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  • p t r l s
    ha risposto
    Life Cycles di Derek Frankowski e Ryan Gibb (2010)

    Documentario prodotto dalla Shimano che per le malelingue sarebbe potuto essere un gigantesco spot per i loro prodotti... e invece ripercorre la storia della bicicletta, che in realtà è una storia romantica che vede la bicicletta come estensione dell’uomo, che in realtà è un appassionato modo di vedere la bicicletta come compagna di vita e come tramite ‘nato da’ e ‘destinato a‘ ll’interazione tra uomo e natura.
    La vita è un enorme viaggio in cui le stesse cose girano su se stesse: i ciclisti che ripetono lo stesso percorso, il percorso che ciclicamente cambia veste a seconda delle stagioni, i backflip non appena i ciclisti vedono (in delle piccole naturali collinette) delle rampe, la bicicletta che segue un suo ciclo di vita o, pensando più in grande, la Terra che ripete da milioni di anni il suo stesso moto.
    Di sicuro non vi girerà qualcos’altro dalla noia, dal momento che il film dura solo 40 minuti e ciò che si vede come minimo non lascia l’occhio indifferente.




    C’è un accenno di critica allo sfruttamento della natura, abbozzato giusto per poter esprimere meglio il vero concetto che si vuol far passare: la natura ha un grandissimo potenziale e bisogna conviverci, non sfruttarlo e basta. Così vediamo l’uomo che crea sentieri nei boschi, l’uomo che costruisce la bici e con essa si diverte in quegli stessi sentieri, la bici che ovviamente si usura e l’uomo che, a fine viaggio, se ne prende cura ripulendola dal fango e riparando i pezzi rovinati.

    Una frase, secondo me, riassume il senso del film: when creation overrides destruction, that’s living!

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  • Sir Dan Fortesque
    ha risposto
    La ragazza d'autunno di Kantemir Balagov

    Visto poco tempo fa, è un secondo film (il primo mi manca) impressionante per il rapporto tra qualità e consapevolezza artistica e giovane età del regista.

    Balagov mette su una Leningrado post-bellica ricca e dettagliata, suddivisa per colorazioni espressive (ocra, verde e rosso), sfruttando benissimo quei pochi esterni e concentrandosi maggiormente su interni tesi, degradati e soffocanti che riescono allo stesso tempo ad aggirare limiti di budget e ad arricchire la forza espressiva dell'opera.

    L'umanità di Bagalov, manco a dirlo, è allo stremo, cerca disperatamente e compulsivamente di riappropriarsi di una realtà quotidiana che non c'è più (il bambino, secondo i soldati, non può riconoscere l'imitazione di un cane perché di cani non ce ne sono più) e i figli, più che un affetto, sono un bene mobile, un mezzo per tornare a quell'agognato stato della norma.
    Il vuoto da sanare è più ampio di quanto i personaggi potranno mai osare ammettere a voce alta (la co-protagonista continua a mettere su una faccetta/facciata sorridente di sfida a qualsiasi conflitto le si pari davanti, emblematica la Beanpole (Giraffona da noi) del titolo e "protagonista", il cui scollamento dal reale assume addirittura una forma patologica di catalessi (notevole la scena della morte del bambino, giocata su una messa in scena quasi horror ma senza compiacimento di genere).

    Il regista riesce comunque a trovare delle nicchie di affetto e umanità (tanto più efficaci perché ribadite nel finale) legate al rapporto tra le due protagoniste (ma penso anche alla figura del medico) che evitano di cadere in un pessimismo assoluto e programmatico.

    Uniche riserve su un andamento che a tratti sembra un po' troppo "d'autore", quasi di maniera ma senza la disinvoltura dell'autore. Come tanti registi est-europei, a Balagov piacciono molto i momenti ripetuti e prolungati dove i personaggi si guardano negli occhi senza dirsi nulla o si fanno domande ricevendo in cambio solo silenzi (che, se da una parte ha una chiara funzione tematica, dall'altra è un meccanismo talmente sfruttato di recente da sfiorare l'espediente).
    Non sono neanche convintissimo della sezione finale, in cui la protagonista si eclissa dalla narrazione e ci si concentra sulla linea narrativa più tradizionale e "chiamata" della ragazza che vuole accasarsi col giovane rampollo (il climax alla tavola della famiglia è il momento più classicamente conflittuale e "occidentale" della pellicola).

    A parte queste cosucce però ribadisco, opera notevolissima per un regista da cui mi aspetto grandi cose in futuro.


    Ultima modifica di Sir Dan Fortesque; oggi, 08:13.

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  • Bender77
    ha risposto
    The Vast of Night (2019) di A. Patterson

    il gioiellino che non ti aspetti. Atmosfere immersive corredate da una regia pulitissima fatta di prospettiche carrellate infinite e altri espedienti visivo-narrativi (più o meno riusciti) tesi a infiocchettare e vivacizzare quello che sarebbe potuto benissimamente risultare uno sciapo e statico room movie di soli piani e contropiani. Le citazioni alla casistica si sprecano, e secondo me in un frangente si è cercato in qualche modo anche il rimando a Welles...

    Spoiler! Mostra


    nutrivo curiosità sul budget (che secondo me è di due spicci), ma ad una prima ricerca non ho trovato info...

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  • Gidan 89
    ha risposto
    I Miserabili di Ladj Ly

    Non sarà un film particolarmente originale, ma l'ho trovato davvero molto bello. Asciutto, coinvolgente, depauperato dalla retorica, attori molto bravi, è tutto molto credibile e verosimile. Premi meritati.

    Crawl - Intrappolati di Alexandre Aja

    Dal binomio Raimi-Aja mi sarei aspettato qualcosa di più di un filmetto da drive-in infarcito di cliché. Tecnicamente è ben fatto, ma è scritto con pigrizia e non regala neanche momenti splatterosi degni di nota. Dimenticabile.

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  • David.Bowman
    ha risposto
    Originariamente inviato da aldo.raine89 Visualizza il messaggio
    Sfogliando il catalogo di Mubi mi sono imbattuto piuttosto casualmente nella visione di Carnevale di anime (Carnival of souls), di cui non avevo mai sentito parlare.
    É un film del 1962 ed é l'unico lungometraggio del regista Herk Harvey, uno di quei casi dove ti chiedi, visti i buoni risultati raggiunti, perché non abbia o non gli abbiamo fatto ripetere l'esperienza.
    Paga un po' il budget ridotto, la breve durata e alcune bobine che ho letto siano andate perse, elementi che lo rendono un po' incompiuto.
    Per il resto, nonostante fino a poche ore fa mi fosse sconosciuto, é un'opera seminale per molto cinema a venire per il modo di trattare le ossessioni e sperimentare con i suoni e gli spazi. Il Polanski della trilogia degli appartamenti credo gli debba qualcosa, così come gli sono debitori alcuni film usciti tra gli anni '90 e i primi 2000 basati su una certa tipologia di twist.
    perchè quando il film uscì fu un flop assoluto, non piacque praticamente a nessuno e questo stroncò definitivamente ogni velleità del regista. Nella sua carriera Harvey ha praticamente girato sempre corti e documentari e, visto l'insuccesso del suo unico lungometraggio, non ha ripetuto l'esperienza. Va detto che il flop del film fu dovuto ad una serie di fattori: è una pellicola molto particolare, probabilmente troppo avanti per quei tempi e di sicuro totalmente inadatta al pubblico generalista e, meno che mai, a quello dei drive-in anni '60 a cui venne principalmente destinata. Essenzialmente non venne capito, ma, come spesso capita per opere di questo tipo, è stato ampiamente (e giustamente) rivalutato nel tempo e oggi viene considerato un cult. A me piace molto, a livello seminale (e sicuramente involontariamente) è un'opera fondamentale nella storia dell'horror psicologico (che poi è quello che io preferisco in assoluto relativamente a questo genere), perchè ha sicuramente influenzato parecchio cinema di questo tipo negli anni a venire. Ha delle atmosfere formidabili, è inquietante, ipnotico, angosciante ma ha anche le sue pecche: principalmente incompiutezza e pochezza dei mezzi (ma questa non è una colpa del regista). Però le idee ci sono, l'approccio è originale e coraggioso e il fascino dell'opera è davvero notevole. Se fosse stato un corto (ovvero quello che il regista ha sempre fatto nella sua carriera) sarebbe stato un vero capolavoro secondo me. Ha comunque anche i suoi (piccoli) "debiti", ad esempio alcuni episodi della serie televisiva "Ai confini della realtà" o il "Suspense" di Jack Clayton (che è uno dei miei horror preferiti in assoluto). E' un film da recuperare consigliato a tutti i cinefili, specialmente gli amanti delle pellicole "weird" o dell'horror introspettivo.

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  • Sir Dan Fortesque
    ha risposto
    È uno dei film che più hanno influenzato James Wan, e si vede, anche nell'estetica dei fantasmi.
    ​​

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  • aldo.raine89
    ha risposto
    Sfogliando il catalogo di Mubi mi sono imbattuto piuttosto casualmente nella visione di Carnevale di anime (Carnival of souls), di cui non avevo mai sentito parlare.
    É un film del 1962 ed é l'unico lungometraggio del regista Herk Harvey, uno di quei casi dove ti chiedi, visti i buoni risultati raggiunti, perché non abbia o non gli abbiamo fatto ripetere l'esperienza.
    Paga un po' il budget ridotto, la breve durata e alcune bobine che ho letto siano andate perse, elementi che lo rendono un po' incompiuto.
    Per il resto, nonostante fino a poche ore fa mi fosse sconosciuto, é un'opera seminale per molto cinema a venire per il modo di trattare le ossessioni e sperimentare con i suoni e gli spazi. Il Polanski della trilogia degli appartamenti credo gli debba qualcosa, così come gli sono debitori alcuni film usciti tra gli anni '90 e i primi 2000 basati su una certa tipologia di twist.

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  • MrCarrey
    ha risposto
    Condivido il discorso sull'approccio teorico e quanto di concreto è stato realizzato dalla macchina registica in Nemico Pubblico. Vive di momenti davvero notevoli. Ma è un film che ad una seconda visione ho scoperto offrire il fianco a fiacchezze di scrittura come certi dialoghi stucchevoli la cui presenza gradualmente si fa sempre più allarmante. Le vette registiche di questo autore, ben più calibrate su questo versante, sono altre personalmente.
    Ultima modifica di MrCarrey; 31 maggio 20, 17:38.

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  • Tom Doniphon
    ha risposto
    Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio

    Condivido, secondo me è una delle vette del cinema di Mann, l'ultimo romantico di un'idea di cinema "virile" - ma quanto è toccante il finale? - e con un'idea registica a mio avviso illuminante che sorregge tutto il film: guardandolo con attenzione è come se ci fosse una "diversificazione di sguardo" per cui da un lato vediamo un gangster movie classico, ma il modo in cui usa consapevolmente il digitale lo fa sembrare anche un documentario su Dilinger, rendendolo un caposaldo teorico del nuovo cinema digitale. È veramente un peccato che Mann fatichi a tornare su un set, purtroppo ogni suo progetto sembra destinato ad abortire negli ultimi tempi
    Concordo, in questi giorni ho rivisto Collateral, mi è sempre piaciuto e lo trovo comunque un gran bel film, ma pur considerando che dal punto di vista narrativo è più originale di Public Enemies, trovo che quest'ultimo abbia una maggiore originalità di sguardo autoriale. Come dici tu, è proprio questa dialettica tra estetica documentaristica del digitale e impianto narrativo fiction che fa del film un bel manifesto del cinema digitale e di cosa possa essere il cinema digitale. L'ho visto con la mia compagna e gia nell'incipit entrambi ci siamo resi conto dell'assoluta originalità di sguardo e di ricerca stilistica. Bellissimo davvero.

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  • Medeis
    ha risposto
    Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio
    Nemico pubblico, di Michael Mann

    In colpevole ritardo rispetto alla sua uscita, ho recuperato finalmente questo film. Posso dire che mi è piaciuto tanto?

    L'ho trovato davvero un film notevole, una prova magistrale di regia e narrazione visiva, capace di affrontare in modo moderno il gangster moglie non tanto per un approccio narrativo diverso, quanto per un approccio iconografico completamente asservito alla poetica di Mann.

    Ne esce un film ricco degli elementi fondamentali del regista, dall'uso del digitale al suo immancabile romanticismo, dalla caccia all'uomo ad una contrapposizione romantica tra le due parti schierate. In un cast eccellente e con una didascalia nei titoli di coda che ancora di più valorizza le inquadrature su Bale-Pervis dopo la cattura di Dillinger.

    Davvero una prova di grande cinema.
    Condivido, secondo me è una delle vette del cinema di Mann, l'ultimo romantico di un'idea di cinema "virile" - ma quanto è toccante il finale? - e con un'idea registica a mio avviso illuminante che sorregge tutto il film: guardandolo con attenzione è come se ci fosse una "diversificazione di sguardo" per cui da un lato vediamo un gangster movie classico, ma il modo in cui usa consapevolmente il digitale lo fa sembrare anche un documentario su Dilinger, rendendolo un caposaldo teorico del nuovo cinema digitale. È veramente un peccato che Mann fatichi a tornare su un set, purtroppo ogni suo progetto sembra destinato ad abortire negli ultimi tempi

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  • Alex Murphy
    ha risposto
    Edge of Darkness (Fuori controllo) Mi pare fosse stato piuttosto gradito dal pubblico e non posso che confermare, buon action/thriller e classico esempio di come si possa far un buon poliziesco anche senza ricorrere alle consuete piogge di piombo. L'azione è ben diluita, personalmente arriva tutto al momento giusto senza mai strafare.

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  • Sandro 64
    ha risposto
    I Fiori di Kirkuk del regista kurdo-iraniano Fariborz Kamkari, sicuramente da non perdere, ma per quanto mi riguarda quando vedo questo genere di titoli che ti lasciano con l'amaro in bocca prometto a me stesso che in futuro seduto comodo sul mio divano davanti al mio impianto ben settato per godere degli effetti surround, guarderò solo pacchianate del tipo action-commedy, con buffonacci e frombolieri vari del tipo Schwarzenegger Stallone Diesel o anche meglio quelli con un po' più di stile come l'ottimo Jason Statham, meglio evitare chi ti sbatte in faccia le realtà nude e crude di questo mondo!

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  • Tom Doniphon
    ha risposto
    Nemico pubblico, di Michael Mann

    In colpevole ritardo rispetto alla sua uscita, ho recuperato finalmente questo film. Posso dire che mi è piaciuto tanto?

    L'ho trovato davvero un film notevole, una prova magistrale di regia e narrazione visiva, capace di affrontare in modo moderno il gangster moglie non tanto per un approccio narrativo diverso, quanto per un approccio iconografico completamente asservito alla poetica di Mann.

    Ne esce un film ricco degli elementi fondamentali del regista, dall'uso del digitale al suo immancabile romanticismo, dalla caccia all'uomo ad una contrapposizione romantica tra le due parti schierate. In un cast eccellente e con una didascalia nei titoli di coda che ancora di più valorizza le inquadrature su Bale-Pervis dopo la cattura di Dillinger.

    Davvero una prova di grande cinema.

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  • Gidan 89
    ha risposto
    I corpi presentano tracce di violenza carnale di Sergio Martino

    Un thriller davvero ben fatto, sopra la media rispetto alla produzione non argentiana di quegli anni. Il film ha due pecche: se uno è abbastanza scafato come spettatore può facilmente intuire chi sia l'assassino; un personaggio che non vi dico è abbastanza superfluo all'interno della trama. Detto questo, si tratta di un prodotto molto curato. Sergio Martino è stato (non perché sia deceduto, che possa campare altri cento anni) uno dei professionisti più affidabili ed apprezzabili del cinema italiano di quel periodo. Zucchero, miele e peperoncino ad esempio per me è un cult assoluto, ma anche Ricchi, ricchissimi, praticamente in mutande o L'allenatore nel pallone. Proseguirò col recupero dei suoi gialli all'italiana.

    You were never really here di Lynne Ramsay

    Un film abbastanza semplice e risaputo, più un esercizio di stile che altro. Gioacchino è bravo, ma a 'sto giro - visto il personaggio abbastanza stereotipato - credo che avrebbero fatto altrettanto bene anche tanti altri attori.

    The Kingdom di Lars Von Trier

    Parte bene, poi devo ammettere che non ha rispettato tutte le premesse. Lo sguardo cinico di Von Trier è interessante e riesce a rendere vivo un ambiente ospedaliero grottesco (si vede che il buon Lars lo conosce molto bene), ma le sottotrame non sono tutte allo stesso livello. Probabilmente per l'epoca si trattava davvero di un prodotto di rottura. Per adesso non credo di proseguire con la seconda stagione.

    La mort de Louis XIV di Albert Serra

    Pellicola che sta crescendo lentamente col passare dei giorni. Film di grande rigore formale, per pochi, con un superlativo Leaud. Non mi dilungo troppo nell'analisi, perché conto di proporre questo regista nel topic delle filmografie a breve. Ne discuteremo lì.

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  • Sensei
    ha risposto
    La versione cinematografica prima di tutte da vedere. La Redux da vedere dopo.

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