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  • Gente che critica Sergio Leone e C'era una Volta in America vabbè... ah già se gli fai notare cosa hanno detto, ti dicono che hai torto e sei un boomer di merda, mica un amante del cinema.

    Non sarà il gangster movie più grande di tutti i tempi ok, ma chissenefrega, ha una struttura non lineare unica nella componente temporale ed una gestione dei tempi in ogni singola scena, così precisa, calibrata e poetica, da far impallidire i presunti maestri del cinema degli ultimi 20-30 anni tanto celebrati qui dentro.
    I migliori western della storia del cinema poi, sono suoi, non di Ford, Peckinpah, Hawks etc...

    Se penso che è morto a soli 60 anni, chissà quanti altri capolavori ci avrebbe regalato. Su 7 film, sono tutti capolavori, tranne i primi due film.
    Ultima modifica di Sensei; 27 agosto 22, 18:26.

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    • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
      L'Ora di Religione di Marco Bellocchio (2002).

      Dio, Patria e Famiglia, i tre Totem colonne portanti dell'Italia e della mentalità italiana, tanto avversati da Marco Bellocchio sin dal folgorante esordio I Pugni in Tasca (1965), - con cui cercò di scuotere la stagnante mentalità provinciale italiana -, ha sempre contestato in ogni modo le istituzioni, da lui viste come gabbie di nevrosi umane, da abbattere ad ogni costo.
      Nel pieno del torpore socio-culturale dell'Italia di inizio anni 2000, Bellocchio tramite L'Ora di Religione (2002), scuote le acque stagnanti di un paese antropologicamente atrofizzato, che veniva fuori dal decennio degli anni 90', il più buio e squallido di tutta la storia della cinematografia nazionale, dietro solo al ventennio fascista per ovvi motivi.
      Cosa vuol dire essere coerenti nelle proprie convinzioni, quando tutti voglio importi delle scelte? E se tali imposizioni provengono del tuo stesso nucleo familiare, che se ne infischia delle tue convinzioni, come bisogna porsi innanzi a ciò? Marco Bellocchio a quasi 40 anni dal suo esordio, rimette al centro l'ennesimo ritratto/autoritratto di una famiglia italiana; i Picciafuoco, un nome importante un tempo, ma oramai decaduto, seppur in procinto di recuperare l'onore perduto, attraverso la canonizzazione della madre defunta dei cinque fratelli, una donna religiosa, morta per la furia omicida di Egidio (Donato Placido), uno dei suoi figli, affetto da malattia mentale, nonchè bestemmiatore incallito, attualmente rinchiuso in una struttura ospedaliera dopo l'accaduto.
      Ernesto Picciafuoco (Sergio Castellitto), pittore ed illustratore di libri per bambini, apprende la procedura di canonizzazione della defunta madre dopo tre anni dall'inizio della procedura, solo dietro invito a comparire del cardinale, il quale vorrebbe interrogarlo per approfondire le circostanze del "martirio". L'uomo è convintamente ateo, per questo motivo è stato sempre tenuto all'oscuro del fatto, anche perchè ha sempre considerato la madre un essere "mediocre", "stupido" e "debole", che ha rovinato la vita dei propri figli a causa della sua ottusità religiosa, non condividendone il processo di canonizzazione, nè la "fabbricazione mitologica" attorno alla sua figura.
      Il regista Bellocchio si rivede nella maschera di Ernesto, girando al contempo una delle sue opere più libere e creative dal punto di vista stilistico-formale, addentrandosi in una Roma mai così ostile nel suo fascino onirico, così lontano dalla magia felliniana o dalle visioni neo-realiste; a favore di uno sguardo bunuelliano, nell'unire sacro e profano, addentrandosi negli immensi palazzoni antichi, dove lo sviluppo verticale di essi, racchiude stanze, che conducono ad ulteriori luoghi, in cui è presente un potere "totale" atto a rinnovare sè stesso, impedendo ogni silenzio.

      Dio è ovunque, il suo essere dappertutto, impedisce ogni privacy, neanche il contraltare laico della patria, propugnato da un circolo di nobili patrioti anti-clericali, secondo il regista varrebbe come soluzione, dato che da convinto comunista, vede nei simulacri italiani, - la chiesa per la religione ed il Vittoriano per la patria -, gigantesche affermazioni totalizzanti dei sistemi ideologici, atti a penetrare nelle coscienze degli uomini, per guidarli come burattini, al servizio di sovrastrutture mentali, in cui risultano imprigionati.
      Bellocchio non rinuncia alla componente intellettualistica del suo cinema (su tutti l’insegnante di religione), ma non perde di vista mai il suo sguardo sui personaggi, perfette incarnazioni dell'Italia all'alba nuovo millennio, incapaci di lasciarsi alle spalle i vecchi "poteri", tradendo le proprie convinzioni passate, pur di entrare a far parte delle solite cerchie esclusive di potere, alla ricerca di un posto in un sistema, che anni addietro si aveva contestato.
      I rivoluzionari sono diventati dei conformisti, ma in questo non c'è alcun giudizio morale da parte del regista, il quale non vuole dare patenti di verità o autenticità a nessuno, cercando di far capire i punti di vista di ogni personaggio, senza mai essere cerchiobottista, poichè lo sguardo di Bellocchio ha una chiara approvazione verso il personaggio di Ernesto, capace di essere coerente nelle proprie convinzioni, senza piegarsi ad un'ipocrita conversione di comodo, per compiacere le autorità ecclesiastiche, come i propri fratelli, il conte o la zia Maria (Piera Degli Espositi), quest'ultima perfetto volto di un'Italia, che và dove porta il vento; poco importa del pessimo rapporto in vita con la sorella, l'essersi assicurata l'eternità vale tutto, compresa la "costruzione" a tavolino della vita di una "falsa" santa, la cui gigantografia con quel sorriso artefatto in bella mostra - citato a lungo nell'arco del film, come se fosse l'ultimo lascito di una donna atta a voler imporre il proprio marchio di fabbrica sul volto dei propri figli discendenti -, ha occultato la realtà dei fatti.
      La fotografia di uno squallida di un paese gretto, conveniente ed ipocrita, incapace di guardare dentro sè stesso, ma pronto a scandalizzarsi per una bestemmia, la più bella del cinema italiano (cit. Eddie Bertozzi - FilmTv rivista), incapace di vedervi il ritratto di un uomo dilaniato, la cui disperazione non si può censurare, perchè la bestemmia nel film non è un mero atto provocatorio di un regista che vuole fare il "guappo ribelle", ma risulta un grido di aiuto, una ricerca struggente del dogma "Dio", una persona distrutta dal peso del suo atto così difficile da capire, chiudendosi in un abbraccio amorevole, di comprensione e perdono del fratello Ernesto, un ateo capace di fare l'atto più cristiano di tutto il film.
      Vergognosamente ignorato dal mediocre Festival di Cannes, così come dai nostri premi nazionali, che diedero il contentino solo a Piera Degli Espositi come non protagonista, ignorando l’opera in tutte le altre categorie, tra cui ad un gigantesco Sergio Castellitto, abilissimo nell’esprimere la radicale coerenza del suo personaggio con una prova minimale; in retrospettiva la pellicola si segnala come un capolavoro antropologico, capace di guardare nei rapporti tra potere e religione, con occhio analitico intriso di un forte pessimismo, su un paese immerso in un’apparente modernità, ma fortemente ancorato a contro-poteri millenari nel suo vivere quotidiano.
      Bella recensione. Anche a me il film è piaciuto, l'ho visto in tv l'anno scorso senza saper troppo (forse non ricordavo manco fosse il film della famosa scena della bestemmia) e mi ha colpito il personaggio principale e anche Castellitto stesso. Da menzione anche il piccolo ruolo di Toni Bertorelli nella parte del conte che chiede il duello; un attore che riusciva sempre a spiccare.
      Non ricordo se era Medeis o David ad averlo detto ma veramente Bellocchio dalla fine degli anni '90 ha tirato fuori film notevolissimi.

      Originariamente inviato da Bone Machine Visualizza il messaggio
      Non che la viva male come se fossi affetto da flatulenza cronica livello fogna di calcutta, però mi spiace. Come mi spiace quando, essendo sostanzialmente astemio, non riesco ad apprezzare il retrogusto di sudore vaginale della macaca giapponese nel goto de vin che mi si offre, e mi dolgo del cipiglio di compatimento ma insomma, sono limiti di cui sono consapevole ed è già dura fare quotidianamente i conti con tale iattura.
      Ecco.
      Ho rivisto C'era una volta in America e mi sono a più riprese rotto le balle.
      Sarebbe da perdonarti solo per come hai scritto quest'ammissione. Per "punizione" ti faremo leggere questo recente libro

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      Comunque a me piace ma forse sono più legato ad altri film di Leone.

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      • su una cosa sono d'accordo: C'era una volta in America (che per me è un capolavoro per tanti motivi) è la quintessenza del cinema mitologico, enfatico, stilizzato, violento, manieristico e talvolta ridondante di Sergio Leone. E' davvero la summa completa di tutte le sue caratteristiche, pregi e difetti. E' sempre stato, fin dall'inizio, un capolavoro controverso, discusso, odiato ed amato in egual misura. E ci sta. Perchè è tanto pretenzioso quanto originale e coraggioso nella struttura, nell'approccio, nella concezione, nella genesi e nella realizzazione. Quasi un unicum nella storia del cinema. Se qualcuno di voi ha letto l'esile romanzetto ispiratore ("The Hoods" di Harry Grey) si potrà rendere conto di come Leone abbia fatto un capolavoro di sceneggiatura e di regia, trasformando una storiella scarna in un mondo pulsante di sangue, sesso, amicizia, morte, tradimenti, amori, rimpianti, atmosfere malinconiche, rimorsi, occasioni perdute. Tutte tenute insieme dal filo crudele del Tempo, mettendo in controluce il tramonto nostalgico di un'epoca. Un altro che era solito fare operazioni del genere era Kubrick. Già solo per questo io non posso non considerare capolavoro un film così grande, così pieno di bellezze, sebbene non esente da difetti.

        Poi capisco tutto, ma sentir criticare anche i temi di Morricone che sono (oggettivamente) divini anche no.
        "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


        Votazione Registi: link

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        • Originariamente inviato da Mr. Babeido Visualizza il messaggio
          Per "punizione" ti faremo leggere questo recente libro

          7195yLrvlkL.jpg
          Eh ma la nuova visione del film ha avuto come sprone la lettura fatta una mesetto fa proprio di quel libro di Negri Scaglione. C'era una volta l'America lo vidi pure su grande schermo quando uscii con le nuove scene (tra l'altro recuperate in uno stato prossimo alla putrefazione con la luce così slavata da aggiungere un ulteriore senso di tetraggine ad un film che già nella forma originale è funereo, gente che scopa e sbafa e piscia e caga, ma su tutto l'ombra di un pinnacolo di cimitero, un tormentoso affastellarsi di pulsioni molto leoniano, molto italiano), e il libro torna su una lavorazione decennale di cui ero già a conoscenza (ben ricostruita già nella monografia di Frayling, alla cui completezza e spessore rende merito anche Negri Scaglione), ma la ronda di produttori pur spalmata nei decenni viene descritta da farti venire affanno e tenerezza per il cicciobomba, e pure la ricerca come sceneggiatore statunitense di una firma consacrata (come Norman Mailer che infine propose un trattamento che fece schifo a tutti e lui reagì querelando). Poi si giustappongono interventi sapidi (come i ricordi del caterpillar da set che deve essere stato Claudio Mancini, produttore esecutivo), altri che mi hanno lasciato perplesso, e un aneddoto spassosissimo che riguarda Robert De Niro che si unì alla tribù di smandrappati di Diego Abatantuono allora esploso di popolarità come terrunciello Tieco Ti Spieco agli inizi degli anni '80: Hai dormito bene, Bob? Sì, ma Ugo russa!
          Un bel libro che si legge di volata e con gusto.
          Per quanto riguarda il film, il rapporto che ha col genere gangster mi interessa il giusto, invece mi piace più considerarlo nell'alveo dei film mastodonti dalla genesi (e spesso dal destino) contrastato dagli dei che si dicono Ehi come osa costui a forzare talmente i limiti dell'umana convenzione in termini di tono, tempi e ambizione, scagliamogli addosso uno sciame imbizzarrito di sfiga e frustrazioni! Tra questi film che adoro (come adoro i corrispettivi del mondo della narrativa, i romanzi fiume, le cosiddette "opere-mondo" con cui condividono oltre che la mera stazza pure l'ardire nel confrontarsi con i cantori antichi e l'ingordigia di ficcarsi dentro il più possibile di umori, personaggi e rivoli romanzeschi, e il recalcitrare contro i pungoli del buonsenso commerciale), ammetto che C'era una volta in America è quello da cui mi sento meno coinvolto. Torno a riguardarlo perché le scene esemplari sono tante e scalda il cuore sempre vedere un cinema italiano che coniuga l'autorialità alla pompa magna, e porto rispetto perché nell'impianto che impasta memoria e onirismo punta nientepopodimeno che a Marcello li mei cojoni Proust (e l'autoconfessione di "plagio" da parte dello sceneggiatore Enrico Medioli apre il libro di Negri Scaglione, e Medioli, citando un personaggio di Roma di Fellini, "Proust" ce l'aveva sempre in bocca, avendo lavorato ad un adattamento della Recherche con Visconti), e i personaggi sono complessi, hanno la sfrontatezza di mantenersi pure sgradevoli (anche se imho è stata una topica di casting clamorosa passare per il personaggio di Deborah dalla venustà regale di Jennifer Connelly ragazzina, che ti inchiodava alla tua schifezza di scarafaggio con un solo sguardo, agli occhi di mucca di Elizabeth McGovern), però le scene con cui si racconta il successo della banda di Noodles e Max mi pare si giustappongano con scarso nerbo, le scenografie per quanto fastose non mi emozionano (e non mantengono neanche il fascino di riflesso da messinscena teatrale come succede con Visconti, non c'è quella consapevolezza), e non mi sento mai trascinato, per quanto lo veda lì che scorre, a tuffarmi nel torrente narrativo, e quanto lo vorrei. Mi pare in certi tratti un corso limaccioso, una rievocazione di paturnie compiaciuta e morbosa (quindi distante gli anni luce dal citato Kubrick, imho), con un retrogusto non di macaca giapponese ma di autocommiserazione adolescenziale e arido machismo. Va a finire che la scena simbolo del film è quella dentro la tomba di lusso fatta costruire da "mister Bailey" a nome di Noodles: si apre il portone e attacca il tema al flauto dolce di Cockeye, lo si richiude e quello svanisce. Un sentimento di lutto riesumato con una certa meccanicità.
          Per quanto riguarda la musica. Insomma, io credo che oggettiva sia l'importanza che determinate opere hanno avuto nel campo dell'arte qualunque sia, quelle opere che hanno fatto da spartiacque, per cui si può riconoscere un prima e un dopo, ma per quanto riguarda l'effetto che hanno sull'ascoltatore ormai non mi azzardo più ad espormi (che non è un cazzo vero, mi azzardo alla grande perché sono un partigiano fetente, però tipo un'amica mia che considero in pieno possesso delle facoltà mentali mi ha definito in faccia la nona sinfonia di Mahler UNA PIZZA, ebbene non le ho scatarrato addosso e, cioé da non crederci, non le ho manco tolto il saluto). A mio avviso le opere oggettivamente importanti di Morricone sono quelle dei western di Leone dove proponeva (come ha sintetizzato Sergio Miceli) un arrangiamento inedito e sorprendente di musica popolare + folk + rock. Detto questo, non sento una spiccata inclinazione verso il Morricone più languoroso, per quanto la melodia sia ispirata. Ma non sta manco lì il problema: il tema di Deborah è perfetto ma viene ripreso in maniera pedissequa, con la voce di soprano che si innalza a voler strizzare fuori sentimenti con reattività torpida, quasi pavloviana.

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          • Bone Machinepentiti! Soprattutto perché ti annoia C'era una volta in America ma ti piace un casino Malmkrog
            https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

            "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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            • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
              Bone Machinepentiti! Soprattutto perché ti annoia C'era una volta in America ma ti piace un casino Malmkrog
              Bello bello Malmkrog, ma senz'altro occorre dare prima un'occhiata al settaggio con cui ci si approccia...
              Tra l'altro ho scoperto che la sua presenza nel cartellone di MUBI scadrà tra 1 giorno: da domani quel film sparirà NEL NULLA!

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              • Originariamente inviato da Bone Machine Visualizza il messaggio

                Bello bello Malmkrog, ma senz'altro occorre dare prima un'occhiata al settaggio con cui ci si approccia...
                Tra l'altro ho scoperto che la sua presenza nel cartellone di MUBI scadrà tra 1 giorno: da domani quel film sparirà NEL NULLA!
                Bene, e nel nulla deve rimanere Per chi è interessato c'è sempre il testo di Soloviev, che te lo leggi con calma senza stare al passo degli attori per 3 ore e mezza.
                https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                • Lightyear (no, mi rifiuto di usare quell'orrido sottotitolo italiano)
                  Altrove mi hanno commentato che l'unico motivo per cui questo film è uscito al cinema è per via dell'ombra lunga dell'ego di Lasseter e sinceramente mi sento di dargli un po' ragione perché sembra molto più un film da streaming di Turning Red.
                  Che poi abbiano dovuto metterci quello stupido prologo "questo è il film che Andy blablabla" non aiuta a scrollarsi di dosso questa sensazione da "film da streaming".
                  Il film preso fuori contesto è un decente film d'avventura fantascientifico, forse un po' pedestre ma per quanto riguarda la fantascienza quantomeno non sembra scritta da gente che odia o non capisce il genere che nella Hollywood di oggi è già tanto.
                  "Compatisco quelle povere ombre confinate in quella prigione euclidea che è la sanità mentale." - Grant Morrison
                  "People assume that time is a strict progression of cause to effect, but *actually* from a non-linear, non-subjective viewpoint - it's more like a big ball of wibbly wobbly... time-y wimey... stuff." - The Doctor

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                  • Quanti film modesti sto vedendo in giro, quanta mediocrità. Non ve lo meritate uno spettatore come me

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                    • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
                      Quanti film modesti sto vedendo in giro, quanta mediocrità. Non ve lo meritate uno spettatore come me
                      A cosa ti riferisci?
                      'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                      • Men? Bullet Train? Prey? I film più chiacchierati delle ultime settimane questi sono.



                        Di Nope e Crimes of the Future hai già parlato (senza entusiasmo).
                        Medeis sei mai stato a Venezia? Dell'edizione di quest'anno cosa aspetti con maggiore trepidazione.

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                        • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
                          Medeis sei mai stato a Venezia?
                          ​​​​​​Medeis è Pontiggia, non lo sapevi?
                          Luminous beings are we, not this crude matter.

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                          • Originariamente inviato da Sir Dan Fortesque Visualizza il messaggio

                            ​​​​​​Medeis è Pontiggia, non lo sapevi?
                            Ma no!

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                            • Pontiggia è uno splendido quarantenne, Medeis avrà almeno sessant'anni.

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                              • Sessant'anni sto cazzo

                                Non mi riferisco a nessun film in particolare, ce ne sarebbero troppi da citare che semplicemente sono mediocri o appena passabili, deludenti rispetto alle ambizioni. In generale temo che non sia un gran momento per il cinema - di sicuro il 2022 non verrà ricordato come un grande anno - forse il Covid e la realtà in generale sono troppo schiaccianti e manca la distanza necessaria per metabolizzare, trasfigurare ed essere memorabili. Ma pure il cinema commerciale se la passa abbastanza male, oramai the drone is the new zoom

                                Così a memoria credo che gli unici due film che ho visto negli ultimi mesi che mi hanno fatto dire Wow e ancora me li ricordo sono Elvis e After Blue

                                ... E cmq a me Pontiggia mi fa una pippa

                                Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
                                Dell'edizione di quest'anno cosa aspetti con maggiore trepidazione.
                                Walter Hill, Lav Diaz, Pearl, la serie di Refn e l'ultimo Schrader fuori concorso. Blonde e il film del regista iraniano di No date, no signature (che nn mi ricordo come si chiama) in concorso. E spero in belle sorprese (Alice Diop?) nelle varie sezioni
                                Ultima modifica di Medeis; 04 settembre 22, 14:11.

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