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Il potere del cane - Jane Campion

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  • #31
    Vabbe mo si paragona Woolf a Campion.
    Tra l'altro il film soffre molto nella prima metà, la più dinamica e narrativa, la seconda parte dove si vive di sentimenti è nettamente superiore.

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    • #32
      Ma a voi è arrivato il dramma del personaggio della Dunst? Io ero convinto che fosse giunta al ranch già nelle condizioni di alcolista, probabilmente a causa del suicidio del primo marito. Secondo me la parte che la riguarda non è scritta bene.

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      • #33
        Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
        Vabbe mo si paragona Woolf a Campion.

        La tua sistematica capacità di non capire una minchia degli interventi degli altri è davvero sorprendente.

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        • #34
          Originariamente inviato da Massi Visualizza il messaggio
          Ma a voi è arrivato il dramma del personaggio della Dunst? Io ero convinto che fosse giunta al ranch già nelle condizioni di alcolista, probabilmente a causa del suicidio del primo marito. Secondo me la parte che la riguarda non è scritta bene.
          L'incubo di trovarti davanti ad una tastiera e un pubblico ristretto (ed esigente per quanto apparentemente evasivo) con la consapevolezza di non essere proprio in grado di soddisfarlo, e la sensazione che nella dimensione parallela dei lieti di fine tu ti imponi sul blocco mentale e sciorini Chopin con l'agio e la leggiadria di una nereide che zompa da una ninfea all'altra, ma che nella realtà bastarda quel blocco ti inchioda in faccia un sorriso che è un misto di autocommiserazione e richiesta di indulgenza, e il brano richiesto molto semplicemente Non Lo Suoni (e il personaggio della Dunst É quel blocco, e una qualsiasi risoluzione, uno sfogo, una fuga che l'attuale approccio ragionieristico alle sceneggiature pretende per considerare un personaggio riuscito sarebbe incoerente e mendace)??!!
          No, quel dramma non mi è arrivato per nulla!!

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          • #35
            Originariamente inviato da Sebastian Wilder Visualizza il messaggio
            Nei film di Jane Campion non succede mai quasi nulla, non è una novità.
            Ho una edizione Einaudi di qualche anno fa di Gita al faro di Virginia Woolf in cui la traduttrice spiega che il cinema della Campion l'ha aiutata a tradurre l'opera dell'immensa scrittrice. Nei cui romanzi non succedeva nulla pure. Consiglio il saggio della stessa Woolf Una stanza tutta per sè, l'epica del piccolo, del quotidiano, del futile e dell'inutile come simbolo di una nuova epica femminile in contrasto alle epiche dell'assoluto, della ricerca del senso storico ultimo (del celolunghissimo) maschili. Sguardi nuovi.
            In un certo senso anche la Dickinson in poesia toccava queste corde qui

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            • #36
              Originariamente inviato da Massi Visualizza il messaggio
              Ma a voi è arrivato il dramma del personaggio della Dunst? Io ero convinto che fosse giunta al ranch già nelle condizioni di alcolista, probabilmente a causa del suicidio del primo marito. Secondo me la parte che la riguarda non è scritta bene.
              Si tratta di una narrazione ellittica - tra l'altro non una novità per la Campion - in cui si chiede lo sforzo a noi spettatori di riempire i vuoti tra un capitolo e l'altro, interrogandosi sul destino e i mutamenti interiori dei personaggi, di intercettare i trasalimenti, i piccoli segni che ne hanno evidenziato il percorso col senno di poi, alla luce del finale. E dove su tutto e tutti svetta Il potere del cane.

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              • #37
                Originariamente inviato da Bone Machine Visualizza il messaggio

                L'incubo di trovarti davanti ad una tastiera e un pubblico ristretto (ed esigente per quanto apparentemente evasivo) con la consapevolezza di non essere proprio in grado di soddisfarlo, e la sensazione che nella dimensione parallela dei lieti di fine tu ti imponi sul blocco mentale e sciorini Chopin con l'agio e la leggiadria di una nereide che zompa da una ninfea all'altra, ma che nella realtà bastarda quel blocco ti inchioda in faccia un sorriso che è un misto di autocommiserazione e richiesta di indulgenza, e il brano richiesto molto semplicemente Non Lo Suoni (e il personaggio della Dunst É quel blocco, e una qualsiasi risoluzione, uno sfogo, una fuga che l'attuale approccio ragionieristico alle sceneggiature pretende per considerare un personaggio riuscito sarebbe incoerente e mendace)??!!
                No, quel dramma non mi è arrivato per nulla!!
                Non so, il suo ruolo mi è sembrato brillante se visto in funzione di Phil (ho letto una recensione che ne dava un’interpretazione junghiana, è l’anima dell’uomo intesa come proiezione della parte femminile di sé che egli riconosce ma non accetta) mentre il suo arco narrativo mi è sembrato poco a fuoco, non sono riuscito a empatizzare con il suo disagio e a riempire quei vuoti cui accennava l’altro utente così da giustificarne il comportamento. Posso anche accettare un certo minimalismo a patto che quel poco che si vede sia davvero segnante, il “dialogo” con gli strumenti musicali chiaramente non mi è bastato.

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                • #38
                  Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio


                  La tua sistematica capacità di non capire una minchia degli interventi degli altri è davvero sorprendente.
                  Infatti te sei il capobanda; le tue offese mi fanno schifo e ti qualificano per il bullo che sei.
                  Ultima modifica di Sensei; 12 dicembre 21, 12:40.

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                  • #39
                    Originariamente inviato da Massi Visualizza il messaggio
                    Ma a voi è arrivato il dramma del personaggio della Dunst? Io ero convinto che fosse giunta al ranch già nelle condizioni di alcolista, probabilmente a causa del suicidio del primo marito. Secondo me la parte che la riguarda non è scritta bene.
                    Sono abbastanza d'accordo con te. Il disagio del personaggio lo si percepisce, ma non in maniera così opprimente, e non aiuta la separazione abbastanza netta tra prima e seconda parte. Poi ammetto che il Cinema della Campion non lo conosco quasi per niente quindi non so quanto questo abbia a che fare con la sua poetica, ma per me il film (che comunque ho apprezzato) sarebbe potuto essere migliore con una struttura diversa

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                    • #40
                      Originariamente inviato da Massi Visualizza il messaggio
                      Ma a voi è arrivato il dramma del personaggio della Dunst? Io ero convinto che fosse giunta al ranch già nelle condizioni di alcolista, probabilmente a causa del suicidio del primo marito. Secondo me la parte che la riguarda non è scritta bene.
                      Da come ne parla Philip lei era già alcolista quando il primo marito era in vita, non era una vittima come ci viene presentata, ma Philip è il villan della storia, dobbiamo credergli?

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                      • #41
                        Originariamente inviato da Sebastian Wilder Visualizza il messaggio
                        Nei film di Jane Campion non succede mai quasi nulla, non è una novità.
                        Ho una edizione Einaudi di qualche anno fa di Gita al faro di Virginia Woolf in cui la traduttrice spiega che il cinema della Campion l'ha aiutata a tradurre l'opera dell'immensa scrittrice. Nei cui romanzi non succedeva nulla pure. Consiglio il saggio della stessa Woolf Una stanza tutta per sè, l'epica del piccolo, del quotidiano, del futile e dell'inutile come simbolo di una nuova epica femminile in contrasto alle epiche dell'assoluto, della ricerca del senso storico ultimo (del celolunghissimo) maschili. Sguardi nuovi.
                        No, non c'è nessuna poetica del quotidiano... quella è Chantal Akerman ed è tutta un'altra cosa. Quello è il cinema contemplativo... Bela Tarr, Tsai Ming-liang, ma anche la Claire Denis di Beau Travail o il Vincent Gallo di The Brown Bunny. Lì non succede niente, e il film è costruito attorno a questo niente. I tempi morti sono il film. E il modo in cui vengono filmati (le inquadrature lunghe, il long take) li fa diventare piacevoli. Il film ti dà piacere.

                        I film di Jane Campion sono mainstream, hanno un linguaggio mainstream, non sono contemplativi. Succedono delle cose, succedono un sacco di cose, ma come ha scritto Massi , "non hanno la giusta consistenza". E quindi il film diventa un polpettone lento, lungo, indigeribile.
                        Ultima modifica di Fish_seeks_water; 12 dicembre 21, 19:16.

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                        • #42
                          Non mi è troppo chiaro perchè il personaggio della Dunst sarebbe scritto male. E una donna che deve allevare un figlio sensibile & delicato in un mondo di brutaloni, da cui la sua angoscia, presumibilmente acuita dalla perdita del marito. Una volta risposatasi ritrova un po' di stabilità, ma viene comunque provocata dal brutalone capo, e le pretese musical-borghesi del nuovo compagno aggiungono ansia ad ansia. A un certo punto si ritrova con nulla da fare, e ad aggravar le cose il figliuolo adorato comincia a frequentare certa gentaglia. E' una donna fragile che stenta a reggere in un mondo troppo duro, e che vive un'esistenza rattrappita e segnata da costante timore. Non un personaggio da annali, ma mi è parso disegnato (e interpretato) più che bene.

                          Quanto alla Campion in generale: il bellissimo "In the cut" è proprio fondato sulla poetica della minuzia percettiva quotidiana sensibilmente e vibratilmente colta da un'ottica femminile, col plot giallo che fa da mero pretesto per esplorare la caotica intimità di Meg Ryan mercè una regia sperimentale a base di dettagli, sfocature, piani intimi.
                          Qui detta Meg spiega appunto "Gita al faro" (dal secondo 25 circa) mentre gli studenti si lamentano perchè "non succede niente".https://www.youtube.com/watch?v=AXASKqWcBSo

                          Tra l'altro l'incipit del film è tra i (miei) memorabilia degli anni duemila, andrebbe bene per il topic apposito.

                          Altrove direi di no, la Campion è una regista piuttosto classicheggiante e ben poggiata sul racconto, ma sempre con una certa propensione per l'intimismo, l'ellissi, la dilatazione sensoriale dell'attimo, non per una narrazione troppo forte e strutturata.
                          Non è un caso che abbia adattato H.James e non Dumas, insomma.
                          Ultima modifica di papermoon; 13 dicembre 21, 10:41.

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                          • #43
                            Visto anch'io stamani e per me è un no.
                            Un pò allungato che racconta una storiella risibile dove veramente per 2 ore non capita niente.
                            Cumberbatch bravo ma messo lí solo perchè con cavolo lo producevano senza una star del genere.
                            Tipico film americano alla Netflix, si vede che a sta Americani piacciano le storie di inizio secolo e la piattaforma agisce di conseguenza.
                            Alla fine non brutto ma anonimo.
                            Incredibile come sia nelle liste di fine anno di molti critici.
                            ​​​​​

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                            • #44
                              Posto anche qui:

                              Fresco di 12 nomination agli Oscar "The Power of the Dog" è (dal mio punto di vista) un western crepuscolare a tinte psicologiche che si propone di affrescare, entro una storia famigliare, le sfaccettature e tutta l'imprevedibilità della natura umana. Ovvero, come all'interno di una stessa persona possano convivere insieme diverse anime, fermamente contrapposte, in competizione tra loro e i tempi, alcune largamente manifeste altre latenti, o ancor peggio represse.
                              Le dinamiche del film mostrano questo gioco di contrasti, fatto di luci e ombre, il bene e il marcio, ragione e pulsioni. Abbiamo un campionario di personaggi che nel corso del film si rivelano mano a mano l'opposto di quello che inizialmente esibiscono, sedotti da una forza ancestrale e demoniaca, concettualizzata appunto nel biblico "potere del cane", forza che indomita si insinua tra le montagne del Montana (tanto da vederne il profilo sui versanti) infestando le case degli abitanti poi scesa a valle.
                              (seguono potenziali spoiler)
                              E dunque: Jesse Plemons marito dall'animo gentile tanto vicino affettivamente quanto distante fisicamente scompare gradualmente dalla scena (non a caso). La moglie Kirsten Dunst donna-madre forte e gran lavoratrice, forse anche famme fatale con scopi di lucro, si scopre donnicciola dedita all'alcol con scarsa autostima e capacità di adattamento sociale. Cumberbatch classico macho del west, rozzo mandriano, ha una mascolinità esposta malata e omofoba che fanno da contraltare a ben altre pulsioni sessuali opposte e rigidamente represse nel tempo (e disincentivate dai tempi). Infine un giovanissimo figlio (della Dunst, da altro marito deceeduto) medico in erba che nasconde dietro la gracilità del fisico e le movenze efebiche un'indole fredda e calcolatrice.
                              In virtù di questo gioco la regista nezolandese ne approfitta per incalzare la narrazione a suon di aspettative che puntualmente, ogni volta, vengono disattese attraverso questo caleidoscopio di trasformazioni umane. Giungendo ad un finale (dai moventi razionalmente spropositati) in cui la rabbia del cane, trovando il suo complice, ha il sopravvento sull'essere umano rendendolo vettore del suo nefasto operato.
                              Una pellicola che si prende la briga di esaminare un tessuto culturale-sociale arcaico e fallocentrico in cui la diversità va nascosta, la donna va assoggettata, l'intelligenza obliata a favore della violenza e dove ciò che "sembra" è, a gaurdar meglio, l'esatto opposto di ciò che in realtà "è".

                              Voto: 7

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                              • #45
                                Stavo recuperando i vostri vecchi commenti...

                                Originariamente inviato da Martin Scortese Visualizza il messaggio
                                Interessantissimo pure il personaggio di Cumberbatch che fa il gay represso e Dunst che piange dalla prima all'ultima scena oppure Plemons che ad un certo punto scompare. Nessun personaggio ha un'evoluzione o fa qualcosa di diverso da quello che si intuisce nei primi 20 minuti, magnificamente girato ma la storia resta ferma alle sue premesse
                                Secondo me, se posso dissentire, in realtà avviene l'esatto contrario di quello che scrivi. E per tutti i personaggi, dal primo all'ultimo. Nessun personaggio è statico e non ha un'evoluzione, ma coerentemente con l'idea alla base del concept ognuno di essi si rivela nei fatti il contrario di come inizialmente ti viene presentato. È talmente esibita come cosa che, se volgiamo, uno dei limiti più grandi del film è aver "forzato" certi caratteri per mostrare questo cortocircuito/bipolarità, oltre che servirsene per dinamiche narrative a scopo di thrilling che spiazzino lo spettatore come nel plot twist finale.
                                ​​​​​
                                Quindi le premesse vengono a concretizzarsi, se in maniera esaustiva o meno è un altro discorso.
                                Ultima modifica di MrCarrey; 08 febbraio 22, 19:02.

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