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Il cinema italiano di oggi: pregi e difetti

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  • altro set per Sorrentino:
    https://www.ansa.it/sicilia/notizie/...7c8423689.html

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    • Notizia in bilico fra cronaca e gossip: in una intervista al New York Time Luca Guadagnino ha rivelato di essere stato mollato dal fidanzato Ferdinando Cito Filomarino dopo undici anni d' amore.
      Sarà questo il motivo dietro alla scomparsa da ogni radar del film del giovane autore? Non si hanno notizie di Born to be Murdered da più di un anno, quando lo vedremo?

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      • il film è in post produzione, lo ha fatto e con quel cast troverà una distribuzione

        volendo essere cattivi, luca non gli serve più, o sfonda con questo o è inutile riprovarci
        Ultima modifica di - Rasputin -; 12 settembre 20, 17:02.

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        • La post produzione va per le lunghe.

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          • Originariamente inviato da Arwey Visualizza il messaggio
            Soprattutto si dice che Toni Servillo è entrato nel cast (non una sorpresa).
            Chissà chi altri.

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            • Pietro se la sente calda.
              E' sempre interessante leggere le testimonianze di "chi ce l' ha fatta".
              Chissà chi sono "i soliti attori che i produttori impongono ovunque anche se al cinema non portano neppure i parenti".



              Malcom Pagani per vanityfair.it

              Dagli altoparlanti del bar, la musica dà meno tregua del caldo. Pietro Castellitto è reduce da una notte sul set ma non suda, non fuma e se si alza dalla sedia è solo per cercare monete nelle tasche. In due ore di conversazione disordinata come è la vita, ai tavolini, per chiedere l’elemosina, si accostano tre persone.
              A loro modo, nella disperazione, interpretano una parte. Potrebbero persino recitare per mestiere perché dice, questo ventottenne laureato in Antropologia filosofica, che usa parole come «aposematismo», dagli occhi azzurrissimi, il naso lungo e un volto zanardiano che pare un bozzetto di Andrea Pazienza: «I grandi attori devono essere disposti a ridere delle loro tragedie e avere profonda consapevolezza dell’umiliazione. Devono conoscerla, averla subìta, capirla».
              Per questa ragione, spiega, «amando i contrasti e le situazioni estreme» si trova bene «con i comici» e ne ha scelto qualcuno per il suo esordio alla regia, presto al Festival di Venezia, sezione Orizzonti, intitolato I predatori.
              Chi lo ha visto giura che con le storie parallele di due nuclei familiari diversissimi per estrazione, sogni e aspirazioni molto si rida e altrettanto si pensi, e che tra l’alta borghesia dei circoli romani, della noia e dei fine settimana a bordo piscina e la periferia esistenziale di una famiglia proletaria con nostalgie evidenti per il duce, in fondo, esista una sottile linea che unisca i punti e accomuni mondi apparentemente lontani tra loro.
              Se sente parlare di messaggio, Castellitto si insospettisce: «Il cinema è un mestiere con tantissimi filtri. I dialoghi, la messa in scena, la scelta degli attori, i luoghi delle riprese, le impostazioni di regia. I film non si scrivono con l’intenzione di proporre un messaggio: nascono dai sentimenti».

              Qual è il sentimento che anima il film?

              «L’ingiustizia. Gli eventi formali che muovono la storia sono due ingiustizie e io stesso, quando l’ho scritto, sentivo di aver subito un’ingiustizia».

              Quale?

              «Avevo smesso di fare l’attore e mi ero messo a scrivere sceneggiature: la prima si intitolava I predatori. Le altre le avevo scritte dopo, quasi per reazione al fatto che non fossi riuscito a trovare un produttore che mi desse retta».

              Dinamica del rifiuto?

              «Leggevano. Mi dicevano: “Bella storia, scrivi bene”. Poi però non mi richiamava nessuno. Ero solo un ragazzo di 22 anni che come tanti altri scriveva delle cose, un outsider, uno senza credibilità».

              La prendeva male?

              «Le prime volte per sentirmi felice mi bastava un complimento. Dopo un po’ ti abitui alle parole vacue e capisci che non sarà così. Ma questo lavoro puoi farlo soltanto se non ti abbatti, se hai risorse interiori e sei un po’ mitomane. Mi rendevo conto che avevo tante idee, passavo le giornate a scrivere e mi autoconvincevo che ciò che scrivevo in tempo reale fosse sempre migliore di quel che avevo scritto prima. Un’illusione, perché concretamente miglioramenti non ce n’erano».

              Poi cosa è accaduto?

              «Che ho pensato che tornare a fare l’attore mi avrebbe dato la possibilità di farmi ascoltare. Feci un provino per La profezia dell’armadillo, mi presero e il produttore del film, Domenico Procacci, mi chiese di leggere qualcosa. “Domenico non richiama quasi mai, non farti illusioni”, mi dicevano. Invece un giorno squilla il telefono ed è lui: “Ho letto I predatori e mi è piaciuto tanto. Voglio vederti”». Così venni convocato in Fandango».

              Dissolvenza.

              «Varco la porta, vedo un gruppo di persone in semicerchio e capisco in un istante: “Cazzo, ci sono cascati, se stanno a sbajà, me lo fanno fare davvero il film”. Ho avuto la stessa sensazione che avverti quando ti danno le chiavi della macchina e hai mentito sulla patente».

              Come è stato guidare per la prima volta?

              «Più facile del previsto. Procacci mi ha consigliato bene e soprattutto mi ha lasciato totale libertà sulle scelta degli attori. In Italia vigono regole demenziali per cui i produttori prima ti propongono e poi ti impongono i soliti nomi inutili che al cinema non portano neanche i parenti. Non sono Leonardo Di Caprio, ma neanche Benigni o Checco Zalone. Un assurdo anche in termini assoluti: visto che camminiamo in mezzo alle macerie, non sarebbe questo il miglior momento per sperimentare?».

              Qual è la cosa che più le interessa nella sperimentazione?

              «Mettere in scena le situazioni estreme con figure credibili. Se credi a quel che vedi puoi andare anche sopra le righe, ma ti immedesimerai comunque. Uno dei miei protagonisti, Giorgio Montanini, vive situazioni apparentemente paradossali e lo fa con una disperazione autentica. Totale. Ha un’anima mostruosa, Montanini. Magica. Per far recitare bene gli attori devi capire bene che carattere hanno».

              Nel film interpreta un fascista che lavora in un’armeria.

              «Ma non è un film politico, né tantomeno sulla redenzione politica: i personaggi hanno le loro idee all’inizio del film e le mantengono fino alla fine. Volevo mettereallo specchio due mondi diversi.
              Quello di una borghesia così asfittica e costruita che possiede tutto, denaro e conoscenze, ma non sente più nulla e agonizza senza saperlo, e quello dei proletari fascisti che non hanno niente, non godono di nessun rispetto intellettuale, sono moralmente considerati il grado zero della civiltà e aspirano a un miglioramento senza averne gli strumenti».

              Il giudizio è duro su entrambi i microcosmi?

              «Se vogliamo dirla tutta, un certo disprezzo verso l’altro appartiene più ai Pavone, alla famiglia colta, che non ai Vismara (il loro contraltare), e in fondo nei rapporti umani tra fascisti c’è più connessione. Ma sono sfumature. Come le dicevo prima, non c’è messaggio e non c’è neanche giudizio.
              Nel film sono tutti prede e predatori. Sono tutti schiavi, succubi di qualcosa, costretti in involucri in cui non vorrebbero stare. È la storia di alcune persone in lotta con loro stesse per diventare ciò che sono, e spesso per diventare ciò che sono devono uscire dalla galera in cui stanno. E per farlo servono amore e ferocia. È un film che parla di famiglie, ma le famiglie, come saprà, non te le scegli mai. Io con la mia sono stato fortunato».

              Suo nonno, lo scrittore Carlo Mazzantini, sulla sua esperienza nella Repubblica sociale italiana scrisse il magnifico e doloroso A cercar la bella morte.

              «Mio nonno ha passato la vita in una terra di mezzo: quella generazione si divise tra chi rinnegò tutto, come se la storia andasse soltanto processata e giammai capita, e chi aveva fatto reducisticamente cartello per aspirare al sovvertimento dello Stato. Due strade antitetiche verso la stessa cosa: il potere. Nonno rincorse per tutta la vita il sentimento della verità: per questo rimase solo. Solo e spiazzato come i personaggi del mio film».

              Il cinema ha una rappresentazione troppo spesso manichea?

              «L’indirizzo morale dei film, molto legato al mercato, è quasi sempre lo stesso. È improntato al conformismo ed è viziato alla radice. Se le chiedessi di farmi l’esempio di un film o di un regista a favore della guerra lei non saprebbe farmelo. Ed è strano perché la democrazia si regge sullo scontro tra culture ed è solo lo scontro tra culture che ti permette di evolvere. Al cinema purtroppo tutto ciò è considerato barbaro, inappropriato, disdicevole».

              Federico, il personaggio da lei interpretato, ha dei tratti autobiografici?

              «Sono cresciuto in un ambiente privilegiato che a Roma, forse più che altrove, ti instrada in un mondo che ti restituisce sicurezza ma appiattisce i desideri e ti rende uguale a tutti gli altri. Un mondo in cui la differenza tra ciò che sei e ciò che gli altri pensano che tu sia può creare scompensi, tristezza e alienazione.
              Un mondo in cui non vali nulla, non reinventi niente e ti condanni alla decadenza. Da ragazzo ero sconcertato dai motivi sconosciuti per i quali i miei coetanei sceglievano le isole in cui passare le vacanze seguendo le indicazioni di un invisibile database: tra il primo e il secondo anno di liceo tappa obbligata era Mykonos, tra il secondo e il terzo Ibiza.
              Le isole sono un esempio sciocco, una metafora. Ma questa impossibilità di modificare ciò che era già scritto io l’ho percepita, proprio come ho percepito lo scontro con la generazione che ci precedeva: una generazione che inconsapevolmente faceva di tutto per far sì che le cose rimanessero immobili».

              Lei ha pochi mesi quando finisce in una culla ne Il grande cocomero di Francesca Archibugi, sette anni quando recita in Libero Burro, tredici quando appare in Non ti muovere.

              «Sì, ma non sono un enfant prodige. Era un gioco a cui mio padre mi faceva partecipare senza alcuna strategia. Senza il minimo progetto. Di Libero Burro, il primo film di papà, ricordo una magnifica estate a Salina. Una stagione libera, senza orari e con molte concessioni. Persino la granita al caffè».

              Che sogni aveva da bambino?

              «Avrei voluto fare il calciatore, poi il tennista. Volevo costruire alberghi. In alcuni giorni desideravo essere un filosofo geniale, postumo e compreso, altri ancora ambivo all’impero economico. In mezzo a questo via vai di aspirazioni contrastanti percepivo che se avessi fallito in tutto avrei potuto fare l’attore.
              Per ragioni sconosciute, iniziai a pensare che l’attore fosse il mestiere giusto per me. Mi riconoscevo qualche dote: mi piaceva dire le bugie, dicevo molte balle e sapevo fare gli scherzi».

              Ne sceneggi uno accaduto davvero.

              «Passammo un weekend a Leonessa, nel Reatino, e dopo molte fatiche, per ingannare la noia, affittammo un dvd. Conquistato il trofeo, in un’euforia cretina, lo lanciammo in aria e il dvd nel volo si aprì. La custodia ricadde a terra, il disco si fermò sulle tegole di una casetta e io mi arrampicai sulla grondaia per recuperarlo. Feci perno su alcune tubature e si sprigionò subito un mostruoso odore di gas.
              Ridiscesi in tutta fretta, scappammo come ladri in preda ai sensi di colpa e l’indomani andammo al ristorante. In bagno mi venne un’idea: presi da parte la cameriera e le chiesi complicità: “Adesso quando vieni al tavolo devi chiederci da dove veniamo, noi risponderemo da Leonessa e tu farai la faccia costernata dicendo che a Leonessa, per una fuga di gas, due ore fa è esplosa una palazzina e ci sono molte vittime”. Con il talento di Jennifer Lawrence lo fece davvero. In pochi secondi vidi la vita passare davanti ai volti dei miei amici e il loro destino cambiare per sempre. C’era chi imprecava, chi diceva “io non c’entro niente”, chi aveva la morte disegnata sul volto».

              Era uno studente irrequieto?

              «Non posso far altro che confermare. Ho cambiato liceo, ho avuto qualche turbolenza e ho subito qualche processo sommario dal corpo docente. Niente di rilevante, ma sono sempre stato socievole.
              Ho molti conoscenti, tanti amici e poche intime affinità perché non credo negli slogan. Gli unici nel mio ambiente che considero amici veri sono i fratelli D’Innocenzo e Gabriele Mainetti. Conoscerli mi ha fatto crescere. Se nella mia vita non fossero apparsi loro oggi varrei meno. Come regista, come attore e anche come calciatore».

              Quello che cancellerebbe?

              «Quando i giovani registi dicono “l’Italia non è un Paese per giovani” sorrido. Chi lo dice è tutta gente che dovrebbe ringraziare Dio ogni giorno e che sopravvive grazie al fatto che l’Italia non lo sia. Vorrei vederli, a confrontarsi con una cinematografia come quella danese che da trent’anni si poggia solo sulla forza delle idee. Vincono le migliori e vincono perché la soglia della valutazione non premia i mediocri e i loro piagnistei».

              Il suo primo cortometraggio?

              «Si intitolava The Jury ed era francamente orrendo. Tutto girato in una stanza, ai margini di un inutile corso di regia a Londra affrontato dopo la laurea. Camminavo molto, in Inghilterra. Avevo sempre fame. Cercavo costantemente ristoranti».

              Presto la vedremo in Freaks Out di Gabriele Mainetti e nella fiction prodotta da Wildside su Francesco Totti. Come si sente a incarnare una divinità romana?

              (Lungo silenzio, non è chiaro se per la stupidità della domanda o per la difficoltà della risposta, ndr) «Sarà perché interpreto il figlio di sei milioni di persone o sarà per incoscienza, ma non sento la responsabilità. Qualcuno che dirà “mio figlio non è così” ci sarà comunque. Sono sereno. Ho solo voglia di non deluderlo, ma ho sensazioni positive».

              Sente di aver imparato a fare cinema?

              «Penso si possa imparare questo mestiere anche facendo altro, mettendo le tue passioni in un racconto. Trovare l’equazione esatta per imparare a farlo è impossibile.
              Bisogna essere sinceri con se stessi, ripercorrere la propria vita senza scordarsi della morte e poi, soltanto poi, guardare molti film, frequentare i set, leggere i copioni. Il cinema parla di tutto e al cinema bisogna arrivare passando per il tutto. Guai a fare il contrario».

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              • Originariamente inviato da Arwey Visualizza il messaggio
                Si è risolta la situazione legata a questa storia? Non è una cosa di poco conto visto a chi è ispirato proprio il nuovo film di Sorrentino... https://www.corrieredellosport.it/ne..._il_suo_film_/

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                • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
                  Pietro se la sente calda.
                  E' sempre interessante leggere le testimonianze di "chi ce l' ha fatta".
                  Chissà chi sono "i soliti attori che i produttori impongono ovunque anche se al cinema non portano neppure i parenti".


                  Il giornalista che scrive : "(Lungo silenzio, non è chiaro se per la stupidità della domanda o per la difficoltà della risposta, ndr) con un colpo di penna geniale ha battuto tutta questa boria.

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                  • A proposito di boria, i Fratelli d' Innocenzo sono diventati i nuovi burattini di Alessandro Michele (Gucci).
                    Spero ben retribuiti.




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