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Racconti del nostro Paese - Il cinema italiano fino al 2010

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  • Doppio Delitto
    Dopo i vari Piedone, torna Steno in una commedia gialla, arruolando il Mastroianni (già commissario a Torino per La Donna della domenica). Non pago, arruola anche il poirot inglese Peter Unistov e la bella Ursula Andress nei soliti panni della femme fatale. Gli elementi per il giallo all'italiana ci sono tutti: un detective un pò dimesso e vessato dai piani alti (a volte un civile che si ritrova a indagare mentre viene ostacolato dai commissari, altre volte, come in questa, un commissario vero ma relegato ad ultima ruota del carro dai suoi superiori), abbiamo la spalla comica (un ottimo Barra), abbiamo ovviamente chi vessa il detective (il grande Anatrelli, primo Calboni fantozziano), abbiamo la femme fatale, abbiamo il personaggio filosofo che riflette sul lato esistenzialista e colto del caso (lo scrittore Ustinov, bravo ma costretto in un personaggio logorroico e ripetitivo fino allo sfinimento), abbiamo la donna ribelle e indipendente (la Belli), la femme fatale, e via dicendo. Purtroppo il film si lascia vedere solo per la bravura di Mastroianni e degli altri attori, l'intreccio parte bene (un omicidio avvenuto....per mezzo di un fulmine!!) ma poi si sfilaccia. Persino la classica trovata da giallo italico, o addirittura argentiano (un elemento visivo che non funzionerebbe su carta ma che risulta di alta resa visto al cinema) risulta annacquato e gratuito.

    Il commissario Pepe
    Tognazzi ancora commissario, stavolta per la penna di Scola. Come altri film di Scola, questo giallo, che giallo non è, pecca un pò di frammentarietà e bozzettismo. Belli i vari siparietti ma, purtroppo, un pò ripetitivi, dato che vanno tutti a finire sul tema dei "pezzi grossi" (meglio se legati al clero o all'alta borghesia) invischiati in storie di sesso o pedofilia. Il commissario Pepe non è privo di pulsioni, non a caso lo interpreta Tognazzi, attore incarnazione dell'edonismo italico (buon cibo e belle donne), ma dotato, nonostante il fisico terricolo, di innata classe. Più umano, proprio per il suo fisico tarchiato, rispetto all'aitante e monumentale Gassmann, più "composto" rispetto al bravissimo ma leonino (nel senso di aggressività e voracità scenica) Sordi, Tognazzi incarna perfettamente questo commissario del nord, sempre impeccabile e impassibile ma che, nel profondo, cova una rabbia ribollente e gli stessi vizi delle persone che indaga. Curioso come molti siparietti finiscano con allucinazioni o sogni del commissario (alcuni molto spassosi, come il gerarca fascista gay che trasforma la corsa militare in un balletto da rivista), dato che proprio il sogno è un elemento molto presente in vari film di Tognazzi ("le ore dell'amore", "la voglia matta", "in nome del popolo italiano" etc.).
    Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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    • Permette, signora, che ami vostra figlia?
      Un capocomico guitto, per risollevare le sue sorti, scrive una storia d'amore romanzando quella tra Benito e la Petracci, e interpretando in prima persona il duce. Finirà per immedesimarsi troppo nel ruolo. Tognazzi aggiunge un ennesimo mostro alla sua lunga galleria professionale. Il film diverte, Tognazzi giganteggia ed è ben affiancato dal vitellone Fabrizi, ma l'idea di base pare non abbastanza per un intero lungometraggio, tant'è che gli intermezzi teatrali, per quanto gustosi, paiono più dei riempitivi. Sorta di "Per favore non toccate le vecchiette" all'italiana, anticipatore di "Lui è tornato" e "Sono tornato". Peccato, perchè da una simile idea si poteva cavar fuori molto di più.


      Questa specie d'amore
      Tognazzi in doppio ruolo. Interpreta sia se stesso (figlio di contadino, diventato poi giornalista, imborghesitosi per amore della figlia di un industriale con cui "attaccherà il cappello"), sia suo padre, contadino antifascista romagnolo. E' proprio quest'ultima incarnazione la più gustosa. Aiutato da un buon trucco non invasivo, Tognazzi eccelle in entrambi i ruoli dando sfogo sia al suo classico personaggio di borghese di alta classe che cova, sotto una apparente impassibilità, un turbine di passioni e di tormenti, sia al classico edonista ruspante, amante del buon cibo e legato alla terra. Nel dare volto ad entrambi i personaggi, sembra in tal modo rimarcare il passaggio di testimone tra due generazioni, quella partigiana e quella del successivo boom, che si sono poi ritrovate a farsi i conti in tasca negli anni 70. Come in "C'eravamo tanto amati", resta l'amarezza di una rivoluzione mancata, in cui la dittatura del fascismo è stata sostituita da una democrazia ipercapitalista.
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      • Come mai queste visioni di film con Tognazzi, hai approfittato della ricorrenza del trentennale della morte di qualche mese fa? (ricordo su Sky c'era una collezione di film on demand interpretati o diretti da lui).

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        • Originariamente inviato da Mr. Babeido Visualizza il messaggio
          Come mai queste visioni di film con Tognazzi, hai approfittato della ricorrenza del trentennale della morte di qualche mese fa? (ricordo su Sky c'era una collezione di film on demand interpretati o diretti da lui).
          No, più semplicemente recupero molti film da youtube, e spesso vado per "attore" in modo da recuperar qualcosa che mi manca della commedia all'italiana.
          Devo dire però che, al momento, preferisco Tognazzi rispetto agli altri colonnelli.... Gassman era troppo una statua greca per diventare assimilabile all'uomo medio... Mastroianni è sempre stato divo, anche negli anni 50 faceva già il "bello" del cinema italiano... per quanto bravissimi sia Gassman che Mastroianni erano costretti a "truccarsi" da uomini medi... Manfredi era piacente ma con la sua magrezza riusciva a rendere la mediocrità di certi personaggi, ma è sempre stato un attore altamente accademico (non a caso lo definivano "l' orologiaio"... quando lo senti recitare resti incantato ma, immancabilmente, senti che i suoi cedimenti al dialetto romano o certi suoi movimenti siano programmati...lui e Gassman erano due eccellenti attori brillanti ma, appunto nella resa dei personaggi ciò gioca a volte a loro sfavore.... Sordi, altro personaggio preparatissimo, era molto più "geniale" in certe sue uscite... improvvisamente, all'interno di sceneggiature calcolatissime, un movimento di occhi, un cedimento verso la romanità, uno scatto improvviso...aveva dei tempi tutti suoi e geniali, che però lo portavano a cannibalizzare il film. Tognazzi era invece una contraddizione vivente.... di origine umile, aveva una classe innata che gli permetteva di interpretare nobili e borghesi... non bello ma piacente con le donne, era molto più convincente sia nell'interpretare i brutti che i playboy. Una volta smarcatasi dalla fase più "leggera", quella dei film con Vianello e balnerari, non si è vergognato di "sporcarsi" inanellando una fila di mostri uno dopo l'altro. La sua fase anni 70, quella più autoriale, la preferisco perchè inizia ad interpretare una serie di personaggi riflessivi, dimessi, che passano il tempo a passeggiare e riflettere, in maniera cinica, con sguardo impietoso verso se stessi e verso il mondo che li circonda, quasi ingabbiati nel loro paese, nel loro ruolo sociale, nel loro corpo.

          Come regista, purtroppo, ha sempre dimostrato poco. Eppure ha comunque mantenuto una certa passione per il grottesco. Soprattutto, tendeva a evitare certi "teatralismi" di cui erano a volte vittima Manfredi e, soprattutto, Sordi, quando erano autori. Quando Manfredi ci metteva la penna, tirava fuori ottimi film come "Il giocattolo" o "Pane e cioccolata", ma che sul finale si concludevano immancabilmente con degli inutili monologhi che andavano quasi a riassumere a parole quanto detto durante tutto il film. Certo erano monologhi recitati benissimo, ma si sentiva eccessivamente lo stacco anti-cinematografico rispetto al resto dell'opera. Sordi, in questo, era anche più "pesante" di mano, dato che, nonostante il suo personaggio sopra le righe, è sempre stato dichiaratamente un iperconservatore cattolico, per cui le sue "moraline" a fine film risultavano, e risultano, a volte terribilmente sorpassate. Oltretutto Sordi era troppo legato alla penna di Sonego, suo autore di fiducia e ottimo scrittore, il che tuttavia lo portava a non uscire mai da determinati registri.
          Ultima modifica di UomoCheRide; 17 marzo 21, 12:39.
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          • Recuperati un paio di Germi.

            Le castagne sono buone.
            Uno degli utimi film di Germi, prima di Serafino, e riconosciuto come uno dei suoi peggiori. Sembra quasi la risposta "ok boomer" al 68. Come se Germi, che negli anni 60 graffiava e punzecchiava la società (ne "l'immorale" con Tognazzi, fece dire "meglio il divorzio" ad un prete!) si fosse ritrovato improvvisamente "sorpassato a sinistra" e decidesse di celebrare la vita campagnola e bucolica. La sua rappresentazione del 68 è grottesca e orrorifica, quasi da film di Petri (a differenza di uno Steno che l'avrebbe resa grottesca e cartoonesca). Gianni Morandi, con baffi e capelli alla Moretti di Sogni D'oro, interpreta un regista cinico (e già pensare a Morandi come "cinico" fa pensare al miscasting) e recita sufficentemente bene, ma senza graffiare. Gli manca la naturale maschera di un Tognazzi, lui si bravissimo ad incarnare il cinismo e i vizi più "morbosi" dell'italiano medio. Qui Morandi, nel ritrarre un regista invaghito (o forse sessualmente interessato) ad una sorta di novella Pollyanna che viene messa in ridicolo dai suoi coetanei proprio per il suo eccesso di buonismo, pare dare vita quasi ad un tardo musicarello (colpa anche della colonna sonora). Il film non è terribile, ma è stranamente consolatorio, e da un autore come Germi ci si aspettava la zampata.


            L'immorale
            Ottimo film di Germi con l'impeccabile Tognazzi. Il film, tramite una confessione fatta da un complessato protagonista ad un prete, riprende l'ennesimo tema della bigamia (che verrà poi usato più volte, da Christina De Sica a Fabio Bonifacci, e che pare toccasse sul vivo le vite private di Vittorio De Sica e di Tognazzi stesso). Un uomo, con un non ben chiarito complesso psicologico, ha una famiglia che ama. Il problema è che ama anche una sua seconda famiglia, e, non essendoci il divorzio, convive con entrambe facendo i salti mortali. Il problema è quando inizia una terza famiglia con una giovane amante. La cosa interessante è non solo vedere l'incredibile precisione della vita del protagonista, che fa i salti mortali per far quadrare conti e bugie, ma anche la sua analisi psicologica. Tognazzi non incarna un seduttore come Sordi ne "Il seduttore" (anche lì alle prese con due famiglie e una amante, per ricordare come il tema non sia nuovissimo). Tognazzi ha più volte dubbi sulla sua condotta e si chiede se egli stesso non sia un mostro. Eppure non si può non amare quest'uomo che visibilmente ama e visibilmente si sacrifica per queste sue famiglie.
            Finale un pò tirato via, che lascia un senso di incompiutezza.
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            • Alfredo Alfredo di Pietro Germi
              "Non esistono seconde possibilità, esiste solo la possibilità di fare due volte lo stesso errore.

              Impiegato provinciale mediocre, resta intrappolato in un matrimonio prigione e, scappato dalla moglie, diventa un attivista per il divorzio nell'Italia degli anni 70. Questa, in breve, è la trama di una delle ultime pellicole graffianti di Germi, ingiustamente tacciata di maschilismo. Sarebbe infatti facile attaccare la pellicola come misogina, visto il ritratto impietoso che viene fatto della figura femminile interpretata dalla Sandrelli, in realtà il film racconta un "canovaccio" molto diffuso in psicologia, ossia l'incontro tra un nevrotico ed un isterico. Aldredo è un nevrotico, un uomo medio che più mediocre non si può. Architetto che sceglie non la libera professione ma la tranquillità del posto fisso bancario, lavoro che, per sua stessa ammissione, gli permette di trincerarsi dietro un bancone lasciando il mondo al di fuori. Con un' insistente voce fuori campo che pare parodiare il cinema francese della nouvelle vague (specie quando al duo di amanti Hoffmann-Sandrelli si associa Oreste, il miglior amico del protagonista), assistiamo alle piccole abitudini di Alfredo, da cui fatica a staccarsi e che costituiscono un muro che lo proteggono dalle sue insicurezze. Da chi ha ereditato questa nevrosi Alfredo? Ovviamente dal padre, il quale, ci viene raccontato, a sua volta aveva dei contrasti con la moglie, poi deceduta. Lo stesso padre, quando la Sandrelli arriverà ad invadere lo spazio della casa di Alfredo, preferirà non alzare la voce contro la nuora, nè difendere il figlio per proteggerlo da quella gorgone, bens scappare di notte, in silenzio, e rifugiarsi in autoesilio in campagna. Eppure c'è un secondo padre ideologico in Alfredo Alfredo: E' Gastone Moschin. Moschin, che in Signore e Signori interpretava un bancario (appunto) provinciale, che scappava dalla moglie isterica per vivere una idilliaca storia d'amore con una tenera Virna Lisi, vittima poi delle cattiverie di provincia (ed è proprio il candore con cui viene dipito il personagio della Lisi che testimonia come Germi fosse un cineasta tutt'altro che misogino). Moschi, che in Amici miei (di Monicelli ma che originariamente era un progetto di Germi) era un architetto (appunto) che finiva nella trappola di un matrimonio con un'isterica. E' interessante quindi notare come Germi scelga per una volta di sminuire il machismo italico puntando il racconto non sul classico "gallo" sicuro di se (personaggio già interpretato da Sordi o da Buzzanca in tanti altri film sui fallimenti del matrimonio), quanto appunto su un "mediocre".
              Hoffman, con un naso affilato che, quando abbinato a degli spessi occhiali, rende il suo personaggio simile ad un neo Woody Allen (altro grande nevrotico), viene inquadrato sempre dall'alto dal regista, in modo da accentuare la sua bassa statura e si trova perfettamente a suo agio nell'interpretare un italiano. A chi potrebbe accoppiarsi un nevrotico come Alfredo? Secondo la psicologia moderna, ad un isterico. Prima ancora di incontrare la Sandrelli, infatti, notiamo come Alfredo sia un uomo privo di amicizie che viene però sopportato solo dal migliore amico Oreste, un factotum alla Filini che lo coinvolge sempre nelle sue avventure e che ama, da buon narcisista, pavoneggiare i suoi successi con le donne ed il suo istrionismo. Nell'unica scena vagamente maschilista del film, Alfredo cercherà di rivaleggiare in successo con l'amico Oreste, portando all'appuntamento due donne, una per sè e una per l'amico. Il suo sforzo verrà tuttavia vanificato dall'amico che, avendo la stessa pensata, porterà a sua volta due donne. Si ricreerà quindi il mito "dell'harem", almeno dal punto di vista di Oreste, con un gruppo di 4 donne a contendersi due uomini. Il maschilismo della scena viene però smontato presto, dato che Alfredo (il quale resta il personaggio nevrotico ed inattivo qual'è proprio in virtù della mancata rivalsa con l'amico) si concentrerà solo su una delle partecipanti (tra l'altro, si tratta di una donna portatagli dall'amico, e quindi neanche scelta da lui). In maniera molto coerente, quindi, il personaggio di Alfredo resta per tutto il tempo un non-decisionista, uno che si fa trascinare dagli eventi e che solo verso la fine ha un breve riscatto personale, per poi ripiombare nei suoi classici tic che lo rendono una marionetta pronto ad assecondare i campricci di ogni carattere isterico a cui tende ad accompagnarsi. La Sandrelli incarna perfettamente il personaggio dell'isterica, narcisista, pronta a cannibalizzare tutti i rapporti di Alfredo per diventare il solo elemento della sua vita, pronta a porre obbiettivi sempre più alti al suo partner in modo da poterlo costantemente sminuire. Da cosa deriva questo suo narcisismo? Ovviamente da una famiglia che ha perso gli altri figli e che quindi si mostra eccessivamente protettiva e celebrativa nei confronti della primogenita. Nel secondo atto, quando deciderà di incorrere in maternità, chiederà esplicitamente "facciamo una bambina". Non un bambino generico...lei proprio ordina il sesso della figlia, volendo un proprio clone (notevole quindi l'attenzione in sceneggiatura ai dialoghi). Costretta quindi al riposo assoluto, relegherà Alfredo in cantina (e qui il nevrotico, costretto in "lockdown" riscoprirà se stesso proprio perchè in grado di riappropriarsi non solo delle proprie manie ma anche di un suo spazio protettivo) e inizierà ad osservarlo dall'altro, mentre il suo corpo si gonfierà - due elementi che simbolicamente farebbero associare la sua figura a quella di un ragno.
              Alla fine Alfredo divorzierà e troverà un amore più comprensivo. Ma ecco, con la convivenza, una breve sequenza in cui si mostra la ridistribuzione degli oggetti del bagno per far posto anche agli oggetti di lei. Il nevrotico vede il proprio spazio invaso e riorganizzato e torna nel pallone, preannunciando un possibile nuovo fallimento nel matrimonio.
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              • La carne, M. Ferreri.
                Ho sempre pensato che l'edonismo anni 80 e il culto dell'immagine di quegli anni fosse in realtà una versione più libera e a tratti "pruriginosa" degli anni 60 (anche essi segnati dal boom, da nuove libertà, da una rivoluzione tecnica, e da tanto materiale colorato e pop che segnava tutti i media). Allo stesso modo gli anni 90 sono stati una ulteriore regressione, una versione pruriginosa degli anni 50. Non a caso, nei vari media, tornava l'idea del maschio italico "gallo" e della donna "bionda, svampita e curvy", anche per via della classe politica che abbiamo avuto sia qui che oltre oceano. Ferreri firma qui un canto del cigno che, tuttavia, come accade spesso ai registi senili affonda troppo le proprie radici in altre opere del passato che hanno affrontato temi simili. Abbiamo quindi un uomo "spremuto" dal punto di vista sessuale come ne L'ape regina, abbiamo il rapporto isolato su una spiaggia come ne Il seme dell'uomo, abbiamo addirittura una cuccia che porta immediatamente a pensare a La cagna. Le prime immagini, con Castellitto che va a vedere una mostra sui dinosauri (altro fenomeno pop degli anni 90) sono già una dichiarazione di intenti. L'uomo sta regredendo ad una nuova preistoria, lasciandosi guidare solo da bassi istinti come la ricerca di cibo (o meglio, di carne, che già l'agricoltura richiederebbe un passo evolutivo successivo a quello degli uomini delle caverne) e l'accoppiamento. Il personaggio di Castellitto è di rara ripugnanza: visivamente ispirato alla moda cafonal dell'epoca (con codinio e giacca in lamè alla Fiorello!), dispensa luoghi comuni culturali per cercare di fare colpo (notare come recita due luoghi comuni su Dante appena lui, Paolo, cerca di rimorchiare una Francesca), ma rivendica i propri difetti con orgoglio e arroganza. Così come la classe politica anni 90, e quella contemporanea, rivendica i propri difetti quasi come fossero medaglie al valore (consapevoli che il popolino è dalla loro parte e li sostiene proprio per autoassolversi), il Paolo di Castellitto è sempre aggressivo verbalmente con tutti, pur non avendo un fisico da "cavernicolo" che lo aiuterebbe in un eventuale scontro fisico. Anzi, è fortunato che nessuno lo prenda mai "a pizze in faccia", dato che, come confessato dalla stessa Francesca, lui è esteticamente "mostruoso": un uomo con la pancetta e le spalle scese, più mediocre dei mediocri. Un Fantozzi con meno sfiga e più autodeterminazione. Castellitto, divertito e divertente, fa suo il ruolo. Curiosamente, ne La bellezza del somaro, suo figlio Pietro riproporrà un personaggio a mio dire molto simile (altrettanto orrendo esteticamente, anche per via di una altrettanto ripugnante pettinatura con codino) e altrettanto arrogante. Anche lui ostenterà i suoi vizi generazionali ("sono contrario all'acol, preferisco farmi le canne!") e si sconterà fisicamente con qualcuno nonostante il suo esile fisico. La trama del film è riassumibile in un' ennesima esternazione arrogante di Paolo, al supermercato: "il nostro programma è chiuderci in casa, s***are e mangiare carne". Purtroppo il film procede più per accumulo che per sviluppo, aggiungendo scena dopo scena vari episodi ricollegarbili al tema del cannibalismo (dall'allattamento materno alla prima comunione cattolica, dal vampirismo gotico alla sessualità). Tutto nel ricercare la prova della regressione dell'uomo medio italico, mammone cannibale che prima "attinge" al seno della mamma stato che lo protegge e lo giustifica (Paolo ha un posto statale che gli permette di spendere senza pensieri, pur essendo un grande assenteista), poi è alla ricerca di una donna madre che lo nutra (in una scena grottesca, Paolo resta paralizzato a letto e si fa imboccare dall'amante), rifugiandosi in uno status (la casa al mare) che è oramai sia grotta paleolitica sia ventre materno. Molti i momenti interessanti (la già citata scena della paralisi, in cui un inebetito Paolo resta soddisfatto della sua erezione, non curante della mancanza di funzionamento del resto del corpo... a sottolineare quali siano le priorità per il suo ego). Purtroppo le troppe digressioni, a volte inutili (il tentativo di menage a trois verso la fine) sembrano più un modo di allungare il brodo che di sviluppare la tematica. Interessante la scena finale, con un frigorifero che diventa al tempo stesso bara e tabernacolo per madonne.
                Interessante, ma solo se si ha bene a mente ciò che il film vuole criticare.
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                • Nella città l'inferno di Renato Castellani: l'ho beccato in terza serata su Rete4 e mi ha incuriosito sia per la trama sia per il fatto che di Castellani avevo visto solo Questi fantasmi. Devo dire che non sono rimasto deluso e anzi il film è interessante, primariamente per la trama - come dicevo - visto che la storia ha interamente un'ambientazione carceraria al femminile, elemento che immagino per l'epoca fosse di grande novità (ma pure oggi mi pare un tema di cui si discute poco a livello di dibattito pubblico sulla condizione femminile in quel contesto). Castellani ci tiene in questo ambiente claustrofobico, fatto di celle e corridoi, e al massimo cortili esterni, in cui si svolge la vicenda imperniata sulle due grandi attrici del film, ossia la Masina e la Magnani, con quest'ultima che domina, e forse fagocita, la scena rispetto alle altre donne e tiene le redini del film tra commedia (alle volte questo carcere sembra più un collegio al femminile ) e dramma (che vita aspetta le donne una volta uscite fuori e quale vita le ha portate dentro), per una sceneggiatura firmata da Suso Cecchi d'Amico e tratta da un'opera letteraria. Qualche sequenza è interessante a livello registico, così come in generale la fotografia del sempre valido Leonida Barboni, storico collaboratore di Germi.
                  Qualcun altro l'ha visto?

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