965), - con cui cercò di scuotere la stagnante mentalità provinciale italiana -, ha sempre contestato in ogni modo le istituzioni, da lui viste come gabbie di nevrosi umane, da abbattere ad ogni costo.
                    Nel pieno del torpore socio-culturale dell'Italia di inizio anni 2000, Bellocchio tramite L'Ora di Religione (2002), scuote le acque stagnanti di un paese antropologicamente atrofizzato, che veniva fuori dal decennio degli anni 90', il più buio e squallido di tutta la storia della cinematografia nazionale, dietro solo al ventennio fascista per ovvi motivi.
                    Cosa vuol dire essere coerenti nelle proprie convinzioni, quando tutti voglio importi delle scelte? E se tali imposizioni provengono del tuo stesso nucleo familiare, che se ne infischia delle tue convinzioni, come bisogna porsi innanzi a ciò? Marco Bellocchio a quasi 40 anni dal suo esordio, rimette al centro l'ennesimo ritratto/autoritratto di una famiglia italiana; i Picciafuoco, un nome importante un tempo, ma oramai decaduto, seppur in procinto di recuperare l'onore perduto, attraverso la canonizzazione della madre defunta dei cinque fratelli, una donna religiosa, morta per la furia omicida di Egidio (Donato Placido), uno dei suoi figli, affetto da malattia mentale, nonchè bestemmiatore incallito, attualmente rinchiuso in una struttura ospedaliera dopo l'accaduto.
                    Ernesto Picciafuoco (Sergio Castellitto), pittore ed illustratore di libri per bambini, apprende la procedura di canonizzazione della defunta madre dopo tre anni dall'inizio della procedura, solo dietro invito a comparire del cardinale, il quale vorrebbe interrogarlo per approfondire le circostanze del "martirio". L'uomo è convintamente ateo, per questo motivo è stato sempre tenuto all'oscuro del fatto, anche perchè ha sempre considerato la madre un essere "mediocre", "stupido" e "debole", che ha rovinato la vita dei propri figli a causa della sua ottusità religiosa, non condividendone il processo di canonizzazione, nè la "fabbricazione mitologica" attorno alla sua figura.
                    Il regista Bellocchio si rivede nella maschera di Ernesto, girando al contempo una delle sue opere più libere e creative dal punto di vista stilistico-formale, addentrandosi in una Roma mai così ostile nel suo fascino onirico, così lontano dalla magia felliniana o dalle visioni neo-realiste; a favore di uno sguardo bunuelliano, nell'unire sacro e profano, addentrandosi negli immensi palazzoni antichi, dove lo sviluppo verticale di essi, racchiude stanze, che conducono ad ulteriori luoghi, in cui è presente un potere "totale" atto a rinnovare sè stesso, impedendo ogni silenzio.

                    Dio è ovunque, il suo essere dappertutto, impedisce ogni privacy, neanche il contraltare laico della patria, propugnato da un circolo di nobili patrioti anti-clericali, secondo il regista varrebbe come soluzione, dato che da convinto comunista, vede nei simulacri italiani, - la chiesa per la religione ed il Vittoriano per la patria -, gigantesche affermazioni totalizzanti dei sistemi ideologici, atti a penetrare nelle coscienze degli uomini, per guidarli come burattini, al servizio di sovrastrutture mentali, in cui risultano imprigionati.
                    Bellocchio non rinuncia alla componente intellettualistica del suo cinema (su tutti l’insegnante di religione), ma non perde di vista mai il suo sguardo sui personaggi, perfette incarnazioni dell'Italia all'alba nuovo millennio, incapaci di lasciarsi alle spalle i vecchi "poteri", tradendo le proprie convinzioni passate, pur di entrare a far parte delle solite cerchie esclusive di potere, alla ricerca di un posto in un sistema, che anni addietro si aveva contestato.
                    I rivoluzionari sono diventati dei conformisti, ma in questo non c'è alcun giudizio morale da parte del regista, il quale non vuole dare patenti di verità o autenticità a nessuno, cercando di far capire i punti di vista di ogni personaggio, senza mai essere cerchiobottista, poichè lo sguardo di Bellocchio ha una chiara approvazione verso il personaggio di Ernesto, capace di essere coerente nelle proprie convinzioni, senza piegarsi ad un'ipocrita conversione di comodo, per compiacere le autorità ecclesiastiche, come i propri fratelli, il conte o la zia Maria (Piera Degli Espositi), quest'ultima perfetto volto di un'Italia, che và dove porta il vento; poco importa del pessimo rapporto in vita con la sorella, l'essersi assicurata l'eternità vale tutto, compresa la "costruzione" a tavolino della vita di una "falsa" santa, la cui gigantografia con quel sorriso artefatto in bella mostra - citato a lungo nell'arco del film, come se fosse l'ultimo lascito di una donna atta a voler imporre il proprio marchio di fabbrica sul volto dei propri figli discendenti -, ha occultato la realtà dei fatti.
                    La fotografia di uno squallida di un paese gretto, conveniente ed ipocrita, incapace di guardare dentro sè stesso, ma pronto a scandalizzarsi per una bestemmia, la più bella del cinema italiano (cit. Eddie Bertozzi - FilmTv rivista), incapace di vedervi il ritratto di un uomo dilaniato, la cui disperazione non si può censurare, perchè la bestemmia nel film non è un mero atto provocatorio di un regista che vuole fare il "guappo ribelle", ma risulta un grido di aiuto, una ricerca struggente del dogma "Dio", una persona distrutta dal peso del suo atto così difficile da capire, chiudendosi in un abbraccio amorevole, di comprensione e perdono del fratello Ernesto, un ateo capace di fare l'atto più cristiano di tutto il film.
                    Vergognosamente ignorato dal mediocre Festival di Cannes, così come dai nostri premi nazionali, che diedero il contentino solo a Piera Degli Espositi come non protagonista, ignorando l’opera in tutte le altre categorie, tra cui ad un gigantesco Sergio Castellitto, abilissimo nell’esprimere la radicale coerenza del suo personaggio con una prova minimale; in retrospettiva la pellicola si segnala come un capolavoro antropologico, capace di guardare nei rapporti tra potere e religione, con occhio analitico intriso di un forte pessimismo, su un paese immerso in un’apparente modernità, ma fortemente ancorato a contro-poteri millenari nel suo vivere quotidiano.

                    Commenta


                    • Altrimenti ci arrabbiamo (2022) di YouNuts!

                      Non ci perdete tempo. Pensavo fosse brutto, ma è anche peggio. Anemico, freddo, completamente senza struttura e senza un'idea di regia. Di una noia totale.
                      https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                      "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

                      Commenta


                      • Non che la viva male come se fossi affetto da flatulenza cronica livello fogna di calcutta, però mi spiace. Come mi spiace quando, essendo sostanzialmente astemio, non riesco ad apprezzare il retrogusto di sudore vaginale della macaca giapponese nel goto de vin che mi si offre, e mi dolgo del cipiglio di compatimento ma insomma, sono limiti di cui sono consapevole ed è già dura fare quotidianamente i conti con tale iattura.
                        Ecco.
                        Ho rivisto C'era una volta in America e mi sono a più riprese rotto le balle.

                        Commenta


                        • Originariamente inviato da Bone Machine Visualizza il messaggio
                          Non che la viva male come se fossi affetto da flatulenza cronica livello fogna di calcutta, però mi spiace. Come mi spiace quando, essendo sostanzialmente astemio, non riesco ad apprezzare il retrogusto di sudore vaginale della macaca giapponese nel goto de vin che mi si offre, e mi dolgo del cipiglio di compatimento ma insomma, sono limiti di cui sono consapevole ed è già dura fare quotidianamente i conti con tale iattura.
                          Ecco.
                          Ho rivisto C'era una volta in America e mi sono a più riprese rotto le balle.
                          Se ti può consolare, l'ho sempre trovato un film sopravvalutato, summa dei pregi e dei difetti del cinema di Leone, al contrario di quello che gli italici continuano a sostenere per sciovinismo lo trovo decisamente inferiore ai gangster di Scorsese e di Coppola

                          Però questo non mi impedisce né di riconoscergli meriti, né mi fa cambiare idea su Leone, che ovviamente è un gigante. Tra i due "Once upon a time" credo che il West sia di caratura decisamente superiore.

                          Commenta


                          • Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio
                            Se ti può consolare, l'ho sempre trovato un film sopravvalutato, summa dei pregi e dei difetti del cinema di Leone, al contrario di quello che gli italici continuano a sostenere per sciovinismo lo trovo decisamente inferiore ai gangster di Scorsese e di Coppola

                            Però questo non mi impedisce né di riconoscergli meriti, né mi fa cambiare idea su Leone, che ovviamente è un gigante. Tra i due "Once upon a time" credo che il West sia di caratura decisamente superiore.
                            Ma tanto pure Scorsese e Coppola sono "italiani" (che parlano "d'italiani" con attori "italiani").
                            Mezza New Hollywood era d'importazione dallo Stivale alla fin fine.
                            Luminous beings are we, not this crude matter.

                            Commenta


                            • Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio

                              Se ti può consolare
                              Eccome. E a questo punto aggiungo lo sproposito che alla ventesima volta che ricciciava il Tema di Deborah ho avvertito del fumo gonfiarmi la mutanda.

                              Commenta


                              • Originariamente inviato da Bone Machine Visualizza il messaggio
                                Eccome. E a questo punto aggiungo lo sproposito che alla ventesima volta che ricciciava il Tema di Deborah ho avvertito del fumo gonfiarmi la mutanda.
                                Hai descritto la colonna sonora media di Morricone
                                Luminous beings are we, not this crude matter.

                                Commenta

                                In esecuzione...
                                X